Parliamo di Augusto Caraceni e della formula segreta del successo della sua sartoria. Parliamo molto del futuro, perché un uomo che ha una dinastia alle spalle ed una discendenza pronta a raccoglierne il testimone ha il privilegio di potersi sentire vecchio, ma gusta i frutti di questa età continuando a guardare sempre avanti. “Egregio avvocato, Lei mi chiede quali siano i valori immessi nel lavoro da mio padre e da me conservati e trasmessi. Ebbene, nonostante assuma varie forme, si tratta di un unico principio: il rispetto. Innanzitutto del cliente, che da noi deve sentirsi un aristocratico. Ad una grande sartoria non basta che il cliente sia soddisfatto del vestito. Deve restare contento dei momenti trascorsi nel laboratorio, trovare coi suoi uomini e la sua atmosfera un legame che va con una nostra giacca si doveva poter tirare di scherma. Ma la comodità deve estendersi anche ai pantaloni. Molti cercano di asciugare quella leggera piega posteriore, ma la cosa sarebbe giusta se l’uomo procedesse all’indietro o restasse sempre in piedi. Poiché invece esso cammina in avanti e si siede, sale le scale e guida, quella piccola riserva di tessuto gli serve ad articolare i movimenti con facilità. Tornando al rispetto, esso non deve orientarsi solo all’esterno, ma anche verso i collaboratori. Una sartoria importante conta molti dipendenti, il rapporto coi quali deve essere improntato alla correttezza e comprensione reciproca. La cosa è di un’importanza fondamentale, perché dalla stabilità e oserei dire dalla felicità della mano d’opera, dipende anche quella del prodotto. Infine, ho appreso
al di là del dare ed avere e si realizza sul piano morale. Tutti sanno delle capacità della nostra sartoria, ma constatare che ogni volta essa è impegnata al massimo spinge anche il cliente a dare il meglio di se stesso e nulla mette un uomo a suo agio più di un contesto che lo faccia sentire migliore. Nel creare questo contesto è lo scopo e il significato profondo del verbo servire. Anche il cliente ci da molto e spesso ci insegna o ci ricorda qualcosa. Qualcuno resta memorabile, come il principe Aldobrandini. Aveva una figura magnifica, un portamento superbo e sapeva perfettamente cosa volesse. Don Clemente, come lo chiamavamo in sartoria, si tratteneva a lungo eppure non si guardava mai allo specchio. Dedicava molto tempo alla scelta del tessuto e alle indicazioni sull’effetto generale, ma non si fermava sui dettagli e provava con rapidità, lasciando che fossi io ad effettuare le modifiche. Al momento della consegna indossava la giacca, piantava i pugni nelle tasche e li spingeva giù, guardandosi le spalle. Se restavano dritte faceva un cenno di approvazione e si complimentava per il lavoro ben fatto. Se per caso si curvavano all’estremità, lasciava trasparire il proprio disappunto. Questo strano test è basato su un principio generale della costruzione sartoriale, che vuole che la spalla sia lavorata in modo da appoggiare nella parte vicina al collo e perda peso man mano che si allontana da esso. Non faccio nomi che Lei già conosce, ma tra altri clienti indimenticabili voglio ricordare il principe Colonna ed il marchese Guglielmi di Vulci. Questi personaggi, dotati di un fascino speciale e di una sicurezza ineccepibile nel gusto, sono un vero fermento per qualsiasi sartoria. Non si fermano al particolare tecnico, ma proprio perché il loro occhio non è distratto dalle piccolezze sanno indirizzarsi e indirizzare verso quella scelta che conferisca all’abito un che di superiore. Qualcosa però sta cambiando. L’uomo che si riconosce in un’ideale aristocratico cerca nell’abito lo chic, lo charme dell’insieme. Gli uomini avvezzi a queste differenze sottili, alle sfumature silenziose, sono rigorosi e allo stesso capaci di sorprendenti originalità, che talvolta diventano fenomeni universali. E’ accaduto molte volte e l’ho visto accadere proprio qui. La prima volta che Agnelli venne da me, ordinò un classico cappotto di cammello, ma chiese un interno di flanella rosso fuoco. Mi sembrò una bizzarria, ma di lì a poco diventò normale inserire fodere a contrasto, in tinte forti o in tartan. Proprio quella che viene fatta passare per una grande affermazione dell’individuo, cioè l’ignoranza di ogni regola, sembra invece accompagnarsi ad una triste uniformità. Ad ogni modo, assistiamo ad una valorizzazione della fisicità che porta a cercare un maggiore impatto. Noi ci troviamo a posto in ogni caso, perché cerchiamo di bilanciare tutti i fattori, la perfezione tecnica e la proporzione stilistica. Aggiungiamo inoltre un ingrediente, cui diamo la massima importanza: la comodità. Un capo ben tagliato e ben lavorato non deve opporre resistenza, al punto che mio padre soleva dire che   e cerco di tramandare il rispetto per la sartoria come struttura materiale. Né mio padre, né io abbiamo mai cambiato nulla degli arredi e della loro disposizione. La sartoria deve aspirare ad essere un luogo fuori dalle tensioni, dove il cliente trovi la sicurezza della tradizione non solo nel lavoro, ma anche nelle più piccole cose. Ognuno di noi avverte una leggera malinconia se un negozio davanti al quale passa abitualmente cambia attività, se chiude il cinema in cui andava da ragazzo. Non appena venga rimosso, siamo capaci di rimpiangere anche un vecchio cancello arrugginito e questa debolezza appartiene a tutti gli uomini, anche a quelli più dinamici. Ora mi dica, che cosa può fare di meglio un sarto, se non assecondare le debolezze dei clienti? C’è già il grande consumo globale a fornire cambiamenti ad ogni stagione. Non troviamo più il profumo che ci piaceva, il fazzoletto o il tessuto che avevamo amato. La sartoria deve essere un piccolo regno della stabilità e non vi si possono disporre arredi più belli di quelli diventati tali col tempo. I ricordi di cui sono impregnati sono la nostra storia, il nostro vanto”. Pongo ora un’ultima domanda: “Maestro, non è raro vedere belle giacche uscir fuori dalla mani di sarti bravi almeno quanto ignoti. Quando si tratta però della gran sera o della cerimonia protocollare, la mano della grande sartoria internazionale spicca in maniera perentoria e inappellabile. Soprattutto quanto ai gilet degli abiti a code, vedo uscire anche con nomi affermati, ma recenti come struttura e tradizione, delle approssimazioni che giungono al grottesco. Lei come la pensa, al riguardo”? Caraceni non ha alcuna esitazione. “Il problema che incontra chi non ha una specifica tradizione è innanzitutto nel taglio. Una soluzione la si trova sempre, ma se non si sa sin dall’inizio come procedere, è impossibile non cadere nelle approssimazioni. Negli abiti da gran sera e da grande cerimonia tutto deve rispondere a proporzioni rigorose e la maggiore evidenza dell’abito rende più appariscenti anche gli eventuali difetti. Avrà notato che negli ultimi anni era invalso l’uso, che fortunatamente sta rientrando, di far spuntare il piquet bianco del gilet due o tre dita sotto il lembo anteriore del frac. E’ un errore grave. Si tratta di capi in cui anche alcune cuciture hanno piccoli segreti e che comunque richiedono, per ottenere l’effetto desiderato, un taglio ed una modellistica di alta scuola. Mio padre non ha lasciato la sua impronta solo in quella A puntata nel marchio, ma in una raccolta di appunti sul taglio e nei modelli che conserviamo nel nostro archivio. Si tratta nel complesso di un’opera maestra, alla quale ci rifacciamo costantemente e sulla quale tuttora è basata la formazione dei nostri artigiani.
L’importanza del taglio viene oggi messa parzialmente in ombra da una ricerca esasperata del dettaglio, ma è nella proporzione dell’insieme che si riconosce un grande abito e questo tipo di armonia nasce dalla fonte di tutte le armonie: dalla matematica e dalla geometria”.
 
MARIO CARACENI E' PRESIDENTE ONORARIO DELLA CAMERA EUROPEA DELL'ALTA SARTORIA
(VIA FLAVIA 112, INTERNO 1/A, ROMA; TEL. 06.42020477)
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