Dame Orion da allora torna ogni anno. A ogni visita, ridisegna le calzature dell'invisibile marito. Nel succedersi delle conversazioni, l’uomo misterioso si rivela essere un grande viaggiatore. Si reca ora in Vietnam o in Patagonia, ora a Zanzibar o a Valparaiso. A ogm viaggio, ha bisogno di un nuovo paio di scarpe: talvolta derby, talvolta sandalo, talvolta stivaletto. «Suo marito si reca ovunque, a eccezione della Luna», commentavo alcuni anni dopo con Papà Berluti. Il laboratorio, abituato agli ordini, è ormai pronto a calzare l’uomo invisibile anche se dovesse posare il piede sulla Luna! «E se la prossima passeggiata lunare si facesse con delle calizature Berluti?», si diverte a dire il capo del laboratorio. Col passare degli anni, durante gli intervalli che separano gli acquisti, penso all’amore di questa donna per suo marito. Mi ritrovo ad aspettarla... Pian piano, Léah Orion è entrata a far parte della mia famiglia. Il tempo che passa non fa che magnificarla ai miei occhi.
Siamo nel 2003, una sofferenza terribile mi sfiora, mi attanaglia, mi invade. Sono annichilita dal più grande dei dolori, immersa in un mutismo totale. Nessuno può capire il mio dispiacere. Poco dopo, Dame Orion, informata da canali misteriosi, spinge la porta dell’atelier in cui nascondo la mia disperazione agli occhi del mondo. Sa già che sono oppressa e che ho bisogno di lei. Entra e dice: «Mio marito ed io siamo qui». Un uomo l’accompagna. Esiste davvero, quindi. Arriva da Firenze. Ha l’eleganza squisita delle sue calzature.
«Le presento Leo», annuncia. Questa volta l’ha accompagnata, pensando che una sola presenza non avrebbe potuto lenire il mio immenso dolore. Dovevano essere in due per dare conforto. Li guardo. Questi esseri giovani, delicati come angeli, si tengono per mano con un tale pudore che nessuno riesce a notarlo. Sono così uniti che sembrano condividere, oltre a una pari distinzione, persino ogni singolo respiro. «Venga con noi», mi invitano. Per chilometri e chilometri, avanziamo in macchina nel silenzio più assoluto. La loro presenza rassicurante mi avvolge e mi protegge. Dopo due o tre ore, giungiamo alla loro casa di campagna. Dalla strada, la casa sembra banale. Ma appena oltrepassata la soglia, l’incanto è totale. Il grande salone è ammobiliato con un’infinita delicatezza. Sul muro, dei Monet incrociano dei Matisse, divertiti da una simile coincidenza. In un angolo del camino, un podista scheletrico di Giacometti lascia il posto a un Rodin dalla sensualità muscolosa. Sul pavimento, dei tappeti di Samarcanda accanto a dei Boukhara invitano a calpestare e, nella stanza attigua, c’è un sontuoso tappeto di seta blu d’Ispahan. Tutto e lusso, calma e bellezza.
Quei luoghi sono un’autentica rivelazione. Dame Orion ha !‘occhio della perfezione. «Le mostro il giardino», suggerisce Monsieur Orion. «E' il mio regno». Indossa con e!eganza Dior per uomo. Ai piedi, porta un paio di Berluti consunte. Le scarpe sono ricoperte d’inverosimili toppe cucite a mano. Nel giardino, una capretta bruca l’erba, capricciosa, dondolando la barbetta e le sue pesanti mammelle. Un capretto dispettoso rincorre delle pecore bianche dalla folta pelliccia ingarbugliata: «E' il capro di Picasso!», dice divertito il padrone di casa.
Due anatre di Pechino scivolano sull’acqua dello stagno con una dignita imperiale. Nella piccionaia rotonda, dei piccioni viaggiatori tubano e volano per portare qualche rnessaggio segreto. Di fronte al pollaio, tre gallinelle si scuotono sollecitate da un gallo maestoso. Le loro enormi uova rallegrano i nidi, come dei miracoli bianchi. Ovunque, il prato è tagliato con estrema cura. Nell’orto contiguo, le insalate sono enormi, i porri hanno un’aria festosa e i

  pomodori esplodono sui rami simili a un sole rosseggiante. Leo e Léah mi hanno invitata nel paradiso terrestre. «Albin», chiama d’un tratto il padrone di casa. Un giardiniere emerge da un meandro del parco, con un fare felino, quasi selvaggio. Cammina alla Rambo con un’indefettibile sicurezza, pronto a intraprendere il giro del mondo se il suo padrone lo avesse richiesto. Vestito da Monsieur Orion, il giovane sembra emergere da un défilé Galilano «speciale per lavoratori». Il completo blu futurista, in cotone ultra-resistente, dispone di due lampo oblique. Bianche e simmetriche, queste partono dal collo e finiscono alle caviglie. Guanti in Pvc, verde scarabeo, confermano l’aria da cosmonauta. Ai piedi, scarponi da cantiere allacciati, in cuoio marrone, dotati di un’ampia apertura bordata di arancione. Le suole zigrinate antiscivolo sono color rosso fluorescente. Da qualche anno, Leo fornisce ad Albin abiti da giardinaggio della più alta tecnologia. Con il passare del tempo, quest'ultimo è diventato un po' il figlio moderno della casa. In alcuni momenti, ne ha persino gli atteggiamenti. Albin, che tiene ancora in mano il decespugliatore dal manico telescopico, lo appoggia al tronco del salice piangente. Si ferma assumendo una posa da dandy, inclina leggermente la testa e tende l’orecchio con grande rispetto... «Prenda la pala meccanica», ordina il padrone. «Qui scaviamo un foro circolare di 3 metri di diametro, profondo 1 metro e 50. Vi pianteremo il platano laggiù... Poi prepariamo le fondamenta della serra... Verificare l’angolo... Calcolare l’orientamento est-ovest...». Maître Orion ha la stoffa di un architetto visionario. Domina lo spazio, organizzandolo con l’autorità di un Ramsete II Al suo fianco, Léah ascolta in silenzio. Albin è pronto a costruire il più favoloso dei templi, dominante la più bella delle vallate per la più emozionante delle coppie. Si eclissa senza una domanda, tanto la sua fiducia è assoluta. Alcuni minuti dopo, ricompare in tenuta da cantiere. Cuffia gialla e protezioni anti-rumore, mette in moto la pala meccanica, docile come in un sogno. Riprendiamo il cammino attraverso il parco, questo luogo d’armonia... Un magnifico spaventapasseri ci sbarra improvvisamente la strada.
L’uomo di paglia con cappello Hermes è avvolto in una sciarpa di cashmere rosso. Esibisce una giacca arancione Ralph Lauren. Guanti in pecari verde sono infilati alle estremità delle braccia di legno, brandite verso il cielo. Occhiali da sole Starck, inforcati sulla testa, anticipano gil ardori di una prossima canicola. «Che colon smaglianti!», esclamo.
«Pensi che, nel corso dei miei viaggi, faccio acquisti nelle boutique degli aeroporti», spiega il padrone di casa. «Acquisto numerosi abiti sotto altri cieli: Shanghai, Singapore, Istanbul... Ma sembrano così sgargianti, talvolta così chiassosi sotto il cielo normanno, che li utilizzo sul mio spaventapasseri. Lì fanno scorpacciata di raggi solari e lunari. I colori diventano allora sopportabili». Oggi, il Signor Spaventapasseri dalle gambe filiformi porta ai piedi l’ultimo paio di Berluti. «Grazie al la minuziosa opera del tempo, le mie Berluti conoscono qui tutti i chiari di luna. Assumono un aspetto patinato e cosi invecchiano amorosamente. Io le porto quando hanno infine trovato la sfumatura perfetta». Una pioggia sottile inizia a cadere, prendiamo un sentiero sinuoso che conduce verso il secondo ingresso. Ritrovo questa dimora da sogno in cui gli esseri di carne e di paglia sono tanto felici. Nella cucina degli Angeli, Dame Orion si affaccenda ai fornelli con una grazia evanescente. Recandomi verso la stanza da bagno, sbaglio porta e apro quella dello spogliatoio. E allora che scorgo, disposte sui ripiani e lucidate con cura religiosa, tutte le calzature Berluti di Maître Orion.
 
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