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Florilegio
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| Memorie
di un uomo inutile |
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Gli episodi narrati sono alquanto noti, però spesso rievocati in
modo impreciso; questa è la trascrizione di quanto effettivamente
scritto dal principe di Sirignano nel suo memoriale. "Eleganza d'un tempo" Gli elegantoni dei miei tempi vestivano secondo la moda di Londra; nessun uomo chic avrebbe osato trasgredirne i precetti. Era piuttosto costoso essere «à la page». I grandi raffinati, ad esempio, mandavano le camicie del frac in Germania per farle inamidare dalle famose stiratrici berlinesi. E a quel tempo inviare un pacco a Berlino non era poca cosa. A parte il costo, che certo non preoccupava chi aveva di queste idee, il viaggio fra andata e ritorno richiedeva mesi. Fra gli italiani eleganti della generazione precedente la mia, spiccava Giovanni Serra, principe di Gerace. Jean Gerace era un uomo che rendeva elegante qualunque cosa indossasse. Aveva un cameriere molto devoto, Pasquale, che lo trattava con rispettosa familiarità. Guardandosi allo specchio Jean un giorno chiese: «Son giovane, son bello, son ricco, son principe, Pasqua' che mi manca?» «A capa, eccellenza» l'informò il compito cameriere. Un'altra volta Gerace, che era sceso al Savoy Hotel di Londra col fido ancello, gli disse: «Pasqua', va' a vedere come sono vestiti gli inglesi a quest'ora del giorno». «Subito eccellenza». Pasquale scese in strada e tornò veloce annunciando: «Qui, come gli inglesi, siamo vestiti solo voi e io». Ogni città italiana aveva i suoi «arbiter elegantiarum»: Milano aveva Marchino Greppi e Giuseppe Visconti, padre di Luchino, Firenze i fratelli Spalletti, gli uomini meglio «incamiciati» d'Italia, Genova Giorgio Ottone, Napoli Marcello Orilia e Oreste Ricciardi, Palermo Giuseppe Lanza di Trabia; ma su tutti emergeva Orazio Cappelli, fiorentino-napoletano, grande musicista, l'unico che si permetteva di suonare Wagner al piano e osava farlo anche in presenza dello scorbutico figlio del genio, Siegfried. Cappelli viveva fra Parigi e Montecarlo e dettava legge d'eleganza come un dittatore. Piccolo, rotondetto, non aveva nessuno «phisique du rôle» ma aveva un tale chic innato che sarti, calzolai e camiciai del tempo facevano a gara per fornirgli i loro articoli gratis. Un giorno, a Montecarlo, conobbe Douglas Fairbanks sr., l'unico attore di Hollywood che per le sue acrobazie rifiutava le controfigure. Al momento della presentazione Cappelli squadrò il divo e gli disse con scarsa cortesia: «Fairbanks, io so che lei è un uomo delizioso e un grande attore, ma l'abito che indossa è un sacco ed è un vero peccato che un uomo col suo fisico sia vestito in modo così indecoroso». Fairbanks, conoscendo lo stravagante personaggio di nome e di fama, non si scompose e domandò affabilmente: «E qual è il suo consiglio, marchese, per ovviare a questo increscioso inconveniente?» «Andare a Roma e ordinarsi da Caraceni un intero guardaroba, se gli altri suoi vestiti sono dello stesso taglio di questo». «In effetti» rispose Douglas «vado a Roma fra due settimane, ma non potrò trattenermi più di tre giorni; come si fa?» «Non si preoccupi, mi dia un suo abito e io su quello le farò trovare i vestiti pronti per la prova». Così fu fatto e Fairbanks, entusiasta dei suoi nuovi abiti, non osò mai più ordinare un capo senza la supervisione di Orazio. Dopo di lui anche il figlio, Douglas jr., che abitava in Inghilterra, divenne cliente del grande sarto. Domenico Caraceni era così noto nel mondo per la sua abilità che perfino il principe di Galles gli ordinò un frac. La cosa si riseppe e un deputato laburista presentò, sdegnato, un'interrogazione alla Camera dei Comuni. Gli artigiani italiani del tempo avevano raggiunto, se non superato, abilità dei loro colleghi d oltralpe. Abruzzesi i sarti, siciliani i calzolai, fiorentini o genovesi i grandi camiciai. Il conte Francesco Matarazzo, fondatore della celebre dinastia industriale del Brasile, un giorno si lasciò convincere dai figli a recarsi dal più grande sarto napoletano dell'epoca: De Nicola, uscito dalla famosa scuola di Savile Row. Dopo le misure e la scelta delle stoffe, De Nicola mormorò rispettoso: «Mi permetto osservare, signor conte, che Ella ordina solo due vestiti, mentre tutti i suoi figli ne ordinano a dozzine!» «Mio caro De Nicola, i miei figli hanno un padre ricco e io no» rispose Francesco Matarazzo. In compenso, i prodotti così dispendiosi di questi artigiani duravano tantissimo. Il gioielliere di Capri, Chanteclair, andò da Gatto, il calzolaio-mago, per ritirare sei paia di scarpe. Nel salutarlo l'abbracciò e disse: «E ora arrivederci all'altro mondo». «Perché all'altro mondo?». «Eh, le vostre scarpe sono eterne, e noi con l'età che abbiamo...». |
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