Non dipende dal fatto che la giacca sia accostata o ampia, ma da quello che in gergo si chiamano gli appiombi, i punti cardine su cui grava un peso. Se essi si trovano al punto giusto, la giacca risulterà in equilibrio, comoda anche quando qualche chilo di troppo farà tendere i bottoni. Naturalmente c’è molto altro, come la scelta del tessuto e del taglio, che a sua volta influenza certe scelte costruttive. A parità di tessuto, un abito due bottoni avrà ampiezze, lunghezze, vita, leggermente diverse da un tre bottoni o da un doppiopetto. “Vede, avvocato, quello di Porta dei Borsari è il poggiolo più lungo d’Europa. Io esco spesso per una passeggiata e quando non sono contento di un lavoro, quando una giacca ha qualcosa che non mi piace, vengo da queste parti. Vedendo cosa ha fatto l’uomo, come ha saputo esprimere l’armonia sia con la proporzione rigorosa che con l’asimmetria, trovo la soluzione, o almeno la forza di continuare a cercarla finché non è essa che arrivi da sola. Non ho avuto tempo per farmi una cultura, ma l’arte mi piace molto. In realtà mi piacciono molte cose, per
La sartoria è precisamente l’accademia che prende sul serio le piccole differenze e che anzi, a quelle teoriche e prevedibili, aggiunge quelle pratiche e imponderabili del singolo cliente, della sua corporatura, del suo stile, del suo gusto, delle sue abitudini e dei suoi desideri. Intanto io e Marchioro ci siamo incamminati verso Piazza delle Erbe, chiacchierando come vecchi amici. Ha infatti un dono speciale per stimolare la confidenza, un dono che non è misterioso e si chiama umiltà, cioè l’istinto per l’altro. Un giorno si dovrà parlare di come le virtù vestano gli uomini e di come gli uomini immaginino vestite le virtù, ma non potrà essere oggi. C’è ancora troppo da dire ed è meglio che lo dica il Maestro. “Non mi sono mai mosso da Verona e in buona parte la mia formazione stilistica si è compiuta qui, all’ombra dell’indimenticabile Maestro Amadio, un pugliese che nella vicina Padova ha fatto scuola. Non ho mai lavorato con lui o per lui, ma ho apprezzato e studiato la sua opera, ponendomi nel solco che questo patriarca aveva tracciato. Amo l’Italia e mi è sempre piaciuto viaggiare. Ho quindi cercato di comprendere lo spirito e la tecnica delle grandi città sartoriali d’Italia, come Milano, Napoli e Roma. A Milano ho coltivato una profonda amicizia con Ignazio Surace, un sarto ed un uomo che certamente i clienti avranno molto rimpianto e che ora, come indegno collega, voglio commemorare come merita. Aveva il laboratorio sotto la galleria e dalle sue mani uscivano veri gioielli. Poco prima di morire, mi chiamò. Andai subito a trovarlo e lui mi consegnò un suo modello. Lo fece in modo molto semplice, ma io vissi quel momento con una certa solennità. Fu come ricevere la ricetta della cassata dalle mani del pasticciere del Gattopardo. Lo commentammo a lungo e fu quella l’ultima volta che lo vidi, ma in qualche modo la sua opera continua a vivere, anche attraverso quel modello. Questa piccola forma di immortalità, la possibilità che qualcosa di nostro resti non come eredità materiale, ma come opera viva e attiva, è un’altra delle cose che rende straordinarie le attività creative”. Ad un certo punto ci fermiamo e Marchioro assume il ruolo di Cicerone.   non dire tutto”. A questo punto il Vostro inviato prende per un attimo la parola, per porre qualche domanda. “Maestro, Lei dimostra una sensibilità particolare, una semplicità nella visione delle cose che certamente Le consente di raggiungere la loro profondità. Come utilizza questi strumenti nel Suo lavoro”? Marchioro si schernisce e prende tempo. Sono certo che sia convinto di non avere una risposta, ma ancor più certo che invece la abbia. Quindi insisto. “Sono un uomo che ha lavorato molto, un uomo semplice. Non saprei dire come dovrebbe andare il mondo e in verità mi va benissimo anche com’è. So bene però come mi piace che sia la sartoria. Innanzitutto un abito deve avere linea, quel qualcosa che lo renda indipendente e al tempo stesso valorizzi chi lo indossa. La sartoria deve fornire non tanto un capo che sia bello in se stesso, ma che faccia sentire bene chi lo indossa e lo faccia apparire più bello. Bello, certo, perché no? Il Maestro Surace mi ripeteva sempre che un cliente, allo specchio, prima della giacca deve vedere se stesso più alto, più magro, più proporzionato, più autorevole, più giovane, più di qualcosa, insomma. Quando si vedrà così migliorato, non lascerà mai la sartoria. Anch’io credo fermamente nella linea tradizionale, che non cerca di essere evidente per se stessa, ma di esprimere o correggere il fisico. Della linea fanno parte anche certi dettagli di cui si parla poco, come la sagoma e l’altezza del taschino. Fondamentale la manica, su cui la sartoria napoletana ha costruito la sua fama. Deve avere volume e forma, ma soprattutto essere come indipendente dalla spalla e dai davanti. Quando è attaccata bene, all’altezza del giro viene un po’in avanti e, quando le braccia si muovono parlando o camminando, il resto della giacca resta fermo. Amo i davanti sciolti e morbidi, che però hanno significato se abbinati ad un giro piccolo ed a spalle poco o per niente imbottite. Così si può portare la giacca sempre abbottonata, anche stando si è seduti. Comprendere la grandezza e la vera differenza della sartoria rispetto alla confezione è impossibile, se non in un’ottica di tradizione. Il nostro terreno non è la novità, ma l’eleganza”.
 
IN ALTO, UN RITRATTO DI EGIDIO MARCHIORO. "HO CERCATO DI COMPRENDERE
LO SPIRITO DELLE GRANDI CITTA' SARTORIALI D'ITALIA", DICE.
« Precedente 1, 2