Florilegio Stampa
   

Arte, civiltà e Borsalino. Il cappello di Sciltian
di Guido ceronetti

 
    Da La Stampa del 23 aprile 1985
 
    Ho ritrovato tra i miei ritagli questo vecchio articolo di Guido Ceronetti, apparso su La Stampa del 23 aprile 1985, in occasione di una visita dell'autore a un costituendo museo Borsalino. In corso Cento Cannoni, ad Alessandria, erano presenti un quadro del pittore Sciltian raffigurante una tuba e una lobbia, e altri oggetti di una galleria che esiste tuttora e che raccoglie circa 4000 cappelli. Sul destino della Borsalino come azienda qualcuno ne saprà più di me, credo che oggi sia soltanto un brand. Riporto alcuni stralci di quell'elzeviro - molto filosofico - se può essere di qualche interesse, sperando nell'indulgenza dell'autore. La decadenza dei costumi e' emanazione diretta della decadenza di civilta' e anima.
Giorgio Pasino

 
   

La pittura di Sciltian che ho visto lì, nell'Alessandria di Borsalino, nel fabbricone grigio di corso Cento Cannoni, non è però niente male. Sono cose già viste, d'accordo, ma il soffio d'epoca, il barlume di tempo, se ne sprigiona musicalmente. Contiene una tuba, una lobbia classica, un paio di guanti, una cappelliera marrone di cuoio e un numero del Journal. L'aroma, ai cappelli e alla cappelliera di Sciltian, gliel'ha dato il tempo, e anche la diminuita importanza del cappello: la sua assenza è una caratteristica di costume ugualitario (tante teste, nessun cappello, idee poche) e anche di ricorso forsennato ai farmaci contro il raffreddore, un'idiozia in più. Quasi tutti i personaggi chagalliani, quelli specialmente dove si esprime meglio il dolore umano perso nell'infinita tristezza russa, hanno in testa qualcosa, chippà o berretto a visiera, cappelli flosci, tube, tubini. Il cappello non è una distinzione inerte, prende la piega dell'anima, è carogna in testa a una carogna, angelico in testa a un angelo, vittima sopra una vittima, disperato addosso a un disperato. Niente dell'abito esterno, è esteriore, niente è indifferente.Perché rinunciare a un po' più di nostro esserci, facendo a meno del cappello? Riflettevo un po' a questo, dopo aver nuotato nel mare di cappelli delle vetrine storiche, museo in germe, di Borsalino. Senza cappello si è meno esistenti, meno presenti nella vita; forse c'è un desiderio inconscio di sparire, di uniformità dissolvente. Ma certo indica qualcosa, un volersi distinguere come specie vivente, un non voler essere inghiottiti del tutto pur essendo stati defenestrati brutalmente dalla storia, l'ostinazione degli amerindi boliviani e ecuadoriani nel portare tutti, uomini, donne, bambini, neonati, il choco, il cappellino duro di feltro posato appena sul cranio, che comprano in città, e non gli costa poco, ed è un prodotto per niente indio, è di Borsalino! .Finirà che mi compro un cappello, dopo averne, lì in corso Cento Cannoni di Alessandria, ammirati e provati un certo numero, anche bicorni, tricorni, texani, alcaponico-dillingeriani, da rabbino, da ieshivà chagalliana, Anni Venti, Anni Quaranta, anche femminili, e di pelo di coniglio, e di paglia cinese, e di ali di farfalla, ma sarà certamente floscio, perché nel floscio c'è più anima, per passeggiare di sera, malinconico come un lombrico nudo però con opportune foglie di fico per non dar nell'occhio, tra le vetrine e il movimento intenso dell'interminabile viale di Tutti-i-Tramonti, che c'è dappertutto . E con tristezza l'ho visto sparire, il basco, dalla testa degli operai di Torino (tutti, molto piccolo, lo portavano), dalla testa dei francesi che sfogliano libri, dalle ramblas di Barcellona e persino dalle piccole città della vecchia Castiglia. Neppure tra i baschi il basco si trova più.Perché non chiudano le fabbriche, ne compro in media, in un anno, venti o trentamila. Ma dal commerciante!, non in fabbrica, perché al posto del bravo cappellaio non s'installi un immangiabile supermarket. Ai bambini li distribuisco, senza molta speranza (mai, nei bambini, collocare speranze). Gli dico: mettetevi qualcosa in testa, cominciate con questo basco - un giorno qualcuno di voi, forse, salirà fino al Borsalino - e subito vi distinguerà dalle scimmie, e specialmente dai sanguinari, gente che il cappello non lo porta più. Avere il capo coperto vi proteggerà, oltre che dalle aspirine e dal moccio, dall'imbarbarimento: coprirsi il capo è
civiltà, perché è civilissimo scoprirselo. La civiltà, per esorcizzare la barbarie, deve sulla testa portare qualcosa, piume o altro. Qualcosa che non sia dell'acciaio.Qualcosa di leggero, di resistente ma carezzevole, di modificabile secondo l'estro, il piacere o la rabbia (calpestarsi il
cappello è sfogo nobilmente incruento), di vulnerabile eppure forte.Dunque, incivilitevi la testa.

 
 

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