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Seguo assiduamente la rubrica "Buongiorno" che Massimo Gramellini
tiene sulle pagine de La Stampa.Quella che segue è una breve ma
incisiva riflessione sull'abbigliamento dei più giovani (e purtroppo
anche dei meno giovani).
Una piccola lezione di stile da parte di uno dei più brillanti
giornalisti italiani.
Andrea Girometta.
Nell'abbigliamento scolastico è contemplabile una via di mezzo
fra il chador e il bikini? Può diventare il tema molto serio di
un convegno.
Intanto è l'oggetto di una serie di circolari che présidi
americani ed europei stanno spedendo in questi giorni ai loro studenti,
con l'invito a «coprire porzioni significative di pelle».
Siamo praticamente alla resa. La battaglia dell'ombelico si dà
per persa: ormai lo espone anche qualche professoressa. L'ultima trincea
dell'Occidente diventa la salvaguardia di alcune suppellettili dei tempi
antichi come i pantaloni e persino le minigonne, sempre più simili
a fili interdentali.
Si otterrà ben poco insistendo sul risvolto peccaminoso, peraltro
irrilevante: basta sbirciare all'uscita di una scuola per accorgersi
che il problema non riguarda la natura provocatoria dei «look»,
ma la loro sciatteria. A forza di presentarlo come espressione della personalità,
ci si è dimenticati che l'abito è una divisa rituale che
scandisce i momenti della giornata. Si può stare in ciabatte davanti
a un coniuge (non troppo, altrimenti cominciano i guai) ma non a un cliente.
Il problema, quindi, non è che un ragazzo si vesta per andare a
scuola come se stesse andando in discoteca. Ma semmai che, vestendosi allo
stesso modo, finisca per non
cogliere più le differenze e i benefìci dello stacco fra
l'una e l'altra.
Causa non ultima, questa, di quell'appiattimento esistenziale in cui
giovani e meno giovani si dibattono, danzando sempre con lo stesso abito
sull'orlo della depressione.
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