Quando andiamo ad un ricevimento in onore ad esempio della Cohiba, non troviamo un presidente cui stringere la mano, cui presentare una supplica o una critica, cui porgere un’ammirata lettera di felicitazione per il Siglo VI. Lo stesso avviene con tutte le altre marche, antiche e recenti. Tutto ciò sembra stranamente normale e non ne ho mai sentito parlare da nessuno, ma da tempo credo invece che la capitalizzazione e l’autonomia di questi marchi rappresenti un momento indispensabile per il decollo in termini di qualità, di chiarezza e di varietà. Naturalmente resta la grande incognita, la tremenda ombra sulla legittimità dell’uso cubano di marchi appartenenti a famiglie espropriate sull’isola e trasferitesi altrove con lo stesso identico logo. Questo interrogativo non è estraneo alla creazione dei nuovi marchi, pronti a reggere la struttura quando dovesse diventare impossibile esportare i vecchi. Praticamente tutti i marchi tradizionali hanno infatti un alter ego in altre zone tabacchifere e la rivendicazione dell’esclusiva a livello locale o mondiale è una spada di Damocle il cui filo non sembra prossimo a spezzarsi, ma sul quale non può farsi affidamento.
In considerazione di ciò, chi dovesse investire in azioni della Montecristo o della Punch vorrebbe prima sapere
  clientela e filosofia a quello del sigaro, vediamo che già da tempo esso ha saputo creare una fascia di prodotto che da bene di consumo si è trasformato in bene di investimento. Chi acquista una cassa di grandi Borgogna potrà bersela, offrirla, ma anche conservarla ed in tal caso essa acquista maggior valore. Per giungere a questo risultato, il mondo del vino ha dovuto accettare il giudizio di centinaia di critici, associazioni, guide e riviste, ma prima di tutto ha espresso degli enti in grado di certificare al consumatore la provenienza delle uve, la resa, la qualità ed il rispetto dei disciplinari. Questo coro a più voci comporta una tale credibilità che certi prodotti, fondando su basi così larghe e forti, riescono ad elevarsi ad altezze vertiginose. Tra una bottiglia di vino “normale” ed una di un prodotto eccezionale, anche a parità di annata, può intercorrere un salto in termini di costo di trenta o quaranta volte.
Esistono molti vini da sette euro, ma anche quelli da duecentoottanta non sono tanto pochi. Pensiamo invece alle differenze tra i cubani. Tra un sigaro “normale” ed una pari vitola di Cohiba o Trinidad, le marche più care, c’è meno di una lunghezza. Sto forse dicendo che i sigari siano economici?Non proprio. Dico che potrebbe esistere qualcosa di molto più sofisticato, che esprima le immense
se hanno la proprietà del loro marchio e se possono utilizzarlo legittimamente in tutto il mondo.
Come tutti gli ostacoli, può essere superato con la buona volontà e naturalmente con il denaro, che in realtà per operazioni come questa non sembra improbabile far venir fuori.
Avevo accennato ad una terza area in cui c’è spazio per dei miglioramenti.
Si tratta di quella culturale e di autodisciplina. Se esaminiamo il mondo del vino, che è molto vicino per
possibilità offerte dalle diversità organolettiche dei materiali, dalle caratteristiche dei suoli e dall’imprevedibilità dell’affinamento.
Occorre però stimolare molte voci, perché delle cose che nascono alcune assurgano a miti. In realtà Cuba non ha saputo far molto per diventare il centro non solo della produzione, ma anche della cultura del sigaro.
Il Festival ha fallito come occasione fieristica ed anche come occasione culturale presenta delle anomalie.
 
SOPRA, ALCUNI TAGLIASIGARI, COMPAGNI INSEPARABILI DEL FUMATORE.
Precedente 1, 2, 3 Successivo