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Aveva trasformato un mestiere abbastanza tremendo in una specie di tesi
di laurea permanente: Focault, Derrida, abissi psicologici, massimalismi
della fisicità. Parlava del suo corpo come di uno strumento tecnico,
un’estensione della volontà da usare in modo estremo. Collezionava
flirt e passioni di alto livello mondano, citandoli quasi sempre per nome
e cognome nel suo libro diventato un cult, “La filosofia di Moana”
(60 milioni certi di pubblicazione in proprio e 20 mila copie dichiarate
di vendita): da Luciano De Crescenzo a Marco Tardelli, da Renzo Arbore
a Massimo Troisi, da Nicola Pietrangeli a Francesco Nuti con tanto di
voti per le loro qualità personali e amorose, voto minimo al centrocampista
della Roma Falcao.
Eppure, fuori dalla mondanità romana e dal giro dei morti di fama,
non aveva esitazioni a farsi accarezzare nuda, durante i suoi spettacoli
furibondi e strampalati con Ramba e l’altra “puledra di razza
della scuderia di Riccardo Schicchi”, l’italo tedesca Petra
Scharbach, concedendosi a folle di gente sudata e male in arnese che allungava
disperatamente le mani. Talmente sensibile al richiamo della sensualità
da girare metri e metri di pellicola su un’orgia con quattro maschi,
per poi filare “a farmi scopare in bagno appoggiata su un lavandino”
con il più attraente di questi, un tale Marc, passando dalla brutalità
di un film porno all’urgenza desiderante della realtà.
Così raccontava e si raccontava Moana Pozzi, pornostar, ideologa
del sesso, attrice che interpretava se stessa, morta in un ospedale di
Lione per un cancro al fegato dieci anni fa, a 33 anni. Adesso Mondadori
pubblica un libro postumo, “Il diario”, a cura di Marco Giusti,
e che uscirà a metà settembre. Ma è ancora un mito
Moana? Una figura in grado di risvegliare qualche scintilla nell’immaginario
di massa? “Dio mio, non riconosco più il mio corpo che amavo
tanto”, aveva confessato alla famiglia, chiedendo di essere cremata.
Era l’Italia degli anni Novanta, del post-Tangentopoli, del primo
trionfo di Silvio Berlusconi, che pure non l’aveva voluta, al contrario
di Antonio Ricci, nuda a “Matrioska”, solo scarpe e orecchini.
Allora Moana era l’icona possibile di un’Italia sospesa. Una
ragazza dal fisico esondante, che aveva frequentato le elementari dalle
Orsoline e il liceo scientifico dagli Scolopi, chitarra classica al Conservatorio,
per scoprire il sesso a 14 anni, e, in seguito teorizzare che la penetrazione
è apprezzabile come fornitrice di piacere solo dopo avere compiuto
i 17.
Figlia di un ingegnere nucleare molto cattolico e impegnato nel volontariato,
sorella di un’altra piccola star del porno, “Baby” Pozzi,
vero nome Tamiko, ossia “fiore di nebbia” in giapponese, Moana,
che <<è il nome di un’isola delle Hawaii e in dialetto
polinesiano significa “il punto dove il mare è più
profondo”>> aveva davanti a sè la vita deprimente della
pornostar, dopo una gioventù di nottate spaventose e osée,
di amanti ricchi, di relazioni con politici importanti: ma in quegli anni,
anche se tutti capivano, nessuno scriveva chi era <<il politico
spiritoso con cui mi divertivo>>, il “cinghialone” che
<< adora le ragazze vistose>>, con cui Moana nel 1981 passò
le notti di otto mesi di quasi amore, insomma quel segretario di partito
che la prima notte passata insieme, di fronte a lei, vestita come un ‘atomica
del sesso, si limitò a masturbarsi <<guardandomi e accarezzandomi>>,
a dispetto del decisionismo che impersonava.
Realtà, fantasia, non importa. Il segreto più intimo di
Moana consisteva in una schizofrenia dell’esistenza e dell’apparenza,
per cui c’era nelle immagini una sacerdotessa sacrilega di performance
drammaticamente dure, e nella vita reale, o perlomeno nella vita fuori
dal porno, una signora dalla faccia grande e dagli occhi un po’
bovini che confessava di amare fra gli scrittori <<Moravia, Kundera,
Poe, la Yourcenar, Ana?s Nin, Borroughs>> da una parte, il suo riflesso
in un fumetto hardcore ricco di estremismi erotico-popolari, <<alle
cui fantasie qualche volta mi ispiro per i miei spettacoli>>, dall’altra
una gran signora che riceveva moltissime proposte di matrimonio, che nella
sua casa “ da sultana” amava circondarsi di oggetti di arte
sacra, inginocchiatoi, acquasantiere, e diceva di dormire <<in stanza
tutta rosa in un letto a baldacchino stili Luigi XVI>>. Amante del
denaro (<<Da buona genovese>>, anche se era nata a Lerna,
provincia di Alessandria) e dei gioielli (<<Quando li indosso mi
sento meglio fisicamente>>), timida e preda di grandi imbarazzi,
soprattutto alle conferenze stampa e davanti a fotografi e giornalisti,
in quanto timorosa di non essere all’altezza: <<Mi sento molto
più a mio agio quando sono su un palcoscenico e mi esibisco nuda>>.
Anche gelosa in amore, perché <<dal mio partner non accetto
la minima infedeltà>> e antifemminista con qualche sprazzo
di coscienza anticonformista e parafemminista, <<per me la donna
oggetto è la casalinga che lava, cuce, stira e cucina per la famiglia,
senza nessuna gratificazione>>, Moana aveva la capacità di
fare un cocktail di opposti: dichiarare una fede pacificata in Dio, nella
vita dopo la morte, <<immagino il paradiso come un posto di campagna
con tanti alberi. Penso che avremo vicino le persone a cui abbiamo voluto
bene e che il tempo non esisterà>>, e nello stesso tempo
annotare come sua principale massima filosofica <<vivi che se dovessi
morire domani e pensa come se non dovessi morire mai>>.
Capace anche di dichiarare la sua avversione per la volgarità,
<<mentre l’oscenità è sublime>>, dopo
film come “Le calde labbra bagnate di Moana”, dopo collezioni
di denunce per atti osceni e <<un totale di 24 mesi di reclusione
senza la condizionale>>, per poi confessare di tenere la Bibbia
sul comodino, di fianco all’enorme letto coperto con lenzuola nere,
leggendola a caso come se interrogasse l’”I Ching”,
il libro cinese delle trasformazioni. In un memorabile articolo pubblicato
nel settembre 1994 subito dopo la morte della <<pornodiva per bene>>,
una maestra di stile come Natalia Aspesi aveva colto bene la doppiezza
strategica della bella Moana: <<Una Shahrazad capace di incantare
per mille e una notte, pudicamente, il re disperato, riservando la sua
ribalderia sporcacciona ad altri, i servi, gli schiavi>>. Per poi
ricordare, che <<il giusto rispetto e l’autentico lutto>>
che avevano accolto la sua morte, e lo stupore generale per la scomparsa
di una donna <<che aveva scelto di morire in silenzio e di farlo
sapere dopo, concedendosi il buio della fine senza ulteriori oltraggi>>,
portava anche alcuni vistosi equivoci, come il necrologio sul “Corriere
della Sera” con cui <<il gruppo Garavaglia la onora definitivamente
ricordandola come “empio di vita”>>.
Le definizioni di Moana furono infinite: <<Una Jessica Rabbit in
polpa, che pratica fellatio, cunnilinctus e ogni genere di coito, davanti
alla macchina da presa o sui palcoscenici a luci rosse, senza mai perdere
la naturale eleganza che le viene dalla nascita buona borghese>>,
<<una salamandra che passa indenne tra mille fuochi, questa sfinge
che molti sfiorano ma pochi toccano veramente>> (Marco Fini su “Epoca”).
Comparsate anche dignitose in qualche film di Verdone, Salce, Risi, Corbucci,
con la gemma di una particina in “Ginger e Fred” di Federico
Fellini. Interviste, partecipazioni e dichiarazioni dappertutto, negli
spettacoli di Fabrizio Frizzi e nei talk show di Giuliano Ferrara , Catherine
Spaak, Giancarlo Magalli in cui enunciava la sua morbida visione new age
dell’eros.
Adesso si tratterebbe di capire se Moana resti un simbolo anche ai giorni
nostri, terzo millennio avanzante. Allora era una donna naturalmente politica,
che poteva annunciare vaghi progetti con il partito degli anziani, di
cui sarebbe stata la leader e l’infermiera erotica, e sostenere
che l’Italia è un paese molto libero <<in quanto è
vietato tutto ma si può fare ogni cosa>>. Ma è difficile
dirlo, soprattutto perché “l’estremo” praticato
e mitologizzato da Moana un decennio fa si è lentamente trasferito
nel costume. Delle vecchie compagne di strada, Luana Borgia, Milly D’Abbraccio,
Eva Orlowsky, Jessica Rizzo, nessuna ha raccolto la staffetta ideologica
della Santa Meretrice. Tuttavia è sufficiente guardare l’immagine
pubblica delle donne, fra piercing, tatuaggi, cavallo bassissimo, intimo
in bella vista, per sospettare che la testimonianza di Moana appartenga
per molti al passato: e per qualcuno alla nostalgia.
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