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Florilegio
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Il tempo perde la struttura tradizionale con la quale
veniva vissuto: passato, presente e futuro. L'argomento mi interessa particolarmente
ed ho trovato molto interessante questo pezzo di Javier Marias, che vive
la mia stessa preoccupazione. Qui al castello, In questo laboratorio umanistico
permanente, è bene tenere d'occhio non solo cosa accade nelle sartorie,
ma anche nelle coscienze. Del resto, ciò che accade o non accade
ad una giacca può spiegarsi anche sul piano sociologico. Offro
in anticipo una postilla al pezzo di Marias. L'evoluzione nella percezione
del tempo è in relazione alla sua suddivisione in spazi sempre
più piccoli. Il tempo individuale è polverizzato in una
quantità di eventi, appuntamenti, momenti, che aumenta giorno per
giorno. Da ciò dipende una riduzione della capacità di concentrazione.
No ci soffermiamo abbastanza a lungo né su un piatto di maccheroni,
né su una notizia. Da questa incapacità di star fermi, ecco
partire la fuga in avanti così ben individuata da Marias. Giancarlo Maresca "Lasciatemi Respirare" di Javier Marias
Sta succedendo qualcosa di veramente strano riguardo alla nostra percezione
del tempo; o peggio ancora, riguardo alla nostra comprensione. Già
da un pezzo l'accelerazione generalizzata ha avuto come conseguenza che
i fatti più recenti ci appaiano subito antichi, e che ciò
che finisce diventi per noi remoto appena dopo la sua fine. La distruzione
delle Torri Gemelle ègià lontana, e forse la guerra in Afghanistan,
pur essendo stata successiva, lo è anche di più. Entrambi
i fatti accaddero sotto il mandato di Bush Bis, che ha appena compiuto tre
anni alla Casa Bianca e, al contrario, dà la sensazione di essere
lì da un paio di lustri (ciò si potrebbe in parte spiegare
in quanto è un potente che, come il premier spagnolo Aznar, in realtà
appesantisce ogni giorno: come se fossero fardelli sul mondo e sulla Spagna,
rispettivamente, per cui noi spagnoli ne sopportiamo ben due). Ma se pensiamo
a Clinton, che non governa più, gli stessi tre anni del suo ultimo
mandato non sembrano lustri, bensì decenni. È come se ogni
persona o situazione che termina, che smette di essere in vigore,subisse
istantaneamente l'effetto dell'abisso temporale. Nel momento in cui è
passato, ne viene ingoiato, come si trattasse di un magma che non ammette
più sfumature né gradazioni - passato recente, lontano o remoto.
Come se quanto finisce, o scade, o si ferma, o va in prescrizione (non ne
parliamo, poi, se scompare o muore), fosse immediatamente trasportato in
una regione uniforme e distante chiamata, appunto, passato. O più
semplicemete: ciò che finisce è già vecchio o antico
per il solo fatto di essere finito. Questa strana equazione non è
nuovissima, e per falsa e assurda che sia, viene normalmente accettata.
È ancora più strano che un simile rapido processo di isolamento
riguardi anche ciò che continua a essere presente o è, diciamo,
inglobato in esso: le Torri Gemelle e l'Afghanistan sono già accaduti,
ma con Bush Bis di mezzo, la cui legislatura non è finita. Ma l'accelerazione
non si rassegna, e ho notato che inizia a trangugiare: addirittura, ciò
che è ancora presente o lo è stato. solo un minuto fa. E così,
francamente, non si può vivere. I primi indizi li ho notati nello
sport, molto utile per individuare le tentazioni del mondo. Il Real Madrid
da trent'anni non vinceva più una Coppa europea. Fu sufficiente vincerla
di nuovo ("la Settima" desiderata ), perché la si dimenticasse
subito e si reclamasse "l'Ottava", "la Nona" e adesso
"la Decima". Ho visto un'infinità di volte come, appena
il pilota vincitore raggiunge il traguardo, appena un tennista o un golfista
conquistano un torneo importante, appena Indurain vince il terzo o il quarto
Tour, appena un nuotatore o un atleta si appendono la medaglia olimpionica,
la prima cosa che viene loro detta, tanto dai giornalisti quanto da buona
parte dei tifosi (dopo un frettoloso complimenti, se si ha fortuna) sono
frasi del tipo: "Bene, e adesso sempre di più", "A
quando a la prossima?", o "Dopo questo trionfo, anche quello che
verrà deve essere nostro" (il patriottismo vicario è
sempre presente), senza dar loro nemmeno il tempo di tirare il fiato o di
godersi quella vittoria raggiunta dopo una lunghissima preparazione e uno
sforzo spaventoso. Sembra che ciò che già è eccellente
o meritevole non abbia più interesse e non valga più la pena
neppure di festeggiarlo, perché si direbbe che l'essere, l'essersi
dati, l'essere accaduto, anche se solo un minuto fa e pertanto appartenente
di regola al presente, si percepisca come passato. In altre parole, si sta
arrivando alla folle identificazione tra il passare e il passato; ciò
che succede è vecchio, dunque è nuovo solo ciò che
non è successo. Il sintomo più allarmante, tuttavia, l'ho
vissuto sulla mia pelle come qualsiasi altro scrittore, cineasta, musicista,
o persona che semplicemente sia attiva e faccia qualcosa, suppongo. Lo sport,
in fondo, tende al superamento costante, al trionfo in ogni competizione,
alla progressione insaziabile; è un campo molto particolare, penserebbe
un ottimista. Ma è lo stesso in tutti i campi: uno fa un nuovo romanzo,
o un film, o un disco, che a volte costano lo stesso sforzo del Tour de
France e sono sicuramente più lunghi, e raro è l'intervistatore
o l'appassionato che non chieda quasi subito: "E allora, come sarà
il prossimo, in cosa sta lavorando adesso, quali sono i suoi progetti futuri?".
Verrebbe voglia di rispondere ciò che esce dal cuore: "Uomo
o donna che sia, mi lasci respirare; devo decantare ciò che ha davanti
agli occhi", Forse è che oggi non si concepisce, o non si capisce,
che le cose che si consumano richiedono tempo e fatica. O forse è
tutto dovuto a un fenomeno più ampio che coinvolge tutti gli ambiti,
in quest'epoca non di finzioni, ma di farse: lo sdegno per ciò che
esiste, e il fascino per l'inesistente.
da "La Repubblica delle Donne" n. 389 del 21.02.04, pag. 58 Nella rubrica: Zona Fantasma |
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