|
|
|
Maestri
dell'ago e del filo
Pio Marinucci, sarto italiano della Camera Europea dell'Alta
Sartoria, onora l'eccelsa tradizione
sartoriale dell'Abruzzo. Una regione che ha dato i natali, tra
gli altri, a Domenico Caraceni |
| “E’
un grande momento per la sartoria”. Pio Marinucci
esordisce così, aggredendomi con una scarica di
ottimismo. Il laboratorio è sobrio e accogliente
come i suoi modi. Il suo lavoro, evidentemente scrupoloso,
so adesso essere anche entusiasta. Da qualche foto, da
alcuni aneddoti e da vocine di corridoio, so che serve
clienti famosi, ma questo non incide sulla semplicità
dell’uomo e – per dirla tutta – nemmeno
sul costo di un suo abito. “In modo implicito, la
confezione ha chiaramente riconosciuto la supremazia del
lavoro artigianale. Per conferire ai capi più linea,
più personalità, per muovere in termini
di piacevolezza e stabilità stilistica quel passo
avanti che hanno senz’altro compiuto negli ultimi
anni, le migliori case hanno sbarcato gli stilisti e affidato
il timone ai maestri sarti. |
 |
Nei
primi tempi, mi racconta, non fu facile andare avanti.
“Bisognava industriarsi di propria iniziativa. Il
principale mi affidava lavori ripetitivi, ma io volevo
apprendere cose sempre nuove e impadronirmi delle tecniche
necessarie alle tante fasi attraverso cui nasce una giacca.
Cercavo di rubare il mestiere guardando, ma la pratica
è insostituibile. Quando, anche fuori dall’orario
di lavoro, facevo domande o chiedevo di intervenire, non
trovavo collaborazione. Ho dovuto addirittura pagare un
collega per poter imbastire una manica. Mi costò
cinquanta lire e non dimenticherò mai la soddisfazione
che provai nel riuscirci. Il rapporto tra operai e principale
andava però cambiando rapidamente. Un mondo finiva
perché ne nascesse un altro, in cui il sarto avrebbe
fatto molta strada a tutti i livelli. |
|
|
Questo cambio di rotta è stato imposto anche da un’esigenza
diffusa di individualità e originalità, per rispondere
alla quale è stata coniata la parola sartoriale. Questo
termine ambiguo non fa altro che sottolineare la soggezione
dell’industria nei nostri confronti. Vorrebbe far credere
che una grande impresa possa realizzare su larga scala, con
laser e presse, un su-misura come quello che noi creiamo di
volta in volta con forbice, ago e ferro. Ma anche con un ottimo
taglio il loro prodotto manca di volume e di fascino. La scelta
dei materiali e dei capi è poi meno ricca di quanto sembri.
In un laboratorio l’uomo che ama vestire può accedere
all’intero universo maschile di tessuti e modelli, guardare
lontano nello spazio e nel tempo, sino a trovare non solo ciò
che gli piace, ma quello che lo interpreta ed esprime. Nella
confezione e nel su-ordinazione, si sceglie da un menu pagando
il prezzo di un cuoco personale. L’industria mena un gran
vanto delle parti manuali del suo lavoro e le rende particolarmente
evidenti, ma molti prima o poi si accorgono che si può
avere qualcosa di più ed allora è come se essa
stessa ci avesse mandato nuovi clienti”. Per comprendere
l’autorevolezza con la quale si esprime il Maestro, nato
a Villamagna, dobbiamo ripercorrere la storia sua personale
e quella del contributo abruzzese alla sartoria. Marinucci cominciò
a quattordici anni nel suo paese, già patria di importanti
sarti. |
|
Alla
fine degli anni sessanta la Monti, un grande stabilimento di
confezioni, impiegò molti artigiani in cerca di un posto
fisso e tolse dal mercato molta mano d’opera specializzata.
Il fenomeno non si rivelò isolato e così cominciò
per tutte le sartorie una domanda di collaborazione che continua
e anzi cresce tuttora. Nel 1969 sentii anch’io questo
richiamo e andai a Chieti, per lavorare presso la sartoria di
Tommaso Liberati. Ricordo con riconoscenza questo grandissimo
Maestro, mio compaesano, sotto la cui guida feci rapidamente
progressi. Dopo due anni ero alle seconde prove ed in dieci
fui pronto ad assumere in proprio la responsabilità di
un laboratorio tutto mio. Nel frattempo mi ero anche perfezionato
nel taglio sotto la guida di Donatelli, che dopo una parentesi
milanese rientrava a Chieti. Non ho mai fatto altro, eppure
mi è difficile spiegare cosa significhi essere sarto.
Sono contento di esserlo e vorrei saper dire qualcosa che gratifichi
la categoria e allo stesso tempo invogli chi avverta dentro
di se un impulso creativo ad intraprendere questa carriera.
Innanzitutto, si deve dimenticare l’orologio. Non si misura
la giornata, né il tempo che si impiega per la confezione
di una giacca. Si lavora molto, ma ci si sente padroni di se
stessi e di tanta applicazione nulla va sprecato. Tutto ciò
che si da, ritorna in termini di soddisfazioni personali ed
economiche. |
| |
PIO MARINUCCI (IN ALTO) ESERCITA
IL MESTIERE DI SARTO NELLA SUA
SARTORIA DI CHIETI, CHE SI TROVA IN VIA CAUTA 2 (TELEFONO 0871.63579) |
|
|
|
|
|