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e influenza il gusto. Restano e resteranno molti uomini
che possiedono, rispettano ed amano i codici del classico
e quindi della sartoria, ma occorre facilitare l’accesso
dei giovani a concetti estetici che non viaggiano più
attraverso i consueti canali della famiglia o delle vetrine
delle strade principali. Non voglio e non posso discutere
i modelli di comportamento e di abbigliamento che vengono
proposti come esempio dalla grande comunicazione, ma se
cambiano con tanta facilità è perché
si fondano sull’approssimazione, cioè su
una base debole. Il senso estetico è anche il sentimento
della durata, perché il bello resta sempre tale.
Degli abiti artigianali o delle belle scarpe si può
dire che col tempo migliorino. Io ho ancora il mio primo
paio di Church’s, che comprai a Milano e quindi
avrà |
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Tutto
è cambiato e se sembra che il nostro lavoro sia
sempre lo stesso è solo perché noi ci adeguiamo
lentamente e silenziosamente alle grandi trasformazioni.
La qualità della vita, il tempo libero e l’attenzione
che l’uomo ha per se stesso sono tutti aumentati
e si sono diffusi. In sintonia con questa evoluzione i
tessuti si sono alleggeriti e così alcune fogge.
Ad esempio, oggi si lavorano pochi cappotti e non solo
perché si dice che la temperatura sia salita. E’
l’automobile ad aver imposto un nuovo stile di vita,
che permette di fare a meno del soprabito. Io ne consiglio
uno sobrio e leggero, di linea strettamente inglese, con
manica raglan, collo a camicia, maniche a giubbino e fondone
per i bottoni. Anche la cerimonia è cambiata. Molte
famiglie aristocratiche rinunciano al tight in |
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quasi
quaranta anni. Noi possiamo fare molto con iniziative che portino
la nostra voce fuori dalle botteghe e mostrino la soddisfazione
generata dai risultati durevoli, dagli oggetti che incarnano
non solo una certa bellezza, ma anche un’ideale stabile.
Per far questo, occorre essere uniti e guardare a progetti che
coinvolgano scenari estesi, sia geograficamente che socialmente.
Più che la clientela, che sembra comunque rinnovarsi,
occorre con una certa urgenza una nuova leva di mano d’opera
che permetta di mantenere l’offerta su congrui livelli
di quantità e qualità. Una volta la provincia
offriva molti giovani che si avviavano ai mestieri artigianali
in paese e poi, se mossi da adeguata ambizione e capacità,
si spostavano in città. Questo serbatoio si sta velocemente
esaurendo e il nostro problema è simile a quello di una
fabbrica di automobili in un mondo pieno di strade, ma in cui
d’improvviso manchi il ferro. Sto tenendo uno stage, un
corso professionale e Le dico che al quinto anno i ragazzi non
sanno tenere l’ago in mano e nessuno ha insegnato loro
le basi della terminologia tessile. Anche una maggiore preparazione
teorica servirebbe comunque a ben poco, se i giovani non frequentano
un laboratorio. Forse un organismo di livello istituzionale,
che raccolga le nostre forze da più parti e le porti
ad un livello tale da poter interloquire con gli enti interessati,
potrebbe evitare questo spreco di denaro pubblico e partecipare
ad un meccanismo di autentica formazione, utile ai fini professionali.
Torniamo ancora una volta agli scopi della nostra Camera, che
fortunatamente sta crescendo. Non neghiamo che la Vostra rivista
ci sia stata di grande aiuto nel farla conoscere. Gli stessi
clienti, leggendola, finiscono per discutere di questi argomenti
coi sarti di ogni città e li sensibilizzano. Del resto,
su questi problemi della continuità e della specializzazione
di nuove leve, abbiamo un po’ tutti i nervi scoperti”.
“Sono innamorato di questo mestiere e posso dire altrettanto
di coloro che sono stati miei maestri. Il grande Tosi, il cui
laboratorio visitavo spesso quando vivevo a Milano, diceva che
il sarto è “Architetto del corpo umano” e
si era fatto incidere questa stessa dicitura sulla targa d’ottone
fuori della bottega. Si trattava di scuole di vita, non solo
d’arte, in cui il termine di maestro assumeva un significato
pieno.
Questo ruolo è in qualche modo naturale e può
riprendere in qualsiasi momento, attualizzandosi. Non è
più possibile seguire lo stesso sistema di una volta
perché gli uomini, non solo i giovani, erano un tempo
meno insofferenti. I rapporti, per non parlare degli orari,
non sono riproponibili allo stesso modo, ma c’è
certamente un metodo per portare avanti un apprendista anche
nel ventunesimo secolo e bisogna che si lavori a svilupparlo.
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favore di abiti meno impegnativi e sopra ogni cosa impera la
legge della praticità. La gran sera cede meno velocemente
ed anzi in qualche modo ritorna. Alle prime teatrali si va in
smoking e quasi si cerca l’occasione per indossarlo. I
capi di sartoria restano comunque una fonte inesauribile di
soddisfazione per chi li confeziona e per chi li indossa. Possiedono
un fascino particolare e si fanno amare anche quando mostrano
un piccolo difetto. Del resto il nostro scopo è la bellezza,
non la perfezione, che è alla portata solo di Dio e forse
dei suoi Santi. Tra sarto e cliente si instaura poi una relazione
che va ben al di là del piano commerciale, che ogni volta
è diversa e sempre speciale, che si arricchisce col tempo
e dalla quale ciascuno apprende qualcosa. Una volta, vedendo
uno dei miei clienti particolarmente teso ed avendo l’impressione
che la fretta ed il pensiero di chissà quali affari gli
pregiudicassero il piacere della scelta, gli domandai: - Ingegnere,
ma perché corre così tanto? – Egli ebbe
un attimo di esitazione e replicò infine: - Non lo so!
– Ora mi ricorda questo episodio ogni volta che viene
in sartoria e da allora vi si trattiene con la massima calma.
I clienti imparano a diventare esigenti nel modo giusto e il
sarto, man mano, comprende cosa egli veramente desideri. In
fin dei conti, i migliori abiti nascono per i migliori clienti.
Per quelli meno esperti il sarto soccorre con la propria esperienza,
indirizzandoli verso le scelte più giuste. Io ricerco
uno stile quanto più semplice possibile, una giacca dolce
e avvolgente, ricca di linea senza essere stringata, piacevole
alla vista e confortevole sin dal momento in cui si imbocca
la prima manica. Per quest’ultima, mi attengo alla tradizione
palermitana: sagomata e applicata con lentezze ben situate,
che abbiano uno scopo funzionale e non estetico. La giacca deve
possedere proporzione ed armonia e queste vanno di volta in
volta verificate sul singolo personaggio. Non amo i dettagli
che si impongano dichiaratamente all’attenzione come baveri
esagerati, uno standard di vita troppo alta o troppo bassa,
una giacca molto lunga o molto corta. Comunque ogni capo ha
la sua storia ed è diverso dagli altri, anche da quelli
confezionati per la medesima persona. Quando parliamo di su-misura
non ci possiamo riferire infatti solo ad una quantità
metrica, ma ad un prodotto che interpreti insieme il materiale,
le richieste e la personalità dell’uomo cui è
destinato. Lo stile del sarto non deve mai prevalere su quello
del cliente, ma è anche vero che questo non ha sempre
lo stesso impatto. Perché l’abito sia veramente
notato e apprezzato, occorre che sia portato con classe e qui
dobbiamo alzare le mani. Anche se si può coltivarla e
farla fiorire, le sue radici sono innate. Non si insegnano,
né si trasmettono, ma sinceramente ai gentiluomini di
Palermo non fa difetto”. |
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IL MIO STILE E' QUANTO DI PIU' SEMPLICE POSSIBILE: NON
AMO
I DETTAGLI CHE VOGLIONO STUPIRE», DICE GAETANO LENTINI. |
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