I MAESTRI DI SUTOR ART
A tu per tu con il Signore delle Pelli
di Giancarlo Maresca - foto di Mirco Braccini
Alla conceria di Enrico Giay Arcota si rivolgono artigiani, antiche case e stilisti esigenti perchè qui sanno trovare qualità e idee. Risultato di un'esperienza secolare e di due incontri speciali
 
Conobbi Enrico Giay Arcota a Parigi, nel corso dell’ultima riunione dello Swann Club. Nella sala che il Plaza Atenée aveva destinato alla cerimonia del cirage, restammo tra gli ultimi, incrollabili chiacchieroni. Queste occasioni di autocoscienza maschile sono così rare e preziose che amo approfittarne sino in fondo. Gli incontri tra uomini tendono ad avere una loro cronologia, un ritmo cosmico che lega i tempi agli argomenti. All’aperitivo ci si avvicina con domande di poco impegno, quasi rituali, del tipo “dove sei andato in vacanza?”. Seduti a cena ci si prende le misure, un po’ come i cervi, solo che invece di prendersi a testate si parla a lungo di lavoro. Con il primo drink si passa alla triade sport, politica e signore e, dal secondo in poi, i superstiti si addentrano finalmente nei massimi sistemi. Ben prima che giungessimo a questa fase e in effetti prima ancora che ci presentassimo, non avevo potuto evitare di notare la cura, l’armonia e l’originalità del personaggio. I capelli un po’ lunghi e le folte basette, reagendo con un volto aristocratico, finivano per mescolare in un accordo impossibile richiami iconografici agli esteti di fine ottocento con quelli al pop anni settanta. Si muoveva con scioltezza, ma con quel tocco di consapevolezza che rallenta alcuni movimenti e valorizza un abito da cerimonia più di qualsiasi accessorio. Lo smoking era al minimo dell’appariscenza possibile, senza dettagli fuori dalla più rigorosa tradizione, ma con un’attillatura brillantemente sostenuta che ne addensava all’estremo l’espressività. A distanza di tempo faccio un triste paragone con la mia giacca di quella stessa sera, che temo fosse soltanto un po’ stretta. Poiché avevamo saltato quella fase in cui si parla di lavoro, non avevo idea alcuna dell’attività del mio interlocutore e non era più ora di parlarne. Se ne esistessero ancora, lo avrei definito un giovanotto di grande famiglia con una buona rendita. Parlammo a lungo dei mocassini che Olga Berluti gli aveva donato per quella serata. Leggeri, scollati e con un paio di lunghe nappine, il gusto inarrivabile ed impertinente di Olga aveva voluto che evocassero un’idea di pantofola che in qualche modo restituisse allo smoking le sue origini di tenuta da casa. Constatai come nemmeno lui si rendesse conto di quanto gli stessero bene. Ora che l’ho messo per iscritto, non dubiterà più che lo sostenni con convinzione sincera.
Li lodai giorni dopo con la stessa Olga, che mi disse che Chicco – questo il suo nome per chi non ne controlli il passaporto – era il presidente dell’Ilcea, la grande conceria torinese. Conoscevo di fama questa casa, da cui si forniscono praticamente tutti gli artigiani e molti dei calzaturifici che ho visitato. Avevamo compiuto un tentativo di scambiarci i biglietti da visita, ma dovevamo averli esauriti o forse nemmeno portati e finimmo ad appuntare i recapiti con mezzi di fortuna. Poiché niente vola tanto bene e puntualmente quanto i bigliettini volanti, quando mi trovai di lì a qualche mese a Torino, non avevo più i suoi numeri e non ebbi modo di rintracciarlo.
  “Maresca, vorrei un tuo servizio sulla conceria Ilcea e Chicco Giay. Quando vai a Torino?” “Al più presto”. Come appassionato avevo molto interesse a visitare la conceria ed accettai con entusiasmo, non senza trattenere Franz al telefono per quei dieci minuti di chiacchiere che fanno la differenza di fuso orario tra milanesi e napoletani. Rientrato in possesso dei recapiti, concordo con Chicco una data in cui vedersi tutta la mattina in azienda, per poi pranzare insieme. Mi viene a prendere in albergo indossando un gagliardo completo in pesante donegal tweed nocciola, quali ce ne saranno dieci in Italia. Un tessuto per palati finissimi, che non si muove dall’Irlanda per caso e si dirige solo agli indirizzi giusti. In azienda incontro Andrea Brunero, socio ed eminenza grigia della parte tecnica. Per tutte le mie domande ha risposte chiare, che mi permettono di ricostruire fasi, caratteristiche, metodi e scopi della misteriosa attività conciaria. Dopo aver alzato tutti i pagliuoli e visionato tante pelli da poterci rivestire il Colosseo, si riparte per una colazione al Cambio, dove comincio a capire chi abbia a fianco. Si muove come in casa sua, tutti lo conoscono, ordina ed è trattato come un rajah. In questi tempi di creatività spesso fine a se stessa, il Cambio è un tempio di tradizione nella gastronomia, nel servizio e ovviamente nella clientela. Non si vedeva in giro nemmeno uno di quei completini nero-tendenza su cui si abbattevano i satirici giambi del de Sury dello scorso numero. Nell’ampio foyer dell’ingresso fumiamo un meritato avana nella silenziosa, complice approvazione degli antichi arredi, già avvezzi a quelli di Cavour. Tutti in libertà e appuntamento per la cena. Sono il primo ad arrivare, come si compete ad un allegro parvenu senza sensi di colpa. Un domestico in livrea mi accompagna nell’home-teatre, dove il Nostro mi attendeva in giacca di velluto, t-shirt e pantofole inglesi. Piucheperfetto. Sfilando tra piccoli, preziosi mobili, si arriva in salotto: pavimenti in palissandro e librerie laccate in bianco, traboccanti di libri antichi. Un solo immenso quadro, incantevole. Divani neri, un impianto stereo terrificante. Appare Ludovica, la splendida creatura che sta per sposare: ventiquattro anni di grazia che segnano altrettanti punti sul mio personalissimo cartellino. Arrivano gli altri ospiti, otto in tutto, con i cognomi più prestigiosi che potessi immaginare. Champagne e poi in tavola. Siedo di fronte ad un Rubens da togliere il fiato, ma fortunatamente non l’appetito. Non so se Chicco non abbia voluto prepararmi a tanto per non vantarsi o perché potessi meglio apprezzare lo spettacolo. Tutto scorre con tempi e modi quali solo un ospite di estrema raffinatezza può preordinare. Numero e qualità dei convitati perfetto, donne molto belle. Si discute brevemente del centrotavola. Un’amica lo critica motivatamente e l’oggetto, una ceramica del cinquecento, viene condannato senza appello. Sono certo che avrà già ricevuto lo sfratto. Luci basse, nessun sottofondo, cena semplice, conversazione divertente, distillati impeccabili.
Avevo promesso che alla prima occasione sarei andato a fargli visita e mi dispiacque venir meno a questo piacevole impegno.
Tra impenitenti formalisti eravamo rimasti al Lei, ma la conversazione parigina mi aveva lasciato uno di quei ricordi piacevoli che possono essere tali solo se condivisi. Se ad alcune persone riusciamo a presentare di noi la parte migliore, ciò avviene in genere in modo equivalente e reciproco.
Da quel momento incontriamo con particolare piacere quella persona, anche se in questo gioca il suo ruolo la vanità di tornare a guardarsi in uno specchio che restituisce un’immagine che ci piace. Il mondo è piccolo ed il destino, inguaribile ottimista, lavorava perché ci si incontrasse di nuovo.
Di lì a poco mi chiama Botré:
Memorabili i bicchieri. Hanno la mano calda, la pesantezza e la consistenza quasi gelatinosa dei grandi cristalli francesi, che sembra possano incidersi con un’unghia. Quando gli altri hanno lasciato il campo, un breve pellegrinaggio al piano superiore, dove custodisce il suo quadro preferito, un’altra tela fiamminga del XVII secolo che ritrae una dama. In via eccezionale mi invita a sfiorarne la collana per sentire come il rilievo delle perle sia reale prima che virtuale. Conoscendo il mio tocco di Attila, ma usando la massima cortesia possibile, evito. Come avete capito dal ritmo della punteggiatura, ricalcato su quello eventi, sono un po’ in affanno. Chi è costui? Un dandy, un principe, un collezionista d’arte e di personaggi? Tutte le quattro cose e una quinta. Da quella sera, un amico.
 

UNA FASE DI RIFINIZIONE DELLA PELLE: LA LUCIDATURA A VETRO.

 
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