Florilegio Stampa
   

Il documento che presento, nella traduzione di una Simpatizzante che ringrazio a nome dell'Ordine e dei frequentatori di questa piccola nicchia del suo castello, risale al 1996. In questa breve conferenza a Wilton Park, istituzione dedita allo studio delle questioni internazionali, il Principe Carlo tratta un tema alquanto cavalleresco: il sentimento del sacro. Anche l'Illuminato Consigliere Franco Forni*, con ampie motivazioni, individuava nella sua scomparsa uno dei fattori autodistruttivi della società postclassica. Il Principe auspica una rinnovata vicinanza tra Islam ed Occidente in coincidenza col nuovo millennio, non potendo immaginare che in seguito allo shock delle torri gemelle quel periodo sarebbe stato invece inaugurato da un inasprirsi di estremismi e conflitti. Resta però la sua lucida analisi del materialismo, che svela i pericoli insiti nel culto della scienza fino a quelli di un'economia cieca all'ambiente inteso come Creato, cioè il Tutto. Passando dal senso della tradizione a quello dell'architettura, un Carlo non noto al grande pubblico disegna la propria visione del mondo, rivelandosi Principe anche tra i pensatori.

* In calce è riportato un intervento pubblicato da Franco Forni nella posta del Gran Maestro il 12.11.2008.



Discorso di SAR Il Principe del Galles dal titolo
"Un senso del Sacro: stabilire relazioni amichevoli tra Islam e Occidente"

Pronunciato il 13 dicembre 1996 durante un seminario a Wilton Park,
nel Sussex Occidentale

Signore e Signori,
sono felice che abbiate potuto essere qui, oggi. Mi fa particolarmente piacere essere d’aiuto nel celebrare i 50 anni dell’esistenza di Wilton Park, divenuto un’importante e rispettata istituzione internazionale per lo studio di questioni internazionali. Di certo una parte della sua reputazione deriva dalla sua posizione geografica, sotto la protezione delle Colline del Sud. Un posto magnifico per ravvivare lo spirito, che induce un senso di calma e piena contemplazione. Non sono affatto sorpreso che le persone vogliano venire a Wilton Park per provare ad analizzare e risolvere alcuni dei più difficili problemi mondiali ed auguro al Centro tutto il successo possibile per i suoi prossimi 50 anni.

Ho esitato a lungo prima di proporre di usare questa occasione per tenere un seminario a proposito del Senso del Sacro e della sua rilevanza sui problemi di comprensione tra i mondi Islamico e Occidentale. Sono fin troppo consapevole che per alcune persone questo non è un punto di vista tipico, né comodo, da cui guardare a quelle che spesso vengono viste come questioni pratiche sensibili. Sono però incoraggiato dal fatto che, ovunque in passato abbia trovato il coraggio di parlare di questo argomento, persino a gruppi di persone pratiche e dure di cuore come finanzieri internazionali o operatori di proprietà immobiliari, mi è sempre sembrato di toccare una corda straordinaria e catturato un livello di attenzione fuori del comune. Credo che in ciascuno ci sia un’eco di ciò che è il senso del sacro, ma che la maggioranza di noi abbia il terrore di ammettere la sua esistenza, per paura del ridicolo e di insulti. Questa paura del ridicolo, persino nel menzionare il nome di Dio, è un classico indice della perdita di significato della cosiddetta civiltà Occidentale.

Comincio con l’enunciare la mia convinzione che la civiltà Islamica al suo meglio, così come molte delle religioni dell’Oriente – Giudaismo, Induismo, Jainismo e Buddismo – abbia un messaggio importante per l’Occidente, per il modo in cui ha mantenuto una visione più integrata ed integrale della santità del mondo che ci circonda. Sento che in Occidente potremmo essere aiutati a riscoprire queste radici della nostra comprensione grazie ad un apprezzamento del profondo rispetto che la tradizione Islamica ha per l’immutabile tradizione dell’ordine naturale. Credo che portare le nostre due fedi più vicine potrebbe anche aiutarci a ripensare, e per il meglio, la nostra gestione pratica dell’uomo e del suo ambiente in campi come la salute, l’ambiente naturale, l’agricoltura, tanto quanto l’architettura e il piano urbanistico. Vorrei spiegare molto brevemente perché dovrebbe essere così.
E’ mia modesta opinione che il materialismo moderno non sia equilibrato e le sue conseguenze diventino ancor più dannose sul lungo termine. Quasi tutte le grandi religioni del mondo hanno mantenuto una visione della sacralità del mondo. Il messaggio Cristiano, ad esempio, con la sua dottrina profondamente mistica e simbolica dell’Incarnazione, è stato tradizionalmente un messaggio dell’unità dei mondi dello spirito e materia e della manifestazione di Dio in questo mondo e nell’umanità. Ma durante gli ultimi tre secoli, almeno nel mondo occidentale, è sorta una pericolosa scissione nel modo in cui percepiamo il mondo che ci circonda. La scienza ha provato ad assumere il monopolio – o meglio una tirannia – sul nostro modo di comprendere. La religione e la scienza sono così diventate separate, con il risultato che, come disse William Wordsworth “Poco di ciò che vediamo in natura ci appartiene”. La scienza ha tentato di prendere da Dio il comando del mondo naturale, col risultato di frammentare il cosmo e relegare il sacro in un compartimento separato e secondario della nostra comprensione, divorziato dall’esistenza pratica del quotidiano.

Stiamo cominciando soltanto ora a valutare i risultati disastrosi di questo atteggiamento mentale. Noi Occidentali sembriamo aver perduto il senso dell’interezza del nostro ambiente e della nostra immensa ed inalienabile responsabilità verso la totalità della Creazione. Ciò ha portato ad un aumento della mancanza di riconoscenza o di comprensione delle tradizioni e della saggezza dei nostri antenati, accumulata attraverso i secoli. Anzi di più, la tradizione è decisamente discriminata – come se fosse una qualche malattia socialmente inaccettabile…

A mio modo di vedere, nel nostro mondo contemporaneo sarebbe necessario un approccio più olistico. La scienza ha reso l’inestimabile servizio di mostrarci un mondo molto più complesso di come lo avremmo mai immaginato. Ma nella sua moderna, materialistica forma unidimensionale, non può spiegare ogni cosa. Dio non è meramente il massimo matematico Newtoniano o un meccanico orologiaio. Francis Bacon disse che Dio non produrrà miracoli per convincere coloro che non riescono a vedere il miracolo della crescita di un filo d’erba in un prato o della pioggia che cade. Poiché scienza e tecnologia sono sempre più separate da considerazioni etiche, morali e sacre, le implicazioni di tale separazione sono diventate più oscure e raccapriccianti – come vediamo ad esempio nella manipolazione genetica, o nelle conseguenze di quel tipo di arroganza estremamente sfacciata nello scandalo della BSE (morbo della mucca pazza n.d.t.).

Io credo che stia crescendo il sentimento di pericolo collegato a questa presunzione materialistica del nostro mondo, sempre più alienato e insoddisfatto. Qualcuno potrebbe dire che la marea, forse, stia cominciando a cambiare, ma io temo che ci sia ancora una grande mandria di vacche sacre convenzionali che sbarrino la via…  Alcuni scienziati stanno lentamente arrivando a comprendere la maestosa complessità ed il mistero dell’universo, ma rimane il bisogno di riscoprire il collegamento tra ciò che le grandi fedi del mondo hanno riconosciuto come nostri mondi interiori ed esteriori, tra la nostra natura psichica e quella spirituale. Questo collegamento è l’espressione della nostra umanità e adempie al suo ruolo attraverso l’arte e la conoscenza  tradizionali, che hanno civilizzato l’essere umano e senza le quali la civilizzazione non potrebbe essere mantenuta a lungo. Dopo secoli di abbandono e cinismo, la saggezza trascendente delle grandi tradizioni religiose, incluse quella Giudeo-Cristiana e quella Islamica e la metafisica della tradizione Platonica, che fu un’importante ispirazione per le idee filosofiche e spirituali Occidentali, sta venendo finalmente riscoperta.
Ho sempre sentito che la tradizione non fosse un elemento nelle nostre vite creato dall’uomo, ma un’intuizione donata da Dio dei ritmi naturali dell’armonia fondamentale, che emerge dall’unione di quegli opposti paradossali che esistono in tutti gli aspetti della natura. La tradizione riflette l’ordine atemporale del cosmo e ci ancora in una consapevolezza dei grandi misteri dell’universo, così che, come la mise Blake, possiamo vedere l’intero universo in un atomo e l’eternità in un momento. Per questo motivo io credo che l’Uomo possa essere molto più che solo un fenomeno biologico che risieda in quello che ora sembriamo definire come la “riga più bassa” del grande bilancio della vita, a seconda di quale arte e cultura vengano viste come supplementi opzionali che accrescono l’esistenza. Questa visione è decisamente opposta, per esempio, alla visione dell’artista o artigiano Musulmano, che mai si è preoccupato di esporre per il suo proprio interesse, nemmeno col continuo progresso della sua peculiare ingegnosità, bensì era felice di sottomettere la maestria di un uomo a Dio. Quella visione riflette, credo, il passaggio memorabile del Corano: “In qualunque punto tu ti volti c’e’ la faccia di Dio e Dio abbraccia tutto e conosce tutto”. Mentre riconosciamo che questa innocenza essenziale è stata distrutta e distrutta ovunque, nonostante tutto io credo che la sopravvivenza dei valori civili, come li abbiamo ereditati dai nostri antenati, dipenda dalla corrispondente sopravvivenza nei nostri cuori di quel profondo senso del sacro e spirituale.

Le religioni tradizionali, con le loro visioni integrali dell’universo, possono aiutarci in maniera importante a riscoprire l’importanza dell’integrazione del secolare e del sacro, come ho provato ad argomentare nel mio discorso ad Oxford nel 1993 a proposito dell’Islam in Occidente. Ignorare questo aspetto essenziale della nostra esistenza non rappresenta solo un pericolo spirituale o intellettuale. E’ in gioco grande questione tra i mondi Islamico e Occidentale sul ruolo del materialismo nelle nostre vite. In quei casi dove l’Islam sceglie di rigettare il materialismo occidentale non si tratta solo, a mio modo di vedere, di una affettazione politica o del risultato dell’invidia o di un senso di inferiorità. Piuttosto l’opposto. Il pericolo che il baratro tra i mondi dell’Islam e delle altre maggiori religioni Orientali da una parte, e dell’Occidente dall’altra, cresca anche più vasto e più scollegato è reale, a meno che non riusciamo ad esplorare insieme le vie pratiche di integrare il sacro ed il secolare in entrambe le nostre culture in modo da fornire una vera ispirazione per il prossimo secolo.

Questa riscoperta di una visione integrata del sacro potrebbe anche aiutarci in aree importanti di attività pratiche. In medicina, qualunque cosa possano dire alcuni scienziati, la rottura tra religione e scienza, tra il mondo materiale ed il senso del sacro, ha portato troppo spesso ad un approccio ottuso verso la sanità, alla mancata comprensione della totalità e del mistero del processo curativo. Se vogliono aiutare il processo di guarigione in un modo più completo, gli ospedali devono essere concepiti e soprattutto, disegnati per riflettere la globalità delle cure. La medicina moderna rimane troppo spesso un approccio monodimensionale alla malattia. Anche se sofisticata e miracolosa in alcune delle sue conquiste, non può capire da sola più di una frazione di ciò che c’è da sapere e può ancora essere arricchita ed illuminata da un approccio più tradizionale. Sono felice di dire che ci sono segnali luminosi che cercano di integrare l’approccio moderno  e quello tradizionale e ne ho incontrati lungo gli anni: come La Casa di Cura Marylebone a Londra, o il Centro di aiuto per il Cancro di Bristol.

Il nostro ambiente ha sofferto al di là dei nostri peggiori incubi, in parte a causa di un approccio unilaterale verso lo sviluppo economico che, fino a tempi recenti, ha mancato di tener conto delle interrelazioni della creazione. Si pensò poco all’importanza di trovare quell’equilibrio sostenibile che aveva lavorato all’interno dei chicchi della natura, a capire la necessità vitale di porre e rispettare i limiti. Questo, ad esempio, è il motivo per cui la protezione del nostro ambiente è una preoccupazione relativamente recente. Ed il motivo per cui le coltivazioni organiche e sostenibili sono così importanti, se vogliamo usare la Terra in modo che preservi la sua capacità di nutrire le generazioni future.

C’è una terza area nella quale questa separazione del materiale e spirituale ha avuto conseguenze drammatiche, l’Architettura. Credo che questa separazione si trovi al cuore dei fallimenti di tanta architettura moderna nel comprendere la qualità spirituale essenziale ed i principi tradizionali che riflettono un’armonia cosmica, dalla quale vengono costruzioni rispetto alle quali le persone si sentono a loro agio e nelle quali vogliono vivere. Questo è il motivo per cui circa cinque anni fa ho fondato il mio piccolo Istituto di Architettura. Titus Buckhardt scrisse: “E’ la natura dell’arte di rallegrare l’anima, ma non tutte le arti possiedono una dimensione spirituale”. Possiamo vedere questa spiritualità nell’architettura tradizionale Cristiana, che peraltro fu ispirata da una consapevolezza simbolica molto più profonda di quanto potesse essere immaginata da coloro che categorizzano tale architettura come una mera questione di stile. Questa dimensione spirituale si infonde anche negli intricati modelli arabeschi e geometrici dell’arte ed architettura Islamica, manifestazione dell’Unità Divina che poi è il messaggio centrale del Corano. Si crede che il Profeta Maometto stesso abbia detto: “Dio è bellissimo ed ama la bellezza”.

Guardiamo anche ai piani urbanistici. Il grande storico Ibn Khaldun comprese che la relazione intima tra la vita cittadina e la tranquillità spirituale erano una base essenziale per la civilizzazione. Potremo mai ritornare di nuovo a quel tipo di armonia nelle nostre città? Come la civiltà decade, così  fa l’arte manuale, scrisse ancora Ibn Khaldun.
Tutti questi principi arrivano alla fine della battaglia per la conservazione dei valori sacri. Questa è una battaglia per ripristinare una comprensione dell’integrità spirituale delle nostre vite, per rimettere insieme ciò che il mondo moderno ha frammentato. La cultura islamica, nella sua forma tradizionale, ha lottato per preservare questa visione spirituale integrata del mondo in un modo che nelle recenti generazioni occidentali non abbiamo ritenuto conveniente. C’è molto che possiamo condividere con quella visione Islamica del mondo e c’è molto in essa che può aiutarci a comprendere gli elementi condivisi ed eterni nelle nostre due fedi. In quell’impegno comune entrambe le nostre società moderne, Islamica ed Occidentale, possono imparare da capo le visioni tradizionali della vita comune alle nostre religioni, tanto quanto le sacre responsabilità che abbiamo per la cura e gestione del mondo che ci sta attorno.
Nel mio discorso di Oxford nel 1993 suggerivo uno sforzo maggiore nell’incoraggiare la comprensione tra i mondi Islamico e Occidentale. La mia ferma fiducia nell’importanza di quel processo non è affatto cambiata. Il danno per entrambe le culture se l’ignoranza e il pregiudizio persistono – o crescono – sarà incalcolabile. Sono tanti i modi in cui possono essere costruiti questa comprensione ed apprezzamento. Ma anche se cominciamo con una semplice comprensione del sacro, che permea tutti gli aspetti del mondo, c’è il potenziale per stabilire nuovi e valevoli collegamenti tra la civiltà Islamica e l’Occidente. Forse, per esempio, potremmo cominciare portando più insegnanti Musulmani nelle scuole Britanniche, o incoraggiando scambi di insegnanti. Dappertutto nel mondo le persone sembrano volere imparare l’Inglese, ma nell’Occidente, per contro, abbiamo bisogno che insegnanti Islamici ci insegnino come imparare un’altra volta coi nostri cuori tanto quanto con le nostre teste… Il millennio che arriva può essere il catalizzatore ideale per aiutare ad esplorare e stimolare questi collegamenti e spero che non ignoreremo l’opportunità che ci  offre per riscoprire le fondamenta spirituali della nostra intera esistenza.

Per quello che mi riguarda, sono convinto che non possiamo permetterci il lusso di ignorare ancora a lungo queste caratteristiche immutabili del nostro mondo, per la salute e la sostenibilità di un’esistenza civile. Un senso del sacro può, io credo, aiutare a porre le basi per lo sviluppo di una nuova relazione di comprensione che può far solo crescere le relazioni tra le nostre due fedi – e quindi tra tutte le fedi – per il beneficio dei nostri figli e delle future generazioni”.




Traduzione di Silvia Dal Pra' – Novembre 2010

Dall’intervento di Franco Forni del 12.11.2008
nella discussione introdotta da Lorenzo Villa
con il titolo “Pericolo e opportunità”
nella Posta del Gran Maestro
ed in data 11.11.2008

La velocità con la quale sta venendo meno il senso del sacro disorienta non solo i giovani, ma anche i meno giovani. La ritualità, che spesso struttura le nostre relazioni, nella forma di feste, ricorrenze, liturgie, potrebbe essere quella propria dell’esperienza del sacro; ma non basta, perché il sacro non è solo esterno all’uomo, ma anche interno ad esso, come fondo inconscio.
Il sacro ci ha abbandonato e siamo costretti ad affrontarne il terribile volto senza il conforto di un mito, di un rito, di un sacrificio, di una fede condivisa da una collettività: la gestione del sacro è lasciata alla solitudine dei singoli che si rifugiano negli eventi di massa per trovare gli strumenti per arginare l’irreperibilità di una traccia di senso della vita.

E l’uomo, da un lato non può vivere senza conferire alla sua vita un senso, mentre dall’altro sa che non può evitare quel destino che lo costringe a costruire un senso in vista della sua implosione.

L’uomo che vive nell’età della tecnica ha perso la dimensione del tempo “escatologico”, quel tempo in cui alla fine si realizza ciò che all’inizio era stato annunciato, un tempo fornito di senso, sostituendolo con quello “progettuale”, dove qualcosa appare come un mezzo se c’è di vista una scopo. Con questa contrazione del tempo la nostra psiche rischia di non disporre più di dimensioni simboliche capaci di ospitare e abitare dimensioni trascendenti.

Il denaro diventa allora il generatore simbolico di tutti i valori: ciò che è il bello, il giusto, il vero (il sacro) sono subordinati a ciò che è utile, dove la misura è il denaro che, da “mezzo” per produrre e soddisfare bisogni, è diventato il “fine” in vista del quale si producono beni. In sostanza, non solo si producono merci per soddisfare bisogni, ma si producono bisogni per assicurare la continuità di produzione delle merci che assicurano denaro.

In questo modo l’identità di ciascuno è sempre di più consegnata agli oggetti che possiede, i quali non solo devono essere “sostituiti”, ma devono essere “sostituibili”. Così l’artista diventa artista quando entra nel mercato e lo scrittore può scrivere quel che pensa solo se il mercato lo accredita. Come ben dice U. Galimberti:

“Il nostro stile di vita, che non conosce più il bello ma solo il funzionale, che più non conosce il vero perché si accontenta del verosimile, non sa più riconoscere le orme del sacro perché tutto ha profanato, né le tracce del dolore che occulta negli scantinati della rimozione; il nostro stile di vita che colloca la gioia nel frastuono, l’amore nel sesso, lo sguardo nella distrazione, soffoca nella ragione fatta a calcolo e mercato e scambio e interessi e assicurazioni per conservare quel tesoro che inaridisce: la vita senza più bellezza”.

Cavallereschi saluti,
Franco Forni

Bologna, 12 novembre 2008

 
 

Home , Visitatori , Atti , Libro dei Fornitori , Eventi , Rassegna Stampa , Florilegio , Registrazione ,
Intenti dell'Ordine , Gola , Azione , Donne , Arte , Gioco , Fumo , Abbigliamento , Tauromachia , La Nona Porta