Florilegio Stampa
    da Il Resto del Carlino dell'8 luglio 2007

Quando le moto facevano tum tum
di Luca Goldoni
 
   

Bulloni, unto e ragazze avvinghiate... la bellissima malattia delle due ruote

Quando ero ragazzo di giapponese in Italia c'era solo il motoscafino con la candelina che girava per la vasca da bagno e facendo pop pop. Le motociclette più famose avevano nomi italiani: Guzzi, Gilera, oppure inglesi: Norton, Triumph (molti pronunciava­no "triùm"), marche francesi non ne ricor­do e ricordo invece la Zundapp ancora mimetizzata del falegname (mi aspettavo sempre che facesse il kristiania d'arresto come i portaordini della Wermacht). Per vedere le "Indian" americane con la leggendaria frizione a pedale, bastava andare al luna park, pozzo della morte.
La prospettiva di possedere una moto, per gli adolescenti della mia generazione, era remota come quella di vincere alla lotteria di Monza. Ma, come noto, nul­la come una realtà sognata ci fa acquisire una cultura enciclopedica: riconoscevamo a un chilometro di distanza; il mm mm bradicardico delle Guzzi, le raffiche in prima e seconda delle Galera; ogni mo­to aveva la sua voce inconfondibile, in luo­go degli anonimi urli strozzati di oggi.
Sul mio viale abitava un anziano gentiluomo, la domenica tirava fuori la vecchia Guzzi Condor scampata alla guer­ra, infilava sul doppiopetto una tuta di te­la azzurra piena di cerniere, calzava una cuffietta di pelle da cabriolet di Scott Fitz­gerald. Ogni tanto quand'era in buona me la lasciava mettere in moto sul cavalletto. Soltanto per questa semplice operazione bisognava essere dei draghi: la manopola girata al punto giusto, le levette dell'aria e dell'anticipo regolate a intuito, poi si mon­tava con un piede sul pedale, alti come su un cavallo da circo, si molleggiava un po' e infine si calava la mazzata, pronti ad am­mortizzare il contraccolpo per non fracas­sarsi. una tibia. Un rituale epico come l'av­viamento dell’elica a braccia sui biplani di Faulkner.
Appena. avevamo due lire correvamo da Gennaro, il più corteggiato meccanico di Parma, che dava a noleggio una mansueta BSA con serbatoio verde. Più che una mo­tocicletta , era una materna baldracca su cui facevano la mezz'ora e che si lasciava fare di tutto, insegnandoci a tutti.
Quando oggi osservo questi ragazzi nipponizzati che non sanno cambiare una candela e non hanno mai svitato un bullone e chiamano il carro attrezzi se si scarica la batteria, mi ricordo che le nostre prime motociclette - quelle "monopattino" dei parà americani, poi le mitiche Matchless contrattate nei campi di residuati bellici - le smontavamo e aggiustavamo noi, riu­nendo tutta la compagnia per aiuto e con­sulenza. Regolare un "minimo" era un punto d'onore, avevamo orecchi da accor­datore di pianoforte.
Le motociclette avevano ruote che brillavano nei raggi sottili, invece di quei cerchioni in lega che sembrano ruote di carro agricolo e al posto dei divani ana­tomici avevamo una sella con le molle e un piccolo cuscinetto di gomma sul para­fango posteriore per sdraiarsi nel chilome­tro lanciato. O per caricarci una ragazza che si appollaiava all'amazzone perché sta­re a cavalcioni con la sottana era sguaiato e, siccome non c'eran maniglie, doveva avvinghiarsi appassionatamente. Per ac­cettare di salire, una ragazza doveva esse­re molto innamorata, perché si sporcava di unto, e poi aveva paura e poi la moto non era chic, era di moda la Vespa.
Anche le gare (l'omerica Milano - Taranto o il circuito cittadino con le balle di paglia contro gli alberi) avevano un fascino che non ritrovo più: i piloti, invece degli scafandri da Odissea nello spazio, indossavano giubbotti da pilota di Spitfires, portavano foulards e occhialoni che lasciavano riconoscere la mascella di Bandirola o il naso di Tenni, curvavano eleganti in perfetto asse con la moto, le ginocchia strette al serbatoio, invece di assumere quelle posizioni da kamasutra che usano oggi. L'odore azzurro dell'olio di ricino era come incenso laico.
Poi un giorno arrivarono i giapponesi e la moto cessò di essere una bellissi­ma malattia per diventare quel totem smargiasso di cui del resto si è scritto abbondantemente. Quando vedo questi mo­delli carrozzati Mazinga, marmitte a lan­ciarazzi, stupide cilindrate da camion, de­testabili boati da semaforo, penso all'ar­monia di linee e alla civiltà di suoni delle vecchie moto.
Anche le gare non mi avvincevano più. Era una litania di Suzuki, e nella giostra giapponese mi mancava il coinvolgimento sentimentale; i miei vecchi amori si chiamavano Guzzi, MV, Gilera, Mondial. Mai preso una cotta per una Suzuki, una Honda o una Kawasaki.
Per anni sono rimasto un vedovo inconsolabile. Fino arche, per buona fortuna, a contrastare la marea gialla è arrivata la Ducati rossa.

 
 

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