Florilegio Stampa
   

Si tramandava anche la pipa
di Lorenzo Sartorio - dalla Gazzetta di Parma di Luned́ 23 Maggio 2005

 
    Nei numerosi viaggi effettuati dal cronista alla riscoperta delle antiche tradizioni, attraverso i colloqui con gli anziani della nostra terra, magari accanto ad un camino acceso, vicino ad una stufa sulla quale borbotta un tremolante pentolino con una profumata zuppetta di verdura, oppure in estate sotto il portico, sono sempre affiorate nel discorso le figure dei genitori. E se della mamma gli anziani serbano il ricordo di una ' rezdora' mai doma di lavoro, sempre alle prese per sfamare fameliche bocche, già in piedi alle prime luci dell'alba per riassettare il pollaio, preparare la colazione ai figli, mondare verdure, rattoppare calzoni o rammendare calze, i ricordi del padre si soffermano prevalentemente sulla personalità del quel' rezdor' dai baffoni folti, dalla voce forte e possente e del cipiglio severo. Comunque, ciò che i nostri anziani ricordano della madre con particolare trasporto e un certo nodo alla gola che li accomuna tutti, sono quelle mani che impastavano, che lavavano, che li accarezzavano quando, bambini, si nascondevano sotto le coperte dalla paura del buio e del folletto. Mentre, del padre, il ricordo pi ù vivo si fa immagine dei momenti in cui l'uomo, terminata la cena, si appartava in un angolo della cucina e si abbandonava ad una salutare fumata di pipa. Sí, proprio la pipa, la cara e vecchia pipa; forse uno dei pi ù antichi strumenti dell'uomo utilizzato in tutto il mondo, da tutte le tribù e da tutte le etnie: dall'Africa alle lande siberiane. Ma ritorniamo alle pipe ' padane' dei nostri vecchi. Solitamente lo ' strumento' era di radica di noce, oppure di erica detta comunemente ' ciocco'. Erano pipe devastate dall'usura e da certi tabaccacci duri e non certo aromatici e profumati come quelli oggi in commercio. Da una scatoletta prevalentemente in argento, oppure in vil metallo, l'uomo estraeva una presa di trinciato che stipava nel' fornellino', quindi con un fiammifero di legno e a volte con uno ' sprocco' ( rametto di legno) che prelevava dal camino, accendeva la sua pipa. Ed allora, per tutta la cucinona, l'odore di fritto o di stufato si mescolava a quella nuvola di fumo che emanava un aroma forte e gagliardo come il carattere di chi la emetteva. Tra uomo e pipa c'è sempre stata una simbiosi. La pipa sembrava incollata alla bocca, quasi scolpita nel faccione dell'uomo dalla barba ispida e dai baffoni ingialliti di nicotina. E poi la tecnica lenta della fumata, quel metodico sbuffare fumo ritmato da un buon bicchiere di vino. l'uomo ha sempre amato la pipa poichè corollario della natura. La pipa nasce tra la sacralità dei boschi, è fatta a mano seguendo regole antiche di un artigianato duro a morire, rappresenta la civiltà di un popolo, la sua cultura, le sue tradizioni. Nelle famiglie patriarcali contadine, addirittura, la pipa passava di padre in figlio. Ed era un onore il poter fumare nella pipa del vecchio che si era arreso solo dinanzi agli anni e agli acciacchi. Fumare la pipa era come sognare, esorcizzare fatiche e dolori. Significava abbandonarsi nell'oblio del tempo, era un incensare, seguendo un'antica liturgia padana, la sacralità della terra madre. Alcuni anziani, anticamente, provvedevano loro stessi a costruirsi la pipa. Di soldi in giro ce ne erano davvero pochi, quindi la necessità ( in questo caso il peccato venale) aguzzava l'ingegno. Ed allora, con le radici dell'erica ( il famoso ' ciocco' che doveva stagionare almeno due anni, ma c'erano radici che contavano ben nove anni di stagionatura), gli uomini intagliavano la loro pipa. La lunga stagionatura del' ciocco' infondeva al tabacco un gusto particolare, unico, ancor pi ù forte e penetrante. Una sublimazione di madre natura che univa in un caldo abbraccio le radici che davano vita ad un ospitale ' fornello' nel quale ardevano inebrianti foglie di tabacco che in tempi di magra veniva sostituito dalle foglie secche della vite. Ed ognuno dava alla pipa, fedele compagna di una vita, connotazioni personali come il fregio delle iniziali del proprio nome e cognome, la testa di un animale, la cima di un monte, una data cara al cuore, il nome di un santo o di un battaglione alpino in cui il vecchio aveva servito la Patria combattendo al fronte. La fantasia e la creatività, dunque, si sbizzarrivano per poi diventare fumo e aroma di casa.
 
 

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