Domani partirò per Tokio e questi viaggi sono diventati per me e per altri colleghi un’abitudine. Tutto il mondo, o buona parte di esso, guarda al nostro paese come ad uno scrigno di tesori, luogo dove il gusto viene immaginato, aggiornato, realizzato e diffuso. Ho clienti soprattutto in Giappone e nei paesi arabi, ma anche in Francia, Germania e Stati Uniti. Mi è sempre piaciuto viaggiare e mi reco spesso in tutti questi paesi, anche se in altre occasioni sono i miei abiti a partire al posto mio. L’idea del sarto legato ad una sola città è quindi tramontata, ma naturalmente questa apertura verso l’estero che è ormai un dato acquisito, comporta l’introduzione nel nostro mondo di concetti che gli erano estranei: come competitività e aggiornamento. Quando parlo di competitività non mi riferisco a quella tra colleghi, ma al individuale che su quello tecnico. Svolgendo il mio lavoro a livello internazionale, ho potuto notare nelle varie civiltà delle attitudini caratteriali diverse, che vanno rispettate. Il giapponese è molto indeciso. Vuole essere consigliato, confortato, deve avvertire che la strada che sta scegliendo è condivisa. Appassionato e curioso, si interessa molto dei dettagli della costruzione. I principi arabi, della cui fiducia oggi mi onoro, sono clienti difficili e favolosi. Distanti ed autoritari al primo approccio, ordinano qualunque cosa piaccia loro, ma la cosa non è tanto facile. All’inizio sono sempre sospettosi e sarebbe inutile o dannoso dar loro dei consigli. Amano prendere le decisioni di propria iniziativa e possono scegliere il tessuto A solo perché il sarto ha proposto quello B, ovvero non scegliere nulla del tutto.
confronto con se stessi. E’ anzi opportuno un collegamento tra laboratori anche lontani ed a questo scopo è stata fondata la Camera Internazionale dell’Alta Sartoria, in cui credo fermamente. Una sartoria è ormai un’azienda e per quanto piccola può essere aperta su un mercato molto ampio. Perché sia funzionale in senso astratto e concreto, deve essere sempre verificata in un contesto generale e potersi appoggiare ad una rete è di grande aiuto. Oltre al talento manuale, all’esperienza, alle conoscenze della tecnica e del taglio, al nuovo sarto occorrono educazione, cura dell’immagine, lingue, insomma il bagaglio di un dirigente. In un mercato che cambia di luogo, di esigenze, di mentalità, occorre una continua verifica dell’adeguatezza del prodotto e del modo di porgerlo, insomma dei mezzi agli scopi. I rapporti tra sarto e cliente e tra cliente e prodotto sono mutati. Per approfittare delle opportunità che questa evoluzione ci offre, occorre stare al passo coi tempi. Una volta le botteghe artigiane erano una realtà isolata, un circuito chiuso in cui si tramandava una conoscenza che oggi ci accorgiamo quanto fosse preziosa, ma che se prima era destinata a restare tra le sue mura, oggi va portata fuori. Se il sarto è cambiato, non di meno è cambiata la giacca. Tutto ciò che ho assimilato quando ero apprendista mi è rimasto come indispensabile base tecnica, ma adesso lavoro e penso in modo diverso. Il cliente è al centro di tutto, perché non è chi cuce il primo che deve essere contento dell’abito, ma chi lo ha ordinato. Sono molto attento non solo alla struttura del fisico, ma anche alle più piccole esigenze. Un capo va curato fuori e dentro in maniera impeccabile e far capire, appena imboccata la prima manica, che si tratta di una cosa unica nata per un solo uomo. Quest’uomo, il cliente, avrà a questo punto un buon motivo per essere orgoglioso di ciò che indossa. La nostra soddisfazione deve essere quindi nel vedere quella del destinatario e qui le cose si complicano, sia sul piano  

Non è impossibile guadagnare la loro fiducia o addirittura l’amicizia, ma bisogna conservarla col rispetto, cosa della quale hanno un’idea molto precisa. Quanto all’aspetto squisitamente tecnico, è’ innegabile che la confezione abbia fatto grandi progressi da ogni punto di vista e quindi, per offrire qualcosa in più. ci si deve assumere il gravoso compito della perfezione. Nulla può essere lasciato al caso, dagli interni alle fodere, dallo stile di una cucitura alla forma dell’asola. I tessuti ci aiutano, offrendo oggi una gamma mai vista prima in termini di qualità raffinate, che sono proprio quelle che il cliente di livello internazionale cerca di preferenza. Ma occorre saperle lavorare, studiarne le caratteristiche e adeguare la lavorazione alle diverse tipologie ed è in questa flessibilità che la sartoria veramente artigianale non può essere battuta da alcun procedimento industriale. Inoltre alcune case, le migliori d’Italia e d’Inghilterra, producono tessuti particolarmente raffinati e in quantità limitate, destinate solo alle sartorie e a volte proposte solo a quelle più qualificate. Sono punti cui la confezione non arriva, vette destinate ai frequentatori del su-misura, l’unica porta verso un’esclusività autentica, legata alla storia di ciò che si indossa e non al suo costo. Io ho un’impostazione che privilegia due criteri: comodità ed esclusività. In realtà si tratta dello stesso concetto, della stessa forza espressa in modi diversi. Infatti, poiché ogni uomo è diverso e massimamente sono diversi quegli uomini di gusto che frequentano le sartorie, ciascuno si sentirà veramente a suo agio solo in un capo che senta immediatamente e sinceramente come realizzato esclusivamente per lui.
Resta comunque un lavoro dove la parte umana è fondamentale. Il cliente giunge perché ha visto altri indossare un mio capo, ma perché si fidelizzi, perché si crei un clima di fiducia, occorre che il rapporto sia gratificante anche sul piano personale.

 
GAETANO ALOISIO (IN ALTO) HA 42 ANNI ED E' MEMBRO ATTIVO DELLA CAMERA INTERNAZIONALE DELL'ALTA SARTORIA.
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