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Florilegio Stampa | ||
| UNA ROVINA COLLETTIVA, UN'ESPERIENZA SUBUMANA... ma non finirà così | |||
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Una rovina collettiva. Così lo scrittore e psicanalista Claudio Risé definisce il clima antropologico della nostra epoca nel suo ultimo libro "Essere uomini. La virilità in un mondo femminilizzato" (RED, Como, 2000). È il tempo della tarda modernità in cui l\'uomo ha buttato nella spazzatura i simboli ed il sacro (ed in particolare il simbolo sacro del maschile, il Fallo) per occuparsi esclusivamente del profitto e del guadagno. È il tempo in cui l'unico vero motore di tutto il sistema è il consumo che trasforma l'uomo nel perfetto consumatore uomo-Ikea, nello stile (si fa per dire) di Edward Norton all'inizio del film Fight Club. Un tempo la cui situazione psicologica, personale e collettiva è rappresentata dall\'immagine della Terra Desolata, quella Waste Land che il poeta Eliot ha ben descritto, e che Risé ha narrato nel suo libro "Parsifal" (RED, Como): una terra desolata e grigia in cui il padre è morto e il fratello naufragato. (Risè ha ben descritto questa situazione in "Un simbolo per il nostro tempo: la Terra Desolata in Letteratura e Tradizione", n. XVI, aprile 2001, info: helioed@pesaro.com). Maschi morti e naufragati perché castrati dalla Grande madre di tutti i consumi che ha cancellato dalla faccia della terra la cultura maschile ed il modo in cui è sempre stata devotamente trasmessa: l'iniziazione. Dice Risé: "I padri da tempo non insegnano più ai loro ragazzi come risalire dagli impigli della vita verso il sole, il luminoso principio della coscienza maschile. E loro, i figli, si sentono le forze diminuire, hanno paura. Non hanno più il coraggio di avere grandi visioni, speranze alte: contano i soldi, sperano nella pensione, rimangono nella casa dei genitori per risparmiare, anche se questo costa loro la libertà. Nessuno li mette in guardia dal rischio più diffuso, quello di cui avvisa il protagonista di "Fight Club": evita che il tuo portafoglio, il tuo lavoro, la tua immagine sociale diventino i tuoi padroni. Tu sei di più e meglio di loro. Il consumismo ci rende tutti mediocri e schiavi e talvolta ci dà la sensazione di essere morti". Nonostante tutto questo lo psicanalista milanese nell'introduzione al libro "Rivolta contro il mondo moderno" di Julius Evola (Mediterranee, 1998) lancia un messaggio di sfida e di speranza dicendo: "Voglio azzardare al termine di queste riflessioni un'intuizione personale: non finirà così". L'uomo, dopo l'esperienza disseccante della modernità, vuole ritornare, per usare l'espressione di Evola, ad appartenersi, a "darsi forma", a riconoscersi in un'eternità. E deve farlo se vuole continuare a vivere. Il ricatto materno della modernità, conclusasi con l'esperienza subumana della società dei consumi, ha ormai messo sul tavolo tutte le sue carte. La partita è finita. Lo sguardo dell'uomo volge in alto. E questo riguarda soprattutto i giovani, dato che sono i primi a soffrire dell'indebolimento identitario prodotto dall'universo fabbricato della modernità e dalla scomparsa di iniziazioni che lo caratterizza. Le generazioni precedenti hanno potuto barattare l'identità, il senso di un'appartenenza e di un destino, per il potere del denaro, il potere borghese, tacitando le inquietudini dello spirito con le promesse sulle sorti dell'anima fornite dalle chiese secolarizzate, braccio religioso della modernità. Ma per le nuove generazioni non c'è più neppure la garanzia del potere-denaro: le risorse sono state consumate, la terra è ormai, anche fisicamente, quella Terra Desolata cui presiede una sovranità marcescente. Antonello Vanni |
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