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Nome: Marco Clerici
Data:
Cod. di rif: 3
E-mail: dwxcle@tin.it
Oggetto: Il "bombarozzo"
Commenti:
Gent. Gran Maestro,
potrebbe soddisfare questa mia curiosità circa quanto scritto su Monsieur di Marzo nel Suo splendido articolo: " che cosa si intende per collo col bombarozzo" ?
Grazie, La saluto cordialmente.
C.M.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data:
Cod. di rif: 4
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Teoria e storia del "bombarozzo"
Commenti:
Egregio signor Clerici,
eccoci all'argomento a Lei caro. Da lunga pezza faccio confezionare molte delle mie camicie a Roma, presso il laboratorio della signora Sabatini, in Via Flaminia n. 111. Questa gentilissima artigiana vanta al suo attivo una dote rarissima nella categoria delle camiciaie: non è isterica. Al contrario, è sempre disponibile alle innovazioni e a rispondere a quelle esigenze particolari che fanno parte dell'inevitabile bagaglio di tic dell'Uomo abituato a farsi confezionare ogni capo sulla misura non solo del corpo, ma dello spirito. Trovandomi a Roma, insieme all'impeccabile nostro Primo Guardiano marchese Salvatore Parisi, coautore di questo nomignolo, abbiamo affidato alla storia col nome romanesco di "bombarozzo" la finitura in rilievo del collo e dei polsi. Potrà vedere l'immagine del divino marchese ritratta in copertina dell'evento "Scegliere gli Avana", nella galleria di Eventi pubblicata nel nostro sito. Il dettaglio in oggetto conferisce al collo una particolare carnosità, che distacca la camicia da tutte le altre. Tecnicamente, si tratta di una finitura rovesciata, applicabile con successo solo a tessuti rigorosamente non trasparenti. Il rimesso interno al bordo impunturato, sempre presente nei colli lavorati a mano, non viene rivolto verso il basso, ma verso l'alto. Nei polsi, occorre invece farlo appositamente, rivoltando un piccolissimo lembo di tessuto perché si determini un leggerissimo rilievo. Questo dettaglio è la croce delle stiratrici, e cagiona una durata del capo molto inferiore, in quanto il ferro consuma gli spigoli molto più facilmente. Pertanto, occorre acquistare qualche decina di centimetri in più, prevedendo che lungo la vita della camicia si applicheranno un nuovo collo e nuovi polsi almeno un paio di volte.
A presto.
Il Gran Maestro

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Nome: Enrico Marangoni
Data:
Cod. di rif: 5
E-mail: enrico10aa@yahoo.it
Oggetto: Un pò di luce.
Commenti:
Carissimo Gran Maestro,
questa mia per chiederLe di aiutarmi ad ampliare il mio bagaglio culturale sull'Eleganza.
A dir la verità al momento trattasi di un piccolo
beauty-case se solo si avvicinasse al Suo vittoriano baule, comunque asola dopo asola, cerchero' di renderlo quanto piu' grande e fornito di ogni nozione.
Una Sua informazione pero' mi ha scombussolato. Se ne rende conto? Bastano poche righe ed ecco che trovo tutto sottosopra. Mi riferisco alla sua affermazione su Class, argomento camicie e i colori da sfoggiare per due diversi tipi di appuntamenti. Nel primo fa sapere che per un incontro galante con una signora, indosserebbe una camicia azzurra; bianca invece per un appuntamento professionale. Appena ho letto questo ho dovuto pigiare il tasto rewind piu' volte per rileggere e magari accorgermi di essere affetto da un raro caso di daltonismo dislessico. Invece tutto rimaneva tale. Ora il mio
esangue dubbio, scarnificato da mille mie supposizioni e ricerche, mi chiede di rivolgermi direttamente alla fonte per conoscere il perchè di tale scelta. Nella mia forma mentis, al rendez-vous con il gentil sesso avrei optato per una casta, dannunziana, silenziosa camicia bianca, mentre di azzurro invincibile e guascone mi sarei armato per un appuntamento professionale. Anticipo che non ho preso le sue parole come dogma, ma solo come basilari regole per il buon gentleman.
RingraziandoLa per la Sua pazienza di fronte a tale arabeschi mentali, La saluto sartorialmente.
Enrico
Suo devoto apprendista-attaccabottoni



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Nome: Giancarlo Maresca
Data:
Cod. di rif: 6
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Il sublime del subliminale
Commenti:
Carissimo,
nelle occasioni professionali ci giova un clima di fiducia, che a sua volta è favorito dalla stabilità e dalla trasparenza. Niente meglio del bianco simboleggia queste qualità. Anche le donne, forse proprio per farsi meglio credere, si fanno sposare con questo colore. Onestà, equilibrio, assenza voluta di colore che sottintende ferma rinuncia agli eccessi. Questo vuol dire un colletto candido, meglio se circondato da grigi e blu senza aree di colore, destinate ad attirare l'attenzione in modo particolare. Ovviamente tra uno squallido promotore finanziario ed un uomo di successo ricco di personalità c'è qualche millimetro meglio distribuito, un dettaglio che parla ai pochi, un gesto che qualifica il tutto. L'abbigliamento maschile è dopotutto un linguaggio raffinato e sottile, le cui altezze sono praticabili e interpretabili solo dagli esegeti più abili e consumati.
Il celeste è il colore del cielo e del mare, infinito definito. Su di esso la tavolozza dei colori, necessario complemento, articola un verso più romantico. La creatività, negli affari spesso utile strumento quanto dannosa premessa, è un'aspettativa legittima in amore. Di qui l'opportunità dell'azzurro nelle occasioni galanti. Io ovviamente dico quello che sento, e che la mia esperienza mi insegna. Altre sensibilità ed altri vissuti potranno giungere a diverse conseguenze. Purché le spieghino meglio di me, sono disposto ad ascoltarle e a farmi convincere.
Tenga sempre d'occhio il notro sito, che cresce inesorabilmente e continuamente.
Cavallerescamente La saluto e La rimando alla prossima occasione.
Il Gran Maestro

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Nome: Enrico Marangoni
Data:
Cod. di rif: 7
E-mail: enrico10aa@yahoo.it
Oggetto: Camicia e camisella
Commenti:
Carissimo Gran Maestro,
Non ho nessuna pretesa di conservare in uno scrigno segreto i preziosi consigli che mi regala con tanta generosità. Come sono utili al sottoscritto, cosi' lo possono essere per altri innamorati del ben vestire, e dato che una delle Nove Porte, è dedicata a questo argomento, logica è la conseguenza che il riversarsi di tali temi non fa altro che arricchire la stanza.
Non mi ricordo la fonte, ma proprio oggi, forse in qualche quotidiano, la mia attenzione è stata catturata da un sito che ha l'ardire di portare in rete la cerusica preparazione di un'opera d'arte quale la camicia: www.camisella.it. Personalmente non l'ho ancora visitato, ma dato che mi sembra che i titolari siano della nobile Napoli, lo passo a Lei, nell'ipotesi che abbia qualche conoscenza in merito.
Da buon scettico, non penso che l'idea di creare on line una camicia, sia illuminante. Il fascino di recarsi di persona in un atelier è ineguagliabile: il chiaccherio ovattato dei tessuti, la frenesia dei bottoni, il sapore del gesso, non puo' appiattirsi dentro uno schermo. Anyway, aspetto Sua recensione in proposito, quando e se ne avrà interesse.
Ringraziamenti e saluti dal Suo ladro di tempo e di nozioni,
enrico


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Nome: Giancarlo Maresca
Data:
Cod. di rif: 8
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Sito sulla camicia
Commenti:
Egregio scudiero, instancabile ricercatore,
seppur partecipando del Suo stesso scetticismo, ho voluto visitare il sito che ha segnalato nel Suo ultimo intervento. Devo solo correggere l'indirizzo che mi ha fornito: la pagina si apre digitando www.cammisella.it con due emme e non con una. Ad un napoletano non c'è voluto molto a capire dov'era l'errore.
Il sito è molto garbato, e si sforza di dare la sensazione di avere dei contenuti. In realtà, trattandosi di una pagina commerciale, ogni discorso resta in superficie. La grafica e l'impostazione sono però curati,tecnicamente ed esteticamente ineccepibili. La scelta della camicia è impostata in modo pratico e divertente, ma manca una descrizione di cose importanti: i tessuti, prima di tutto, o gli interni dei colli. I prezzi mi sembrano equi in raporto ad una qualità che, visto il biglietto da visita comunque incoraggiante, non si ha motivo di dubitare che sia di ottimo livello.
Resta anche a me la perplessità che La animava. La scelta in rete può essere un rimedio per chi, già conoscendo la ditta, il prodotto e i materiali utilizzati, vuole risparmiare tempo. Il problema è che l'Uomo di Gusto, per diventare e restare tale, deve concedersi proprio quest'estremo lusso: tempo per se stesso.
Certo di rileggerLa presto, su questa lavagna o altrove, cavallerescamente La saluto.
Il G.M.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data:
Cod. di rif: 9
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Della cravatta.
Commenti:
Dal disordinato archivio della corrispondenza magistrale traggo la lettera che in calce ricopio e incollo. E'la replica a una mail di un giovane Socio, uno dei pochi che non abbia mai incontrato di persona. Per motivi di riservatezza manterrò il suo anonimato, così potrò dirvi che si tratta di una persona sraordinariamente sensibile. Sono oltre tre anni che intratteniamo un rapporto epistolare, e da poco meno di due anni il suo nome si è aggiunto al nostro Libro Soci. Poiché la sua attività lo mantiene quasi sempre lontano dal nostro paese, non ha mai partecipato a nostri eventi. Il suo è quindi il più tipico esempio di Cavaliere solitario, ma la freuqenza dei suoi interventi lo rende veramente partecipe del nostro spirito.
In questa occasione, mi diceva della spiacevole sensazione che aveva riportato nell'osservare un uomo che indossava una cravatta la cui gamba era più corta della gambetta. La sua mail è andata perduta, ma resta questa risposta, datata 16 novembre 2000. La appunto su questa lavagna, il cui scopo è appunto quello di rendere pubblica, come in un forum permanente, la corrispondenza sui vari temi ed oggetti di interesse cavalleresco.
"
Quello che l' ha infastidita non era certo la lunghezza della gamba rispetto alla gambetta. Chiariamo una cosa: nell' aspetto di un Uomo quello che conta è l' immagine complessiva. Essa è infatti responsabile della valutazione immediata, quella che più conta, e che può poi essere scomposta nei dettagli. A questo punto, molti particolari che possono essere penalizzanti per uno, diventeranno un punto di forza per altri.
Esistono certo delle abiezioni assolute, ma non annovererei tra queste la lunghezza della cravatta, che ha un ampio margine di libertà. Quando il pantalone è a vita piuttosto bassa,in linea di massima è bene che la cravatta sfiori appena la cintura. Diversamente, è concesso uno sforamento di alcuni centimetri che equilibra la figura. Anche questa non è una regola assoluta, perché bisogna tenere in conto la larghezza della base e del nodo, il taglio della giacca e tanti altri parametri che influiscono sull' Armonia. Molto spesso una lunghezza ardimentosa in un senso o nell' altro può ottenere un effetto espressivo che in sé non è sgradevole, se compiutamente sviluppato nell' immagine complessiva.
Il personaggio della Sua vicenda aveva certamente fuori posto ben altro che la cravatta, altrimenti Lei non l' avrebbe trovato così grottesco.
Capisco che in un momento di stizza Lei abbia voluto trovare appiglio in un esempio fisicamente misurabile per colpire il nemico con maggior forza, ma mi permetto di consigliarLe di non scendere facilmente in questi dettagli con la plebe, perché essa è facile a convincersi che esistano delle formule. Questi discorsi vanno fatto solo con gente del Suo rango, che ne comprenda la natura e soprattutto i presupposti.
Non voglio usare parole grosse come "Eleganza", nome divino che va sussurrato solo tra gli incensi della vera fede. Parlerò quindi di Aspetto. Bene, essere artefici del proprio aspetto è cosa che coinvolge insieme l'esercizio sofisticato del sapere e della sensibilità. Molti dettagli hanno un aspetto tecnico/scientifico, come il modo di annodare la cravatta. Saperla portare è questione di sensibilità. Essa deve essere piuttosto nuova, ben intonata, deve evitare ogni disegno che non sia pura geometria. Fiori di prato, personaggi dei fumetti, selle equestri, olandesine o pipe sono quello che chiamo perversione autolesionista. Inammissibili. La cravatta è lunga abbastanza per drappeggiare, ma quando l' uomo si siede non deve superare la parte media dell' inguine. Se arriva quasi alla sedia, o la tocca, ecco di nuovo l' abiezione.
Un consiglio del G.M.: pettini di tanto in tanto la Sua cravatta con le mani, facendola scorrere sotto il pollice e sopra le altre dita della sinistra: questo gesto può indirizzare lampi significativi al Suo interlocutore sull' affermazione del Suo pensiero e sul tempo che Le sta facendo perdere. A questo serve la cravatta. Molti la portano, pochi sanno come si suona.
Spiacente di non aver potuto rispondere con maggior certezza al quesito che mi poneva, cionondimeno cavallerescamente La saluta il Suo incrollabile
Gran Maestro "

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Nome: Franco Forni
Data:
Cod. di rif: 10
E-mail: GONFAL@TIN.IT
Oggetto: ASSIMETRIE DELL'INFORMAZIONE
Commenti:
A proposito di articoli d'abbigliamento,un tempo di uso comune ed ora introvabili, mi viene da riportare la teoria delle "assimetrie dell'informazione" messa a punto dal prof. George Ackelof dell'Università di California che ha vinto l'ultimo premio Nobel per l'economia.
In breve la teoria recita:"se un acquirente non può giudicare le reali condizioni di un determinato oggetto che non conosce a fondo semplicemente guardandolo,allora il prezzo del mercato rifletterà la qualità media degli oggetti in vendita.
I venditori che sanno di avere oggetti analoghi migliori della media li toglieranno dal mercato, in quanto non sono in grado di trovare compratori in grado di capirne il vero valore.
Ne risulta che qualità e prezzo di quegli specifici oggetti scenderanno sempre di più, fino al collasso del mercato"
E' quello che purtroppo è accaduto e accadrà sempre di più se coloro che ancora conservano la memoria storica di queste conoscenze non riusciranno a trasmettere,ai compratori il "senso della ricerca",ed ai venditori la missione di "educare" il cliente.
Non a caso gli artigiani-massime i sarti-molto più di tanti libri o corsi dedicati,sono grandi educatori e vengono chiamati Maestri.


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Nome: Giancarlo Maresca
Data:
Cod. di rif: 11
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Moda, Eleganza e Stile, con postille sul Fascino
Commenti:
L'Eleganza è insieme Tecnica ed Arte: ad un uomo occorrono almeno quindici anni per apprendere tutto ciò che c'è da sapere e altrettanti per dimenticarlo. Nella prima fase conta la disciplina, nella seconda il talento. Quando la sapienza è divenuta naturalezza, la crisalide dell'Uomo ben vestito si è trasformata nella rara farfalla dell'Uomo Elegante. Questi, dopo aver tutto cercato e poi consegnato all'oblio, ritorna se stesso. Si dice spesso che l'Eleganza sia quella che non si nota. In questa sentenza che si spara a casaccio al solo scopo di consigliare un eterno grigio scuro, risiede una verità nascosta. Per renderla evidente, va così riformulata: L'Eleganza è tale quando ciò che si nota non è l'abito, ma l'Uomo.
La Moda è un criterio di selezione deputato a terzi. Un sistema di omologazione basato sulla convinzione infantile di essere i primi ad aver messo la tal cosa, l'unico a possederla in originale o - questa è bella perché gabba anche quelli che si sentono furbi - quello che l'ha pagata meno. Il risultato è che a una discoteca o in un ristorante "alla moda" tutti, ad uno sguardo oggettivo esterno, risultano evidentemente vestiti allo stesso modo. Soggettivamente, invece, ciascuno è certo di essere originale.
Lo Stile è il codice segreto dell'Eleganza. Quando questa si esprime, attraverso un Uomo o una Donna, la sua evidenza è quasi divina. Eppure è impossibile comprenderla o descriverla, perché agisce appunto attraverso un linguaggio cifrato intrasmissibile e proprio di ciascun individuo. Come abbiamo visto L'Eleganza presuppone un apprendimento, a volte maturato individualmente a volte dalla famiglia. Lo Stile invece non si acquisisce se non da se stessi. Può essere affinato, ma non trasmesso. Con l'età, l'Uomo ha la possibilità - invero da pochi messa a frutto - di comprendere chi sia, come senta e cosa voglia veramente, al di là delle imposizioni sociali. Quando attraverso questa comprensione delle proprie debolezze le si trasforma in forza e viceversa, lo Stile giunge alla sua più alta eloquenza e diviene Fascino o Carisma.
Coltivare il proprio Stile, vestire alla Moda o accedere al supremo raggiungimento dell'Eleganza presuppongono un utilizzo più o meno cosciente, più o meno abile, più o meno lecito della Vanità. Perdoniamo una volta per sempre a tutti ed a noi stessi questo innocuo sistema di autogratificazione, ma nel farlo dobbiamo sapere che esso è fonte di un piacere che non si trasmette. L'Uomo alla Moda segue la corrente per prevenire le critiche e affermarsi, l'Uomo elegante è ammirato, solo l'Uomo di fascino è seguìto. Il Fascino e la sua forma più autorevole, il Carisma, sono automatismi che influenzano gli altri e possono rendere memorabili e convincenti al di là di ogni palese difetto. Ad un'attenta analisi, che li isoli da altre componenti del carattere, esse non rivelano nemmeno in minima misura l'ingrediente dell'autocompiacimento. Essi non appartengono a chi usi una maschera, ma a chi è in grado di offrire una potente, immediata rappresentazione della propria storia ad ogni semplice stretta di mano. Sono attributo di chi sa essere se stesso, di quanti abbiano raggiunto una serena consapevolezza delle proprie debolezze e della propria forza. In questo contano molto gli anni vissuti e la riflessione, perché conoscersi è cosa così difficile da essere raggiunta da pochi e comunque sempre in età matura . Per giungere a questo stadio occorre una sincera comprensione della diversità delle cose, degli uomini e delle situazioni, laddove tale diversità viene sempre più affermata in teoria e negata in pratica nel nostro sistema globalizzato.



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Nome: Francesco de Martino
Data:
Cod. di rif: 12
E-mail: dr.demarf@tiscali.it
Oggetto: La Tauromachia
Commenti:
Venerabile Gran Maestro e Cavalieri tutti,
perdonate l'intrusione nell'augusto vostro spazio di me picciola cosa e di certo non degna di rivolgermi a sì grande consesso. Vi prego vieppiù di perdonare l'ardire mio di scrivere queste righe, quasi non pago del tedio già causatoVi. Poche righe in merito all'oggetto del messaggio, la Tauromachia, per confessare che prima di inoltrarmi nell'analisi che se ne trova sul vostro sito, ne avevo un'opinione alquanto negativa e, dirollo francamente, spregiativa. Riflessioni che bene si trovano riportate e confutate in rete hanno rapidamente determinato una valutazione ispirata al carattere di inutile crudeltà e di barbara esecuzione.
Mi ha quindi molto colpito la risposta trovata sul sito a queste posizioni e nell'apprezzarla ho dovuto riconoscere la limitatezza della critica aprioristica e di bella facciata che è tipica della mia precedente posizione. Al di là della validità classica della tauromachia, che anche l'arte cretese-micenea ci ha tramandato, mi ha colpito l'affermazione che è la presenza della Morte a rendere seria, grave e sensata quella che altrimenti sarebbe, anche a parere di Voi Cavalieri (se ho ben capito), null'altro che una crudele pagliacciata. Lo scontro che la Tauromachia realizza e concretizza mi si presenta quindi sotto una luce nuova e trova radici in quello che forse viene ancor prima e poi trascende l'umana ragione: prima l'istinto, la lotta per la sopravvivenza e poi la ricerca di un senso superiore dell'esistenza che vada al di là del sopravvivere per raggiungere e conquistare un vivere di livello superiore, per coscienza ed intelletto. Non so se mi posso permettere di confessarvi che è mia sommessa opinione che la vera Tauromachia ai miei occhi non può essere che quella uno contro uno, così come era intesa nell'antichità! Ma di questo spero di avere il piacere di parlare una prossima volta.
In conclusione, Vi ringrazio di aver aperto la mia mente ad una riflessione così lontana, che si è mutata in arricchimento e rispetto per qualche cosa che evidentemente criticavo perchè non comprendevo pienamente. Spero di avere altre opportunità del genere attraverso il Vostro sito.
Ringraziando per l'attenzione dedicatami, Vi porgo i più sentiti saluti.
Francesco dem Martino

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Nome: Marco Clerici
Data:
Cod. di rif: 13
E-mail: dwxcle@tin.it
Oggetto: Conferme !
Commenti:
Egregio Gran Maestro, Stimatissimi Cavalieri,
è ormai parecchio tempo che rientro tra i simpatizzanti del Vostro sodalizio. Molto probabilmente Vi chiederete per quale motivo non sia ancora un Vostro socio.
Considerando il Vostro sodalizio, cosa estrememante seria ed importante, prima di aderirvi vorrei assicurarmi della profondità dei miei "sentimenti" verso quei "valori" che Voi stessi perseguite con così intensa partecipazione.
penso ormai di essere "moralmente" uno dei vostri, prova di ciò l'ho avuta poschi giorni fa mentro ero in coda allo sportello della segreteria dell'Università.
Il motivo di questa mia è proprio quello di parteciparVi le mie sensazioni.
Nell'attesa del mio turno, non ho potuto non ascoltare il discorso di due ragazze che si trovavano alle mie spalle.
queste due studentesse criticavano, con titoli ed appellativi che Voi tutti potete ben immaginare, il comportamento di un docente in sede d'esame.
Non bastasse il fatto che ragazze, nonchè studentesse universitarie, si esprimano con termini non certo consoni alla "grazia" che il gentil sesso incarna; a peggiorar le cose era il tema oggetto di discussione. Al docente in questione veniva aspramente contestata la sua disapprovazione circa l'abbigliamento indossato da alcuni studenti e studentesse in sede d'esame. Più che di abiti indossati sarebbe opportuno parlare di abiti non indossati. Infatti dalle descrizioni fatte, l'uno era in pantaloncini corti e l'altra in pantaloncini attillati e cortissimi; idonei per il lungomare di Rimini o per le selezioni delle Veline, ma non certo idonei per un esame universitario.
Di primo acchito l'impulso era quello di intervenire e di mostrare la mia disapprovazione su quanto loro affermavano. La ragione jha prevalso. E' inutile tentare di raddrizzare chi non sente e non vede se non quello che indicano le mode stagionali.
Docente, Università, Esame: son situazioni ed occasioni che richiedono "rispetto". Rispetto che si rivolge in primis verso noi stessi.
L'abito non fa il monaco, ma risalta solo l'apparenza. La vera differenza è nel comportamento.
Viene da pensare che questi ragazzi alla fin fine non hanno sbagliato ad abbigliarsi in quel modo. Il loro abbigliamento non avrebbe di certo trovato nessun riscontro e nessun supporto nel loro atteggiamento.
Gentleman lo si è dentro.
Scusandomi per la forzata intrusione nelle sale del Vostro ospitale castello, porgo a tutto il corpo sociale ed a Lei Gran Maestro i più cordiali saluti.
Marco Clerici

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Nome: Giancarlo Maresca
Data:
Cod. di rif: 14
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: L'abito ed il monaco
Commenti:
Gentilissimo signor Clerici,
con immenso piacere sono chiaato a commentare il Suo opportuno intervento su questa Lavagna. Al di là di una semplicità apparente, il Suo racconto introduce un argomento di importanza planetaria. Partiamo dall'abbigliamento: come linguaggio esso non si esprime solo sul piano estetico, ma anche su quello sociale e culturale. Facciamo un piccolo esempio. Come socio del Reale Yacht Club Canottieri Savoia, istituzione che entrerà il 15 Luglio prossimo nel centodecimo anno di ininterrotta attività, dall'ora del the in poi all'interno della sede sociale sono obbligato a portare la giacca e la cravatta. Fortunatamente il Savoia ammette come soci solo i maschi, altrimenti la straordinaria apertura mentale di ragazze come quelle di cui ci racconta avrebbe liberato prima il Savoia dall'obbligo della giacca, poi il mondo dal Savoia e infine, non è escluso, gli uomini dal fastidio del mondo. Per menti così approssimative una regola corrisponde sempre ad una vessazione. Comprendere l'aspetto costruttivo delle norme di comportamento richiede una mentalità civile. La distruzione sistematica di ogni codice mira, consciamente o inconsciamente, all'abbattimento del vivere civile. A prescindere dal piacere estetico che si ricava dall'indossare e/o dal vedere un abito di qualità ben abbinato, a prescindere dalla simbologia di una tenuta formale e quindi dal problema della priorità di nascita dell'uovo e della gallina o dell'abito e del monaco, ad un matrimonio o ad un esame si partecipa aderendo coscientemente ad una storia della quale, se si vuole far parte, è necessario riconoscere le norme. Non dubito che le signorine dedite alla fila in sgreteria, se divenute di colpo affermate accademiche, avrebbero apprezzato e richiesto un certo tono agli esaminandi. Di questo passo, altrimenti, sarebbe giusto accettare di sostenere l'esame in romanesco o in pugliese. Dedotta l'inutilità dei linguaggi non verbali, perché non liberalizzare quelli verbali? Si intravvede molto bene a questo punto il limite cui tende questa formula: l'abbattimento di quelle gerarchie di valori sui quali via via sono stati fondati gli Stati nazionali e le loro costituzioni, le letterature e le imprese, l'arte e la solidarietà umana.
Continui ad indossare la Sua giacca e si troverà, al momento dello scontro finale, dalla parte giusta della barricata.
Con l'affetto di un Suo vecchio corrispondente.
Il Gran Maestro

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Nome: Franco Forni
Data:
Cod. di rif: 15
E-mail: gonfal@tin.it
Oggetto: Virtù della scarpa lucida e della camicia bianca
Commenti:

Non ho mai posseduto un paio di scarpe che non mi fosse stato fatto su misura eccettuato qualche paio di splendide Lotus "penny loafter": A quei tempi, e mi riferisco ai primi anni sessanta, non appena arrivavi in collegio in Inghilterra era quasi d'obbligo averne un paio. E poi erano belle, pesanti, e indistruttibili. Ci infilavo dentro un penny vero e dovevamo domarle; avevo solo sedici anni.
Poi, frequentando ciabattini, ex calzolai, fabbriche - dai Magli ai Romagnoli, tutti miei amci - ho capito: la scarpa deve essere pesante, avere i lacci, essere foderata e, soprattutto, ben manutenuta. Sono divento grande.
Sono andato a scuola da loro: di alcune cose ho fatto tesoro, di altre no, perchè è proprio vero che se uno è ciabattino e lo rimane c'è un motivo.
Allora mi muovevo spesso tra Roma e Milano: mi sono servito presso l'ultimo lucidascarpe in via Belsiana ed ho fatto scorta - parlo di venticinque anni fa - della mitica cera Griffith. Il sabato, a Bologna, prima dell'aperitivo in centro, trascorrevo un paio d'ore a pulire qualche paio di scarpe come Dio comanda.
Vorrei segnalare a Soci e Visitatori un negozio di Milano che importa per tutta l'Italia le cere della Avel, secondo me in assoluto le migliori in commercio:
F.lli Santovito s.nc. dal 1938 - Corso di Porta Vigentina, 38 20122 Milano - tel. 02 58314951.
Qui la scarpa è cultura. Fateci una visita, citando uno di Bologna che fa parte di un gruppo di amatori. Potrebbe divenire un fornitore del C.O.

Altro argomento: la camicia bianca.
Leggendo l'intervento del Gran Maestro sulla camicia nella presente Porta dell'Abbigliamento sono rimasto francamente un po' deluso.
L'ho trovato troppo blando e accondiscendente verso la camicia azzurra verso la quale, pur possedendone alcune, ho molte riserve:
1° E' un capo troppo facile e si presta a troppe mediazioni: un gentiluomo deve conoscere le regole e, solo conoscendole, - fra l'altro anche parole tue - può ad esse trasgredire. La camicia azzurra spesso è il "refugium peccatorum" di chi non vuole o, più spesso non sa o può osare. Come lo splendido blazer. Andiamo avanti.
2° Ritengo che la camicia bianca costituisca un fulgido segno dell'affermazione maschile, perché costituisce un netto distinguo dai colori intermedi prediletti dalle donne che vogliono vestire i mariti.
3° Dà sempre un senso di pulito, non può venire portata due volte di seguito e tradisce la scarsa cura dedicata alla persona se non viene cambiata spesso. Io no, ma mio padre che venne ritratto in completo grigio fumo di Londra con tanto di pochette sulla cabinovia del Cristallo, ne cambiava tre al giorno. Ti rammento quel delizioso volumetto di Domenico Rea, che ricorda il momento in cui ordinò camicie azzurre ed il suo camiciaio gli chiese se doveva emigare? Ebbene noi non emigriamo. Ancora una volta un mastro sartore si è rivelato censore di facili costumi. Bravo.
4° L'abbigliamento sta toccando il suo punto più basso, e alcuni di Noi rappresentano al momento la memoria storica. Ricordate la teoria di Akeloff (citata più avanti - n.d.G.M.)? Certamente si. Ebbene con il vino sono riusciti ad invertire la tendenza, con il cibo ci stanno provando (con il servizio in sala invece no, in Italia siamo ai minimi),così il Gran Maestro dovrebbe diventare, spero meno corrotto, ma altrettanto combattivo e geniale, il Veronelli dell'abbigliamento, ma senza camicie azzurre per carità.

Franco Forni


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Nome: Lorenzo Villa
Data:
Cod. di rif: 16
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Il futuro della Sartoria
Commenti:
Gentilissimo Gran Maestro e Cavalieri tutti,

come mia prima apparizione su questa nobile lavagna, vorrei sollevare un problema che, come già ho avuto modo di sottolineare con il Grande Maestro, mi sta particolarmente a cuore : il futuro della finissima e irrinunciabile "arte sartoria".
Come noi tutti sappiamo la sua sopravvivenza è messa a durissima prova da tanti fattori, che non sto qui ad elencare. Certo è che di questo passo tra qualche lustro dovremo cedere all'esecrando "su misura" industriale. Tanto basta da non dormire alla notte !
Io sono piuttosto giovane, avendo sulle mie spalle quasi trent'anni. Il mio sarto, a che se ne dice il più giovane dell'Emilia, mia terra di nascita e residenza, ha cinquant'anni : nella sua bottega non ha ne figli ne aiutanti che possano proseguire questa affascinante quanto sublime tradizione.
Il problema è comune e drammatico.
Forse solo nella città di Napoli, a che mi è dato sapere, qualche discendente di un grande maestro ha deciso di seguirne il percorso. Parlo del grande Gennaro Solito con il figlio Luigi, di Renato Ciardi ed i suoi figli e di pochi altri.
E' cosa troppo importante la Sartoria per un uomo da vederla finire offuscata da l'orribile scritta "su misura" di un qualunque negozio. Proprio in un momento come questo in cui il ritorno all'antica tradizione del vestire su misura sembra così attuale e ricercato.

I miei più cavallereschi saluti.

Lorenzo Villa


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Nome: Giancarlo Maresca
Data:
Cod. di rif: 17
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Su misura e su ordinazione
Commenti:
Gentilissimo signor Villa,
mi compiaccio non poco nel sapere che Lei vesta su misura. Non si stupisca di vedere dal Suo sarto anche clienti molto giovani. Da quando un Dio vendicatore ha cominciato a falciare gli stilisti, la domanda di abbigliamento su ordinazione è molto aumentata. La morte violenta di Versace, Gucci, Trussardi, è il simbolo della fine di un ciclo. Solo pochissimi anni fa si vedevano persone di ceto e cultura elevate indossare giacche firmate in modo appariscente. Credo che oggi un dirgente o un avvocato, ma anche un ciclista o un calciatore, preferirebbero scomparire piuttosto che farsi vedere con un abito dai bottoni griffati. Ovviamente la creazione di una nuova domanda ha attirato molti tra imbonitori, cialtroni e truffatori. In tantissimi spacciano come su-misura capi che al più potrebbero essere definiti su-ordinazione. I Kiton, gli Attolini e altri, hanno utilizzato per definirsi la parola "sartoriale", facendo così credere che il loro sia un prodotto di sartoria. Questo non è vero. Il loro è un ottimo prodotto, ma avendo caratteristiche industriali non va confuso o fatto volutamente confondere con quello di un laboratorio artigianale.
Vedo che è un assiduo frequentatore di MONSIEUR e appassionato di sigari. In considerazione di queste Sue qualità, La informo che anche Andrea Grignaffini, direttore di Torpedo e nostro Socio, è un suo concittadino.

Cavallereschi saluti.


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Nome: Lorenzo Villa
Data:
Cod. di rif: 18
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Sartoria
Commenti:
Egregio Gran Maestro,
non posso che sottolineare il mio più completo assenso per le sue precise e giustissime parole.
La moda degli stilisti si trova ad un bivio. Purtroppo vedo ultimamente molte griffes "scimmiottare", in maniera grottesca e ridicola per un vero intenditore, il ritorno ad una moda etica e virile, proponendo anch'essi l'ormai immancabile servizio "su misura". Dio ce ne salvi... ( a tal proposito se proprio dovessi salvare qualcuno del volgare mondo della moda salverei Giorgio Armani, a suo modo e in quel mondo un monsieur). Per non parlare dell'onnipresente parola "sartoriale" o "stile Napoli" presente in ogni vetrina di boutiques maschili. Che affronto ! Una tradizione così antica ed una così nobile arte oltraggiata in questo modo.
Sono perfettamente concorde con Lei a riguardo dei vari Kiton ,Attolini, Borrelli etc. Per un mio peccato di gioventù anni or sono (vista ai giorni odierni ritengo comunque questa mia esperienza importante al fine della mia crescita), prima di conoscere la finissima e sublime aria di Sartoria, acquistai un blazer di Sartoria Partenopea, un nome come tanti altri che sfrutta il momento e annebbia il gusto. Bene, assieme ad una giacca di Kiton di un suo cliente, ci siamo divertiti, io con il mio sarto, ad "aprirla" completamente : che differenze macroscopiche tra una giacca tagliata in sartoria e le due di confezione ! Dove la ci sono solo punti dati a mano, meticolose e lunghissime rifiniture, materiali per gli interni della migliore qualità, maniacale perfezione ed una esecuzione commuovente, qui ci sono molte "macchinate", materiali che non si vedono approssimativi, imperfezioni e imprecisioni industriali evidentissime.
Mi permetto di continuare a rubarle prezioso tempo nel farLe notare che i vari Kiton, Borrelli & C. stanno inesorabilmente diventando le nuove griffes. Un week-end del mese di Luglio del corrente anno mi trovavo in quel di Forte dei Marmi, facendo così lo spiacevole incontro con la nuova boutique Borrelli (un nome che ho sempre stimato). Nel suo interno veniva venduto di tutto, dalle famose camicie alle cinture passando da scarpe, pantaloni, polo e quant'altro. Tra un po sostituiranno i vari Prada, Gucci, Versace nella continua corsa per l'apertura di negozi. Ma non si fregiano di una artigianalità incontaminata ?!
Leggo con grandissimo piacere gli articoli del parmigianissimo Andrea Grignaffini, sia su Monsieur che su Torpedo e sulla locale Gazzetta di Parma in cui spesso, con la sua solita competenza, si occupa di vino e gourmandises.
RingraziandoLa per la sua infinita cortesia, Le auguro i miei più cavallereschi e cordiali saluti.

Lorenzo Villa

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Nome: Giancarlo Maresca
Data:
Cod. di rif: 19
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: De sartoribus
Commenti:
Egregio signor Villa,
il suo generoso salvataggio di Giorgio Armani trova certo giustificazione nella qualità del personaggio. In quest'ottica andrebbero però salvati senz'altro anche Ciro Paone (Kiton), Borrelli e Attolini, come uomini e soprattutto come imprenditori tutti degni della massima considerazione. Noi però dobbiamo sapere che il nemico si nasconde sempre molto vicino e sotto apparenze suadenti. L'azione di queste ditte ha avuto una fase meritoria nel rilanciare una linea più sobria e virile, lontana dalle ispirazioni deliranti dello stilismo. Oggi però, per acquisire nuove fette di mercato in Italia e soprattutto all'estero, confondono il pubblico presentando come "sartoriale" un prodotto che non ha nulla di artigianale. Chiariamo che in questi capi, almeno nelle linee più prestigiose, l'intervento manuale è vasto. Questo non fa venir meno il carattere industriale del prodotto. Valgono infatti due considerazioni:
1 - Un oggetto è artigianale quando esce da una bottega artigiana, cioè da mani che compiono o almeno controllano l'intero processo di produzione. Dalle assi al mobile, dalla sbarra di ferro alla cancellata, dal taglio di stoffa alla giacca. In uno stabilimento come quello della Sartoria Partenopea, di Kiton o altri, il lavoro è completamente parcellizzato. Per un'esatta definizione in termini di economia aziendale, a questo punto non conta che le varie fasi siano condotte a mano o a macchina. Anche un sigaro avana di alta gamma è confezionato totalmente a mano, ma nessuno si è mai sognato di definirlo per questo un prodotto artigianale. Gli stabilimenti produttivi inalberano da un secolo e mezzo il nome di "Fabrica de tabacos torcido". Non taller, quindi, ma fabrica.
2 - Riferendosi specificamente all'abbigliamento, un capospalla può definirsi artigianale e "confezionato su misura" quando viene prodotto su cartoni specifici del cliente e non su taglia. Inoltre l'intervento decisivo è quello del ferro da stiro, che dona ai punti chiave della giacca i suoi volumi. Queste fasi vengono sostituite in fabbrica da un mangano che con una semplice pressione gonfia le forme di petto, ma lo fa su una sagoma uguale per tutti. Inoltre in sartoria le fodere vengono applicate pezzo per pezzo, mentre nelle confezioni spacciate per "sartoriali" vengono cucite tutte insieme alla fine. In definitiva, possiamo dire che il sarto lavora con ferro ed ago, la fabbrica con computer e mangano.
Come mai troviamo così poco lino e cotone nelle collezioni industriali? Come mai si lavora quasi solo lana e comunque stoffa con armatura a batavia (saglie, spacciate sotto vari nomi di fantasia, tra cui l'esecranda Tasmania), tralasciando le tele? Ciò accade perché queste tipologie richiedono un maggiore intervento umano per domarne il nervo ribelle. In questi casi la morbidezza dei tessuti non serve ad altro che a mascherare la rigidità della costruzione, incatenata da cuciture meccaniche e da interni troppo strutturati.
L'azione oscurantista della confezione sotto mentite spoglie priva i deboli artigiani del futuro, rubando loro da una parte i clienti e dall'altra i lavoranti, attirati da una posizione previdenziale più sicura. Il discorso a questo punto si fa complesso e non si può ridurre ad una petizione di principio o ad un'esaltazione acritica del passato e della tradizione. Occorrerebbe una presa di coscienza bilaterale, della categoria dei sarti da un lato e delle istituzioni dall'altro, per indirizzare in molte mani e molte botteghe la ricchezza determinata dall'apertura di mercati forti come America e Giappone. Solo in tal modo si potrebbe salvare l'arte sutoria, che oggi è al di sotto di quel livello di riproducibilità che zoologicamente conosciamo come soglia di estinzione. Solo una concatenzaione tra un museo della sartoria napoletana, una scuola ad esso collegata e un marchio sostenuto da un disciplinare di produzione e diffuso da un consorzio risponderebbe a quest'esigenza. In verità ne ho in mente il progetto in ogni minimo dettaglio, ma non so se mi dedicherò mai a quest'altra lotta contro i mulini a vento. Sono molto abile nel convincere gli uomini, ma dubito che i politici appartengano alla categoria.
Cavallerescamente
Il Gran Maestro

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Nome: Lorenzo Villa
Data:
Cod. di rif: 20
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Futuro
Commenti:
Gentilissimo Gran Maestro,
Le sue affermazioni mi trovano nuovamente in completo accordo. Inoltre le Sue preziose considerazioni sono un interessantissimo, quanto doveroso, trattato che tutti coloro che aspirano al bel abbigliarsi dovrebbero conoscere e tenere a mente.
Non volevo essere frainteso nella mia precedente lettera riguardo le critiche mosse dal sottoscritto ai Ciro Paone, Borrelli e Attolini. Ben vengano imprenditori e uomini capaci di centrare un successo mondiale di questa portata con un prodotto di qualità. Rimango solo un po deluso che una antica azienda come la Luigi Borrelli, famosa in tutto il mondo per le sue camicie, si metta a produrre, o ancora peggio dare in licenza la produzione, scarpe, costumi da bagno, abiti etc.
Trovo molto azzeccato il Suo passaggio sull'esecranda Tasmania. Un tessuto che i sarti non amano ( almeno il mio ed il suo collega di bottega ) e chi conosce o ha l'occasione di provare, toccare, "accarezzare" la drapperia inglese, rifiuta al pari di un vino col sentore di tappo.
La sua idea di un progetto che garantisca il futuro dell'arte sartoria mi ha colpito molto. E' un problema che sento molto da vicino, volendo la speranza di poter continuare a vestire su misura tutta la vita ed amando profondamente questo antichissimo e nobile mestiere. Io La conosco poco, pertanto non mi permetterei mai di darLe un consiglio, ma l'idea che mi ha illustrato è veramente qualcosa da non lasciare in un cassetto. Ho grande stima di Lei e a volte, le azioni più ardite, più difficili, sono quelle a cui vale la pena dare credito e seguito.
Insieme ai miei più Cavallereschi saluti, Le auguro un buon fine settimana.
Lorenzo Villa

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Nome: Giancarlo Maresca
Data:
Cod. di rif: 21
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: tasmania & Co.
Commenti:
Egregio signor Villa,
non si senta minimamente frainteso. La mia replica non voleva essere polemica, ma solo puntualizzare che la validità di un'impresa e/o degli uomini va valutata a livello di risultati economici, ma la loro azione va considerata anche sul piano degli effetti sull'ecologia del pianeta-gusto. In questo mondo sono tante e tali le specie in via di estinzione da richiedere la massima vigilanza da parte di chi sia dotato di un certo discernimento.
Quanto alla Tasmania, si tratta di un esempio dello strapotere mediatico. Per anni il cliente meno competente si è sentito gratificato dall'utilizzo di un tessuto poco confortevole, ancor meno durevole e assolutamente inadatto alla moderna attività di viaggi e giornate fuori casa. L'antiestetico groppo di pieghe al cavallo dei pantaloni dopo un paio d'ore d'aereo o di auto sembravano invisibili, ma sembra che oggi sia già tutto rientrato. La spiegazione di questo sproporzionato successo va anche ricercata nel suadente effetto dei finissaggi estremi di questo tipo di tessuti, che al momento dell'acquisto li rende convincenti. Il suo preciso richiamo ai tessuti inglesi sposta l'attenzione su un mondo di mani asciutte, filati ritorti, lane poco brillanti, destinate a vestire e non a restare appese nel guardaroba come cimeli. Avrà notato che nel nostro ciclo dei Laboratori d'Eleganza (vedi pagina Eventi), quando si è trattato di affrontare il mondo della drapperia abbiamo discusso solo di Tessuti Inglesi.
Mi compiaccio per il Suo intervento sulla Lavagna dell'Abbigliamento. Apprezzando il Suo stile espositivo, Le suggerisco di intervenire anche nei Taccuini di Viaggio, descrivendoci magari una Sua giornata in sartoria, se possibile con una foto (ne può allegare una, non di peso elevato).
Cavallerescamente arrisentirci su questa lavagna.
Il Gran Maestro

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Nome: Lorenzo Villa
Data:
Cod. di rif: 22
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Sartoria & Calzolai
Commenti:
Gentilissimo Gran Maestro,

la Sua attenzione per i miei interventi all'interno della Lavagna dell'Abbigliamento mi lusinga alquanto.
Essendo il problema della sopravvivenza dell'antico e nobile mestiere di sarto da me molto sentito, mi sono sentito in dovere di esprimere le mie preoccupazioni per il futuro di questo mondo. Sopratutto dopo aver letto la Sua acuta lettera contenente un progetto di "salvaguardia della specie". Da che mi è dato sapere in Inghilterra, paese come l'Italia di grandissima tradizione sartoria, hanno già superato questo problema, trasformando le botteghe in attività imprenditoriali che, pur mantenendo le tradizioni di assoluta qualità e artigianalità, attraggono addetti sia nazionali che extracomunitari ( la presenza di indiani è notevole ), garantendo così uno stabile e roseo futuro.
Cosa sicura è che non mancherò di far seguito al Suo invito nei Taccuini di Viaggio cercando di rifuggire il più possibile da esaltazioni, cosa che mi capita di sovente quando parlo dell'universo fatto di stoffe, forbici, ago e filo.
Proprio ieri sera ho letto il Suo articolo "Talk Shop" sull'ultimo Monsieur : uno racconto interessantissimo, condito da una sottile ironia che fa scorrere via le pagine con una piacevolezza rara.
Per rimanere in tema di scarpe, oltre che un grande amante delle scarpe inglesi ( pur riconoscendo che non raggiungono vertici assoluti come altri grandi maestri calzolai britannici, ho una predilizione per le scarpe Tricker's ) sono un amante di Silvano Lattanzi, di cui posseggo due paia di scarpe : uno su misura ed uno acquistato pronto. Secondo il mio modestissimo parere uno dei migliori artigiani del bel paese.
Nell'attesa di una Sua sempre graditissima risposta, Cavallereschi saluti.
Lorenzo Villa

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Nome: Giancarlo Maresca
Data:
Cod. di rif: 23
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Sarti e sartorie
Commenti:
Egregio signor Villa,
l'organismo sartoriale di tipo britannico è più longevo per costituzione. Non è questione di lingua o di luogo, ma di organizzazione. A Londra esistono sartorie, a Napoli (in Italia) sarti, botteghe. La differenza sta nel fatto che una sartoria è retta da un imprenditore, una bottega da un artigiano. Il primo è un uomo di capitali ed investe nel futuro dell'azienda, il secondo acquista appartamenti, per sua formazione culturale pensa alla stabilità economica propria e dei figli, ma inesorabilmente mantiene l'azienda sempre ad un livello minimo. Così a Savile Row esistono molti marchi secolari, mentre a Napoli nomi brillantissimi come De Nicola, Gallo, Schiraldi, Blasi, pur avendo dominato il loro tempo, non hanno lasciato eredi. A Roma, a Firenze, a Milano è stato lo stesso. Il prodotto di bottega è spesso superiore, ma quello di sartoria è presentato meglio ed è più gratificante in termini di qualità apparente. Un imprenditore è più pronto e più flessibile di un artigiano, più capace di adeguarsi ai clienti, più abile a procurarsi nuovi mercati. Per questo motivo la struttura più duratura è quella, da Lei stesso definita imprenditoriale, formata da un capo che sa governare la cassa e da una squadra che sa usare l'ago. Il primo deve però essere anche stilista, comunicatore. E' il caso di Rubinacci, l'unica vera sartoria d'Italia, non a caso un nome oggi presente anche a Milano, a Tokio e tra meno di un mese a Roma. Non si può dire che la giacca di Rubinacci sia superiore a quella di Solito, ma il mestiere e la storia di Mariano fanno in modo che da molti essa venga percepita in tal modo. Alla morte di Vincenzo Rubinacci non vi sono stati scossoni nel passaggio a Mariano, ed anch'egli troverà nei figli eredi veramente formati, che sapranno gestire l'azienda nella direzione più consona. Il nome di Gennaro Solito, nonostante Luigi possa in qualche modo proseguire l'attività paterna, è destinato alla sua morte a decadere. Attenzione, non sto facendo valutazioni qualitative, ma pratiche. Occorre comprendere i meccanismi forti per sapere cosa sia fatto per durare e cosa no. Un pappagallo campa settant'anni ed un canarino sette, ma nulla dall'esterno lo farebbe supporre. Nelle nostre italiche voliere, non vedrà però nascere nuovi pappagalli e questo per due motivi:
1 - Al sarto è preclusa ogni possibilità di divenire imprenditore. Glielo impediscono la sua formazione schiva, la dedizione al lavoro che gli sottrae tempo per le relazioni pubbliche, l'inesorabile spinta ad acquistare la casa alla figlia piuttosto che locare uno spazio in centro.
2 - All'imprenditore non è facile mettere su una sartoria ex novo. E' un mestiere difficile e si possono trovare alternative più facili per impiegare denaro. La soluzione di cui Le parlavo, di un marchio di tipo imprenditoriale gestito con criterio cosortile e sostenuto da Enti Pubblici, è praticabile perché la struttura imprenditoriale nascerebbe con l'intervento della P.A. Il progetto funzionerebbe solo se la Presidenza del consorzio fosse affidata ad un competente di queste cose, ma non ad un politico nè ancor meno ad un sarto, il che sinceramente è molto difficile. E' per questo motivo che sono restio a parlarne con chi di dovere.
Lei mi ha di gran lunga battuto. Ho posseduto il mio primo paio su misura a trentasei anni. Si trattava di quel paio che si vede anche nell'ultimo numero della rivista, quando si parla del Club MONSIEUR a Pitti.
Cavallereschi saluti
Il Gran Maestro

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Nome: Lorenzo Villa
Data:
Cod. di rif: 24
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Ancora sul futuro
Commenti:
Gentilissimo Gran Maestro,
la Sua lettera mi ha riportato esattamente ad un anno fa, giorno in cui con una "folle" decisione, decisi di varcare le soglie dello show-room del maestro Lattanzi a Milano, in via Montenapoleone. Mi prese l'appuntamento un amico, che conosceva il Sig. Lattanzi e che mi permise di assicurarmi uno speciale trattamento. Scelsi una scarpa decisamente particolare ed extravagante : una derby in pebody di vitello inglese anticato della serie arancio, con una originalissima allacciatura da antico stivale da equitazione. Un capolavoro.
Come ho già avuto modo di scrivere ho una grande passione per le Tricker's che trovo insuperabili nella linea Country e 1829. Un mio fortunato conoscente ha avuto modo di farsi fare un paio di Kensington su misura in Jermyn Street : una delle più belle scarpe che abbia mai avuto modo di tenere in mano.
Ho trovato molto interessante il Suo speculare confronto sartoria inglese - sartoria italiana. Le rinnovo i miei complimenti per la Sua grande conoscenza in materia. Come epilogo di un così importante discorso sento l'urgenza di una domanda, in virtù della Sua grandissima competenza. Ebbene quale sarà il futuro da qui a qualche decennio della sartoria e delle tante botteghe di sarti in Italia ? Durante i miei studi universitari scientifici ho avuto modo di apprendere e, successivamente comprovare, che niente si crea e niente si distrugge; tutto si trasforma...
Cavallereschi saluti in questa piovosa giornata e ancora grazie per Le sue graditissime risposte.
Lorenzo Villa

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Nome: Giancarlo Maresca
Data:
Cod. di rif: 25
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Futuro della sartoria
Commenti:

Egregio signor Villa,
quanto alla domanda sul futuro della sartoria, credo che esso si possa così riassumere:
1 - La sartoria non morirà finché l'uomo vestirà in giacca. Non sappiamo quanto ancora potrà durare questo capo, che dura da cento anni e negli ultimi settanta è restato praticamente inalterato. Forse un giorno non lontano si verificherà una rivoluzione come quella nelle calzature, che in pochissimi anni - a parte una nicchia di tradizione - si sono completamente trasformate.
2 - Considerando come presupposto che la giacca continui ad essere il capo formale per eccellenza, la sartoria va incontro ad una radicale modificazione.
3 - Modificazione nelle dimensioni. A meno di lavorare a nero, le piccolissime sartorie, con un maestro interno e lavoranti solo esterni o al massimo un aiutante, non potranno superare la crisi che avverrà tra quattro anni, quando secondo i miei calcoli rientrerà questo momento di vacche particolarmente grasse. Saranno sempre più necessari ampi spazi espositivi e di accoglienza.
4 - Modificazione nei sistemi di lavorazione. Addio tele dei colli e baveri punteggiate a mano. Addio crini naturali, vergolino alle asole. Molte di queste cose sono già un ricordo in molte città, ma tra cinque anni saranno estinte dapperutto, se non a Napoli. La mia città, quella che oggi veste il mondo, resterà quindici anni indietro agli altri.
5 - Modificazioni tecniche. La modellistica si avvicinerà leggermente a quella della confezione. In particolare verrà favorito un giro manica più ampio e una modellatura più rigida della spalla.
6 - Modificazione nelle persone. L'artigiano non proverrà più dalla bottega, ma avrà un'istruzione media superiore. non si formerà a partire dagli otto-dieci anni, ma da diciotto in poi. Sarà spinto verso la sartoria dalle possibilità di guadagno e pertanto svilupperà più facilmente una mentalità imprenditoriale. La mancanza di una mortificazione in gioventù, la tara di quasi tutti i sarti odierni, permetterà a questa nuova categoria di portare la testa più alta e di comprendere meglio il cliente. Quello che si perderà in pura tecnica non lo si recupererà più, ma forse il cliente troverà maggiore attenzione. Questo "sarto colto" comprenderà - dopo secoli - che quando il cliente gli chiede di applicare una determinata fodera o un taschino così e cosà, quella è la prima cosa che deve fare, fosse anche l'unica che faccia bene. I maestri odierni non capiscono certi vezzi e li trascurano o addirittura li avversano, da un lato orgogliosi della propria arte e dall'altro convinti che il cliente si conquisti solo con una giacca che vesta bene.
7 - Modifica nei clienti. Con un processo alimentato da questa nuova categoria di sarti che verrà, più aperti alle innovazioni e capaci di sfruttare le debolezze e le esigenze del cliente, la sartoria diverrà il circolo di coloro che esigono personalizzazione, più che la palestra di chi si eserciti nell'eleganza.
C'est tout.
Cavallerescamente.
Il Gran Maestro

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Nome: Lorenzo Villa
Data:
Cod. di rif: 26
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: E noi che faremo?
Commenti:
Gentilissimo Gran Maestro,

il suo completo e preciso intervento, non lo nego, mi inquieta alquanto. Il futuro, più che nero, mi appare nelle sue sembianze più funeree. Sarà veramente questo lo scenario che ci raggiungerà da qui a cinque anni ?! Oltre a mostrarLe le mie più vive preoccupazioni nel leggere le Sue parole, anche in virtù dell'autorevolezza di chi le scrive, mi prendo la licenza di chiederLe alcune precisazioni :
3 - Il citato periodo di vacche grasse si riferisce all'affluenza di clienti nelle sartorie ?
4 - Le modifiche che Lei cita apporterebbero la fine del su misura vero, fatto di ago, pazienza e maestria. Sara davvero così ? Tutto fatto a macchina ?
5 - Se al punto precedente il vestire su misura era agonizzante ora è morto e sepolto : il sarto che rilegge la confezione ?
6 - Questo nuovo "sarto" diverrebbe una figura tipo quelle spuntano qua e là in ogni città : offrono la scelta dei tessuti di capi che poi fanno realizzare in giro per l'Italia; un "confezionato su ordinazione" . Le cito per precisione il caso di un negozio di Parma che offre un servizio di questo tipo : si sceglie il tessuto per un abito o per una camicia, viene spedito a Napoli per la lavorazione, ritorna a Parma pronto per la vendita. ( E' il caso che citai tempo addietro di Sartoria Partenopea ).
7 - Conosco tante persone che come me vestono su misura e a queste potrei sommarne altre che mi capita di osservare. Tutti questi, me e Lei compresi, dove andremo ? Chi cucirà le nostre giacche o le nostre camicie ? Dovremo accontentarci solo di qualche personalizzazione ?
Mi rendo conto di lasciarLa in balia dei miei punti interrogativi ma la questione è per me fonte di notevole preoccupazione.
Nell'attesa di una Sua gentilissima risposta in Lavagna, i miei più cavallereschi saluti.
Lorenzo Villa

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Nome: Giancarlo Maresca
Data:
Cod. di rif: 27
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Nessuna paura
Commenti:
Egregio signor Villa,
rispondo nell'ordine alle Sue perplessità. La Sua preoccupazione è anche la mia, ma c'è poco da fare.
3 - Si. La caduta del capo firmato come status symbol non ha modificato il meccanismo del mercato. Occorreranno quattro anni ancora ai Kiton e similia per prendere il posto che fu di Versace & Co. Nel frattempo la domanda di stile ha trovato risposta anche nelle sartorie e le ha rese più frequentate. Non durerà a lungo, o almeno non per i piccoli.
4 - Il fatto a mano e veramente su misura non morirà. Come ho già detto, non fino a quando ci saranno uomini che desidereranno vestire in giacca. Scompariranno solo alcuni sistemi di lavorazione, quelli che potremmo dire a basso rendimento. Le perdite di tempo non compensate da un adeguato aumento del valore aggiunto sul capo finito. L'aumento di valore di una tela lavorata a mano è scarsa quanto la sua conoscenza. Poichè è evidente che la cultura vera, la capacità di riconoscere la qualità autonomamente, si sta esaurendo, secondo la teoria di Ackeloff (vedi sito, lavagna Abbigliamento, intervento di Franco Forni)) non ci sarà alcuna possibilità del permanere di criteri o materiali non retributivi. Non sarà quindi fatto tutto a macchina, ma sarà fatto a mano solo quello che verrà facilmente riconosciuto come tale.
5 - Non c'è dubbio.
6/7 - Questo nuovo sarto non sostituirà il vecchio da un giorno all'altro, ma ci sarà. Ne riparleremo nel 2006-2007. Non rappresenterà un danno totale, il male assoluto, perché il cliente veramente di gusto, come certamente Lei ed i suoi amici, saprà trovare il giusto artigiano ed indirizzarlo. Peraltro questo nuovo sarto ci farà trovare un buon whisky di malto, che a quello attuale deve sembrare troppo costoso.
In conclusione, non si preoccupi e vesta in giacca. Finché saremo in tanti a farlo, troveremo di che sfamarci.
Lei è giovane, non abbia paura del futuro e contribuisca anzi a guidarlo.
Parola del Gran Maestro
G.M.


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Nome: Lorenzo Villa
Data:
Cod. di rif: 28
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Richiesta di precisazioni
Commenti:
Gentilissimo Gran Maestro,

mi considero onorato dal poter rubare qualche autorevole pagina sulla Lavagna dell'Abbigliamento per dare spazio al nostro interessante carteggio. Come ho avuto modo di scrivere poc'anzi, sono davvero felice e lusingato dalla possibilità di poter lasciare una traccia in compagnia del Suo autorevolissimo pensiero, su di un argomento di così vasta portata.
Ne approfitto per rubarLe qualche altro attimo, chiedendoLe una precisazione :
Questo nuovo sarto, se ho ben capito, non sarà un vero e proprio artigiano, in quanto non realizzerà direttamente un capo, ma farà solamente da tramite tra un azienda ed il cliente. Questa nuova figura risponderà al bisogno di personalizzazione, secondo le richieste del cliente, facendole poi eseguire da terzi.
Quindi io varcherò le soglie del suo negozio, sceglierò un tessuto, un modello di giacca e pantalone da alcuni campioni e dopo circa un mese mi vedrò consegnare l'abito con quei particolari da me richiesti. E' ben chiaro che il su misura sarà nelle personalizzazioni poichè non ci saranno più tre prove, non ci saranno più le fodere attaccate a mano una ad una, i pantaloni non saranno più interamente cuciti a mano dentro e fuori da invisibili ma importantissimi punti, l'interno delle giacche sarà a noi sconosciuto e potrei continuare a lungo di questo passo. Ho capito in maniera corretta ? Non sarà più una sartoria ma un negozio che offre capi su ordinazione, personalizzabili. Capi che verranno necessariamente eseguiti da grandi laboratori piuttosto che da industrie.

RingraziandoLa ancora per il tempo che mi dedica, cavallerescamente La saluto.

Lorenzo Villa

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Nome: Giancarlo Maresca
Data:
Cod. di rif: 29
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: De sartoribus novis
Commenti:
Egregio signor Villa,
non confonda le Sue paure con le mie tesi. Se rileggerà con attenzione i miei appunti vedrà che non ho mai nemmeno accennato a quel lavoro di "agenzia" cui Lei fa riferimento e che giustamente tanto Le ripugna. Ribadisco che il sarto che immagino nel futuro resterà artigiano, solo che sarà un artigiano di seconda generazione, con le caratteristiche che ho già descritto. Comunque produrrà il capo all'interno del laboratorio ed anzi sopravviveranno solo quelli che potranno lavorare in questo modo. Trascurerà alcuni procedimenti, quelli meno remunerativi, e ne assimilerà alcuni dalla confezione, ma continuerà a produrre in sede un capo veramente su misura. Quelle di "mediazione", i negozi dove si sceglie il tessuto che viene lavorato altrove, sono attività già esistenti ed affermate, che guadagneranno ulteriori margini sino a quando il mercato non si consoliderà tra le tre figure: il sarto, la confezione pura, la confezione su ordinazione. Il sarto, non potendo più contare su una differenza così netta dalla confezione come in passato, potenzierà la presa sul cliente elargendogli quello che quest'ultimo ha sempre voluto e che nella vecchia sartoria non veniva alimentato per i motivi cui ho già accennato: la personalizzazione.
Non prenda troppo sul serio queste mie "divinazioni". Sono un esperto della materia, ma lo sono diventato per passione e la passione stessa potrebbe accecarmi. In ogni caso non mi tiro indietro quando si tratta di fare delle previsioni e mi sembra di essermi spinto a una visione suffiecientemente dettagliata. Non resta che aspettarlo, questo futuro, e vedere se avrò visto giusto.
Cavallerescamente La saluto.
Il Gran Maestro



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Nome: Lorenzo Villa
Data:
Cod. di rif: 30
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Chi vivrà vedrà
Commenti:
Gentilissimo Gran Maestro,
sarei un bugiardo se non ammettessi che Le Sue precisazioni mi hanno dato una notevole speranza per il futuro dell'arte sartoria. A questo punto, come anche Lei ha avuto modo di precisare, chi vivrà, vedrà. Resta solo da augurarsi che un così nobile mondo possa solo trasformarsi ed evolversi secondo quanto detto nei Suoi appunti e mai estinguersi.
Poc'anzi ho inserito nel Taccuino di Viaggio della Gola un mio breve racconto di un maldestro cuoco ( chi sta scrivendo
Sarò molto lieto di partecipare ad un incontro della "Alcohol Academy", sfruttando anche una certa vicinanza della mia città con il capoluogo meneghino, e non mancherò comunque di seguire i lavori nel sito.
I miei cavallereschi saluti.
Lorenzo Villa

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Nome: Marco Clerici
Data:
Cod. di rif: 31
E-mail: dwxcle@tin.it
Oggetto: Sarti & Sartoria
Commenti:
Egregio Sig. Villa, Stimatissimo Gran Maestro,
ho seguito con molto interesse la Vostra discussione sui problemi della sartoria. Purtroppo questo è un problema che investe tutte le città, forse Napoli è la sola a non risentirne pesantemente. La crescente offerta di prodotti "su misura" non ha certo migliorato le cose. Spesso questi "commercianti" (non si possono definire sarti) si sono limitati ad apportare aggiustamenti ad abiti già confenionati.Gli adattamenti eseguiti sugli abiti risultano essere mal eseguiti, rovinando così quello che poteva essere un "buon abito" di confezione. Mi unisco alla sua medesima soeranza di non vedere questa nobile arte estinguersi.
Cavallerescamente , porgo i miei cordiali saluti.
Marco Clerici

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 11-09-2002
Cod. di rif: 32
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Sarti imprenditori
Commenti:
Gentilissimo Gran Maestro, Egregio Sig. Clerici, Cavalieri tutti,

sono molto contento che l’argomento sul futuro dell’arte sartoria abbia suscitato il Vostro interesse. Come ho già avuto modo di scrivere, nulla si crea e tutto si trasforma. Partendo da questa inconfutabile legge della fisica e meditando attentamente sulle precise osservazioni del Gran Maestro Maresca, sono portato a credere che la sartoria subirà, negli anni a venire, cambiamenti e mutazioni. Ciò nonostante, il vestire su misura, esistendo praticamente da quando esiste l’uomo, non scomparirà. Muterà alcuni suoi aspetti ma continuerà a soddisfare le esigenti richieste dei più incalliti “estremisti” dell’eleganza. Si veda a tal proposito le nostre osservazioni sull’Inghilterra e le sue sartorie : molto probabilmente ci sposteremo anche noi verso una maniera di intendere le botteghe in questa maniera imprenditoriale, la sola che garantirà un lungo e roseo futuro alle sartorie italiche.
Approfitto per ringraziare nuovamente il Gran Maestro della possibilità offertami di essere presente in queste nobili pagine.
Sono inoltre a chiederLe gentilmente informazioni su di un drappiere inglese : W. Bills.

I miei più cavallereschi saluti a Voi tutti.

Lorenzo Villa


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Nome: Giorgio Scognamiglio
Data: 12-09-2002
Cod. di rif: 33
E-mail: giorgioscognamiglio@jumpy.it
Oggetto:
Commenti:
Protagora di Abdera: l'uomo è la misura di tutte le cose: di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono. Questa visione egocentrica della vita, tuttavia assolutamente democratica, intendo anche e soprattutto riguardo al concetto di arte e di non arte per cui un'opera d'arte è tale per chiunque la intenda tale, è forse stata superata da un'accezione più categorica, più elitaria: un'opera d'arte riconosciuta resta un'opera d'arte comunque, aprioristicamente, a prescindere cioè dal giudizio di chicchessia.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 12-09-2002
Cod. di rif: 34
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: W.Bill
Commenti:
Egregio signor Villa,
W.Bill (non Bills) è un antico ed apprezzato converter londinese, ancora attivo ed indipendente. La precisazione è necessaria, perché il mondo tessile inglese vive una situazione di profonda crisi e molte aziende hanno dovuto cessare la propria attività o sono state assorbite. E' il caso di Hunt & Winterbotham - John G. Hardy, altro celebre converter, recentemente acquisito dal gruppo produttore Martin. Per converter si intende un'impresa che non possiede telai propri, ma commissiona prodotti, spesso in esclusiva, presso aziende terze. Dante De Paz, che mi ha fornito queste notizie e di W.Bill è cliente storico, mi comunica anche i suoi recapiti:
W.Bill LTD
16/A Dufours Place (off Broadwick Street)
London W1F7SP
ENGLAND
Tel: +44-20-74376226 / 77341199
Fax: +44-20-7942655 / 72875324

Cavallereschi saluti a Lei ed agli altri frequentatori di queste Lavagne.


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Nome: Alessandro Vecchiato
Data: 23-09-2002
Cod. di rif: 35
E-mail: alessandro_vecchiato@libero.it
Oggetto: Approfondimento sui Ray-Ban pre 1998
Commenti:
Premettendo che l'abbigliamento và degnamente accompagnato dai giusti accessori, propugno l'importanza dell'occhiale come basilare: può dare una nota brillante a uno stile scialbino, come far decadere miseramente un completo impeccabile.
Come già segnalai sommariamente nel Fondaco (se ne ho ben capito lo scopo) consiglio chiunque rifugga dall'apparente ovvietà di certi marchi consolidati nella nostra quotidianità di evitare i Ray-Ban messi in comercio dopo il 1998.
In quel funesto anno la Bauch & Lomb, storica ditta di ottica (tuttora attivissima nel settore), ha dismesso il marchio 'Ray-Ban', che venne acquisito dalla nostrana Luxottica. La quale forte della qualità generale dei suoi prodotti ha rilanciato il marchio, snaturandone però l'originarietà: hanno diversificato troppo le collezioni, e solo di recente la qualità si è assestata su livelli acettabili. E comunque il prodotto di fabbricazione statunitense rimane qualcosa di differente:
-le singole lenti recano la marchiature 'B&L' incise sul bordo (adesso: 'RB')
-la montatura è marchiata 'B&L RAY-BAN U.S.A.'
(adesso: non reca diciture)
-gli astucci recano scritto: 'sunglasses by Bauch & Lomb'; i meno recenti: 'impact resistant lenses' (adesso: 'sunglasses by Luxottica')
-la fabbricazione avvneiva a Rochester, NY (adesso: in veri stabilimenti Europa ed Asia)
Non che quelli attuali siano peggiori, ma non sono più lo stesso prodotto; e non lo sarà mai più. Perciò consiglio a chi voglia imparare ad aprezzare un oggetto pregno di storia, cercarlo con ostinazione nei retrobottega degli ottici, amarlo ed averne cura sapendo di non poterlo sostituire; nonchè di avvertire il sottile piacere di indossare un accessorio che ha caratterizzato lo stile del secolo scorso e che si distingue da ciò che si vede in una qualunque vetrina; di armarsi di certosina pazienza e cercare, affinando nella ricerca il fiuto per il pezzo giusto. Ne sarete profondamente appagati.
Le mie conoscenze in merito son tuttora molto lacunose, ma accoglierò con gioia chi vorrà esserne partecipe mettendomi a sua disposizione.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 25-09-2002
Cod. di rif: 36
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Segnalazioni per il Portico dei Maestri
Commenti:
Gentilissimo Gran Maestro,

come non avrà sicuramente mancato di notare, Le ho spedito la nuova scheda della bottega artigiana Aimi&Gigliotti, degna di presenziare all'interno del Portico dei Maestri.
Spero che questa iniziativa sia seguita da tutti i simpatizzanti e frequentatori di questo unico e affascinante Castello. Oltre che di grande utilità e originalità, servirà a lasciare un segno, nei muri del nostro antico maniero, di quei luoghi in cui il bello e il buon gusto sono ancora valori importanti e irrinunciabili per un uomo.

I miei più cari e cavallereschi saluti.

Lorenzo Villa

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 26-09-2002
Cod. di rif: 37
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Sartoria e su misura industriale
Commenti:
Gentilissimo Gran Maestro ed egregi Cavalieri,

sento la necessità di portarVi a conoscenza di una discussione occorsami ieri sera con un mio caro amico.
La conversazione, allietata e accompagnata da un grande puro, un Partagas serie D nr.4, ha avuto come interessante argomento il confronto tra la sartoria tradizionale, che tutti noi conosciamo bene, e il “moderno” su misura industriale. E’ doveroso precisare che questo mio conoscente veste in un negozio che propone questo servizio : scelta di un tessuto, scelta di un modello di abito, aggiustamenti sulla taglia predefinita (una spalla più imbottita dell’altra, maniche più lunghe, vestibilità asciutta piuttosto che comoda, etc. ), invio del tessuto a Napoli (da quella maison che ho già avuto modo di citare in passato) corredato di “specifiche cliente”, consegna entro 30-40 giorni.
Nel suo esecrando pensiero, per un uomo privo di particolari difetti fisici, questo tipo di servizio restituisce un abito artigianale che nulla ha da invidiare ad uno uscito da una vera sartoria. Che orrore !
Ha trascorso due ore nel descrivermi la sua fodera cucita a mano, le sue asole perfette, la costruzione completamente a mano della giacca, le invisibili impunture, le sue spalle attaccate a mano, etc. etc. etc.
E’ stato completamente inutile che gli parlassi di cartoni tagliati specificatamente per il cliente, di ferri da stiro di 7 o 8 chili, di vedere il proprio capo “in fasce” e poi crescere prova dopo prova, solo grazie ad ago, metro e nobile maestria.
A ciascuno il suo.
Certo è che parte della colpa di atteggiamenti di questo tipo è da attribuire a commercianti che, sfruttando, ahimè, la moda del momento, fanno credere al cliente di avere comprato un vero capo Made in Napoli.
Forse esagero ?

Lorenzo Villa


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 29-09-2002
Cod. di rif: 38
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Su-misura e su-ordinazione.
Commenti:
Spero che tra i lettori di questa lavagna figuri, oggi o domani, il signore che discuteva col nostro assiduo ospite ed accanito simpatizzante sugli argomenti di cui all'appunto precedente. Non riuscirò a chiarire meglio del giovane signor Villa quanto ha già provato ad esprimere a tu per tu con l'interlocutore, ma a beneficio suo e dialtri potrò forse offrire un chiarimento sulla distanza tra i due mondi che si fronteggiavano, quello dei capi su-ordinazione e quello del su-misura. Resta fuori il terzo polo, cioè la confezione pura. Per intenderci, si tratta di quella che non ci prende le misure.
Ecco alcune differenze:
DIFFERENZE MACROECONOMICHE
Il su-ordinazione o "sartoriale" impiega a tutti gli effetti strutture industriali. Anche se si effettuano molte lavorazioni manuali, non può essere revocata in dubbio la natura industriale di stabilimenti come quello di Kiton e delle varie Sartorie e Vere Sartorie sorte come pomodori (la nostra non è area di funghi). La natura industriale è rivelata da: elevato impiego di capitali, impiego di macchinari costosi, programmazione, promozione pubblicitaria e soprattutto parcellizzazione del lavoro.
Il mondo del su-misura abita in laboratori artigianali, a volte ricchi e vasti, anche sontuosi, ma dove si impiega solo la macchina per cucire e molti tra gli operai sono in grado di seguire l'intero processo produttivo.
DIFFERENZE TECNICHE
I lettori di queste pagine avranno forse già chiari i punti tecnici che differenziano i due articoli. Nel caso delle vere sartorie la costruzione non è su taglia, ma su modello specifico. L'applicazione delle fodere è sul singolo pezzo e non a costruzione finita. La stiratura è fatta pezzo per pezzo a mano e non col mangano. Prima della consegna, viene poi effettuata in sartoria una lunga e faticosa stiratura, che nei tempi andati poteva occupare anche molte ore. Vi fornisco una legge semplice semplice: la costruzione industriale evita ogni lavorazione manuale che non sia immediatamente riconoscibile come tale. Chiaro, no? Bindelle, impunture delle tele, stirature, molte lavorazioni che non lasciano un segno evidente o vengono coperte dalle fodere non trovano più cittadinanza nel mondo industriale. Esso si traveste dietro l'equivoco termine "sartoriale", che non vuol dire nulla. Visto che sono in casa mia e posso proprio dirla tutta, evitate ogni cosa che porti questa dicitura. Almeno finché non si faccia chiarezza su questi punti. Io non ho nulla in contrario alla produzione di serie ed anzi le riconosco molti meriti, ma essa non ha il diritto di portare titoli che non le competono allo scopo di far credere di essere quello che non è. Il mondo del tessile si dividerà col tempo in aree ben precise, ma per questo rimando ad un recente carteggio col signor Villa, pubblicato tra gli interventi precedenti.
DIFFERENZE ESTETICHE
Da un punto di vista estetico, il capo su-ordinazione propone in genere un'offerta di tessuti e di modelli che cambiano velocemente negli anni. Essa cerca la bellezza, che è cosa mutevole. Spesso la trova e la vende, ma se non la trova ha i mezzi per convincere che l'abbia trovata.
I clienti di sartoria cercano l'ELEGANZA, che è cosa molto più lenta a evolversi e difficile a conseguirsi. Anche se in verità sono pochissimi a trovarla, questa nobile aspirazione - come altre - può sostenere l'uomo per tutta la vita. Quello che resta è un maggiore immobilismo nella scelta dei tessuti e dei modelli, poiché è dimostrato che è il cambio di un decimo di grado nell'alzo, e non lo spostamento di dieci kilometri dei pezzi di artiglieria, che migliora le possibilità di colpire un bersaglio lontano come quella cosa di cui parlavamo. Il suo nome è così sacro che non va pronunciato più volte di seguito.
Non volgio dilungarmi oltre. Se qualcuno ha qualche osservazione o richiede che si vada avanti, potrà farlo da questa lavagna.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 29-09-2002
Cod. di rif: 39
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Ray-Ban
Commenti:
Mi rivolgo in particolar al signor Vecchiato, ringraziandolo per il suo stupendo e illuminante intervento sui Ray-Ban americani. Quanto al Fondaco delle Spezie rare, ne ha capito benissimo gli scopi ed anzi attendiamo qualche altro contributo. AvendoLa incontrata in occasione della seconda sessione della Alcohol Academy, mi dispiace di non aver colto l'opportunità per affrontare l'argomento in oggetto, ma non avevo ancora letto il Suo scritto sulla presente Lavagna.
Saluti a Lei ed ai frequentatori che abbiano trovato interessante lo spunto "oculistico".

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 01-10-2002
Cod. di rif: 40
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Monsieur
Commenti:
Carissimo Gran Maestro, nobili Cavalieri,

il Suo intervento si è rilevato come sempre acuto ed efficace nel mettere in luce l’abisso che separa l’oceano del confezionato su ordinazione e il piccolo ma profondo mare del vero su misura.
Mi sono subito premunito di avvisare l’interessato, affinché possa anche lui, leggendo il Suo illuminato cartiglio, capire almeno in che acque “naviga”.
Negli ultimi tempi, come non ho mancato di scrivere in passato, si sono moltiplicate a dismisura le diciture “su misura” in ogni boutique di abbigliamento maschile; questo ha generato grande confusione, soprattutto per quella tipologia di clienti abituata a comprare abiti delle più svariate griffes. Questi individui, assolutamente non avvezzi a tessuti, forbici e metro, si sono trasformati nei nuovi alfieri di questo finto su misura, convinti, nel loro più profondo, di indossare un capo di vera sartoria.
Per fortuna il vero monsieur conosce la differenza e naviga, non senza un pizzico di extravagante distacco e irriverenza, nel mare della vera eleganza, ben al di fuori di ogni moda passeggera.
Lunga vita alla vera Sartoria artigiana.

Cavallereschi saluti.

Lorenzo Villa


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Nome: Filippo Vandelli
Data: 03-10-2002
Cod. di rif: 41
E-mail:
Oggetto:
Commenti:
Nobile ordine,

ho letto i vostri commenti sulla disputa su misura - su ordinazione.
Preciso che nel negozio dove vesto mi vengono prese le misure indossando una giacca o un pantalone scelti tra tante possibilità. Ogni tipo di personalizzazione viene puntualmente soddisfatta.
Ho visto con i miei occhi una giacca scucita del laboratorio napoletano in cui vengono eseguiti i miei abiti e vi posso assicurare che era interamente costruita a mano e non solo dove era palesemente visibile. Ci sono capispalla usciti da sartorie famose che vestono in maniera orribile il povero cliente. In tutta sincerità affermo che un ottimo capo di un laboratorio artigianale, lavorato con cura, modificato e seguito secondo le personali esigenze del cliente in un ottimo tessuto inglese, regge tranquillamente il confronto con un suo avversario di sartoria.

Distinti saluti.

Filippo Vandelli


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 04-10-2002
Cod. di rif: 42
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Una garbata polemica. Ci voleva!
Commenti:
Gentilissimo signor Vandelli,
il tono della Sua replica è deciso e allo stesso tempo corretto e garbato come si conviene al nostro Castello. Mi permetta quindi di porgerLe il benvenuto sulle nostre modeste Lavagne. Qualche dissenso giunge opportuno. Immagino che avrà scorso un pò tutta la corrispondenza qui riportata. Mi sembra che in nessun punto di essa io abbia voluto discreditare l'OPERA di quanti lavorano col sistema che io definisco su-ordinazione. Io addito al pubblico giudizio un ATTEGGIAMENTO ambiguo dal punto di vista della comunicazione e contesto il diritto di queste ditte a far credere che il loro capo sia artigianale. Artigianato è concentrazione del lavoro in mani idonee a seguire interamente o quasi il ciclo di produzione, con l'uso di meccanismi semplici e comunque tradizionali. Questo non accade nell'industria del su-ordinazione, che parcellizza il lavoro all'estremo (chi applica le tasche, chi i colli, chi le fodere, etc.) ed utilizza macchinari sofisticati come laser, computer, mangani. Ho già detto che essa fa largo impiego di lavorazioni manuali, ma i criteri economici, costruttivi e relazionali che applica sono radicalmente diversi dall'artigianato vero e proprio. In definitiva io condanno l'uso della parola "sartoriale" in quanto, in abbinamento con lo sbandieramento degli interventi manuali e delle personalizzazioni, tende a presentare una costruzione su taglia come una su modello specifico, un prodotto industriale come uno artigianale.
Quanto alle lavorazioni manuali non visibili da Lei riscontrate, mi piacerebbe che Lei chiarisse di quali si tratta. Io del resto sono stato precisissimo e chi mi contraddice dovrebbe esserlo altrettanto. Lasciamo le vaghezze ai giornalisti e parliamo come parliamo qui dai Cavalieri: chiaro. Riscontri come esempio la manualità delle impunture dei baveri e del collo, chieda come vengano stirate le Sue giacche. La manualità di questa operazione è infatti fondamentale all'adattamento specifico di certi volumi, come le "forme di petto".
In merito al confronto tra i risultati, certamente un capo su-ordinazione si presenta composto e uno di sartoria può rivelarsi un fiasco clamoroso. Anche molti sigari cubani non tirano, eppure tra le molte polemiche restano al vertice della categoria da secoli. Qualcosa cambierà sia nei sigari che nella sartoria ed io stesso ho indicato in qualche punto dei miei tanti interventi che entro pochi anni nascerà una nuova generazione di artigiani che conserveranno il controllo artigianale del prodotto, ma applicheranno una nuova mentalità imprenditoriale, più vicina al criterio di quello che oggi ama farsi definire "sartoriale". Migliorerà immensamente il "custom care" rinunciando a qualche lavorazione tradizionale a scarso valore aggiunto. Ancor oggi la sartoria artigianale può comunque rispondere ad esigenze individuali che non sono solo di una personalizzazione, ma attengono alla linea ed allo stile del capo. Per ottenere un determinato effetto, posso far cucire al mio sarto un collo che rimonti altissimo o mantenerlo basso. Posso chiedergli di lavorarmi i quarti anteriori in modo che chiudano più o meno in tutti i sensi: come angolatura dell'apertura tra il destro ed il sinistro, come curvatura dei lembi inferiori. Cosa rilevantissima da un punto di vista stilistico, posso chiedere che il giro manica resti alto a disegnare due mezzelune sulla parte alta dell'attaccatura o sia tenuto basso e scivoli sul braccio. Lei può chiedere altrettanto?
In finale introduco un argomento ancora poco dibattuto: la confezione e il su-ordinazione tendono a lavorare solo certi tipi di tessuti, oscurandone altri di antica gloria, di grande durata, di estremo fascino. Queste realtà veloci, cui conviene in particolar modo lavorare lane di medio-basso peso, possibilmente con armature a batavia, sono responsabili ad esempio di uno spostamento dell'attenzione sulla finezza della lana, piuttosto che sul suo "stile". Pochissimi sanno cosa sia lo "stile della lana". Lo chieda a qualcuno delle persone che Lei ritiene competenti di questo mondo, interpelli ditte e fabbriche di Sua fiducia e sappia che è esso che determina il costo di una balla più che il valore micrometrico medio. Se non avrà risolto l'enigma o se vuole riscontro, il Gran Maestro è qui pronto ad assumersi ogni responsabilità delle proprie dichiarazioni e a svelare quest'arcano. A mio giudizio, la corsa ai super 100 degli anni 80, sorpassati dai super 120 e oggi surclassati da una raffica di super 150 e super 180 è stata innescata da opportunità commerciali ed hanno defraudato in tal modo il mondo tessile di molta parte del suo fascino. Le misure citate rappresentano un parametro, peraltro molto poco chiaro, da sfoggiare in cimosa, ma confondono le idee su cosa valga veramente, su quali siano gli scopi primari dell'abito.
La saluto sperando che Lei non mi consideri un Suo avversario. A prescindere dal fatto che ne ho già troppi, Lei non mi sorprenderà mai nel tentativo di sopraffarLa o di convincerLa di alcunché. Lei ha esposto le Sue idee, che ho trovato interessanti e ben esposte, io ho esposto le mie. La tribuna è aperta, divertiamoci.

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Nome: Filippo Vandelli
Data: 04-10-2002
Cod. di rif: 43
E-mail:
Oggetto: Su misura
Commenti:
Egregio Maestro,

mi ha molto interessato la Sua descrizione sottostante, così come lo scambio di opinione in vari passaggi con il Sig. Villa, come ben vedo un altro estremo amante della sartoria.
La giacca che ho avuto la possibilità di vedere scucita aveva gli interni di crine e lino completamente cuciti a mano, le impunture sul collo e sui baveri erano eseguite a mano così come il montaggio di tasche, maniche, collo e fodera.
Sulla mia giacca posso decidere di avere almeno tre tipi di collo e baveri “alla napoletana” più o meno accentuati, spalle vuote di varie misure, impunture singole o doppie, vari tipi di tasche dritte o inclinate alla cavallerizza. Scelgo inoltre i bottoni, il numero delle asole, la lunghezza della giacca e la sua vestibilità.
Non scelgo mai banali tessuti commerciali ma solo esclusivamente tessuti dei migliori drappieri inglesi : Holland&Sherry, Reid&Taylor, Dormeuil, Bill, Hastings of London etc.
Il negozio in cui vesto infatti non propone tessuti del laboratorio ma solo la propria scelta. Si vedono le pezze e dopo aver scelto il tessuto, il tutto viene inviato a Napoli per la realizzazione.
Non mi dimentico di precisare che in passato mi sono fatto cucire un abito da un sarto “vero”. Una nefandezza. Non ha assolutamente ascoltato i miei desideri e in più mi ha fatto un vestito che peggio non si può. Posseggo una decina di giacche di questa Sartoria napoletana, tutte perfette e cucite alla perfezione su di me.

Distinti saluti

Filippo Vandelli


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Nome: Lorenzo Villa
Data: 04-10-2002
Cod. di rif: 44
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Sartoria
Commenti:
Egregio Sig. Vandelli,

la passione e la decisione che mette nelle Sue affermazioni meritano assoluto rispetto.
In passato mi sono trovato anch'io a provare un tipo di servizio "su ordinazione".
Tenga però sempre ben presente che la Sartoria è il laboratorio in cui si crea l'eleganza; il negozio è l'officio di un servizio.
Non sto a dilungarmi in ulteriori descrizioni che il Grande Maestro ha già ampiamente e precisamente definito.
Se Lei è una persona curiosa, una di quelle che vogliono continuamente "apprendere" e crescere nella conoscenza, provi a varcare la soglia di autentica sartoria. Se ricerca quella giusta, operazione in cui bisogna investire parecchio tempo, non se ne pentirà e capirà.

Cavallereschi saluti.

Lorenzo Villa

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 05-10-2002
Cod. di rif: 45
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Ciascuno all'ombra del suo fico
Commenti:
Egregi corrispondenti,
al signor Villa azzardai una volta un consiglio, ma solo dopo voluminosa corrispondenza. Non si ripeterà mai più, ma ricordo che nell'occasione mi scusavo, sottolineando che fornirne di non richiesti rappresenta una caduta in tentazione e non mai un esempio di saggezza. Pur essendo con lui un condannato a vita della sartoria artigianale, non ne condivido il tono didattico. Ciascuno all'ombra del suo fico! Per quanto mi riguarda, l'argomento che mi sta a cuore è quello della differenza tra i due mondi dei quali parliamo e non la loro gerarchia. Non accetto che il su-ordinazione ad economia e scala industriale si appropri della gloria, della storia e degli stili del su-misura artigianale per poi criticarlo. Poiché questi prodotti sono in sé validi - e a quanto leggo dal signor Vandelli anche la clientela - facciano la loro strada senza ricorrere a millanterie. Poiché fortunatamente non si può trovare una soluzione ideale e assoluta, ciascuno scelga secondo le proprie inclinazioni ed esperienze. I produttori su taglia si astengano però da qualsiasi capziosa ambiguità.
Mi rivolgo infine al signor Vandelli.
Le confesso di non aver ricontrato nei grandi laboratori da me visitati la lavorazione a mano delle tele. Posso fare l' esempio di P.Sabino, brillantissimo stilista ed imprenditore, tra i primi a capire le nuove tendenze del mercato ed oggi fornitore di personaggi notissimi come M.Costanzo. Il suo abito veste a meraviglia, ma fa a meno di questo dettaglio. Evidentemente non ho visto tutto ciò che offre il mercato ed oggi apprendo che esiste qualcosa che non conoscevo. Purtroppo Lei è avaro di dati e quindi non potrò sapere con chi congratularmi per tanto meticoloso rispetto della tradizione. Mi rammarico e mi scuso con Lei e con eventuali lettori se ho contribuito in qualche modo a spostare il discorso su una china polemica. Io non voglio convincerLa di una superiorità dogmatica della sartoria e non tirerò fuori pericolosi discorsi sull'Eleganza. Sono ben convinto che la sartoria abbia dato anche ad altri le delusioni che ha dato a Lei e mi pongo tranquillamente tra questi. Fatto sta che un difetto ad una spalla mi sembra a volte quasi una medaglia e se proprio mi resta sullo stomaco, questo non intacca la mia convinta adesione al lavoro artigianale. Una parola infine sui tessuti. Io non ho detto che la scelta sia limitata o la qualità scadente. A quanto vedo, aziende come Kiton e simili ne lavorano anzi della migliore qualità. Quello che volevo dire è che le necessità commerciali e operative di queste strutture e della confezione hanno influenzato in modo determinante i lanifici. I tessuti che oggi maneggia erano molto diversi dieci anni fa, arrivando a pesi ben maggiori e ad un offerta più varia. Solo in termini di tipologie, sia chiaro, in quanto la povertà in termini di varietà e stata sostituita da una ricchezza in termini di fantasie. Questa caratteristica è stata venduta come un vantaggio, ma per il sottoscritto resta un abominio, cui non si sarebbe andati incontro se la confezione e la recente nuova categoria del su-ordinazione non avessero premuto su nuovi standard. I sarti sono sempre stati ben felici di lavorare tessuti pesanti. Visiti il laboratorio milanese di Caraceni a Via Fatebenefratelli e sarà salutato da un vero battaglione ben schierato di flanelle e di saxony pesantissimi. Ovviamente dei "se" e dei "ma" sono piene le fosse, ma mi piace analizzare il fenomeno storico. Non si può contestare il ruolo dei nuovi fenomeni economici nell'omogeinizzazione dell'offerta tessile. Alcune tipologie, come solo ad esempio il cheviot, lo shantung, il gabardine, tendono addirittura a scomparire o a mutare radicalmente.
Saluto cordialmente entrambe gli interlocutori.

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Nome: Franco Forni
Data: 08-10-2002
Cod. di rif: 46
E-mail: Gonfal@tin.it
Oggetto: Minamae non curat praetor
Commenti:
Eccellentissimo Gran Maestro,
solo pochi giorni fa ho preso visione del corposo dossier intercorso tra il Cavaliere Villa
e te. E' intervenuto, verso la fine, un altro personaggio che sosteneva l'opportunità di un vestirsi attraverso fornitori che fornivano ottime giacche su taglia e con tutti gli accessori su misura etc. etc.

A questo signore rispondevi punto per punto,


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Nome: Lorenzo Villa
Data: 08-10-2002
Cod. di rif: 47
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: A ciascuno il suo
Commenti:
Gentilissimo Gran Maestro,

riconosco il tono vagamente “didattico” del mio ultimo commento e ne chiedo scusa. Alle volte la forte passione trasporta oltre ogni saggio proposito…
Come ho già avuto modo di scrivere ogni scelta merita il massimo rispetto.
Sarei molto curioso di conoscere più nei particolari il laboratorio che realizza i capi per il nostro Sig. Vandelli.
Mi unisco a Lei nel non considerare in maniera gerarchica il confronto su misura-su ordinazione, anche se ho potuto appurare di persona i limiti del secondo e apprezzare a dismisura le opere del primo. I due mondi sono distanti, pertanto sono sempre molto irritato dalla confusione che molte aziende generano spacciando il loro prodotto, condito da frasi altisonanti, come uscito da una sartoria artigiana. Purtroppo quest’ambiguità, che confonde il cliente, è quasi sempre presente.
Acuto e come sempre correttissimo il Suo passaggio sulla perdita di varietà e di disponibilità di alcuni tessuti storici e, a mio avviso, stupendi. Alle volte dai miei sarti riesco a far affiorare polverose ed annose pezze, appartenenti ai tempi che furono, cariche di un fascino irripetibile : tessuti che portano in maniera tangibile i segni di un tempo in cui la pesantezza e la mano erano valori ben diversi da quelli odierni, dominati da una inspiegabile ed esecranda ricerca nel solo senso della finezza.

I miei più cari saluti.

Lorenzo Villa


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 08-10-2002
Cod. di rif: 48
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Arroganza e pubblicità ingannevole.
Commenti:
Proprio ieri a Napoli, Palazzo Reale, si celebrava un matrimonio che non condivido. Nell'ambito di una manifestazione chiamata Napoli, Made in Italy, si procedeva ad un gemellaggio tra Milano città della moda e Napoli città della sartoria. Volete sapere chi figurava tra i sarti: Monetti, che è nato come cappellaio, ha proseguito come commerciante e probabilmente non sa nemmeno da quale parte punge l'ago. Isaia, un imprenditore puro. Kiton, stesso discorso. L'arroganza con il quale il mondo industriale si appropria di titoli artigiani ha portato in breve tempo alla maturazione dei miei timori, peraltro con un tempismo straordinario rispetto ai testi di questa Lavagna. Peccato che il celebrante non abbia formulato la frase una volta di rito: chi ha qualcosa contro questo matrimonio lo dica subito o taccia per sempre. Io mi sarei alzato per dire la mia e poichè non l'ho potuto fare in questo contesto, lo farò in questa ed in altre sedi. La stampa, che si è molto interessata all'argomento, si è prodigata nel parlare di queste ditte chiamandole sartorie e citando i loro patron come sarti. Da questo momento chiedo a chi, come me, sia contrario a questa confusione, di raccogliere e inviarmi materiale pubblicitario che definisca "sarti" e "sartorie" persone e società a carattere industriale. Sarto è colui che è iscritto alla Cassa Artigiani sotto questa categoria e l'utilizzo improprio rileva a mio parere in sede di ricorso al Garante per la Pubblicità. Poiché ritengo che la comunicazione del settore stia prendendo una china che la porta verso una pubblicità ingannevole, sono propenso a ricorrere in sede giudiziaria a nome personale e dell'Ordine che rappresento.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 09-10-2002
Cod. di rif: 49
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Difesa
Commenti:
Illustrissimo Gran Maestro,

il Suo scritto mette i brividi : oltre a generare una sconfortante confusione nel mercato e nei confronti dei clienti, questi marchi industriali, ora si vogliono anche far considerare sartorie condotte da sarti. Un delitto !
In virtù del Suo nobile proposito sappia che avrà in me un fidato alleato così come ogni informazione utile alla causa sarà da me opportunamente raccolta e successivamente a Lei inviata.
Un sguardo ai siti internet di : www.sartoriapartenopea.it , www.isaia.it, etc. possono già far intuire ciò che è avvenuto : l’appropriarsi di una tradizione, di un blasone, di una storia gloriosa da parte di strutture che non hanno assolutamente partecipato alla sua costruzione.
Le aziende che producono confezione, anche se di alta qualità e su ordinazione, non devono sfruttare la storia degli abili Maestri artigiani; quella di quest’ultimi diventa una difesa irrinunciabile.

Numquam servavi

Lorenzo Villa


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Nome: Filippo Vandelli
Data: 10-10-2002
Cod. di rif: 50
E-mail:
Oggetto: Informazioni
Commenti:
Certo che non si può dire che non crediate in quello che fate !
Reputandovi dei massimi esperti in materia vi comunico che i miei abiti sono cuciti dalla sartoria Partenopea di via Cupa dell’Arco a Napoli. Vi chiedo pertanto di illustrami e spiegarmi le differenze, i pregi e i difetti a parità di tessuto naturalmente, con un capo uscita da una sartoria tradizionale. Vorrei veramente capire cosa indosso (sono curioso e vorrei saperne di più di questo mondo) e le differenze che ha da un capo realizzato da un sarto.
Speranzoso di una vostra risposta porgo distinti saluti al maestro, al cavaliere Villa e a voi tutti.

Filippo Vandelli


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 11-10-2002
Cod. di rif: 51
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Un pò di pazienza
Commenti:
Sono sommamente gratificato dal tono di collaborazione e comprensione che il discorso va ora prendendo. Salvarsi da un nemico potente ed affascinante quale è il demone della polemica non era cosa facile. Non ho avuto immediatamente il tempo per fornire una risposta adeguata all'ultimo intervento del sig. Vandelli, nè ne dispongo ora. M.me Olga Berluti ha ieri dichiarato di aver accettato l'invito del Cavalleresco Ordine, che Le chiedeva di tenere una seduta di cirage a Napoli. Si tratta ora di organizzare ogni dettaglio, dai fiori in camera ai candelabri, dallo champagne agli spostamenti e - cruccio tra i più gravi - creare un gruppo di quaranta gentiluomini dagli spiriti forti e dagli occhi acuti. Non dimenticherò questa Lavagna, e prometto che effettuerò entro Sabato notte quell'intervento chiarificatore che mi è stato richiesto dal gent.mo sig. Vandelli.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 12-10-2002
Cod. di rif: 52
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Differenze
Commenti:
Agli amici lettori di queste Lavagne ed in perticolar modo a coloro che vi scrivono, vincendo quell'inerzia che l'universale scusa della mancanza di tempo di giorno in giorno sempre più giustifica ed alimenta, a Voi mi rivolgo in questo momento di febbrile attività per l'organizzazione della cerimonia che il 28 Ottobre vedrà Olga Berluti a Napoli. Fino a due anni fa, non avrei mai sperato di poter aspirare ad un simile riconoscimento ed ora che come Cavalieri lo abbiamo ottenuto, dobbiamo lavorare perchè l'altissima spiritualità dell'occasione venga incanalata nel modo più corretto. Madame Olga è di per sé una particella ad alta energia, ma tocca al nostro sincrotrone accelerarla alla giusta velocità perché possa attraversare il piombo delle coscienze. Quella notte non dovrà mai essere dimenticata.
Bene, veniamo alle richieste del signor Vandelli. Dopo aver lungamente disquisito di temi tecnici, è il momento di scendere alle profondità culturali, ai significati, a quello che vogliamo che il nostro abito dica a noi ed agli altri. Le differenze principali tra un capo confezionato su misura ed uno su ordinazione sono nell'intervento fondamentale che il committente ha nel primo caso. Il contatto tra uomo e prodotto inizia dalla scelta del tessuto, che in questo caso è spesso fornito dallo stesso cliente o scelto tra selezioni particolari e permette così l'accesso a tipologie lontanissime dalle proposte stagionali (tecnicamente validissime) delle tirelle o tagli commerciali. Continua con le prove, minimo due. Si perfeziona con la consegna, cui spesso segue qualche piccola refazione ad una delle maniche o delle gambe dei pantaloni, alla cucitura di un bottone etc. In questo modo l'abito si carica di una storia personale che comprenderà anche gli inevitabili difetti e spesso li giustificherà. Come diceva un Uomo di Gusto come l'ingegnere Forni, nostro Socio che certo non ha mai posseduto e mai prenderà in considerazione abiti di confezione o su ordinazione, se il cliente di sartoria potesse avere la bacchetta magica che gli promette l'abito perfetto direttamente a casa, egli vi rinuncerebbe come ad un'apostasìa. E' l'atmosfera di sartoria, il ritmo delle promesse e degli appuntamenti, delle attese e delle aspettative, che crea l'incanto che poi portiamo indosso. A prescindere da dettagli tecnici, un abito su ordinazione o anche di buona confezione può essere corretto, indosso ad un uomo di stile potrà anche essere elegante, ma resterà uno strumento. Il cliente di sartoria vede invece nell'abito uno scopo ed un avvenimento. Quando, alla mia età, ci si è costituiti un guardaroba, a meno di scarti di taglia dovuti al peso non si va dal sarto tutti i giorni e nemmeno tutti gli anni. Se c'è qualche zona difettosa, si attende volentieri che il tempo passi su di essa per trasformarla in un pregio. Questa dunque è la vera differenza: nata dal connubio, dalla tensione, dalla collaborazione tra sarto e committente, l'abito artigianale è una cosa viva. Naturalmente occorre trovare il laboratorio e l'artigiano con il quale si crei il giusto feeling e questo causa grande impiego di tempo e denaro. Solo chi è disposto a questo sacrificio coglierà i fiori più profumati, anche se sarà il solo a goderne le sfumature. Infatti l'uomo veramente esigente vive e veste per sé stesso e non per il pubblico.

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Nome: Rolando Monzani
Data: 14-10-2002
Cod. di rif: 53
E-mail: mxxxmilan@hotmail.com
Oggetto: Tweed e camicie
Commenti:
Vorrei sapere quali fra i seguenti produttori di tweed reputate i migliori :
Reid & Taylor - Robert Noble - Scottish Enterprise - Holland & Sherry

CAMICIE : Quali sono i cotoni migliori per le camicie? Quando è consigliabile l'uso di una camicia di seta bianca? Quale tipo di seta ?
Grazie
Rolando Monzani




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Nome: Lorenzo Villa
Data: 15-10-2002
Cod. di rif: 54
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Drappiere
Commenti:
Egregio Gran Maestro,

sono a chiederLe, in virtù delle Sue profonde conoscenze in materia, un parere tecnico sulla maison di tessuti Dormeuil. Questo anche in virtù di una specifica proposta, di un particolare quanto unico tessuto di questo drappiere, dei miei Maestri sarti. Al momento, infatti, non posseggo nessun capo cucito con tessuti di questa casa.

Già certo della preziosa quanto illuminante risposta, cavallerescamente ringrazio e saluto.

Lorenzo Villa

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 15-10-2002
Cod. di rif: 55
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Dormeuil
Commenti:
Mi riservo di rispondere al dr. Monzani, la cui raffica di domande richiede maggiore cautela e passo a dirLe qualcosa di Dormeuil. Non so di quale, tra i tantissimi tessuti proposti, stia cadendo la Sua scelta. Si tratta del più grande converter inglese o almeno il più noto in Italia. La qualità dei tessuti, di cui mi servo anch'io, non si discute. Il capolavoro immortale fatto produrre da questa casa resta lo SPORTEX, del quale oggi resta solo il nome. Conservo nel mio archivio personale un taglio del tessuto originale, il cui peso era di circa 550 gr/mt. Oggi è sceso sotto i 400, si è ridotto di torsione e quindi ammorbidito. In ogni caso è stato un caposcuola, imitato da tutti nella tessitura e nel nome. per abbeverarsi ad una fonte inesauribile di scienza, Le consiglio, quando avrà tempo, una visita dal nostro Fornitore Dante De Paz, Via Ugo Bassi n. 4/D in Bologna, che Le potrà illustrare le tipologie dei tessuti inglesi meglio di qualsiasi altro in Italia.
Saluti cavallereschi.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 16-10-2002
Cod. di rif: 56
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Dormeuil
Commenti:
Egregio Gran Maestro,

La ringrazio per la preziosa risposta.
Il tessuto a cui mi riferivo è un Harringbone varied - Dormysport 435 gr.
E' nei miei desideri farmi cucire con questa pezza una giacca sportiva di stampo inglese.

I miei più cari saluti a Lei e a tutti i nobili Cavalieri.

Lorenzo Villa

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Nome: Osvaldo Conforti
Data: 19-10-2002
Cod. di rif: 57
E-mail: Osconforti@tin.it
Oggetto: Preziosa informazione
Commenti:
Egregio Grande Maestro dell'Ordine,

colui che scrive è un suo ammiratore, sia per quanto riguarda i Suoi articoli sul bellissimo Monsieur che per le gesta del nobile ordine da Lei presieduto.
Come Lei sono un grandissimo appassionato della sartoria che frequento ormai da tanti anni. Oltre a ciò sono molto legato allo stile napoletano che il mio sarto assecondava per mio volere e per sua scuola. Purtroppo da alcuni mesi un problema ad una mano lo ha costretto al ritiro dalla nobile professione. Sono cortesemente a richiederLe un consiglio su di una sartoria capace di cucirmi abiti e giacche di chiara isparazione partenopea in Emilia Romagna (risiedo a Reggio Emilia) : ultimamanete ne ho provate un paio; un autentica delusione.
Sempre grato qualunque sia la Sua sapiente risposta, la saluto cordialmente.

Osvaldo Conforti

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 20-10-2002
Cod. di rif: 58
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Tweed ed altre delizie
Commenti:
L'ottimo Rolando Monzani mi chiedeva qualcosa a proposito di quattro nomi inglesi che cimosano tweed: Reid & Taylor - Robert Noble - Scottish Enterprise - Holland & Sherry, nonché un mio parere sui tessuti migliori per le camicie.
Prima di rispondere ho atteso qualche tempo per consultare il nostro maggior esperto di tessuti inglesi, Socio Fondatore e Fornitore dell'Ordine. il grandissimo Dante De Paz.
Il tweed è una tipologia che individua tessuti da filati ritorti, prodotti con lane secche, di pecore autoctone. Esistono due famiglie di tweed: quella irlandese e quella scozzese. La prima è caratterizzata da quei puntini in tinta contrastante, tessitura a tela piuttosto larga. ottimo pr giacche e cappotti, i più coraggiosi lo utilizzano per abiti completi. Il tweed prende il nome dall'omonimo fiume, la cui acqua abbondante è sempre stata utilizzata per il lavaggio delle lane locali. Della nobile famiglia abbiamo in Scozia due specie: scottish e Harris. Quest'ultima viene dalle Ebridi, la prima dai Border. Sono tessuti ad altezza di 70 cm, eccezionalmente evocativi per i colori spenti, l'assorbimento totale della luce, la grana grossa e maschile. Sono dotati a mio giudizio di un igroscopicità che - abbinata alla confezione sartoriale che evita ogni collante e interno sintetico - raggiunge il massimo livello possibile di comfort per una giacca invernale. Un uomo che veste in tweed vive un pò più a lungo e comunque senz'altro meglio. Io la chiamo "la giacca della salute". I nomi che Monzani indica sono, quanto a Robert Noble e Scottish Enterprise, di scarso interesse assoluto. Gli altri sono converter che etichettano tweed così come altri tessuti da essi commercializzati, ma non prodotti. I veri tweed sono prodotti da piccoli telai locali e importati da pochissimi "nasi". Consiglio una visita a Dante De Paz a Bologna o a Guenzati a Milano. De Paz è da tre generazioni un esploratore di queste realtà minori ed ancor oggi è in grado di fornire tessuti per l'uomo che voglia conoscere cosa sia il vero tweed. In ogni caso, sono da evitare i cosiddetti tweed "mano morbida". Dovrebbe esserci una legge contro questi efferati delitti contro il diritto dell'umanità alla verità ed alla bellezza.
Per quanto riguarda la camicia, rimando a quanto detto nell'ultima parte di un mio intervento presente nella posta del Gran Maestro, in risposta ad una richiesta di Francesco De Martino. Il nostro tipo di forum permette risposte separate a ramificazione, sicché il tutto si trova sotto la voce "Inizi", lettera spedita da Enrico Marangoni.
In questo testo non si parla della seta, che boccio a piè pari. Si potrà cercare una seta matta a tela, ma è comunque poco confortevole.
Aggiungo qualche nome di produttori, rimandandola all'indirizzo indicato per le tipologìe.
Albini, Oltolina, Testa, Monti. Riva è la casa che produce i tessuti più pregiati. La qualità dei filati e la tecnica dei telai, che ho personalmente visitato, è senza paragoni al mondo. Il peso dei tessuti generalmente è eccessivamente leggero per un Cavaliere, ma va bene per chi non la pensi come noi. Volendo godere dell'inimitabile sensazione che si prova a contatto con questi tessuti principeschi, consiglio la scelta delle tipologie meno trasparenti.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 21-10-2002
Cod. di rif: 59
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Qualche problema di reperibilità
Commenti:
Egregio signor Conforti,
come professionista della vanità mi dichiaro entusiasta dei Suoi complimenti e come Gran Maestro mi compiaccio per la Sua inclinazione alla sartoria. Poiché l'unico piacere cui il mio ministero mi condanna ad astenermi è quello di dare risposte a casaccio, prendo un pò di tempo per raccogliere tramite i canali cavallereschi i dati idonei a rispondere alla Sua domanda.
Ho provato a trasmetterLe personalmente questa comunicazione, ma l'indirizzo da Lei fornito non è attivo. Poiché ciò integra una violazione delle nostre regole, contrarie ad ogni tipo di anonimato, non potrò risponderLe sino a quando non avrà comunicato un indirizzo valido. Può anche darsi che sia il mio apparecchio a sbagliarsi: in tal caso anticipo le mie scuse, ma vorrei che mi confermasse i dati inseriti.
A presto sulla Lavagna.
Il Gran Maestro
Giancarlo Maresca

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Nome: Osvaldo Conforti
Data: 21-10-2002
Cod. di rif: 60
E-mail: osconforti@katamail.com
Oggetto: Scuse e ringraziamento
Commenti:
Egregio Grande Maestro dell'Ordine,

insieme al mio più grande ringraziamento per la Sua risposta, rimanendo in febbrile attesa del gentile consiglio porgo le mie scuse per aver comunicato, per errore, il mio vecchio indirizzo della tin. Il mio nuovo è osconforti@katamail.com.

Ancora mille grazie, rimango in attesa e cordialmente saluto.

Osvaldo Conforti

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 23-10-2002
Cod. di rif: 61
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Soluzione personalizzata
Commenti:
Egregio signor Conforti,
mi sono consultato con Dante De Paz, erede di tre generazioni di drappieri e talent scout del tessuto inglese. Si tratta di una persona dal gusto, dalla sensibilità e dalla profondità fuori del comune. Poiché la sua attività ha sede in Bologna e gli permette di godere da anni di un punto di osservazione privilegiato su tutti i movimenti del settore, specialmente nella Vostra regione, la cosa migliore è che si metta in contatto con lo stesso Dante. Lui è già stato avvertito ed abbiamo concordato che, allo scopo di trovare una risposta personalizzata al Suo quesito, nulla avrebbe potuto sostituire una conversazione diretta sull'argomento. Lo chiami ad orari di magazzino al 051.231354 e dopo mi faccia sapere.
Buon divertimento.

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Nome: paolo liberati
Data: 25-10-2002
Cod. di rif: 62
E-mail: p_liberati@hotmail.com
Oggetto: La scuola sartoriale napoletana
Commenti:
Al Gran Maestro dell'Ordine dei Guardiani delle Nove Porte

Eccellenza,
Solo di recente ho avuto modo di scoprire la straordinaria Scuola Sartoriale Napoletana e me ne sono immediatemente innamorato. Avendo avuto modo di apprezzare la Sua enorme erudizione in materia Le sarei grato se volesse condividere con me e con gli altri lettori di questa lavagna le Sue considerazioni su questa magnifica Scuola. Quali sono le autentiche caratteristiche dell'abito di scuola napoletana, e chi oggi può affermare di realizzare capi rispettosi della tradizione? Va da sè che mi riferisco agli artigiani veri e non a chi ha ceduto all'anomimato della produzione di massa. Nel corso delle mie febbrili ricerche mi sono imbattuto nei nomi dei seguenti artigiani: Gennaro Solito, Antonio Panico, Renato Ciardi, Pasquale Sabino. Le sarei grato se volesse spiegarmi quali differenze ci sono fra gli abiti realizzati da ciascuno di loro e sevi sono altri artigiani che ho dimenticato di nominare. La ringrazio anticipatamente per il tempo che vorrà dedicarmi.
Voglia gradire, eccellenza, i sensi della mia più alta considerazione.
Paolo Liberati

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 26-10-2002
Cod. di rif: 63
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Sartoria napoletana
Commenti:
Egregio signor Liberati,
quello che mi chiede è un vero e proprio trattato. Prima o poi lo leggerà, perché ho intenzione di redigerlo, in forma di guida Generale alla Sartoria Napoletana. Poiché è un pò che ne sto parlando, qualcuno mi copierà o proverà a farlo. Per nulla intimorito da qualche altra imitazione (ci sono abituato), i miei doveri mi chiamano a darLe una risposta. Cercherò di riassumere.
La Giacca Napoletana si distingue su tre livelli: l'impostazione stilistica, quella tecnica e quella costruttiva. Stilisticamente essa è sciolta, con spalla naturale, punto vita piuttosto alto, accollatura definita e un effetto di apertura dei quarti anteriori che, come diciamo noi "corrono dietro". Tecnicamente essa rispetta all'estremo il comfort, con ampie forme di petto, manica a giro stretto e tromba larga. Da un punto di vista della costruzione, essa vanta dei dettagli tipici, come la pince lunga sul davanti, baveri importanti, collo alto sul dietro, manica che finisce piuttosto stretta sul polso.
Quanto ai sarti che Lei cita, Gennaro Solito è il mio sarto di fiducia. Di lui può leggere nell'articolo su Napoli riportato nella nostra Rassegna Stampa. Antonio Panico è un grande a livello planetraio, con fedelissimi clienti di tutto il mondo. Formatosi nell'atelier di Mariano rubinacci, costruisce una giacca molto versatile, capace di mantenere un aspetto "napoletano" nel rispetto di una compostezza rigorosa. Ciardi è un vero personaggio, simpaticissimo e bravissimo nel cogliere le esigenze personali del cliente. Con lui lavorano anche due figli, che garantiscono la durata della sua arte. Sabino è ai confini della produzione seriale, avendo un laboratorio con oltre venti dipendenti. E' stato tra i primi a cogliere il momento favorevole per la nostra sartoria e a saperlo interpretare con una produzione che, rispettando l'impostazione stilistica, manca di alcuni dettagli della tradizione pura. Ideale per chi ama i tessuti molto leggeri, soprattutto le saglie in filati sottili, che si avvantaggiano di questo tipo di costruzione. Al Suo elenco mancano il papa dei sarti napoletani: Rubinacci, ed alcuni importanti diaconi, come il giovane e promettente Gianni Marigliano, Giovanni Volpe, Biagio Mazzuoccolo, Gino Cimmino (vedi sito www.sartorianapoletana.it), Antonio Formosa, Ciro Albino ed altri. Napoli è insomma ancora una miniera di artigiani veri e all'appassionato si presenta l'imbarazzo della scelta.
Resto a disposizione per ulteriori chiarimenti e mi scuso con quanti ho dimenticato di citare. E non saranno pochi.

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Nome: Federico Ferrari
Data: 28-10-2002
Cod. di rif: 64
E-mail:
Oggetto: Alcune gentili domande
Commenti:
Egregio Grande Maestro e rispettabili Cavalieri,

innanzitutto complimenti per il Vostro sito.
Passo senza indugi alla mia domanda : ho letto nella lunga posta vari nomi della sartoria napoletana tra cui la "Sartoria Partenopea". Ho un mio caro amico che veste con abiti e giacche di questa sartoria che mi ha consigliato. Voi cosa ne pensate ? A che livello qualitativo lavora ?
Come ultima importante domanda Vi chiedo : la camicia deve avere le asole fatte a mano oppure a macchina ? Ho sentito tanti pareri discordi in proposito e vorrei sapere il Vostro. C'è chi sostiene che la vera camicia artigianale deve avere le asole a mano e chi dice che la vera eleganza è una camicia con invisibili asole a macchina.

Grazie per le Vostre risposte per me molto importanti.

Federico Ferrari

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 30-10-2002
Cod. di rif: 65
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Asole delle camicie
Commenti:
Egregio Sig. Ferrari,

i miei Maestri e la mia breve esperienza mi hanno insegnato che degna presenza in una camicia su misura di sartoria, sono delle stupende e finissime asole ricamate a mano. Da non confondere con talune presenti in camicie pseudo-industriali grossolane e mal'eseguite. Le asole devono essere quasi invisibili; naturalmente per far ciò che questo avvenga con asole cucite a mano, il sarto deve lavorare a regola d'arte.
Questo è il mio modesto pensiero e aspetto con vivo interesse l'illuminante risposta del ben più esperto Gran Maestro.

Cavallerescamente saluto.

Lorenzo Villa

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 31-10-2002
Cod. di rif: 66
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Risposta al signor Ferrari
Commenti:
Egregio signor Ferrari,
La ringrazio per i complimenti e Le do il benvenuto sulle nostre Lavagne. Passo ad esaminare i punti che sottopone al vaglio dell'esperienza cavalleresca in questa materia.
1 - La Sartoria Partenopea è tra gli esempi di spicco di quella tipologia che io chiamo su-ordinazione. Le ditte di questo tipo che operano in Campania attingono all'inesauribile serbatoio dello stile napoletano, che su scala planetaria è oggi il riferimento per il vestire classico. La produzione ha caratteristiche industriali, seppure si lasci spazio a personalizzazioni e vi siano vasti interventi manuali. Valgono quello che costano, come una Mercedes. Sono di soddisfazione sicura, come un vino filtrato. Hanno le misure giuste, come una donna uscita dal bisturi del chirurgo estetico. Restano comunque un prodotto destinato ad una clientela che rinuncia in partenza alle sfide più sanguinose ed accetta le facili vittorie, quelle senza alcuna gloria. Ne abbiamo parlato in passate corrispondenze, qui riportate. Poco o punto abbiamo accennato ad un dettaglio esemplare: queste ditte propongono una piramide qualitativa al vertice della quale sono il cachemire e le fibre ad alta finezza. Questo ammiccamento tende a fissare una scala di valori falsata ed ancora la raffinatezza al pregio della materia prima, piuttosto che alla profondità del linguaggio dei tessuti, dell'adeguatezza alla tradizione ed alla situazione sociale e personale. Se quindi il prodotto è valido in termini assoluti, le conseguenze dell'affermazione di un gusto "facilitato" sono deplorevoli dal punto di vista della nostra associazione e mio personale. La confezione ed il su-ordinazione stnno infatti riducendo l'offerta in termini di tipologie tessili, con un abbattimento delle differenze reali che io condanno ed il Cavalleresco Ordine combatte.
2 - Se fossi Dante troverei nel più profondo dei gironi infernali un bel posticino per il Suo fradolento consigliere, quello che sostiene la superiorità estetica dell'asola a macchina. Credo però che lo stesso Lucifero lo troverebbe indigesto. Le dirò come la penso in merito. Nella camiceria, sartoria, valigeria, astucceria, tappezzeria, finanche nella veleria, insomma dovunque sia utilizzata la materia tessile, il nemico da combattere senza pietà è il pelo. E' peggiore del gas nervino: la sua presenza basta a sterminare ogni forma di vita. Parlo di quel capo di cotone o di seta, a volte lungo come un serpente ed a volte piccolo come un parassita, che scompone qualsiasi insieme facendo capolino dall'asola, dall'attaccatura di un bottone, da una cucitura. Le cuciture a macchina, per la loro stessa natura, lasciano all'inizio o alla fine un residuo di questo tipo. Quando non si appalesa subito, si rivela in un seocndo momento. Questo piccolo granello inceppa qualsiasi meccanismo, questo peccato condanna qualsiasi sforzo di elevazione. Ebbene, solo l'asola e la cucitura fatta a mano esorcizzano questo demone.
Un'asola deve essere quindi cucita a mano, con il suo specifico punto. Recherà ad entrambe i capi un travetto orizzontale, che se ben fitto e serrato determinerà due pieghettine verticali, dannazione delle stiratrici e paradiso degli esteti. Quanto più il punto sarà denso, tanto più remota sarà la possibilità che dagli abissi si liberi l'orribile, l'innominabile pelo. Stesso dicasi per l'attaccatura del bottone, che va eseguita a mano, con qualche giro di sicurezza intorno al piede.
Ci sono molte camicerìe che dichiarano di produrre artigianalmente e su misura, ma propongono o meglio impongono l'asola a macchina. Se Le capita una situazione del genere, abbandoni ogni dialogo. Non c'è alcuna speranza che si tratti di una manifattura che possa comprendere le esigenze di un Uomo di Gusto. Come diceva Totò in Miseria e Nobiltà: desista.

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Nome: Gianluca Chiusa
Data: 31-10-2002
Cod. di rif: 67
E-mail: gchius@libero.it
Oggetto: Calzature cucite a guardolo
Commenti:
Illustre Gran Maestro e nobili Cavalieri,
anzitutto mi compliemnto con Voi per la qualità del sito. Chiedo umilmente spazio tra le interessanti e profonde discussioni della lavagna per sottoporvi alcuni semplici quanto per me amletici dilemmi. Tralasciando la calzatura "su misura", di cui ho avuto modo di apprezzare la qualità eccelsa e inarrivabile e valutando le meno nobili realizzazioni presenti negli scaffali delle botteghe specializzate, quali sono a Vostro parere le Case che offono maggiori soddisfazioni?Io sono da anni un soddisfatto cliente Edward Green,Church's,Tricker's e Alden, oltre a fiero possesore di una Berluti (non su misura) come le giudicate? Non sono stato ugualmente soddisfatto di una John Lobb (William) non su misura recentemnte acquistata.
Ringrazio Voi, nobili cavalieri per le risposte che saprete fornirmi.
Cavallereschi saluti
Gianluca Chiusa

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Nome: Paolo Liberati
Data: 31-10-2002
Cod. di rif: 68
E-mail: p_liberati@hotmail.com
Oggetto: Sartoria Napoletana
Commenti:
Egregio Gran Maestro,
La ringrazio per la Sua cortese risposta sulla Sartoria Napoletana che ho letto con grande piacere e che ho trovato molto interessante e istruttiva. La materia, come avrà avuto modo di capire, mi appassiona e Le confesso che l’idea di leggere una “Guida Generale alla Sartoria Napoletana” scritta di Suo pugno mi entusiasma. Le comunico sin d’ora che sarò uno dei Suoi primi lettori e La esorto a intraprendere l’Opera senza indugio. Per quanto riguarda la Sua risposta devo ammettere di aver ingiustamente dimenticato di citare quello che Lei definisce "il papa dei sarti napoletani" Rubinacci e ne faccio pubblica ammenda. Credo di aver dimenticato anche Attolini, ma non so se Lei annovera questa sartoria fra quelle artigianali “pure”. A proposito di Attolini ho letto di recente un interessante articolo pubblicato da "Robb Report" ("Wardrobe, It Started in Naples" maggio 2002, reperibile on-line sull’omonimo sito) che ripercorre la storia di questa storica sartoria. In tale articolo Vincenzo Attolini viene indicato come l’inventore della giacca in stile napoletano che sarebbe stata concepita negli anni ’30 quando Attolini lavorava per Gennaro Rubinacci. L’articolo, fra le altre cose, afferma che oggi la sartoria Attolini, dopo un periodo di oblio iniziato nel 1971, ha ripreso a realizzare autentici abiti su misura ("true bespoke fashion”) e che per tale ragione sarebbe in grado di produrne solo tre a settimana. Sarei curioso di conoscere il Suo pensiero al riguardo. Mi ha inoltre incuriosito la Sua risposta in relazione alla sartoria Sabino. Lei afferma che la stessa, con i suoi 20 dipendenti, è al limite della produzione seriale. Ho seguito sulle pagine di questa lavagna il dibattito, davvero molto interessante, sulle caratteristiche dell’autentica sartoria artigianale e ne avevo tratto la conclusione che la differenza fra sartoria artigianale e produzione industriale con criteri artigianali vada ricercata nei metodi di lavorazione più che nell’organizzazione del lavoro (e quindi nel numero di persone coinvolte nella realizzazione dei capi). Del resto credo che la stessa sartoria di Rubinacci, che mi sembra di ricordare Lei abbia definito l’unica autentica sartoria italiana, abbia più di venti dipendenti. E non credo che si possa negare che gli abiti realizzati dai Caraceni di Roma (la cui sartoria conta più o meno 50 sarti) o dagli inglesi Anderson & Sheppard (che considero i più “napoletani” d’oltremanica e che hanno un numero cospicuo di sarti coinvolti ella realizzazione degli abiti) siano autentici abiti su misura e non abiti realizzati con criteri semi-artigianali. Ma può darsi che mi sbagli e Le sarò grato se vorrà farmi conoscere la Sua opinione al riguardo.
Cordiali saluti,
Paolo Liberati


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 31-10-2002
Cod. di rif: 69
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Rubinacci, Attolini, Sabino & C.
Commenti:
Egregio signor Liberati,
noto che ha letto con vera attenzione quanto ho scritto in materia di sartoria. Ebbene, quando mi riferisco all'attività di Sabino parlo di produzione ai limiti del seriale non per la quantità , ma per l'organizzazione del suo personale e perché egli utilizza macchinari e sistemi di tipo industriale. Tra quelli da Lei citati, è ad esempio l'unico che cucia a macchina le tele dei baveri. L'orientamento che ho individuato è comprovato dal fatto che egli produca nello stesso stabilimento anche alcuni capi dichiaratamente su taglia, come la sua giacca-pullover senza interni. Nessun dubbio sull'identità artigianale di Rubinacci, sia quello napoletano che quello milanese, anche se lo stesso Mariano ha ora una linea pronta su taglia. Non parlavo di lui come dell'unica sartoria italiana, ma napoletana. Qui ovviamente va fatta la differenza tra "sartoria" con organizzazione inglese e "laboratorio di sartoria", di cui ho detto in altra occasione. Anderson & Sheppard e Caraceni restano esempi di purezza artigianale e sono delle vere sartorie.
Quanto ad Attolini, la figura di Vincenzo (da me citato nell'articolo LORO DI NAPOLI, vedi rassegna stampa, brano su Rubinacci) è quella di un grande dalla statura inarrivabile. Effettivamente egli definì negli anni 30 la tipologia della giacca napoletana: sciolta, comoda in modo quasi sfrontato, drammatica nei volumi quanto confidenziale nelle linee e nei dettagli. Tra i figli, Cesare ha scelto la strada del su-ordinazione ed ha una società a Grumo Nevano. Come i suoi colleghi, si sforza insieme al giovane e capacissimo figlio Giuseppe di far apparire ai clienti uno stabilimento come una vera sartoria. Secondo me non è vero, ma questo non toglie nulla all'inventiva di una produzione veramente bella, i cui limiti sono quelli che ho già più volte espresso e che sono soprattutto nella mancanza di chiarezza. Esiste anche una sartoria Attolini "vera", fino a poco tempo fa in mano al fratello Claudio e che mi risulta sia stata oggi rilevata da Cesare. L'operazione servirà probabilmente a dare una maggiore credibilità all'atteggiamento "sartoriale" di un gruppo che oggi produce sotto tre diversi marchi e con questo quattro. Verificherò questa informazione, ma se è esatta è comunque un bene, perché Cesare è comunque un figlio d'arte, un vero sarto ed un uomo capace, mentre il fratello mi era sempre sembrato non essere all'altezza del nome di famiglia. Proprio per questo non lo avevo citato prima. Nulla so attualemente del terzo fratello, Tullio, ma mi informerò. Mi compiaccio per il livello delle Sue letture. Robb Report è una rivista importante. Non la leggo più da quando, nel best of the best del giugno scorso, riconobbe in Kiton il n° 1 della sartoria su misura. In passato questo numero era stato imparziale, colto, preciso. Non cogliendo la vera natura dell'attività di Kiton mi ha dimostrato di essere arretrata o troppo avanzata, in ogni caso parziale. Resta comunque una campana dalla voce autorevole, che dovrebbe essere più conosciuta in Italia.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 01-11-2002
Cod. di rif: 70
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Scarpe
Commenti:
Egregio signor Chiusa,
lo spazio su queste lavagne è riservato proprio a persone come Lei: frequentatori del nostro castello, assetati di bellezza ancorché non Cavalieri. Non deve quindi chiedere alcun permesso per indirizzarci domande e nemmeno critiche o commenti.
Veniamo alla scarpa. Lei ha già citato alcune di quelle a più alto contenuto. Berluti è un pianeta a parte, capace di dare un'"identità immediata" (parole di Olga) a chi la sappia indossare e curare. Inoltre i contenuti tecnici e ortopedici di questa calzatura sono i più elevati in assoluto. Come sa, come associazione abbiamo recentemente avuto l'onore di ospitare Olga Berluti a Napoli, dove abbiamo organizzato una serata di cirage (vedi colonna degli Eventi).
Splendida a mio avviso la produzione di Alden, che in questo momento sta fornendo al Cavalleresco Ordine alcune culatte di shell cordovan dalla tripla A. Ovviamente saranno riservate ai soli Soci, che potranno così avere una calzatura su misura realizzata con un materiale che prima d'ora non era stato mai disponibile in questo settore. Infatti l'unica conceria che lo produce riserva quest'estrema qualità solo ad Alden. La derby liscia in cordovano di Alden è semplice, comoda, bella, durevole, ricca di tradizione, efficace nell'utilizzo. Un cult.
Edward Green è estremamente originale nelle forme e nella concia. Scarpa molto leggera e comoda, è destinata a chi ami lo stile squisitamente inglese, di cui è ora il campione assoluto. John Lobb, infatti, diventato francese, ha perso buona parte del suo fascino. Gli italiani offrono nella calzatura di serie molto meno di quanto sembri. Le case sbagliano troppo e mi sembrano disorientate. Sempre ad inseguire una modernità che non è alla loro portata, rinunciando ad una tradizione che invece esisteva. Per farmi capire Le faccio un esempio pratico. Se dico Berluti, Alden ovvero Edward Green, insomma i tre nomi che abbiamo pronunciato per primi, immediatamente Le viene in mente un prodotto cardine, uno stile. Se dico StefanoB, Mantellassi o Rossetti, non Le viene in mente un fico secco. Rifletta su questo e ne tragga qualche conclusione. Finiranno tutte, o sono gia finite, per produrre scarpe da ciclista. Bene Tanino Crisci, che ancora resta integralmente nel classico e del quale aspetto però di vedere i prossimi anni. Al momento mi sembra che la nostra produzione non abbia sufficiente orgoglio e ripeta suggestioni ad orecchio, senza un supporto stilistico suffcientemente autorevole.


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 01-11-2002
Cod. di rif: 71
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Cucitura a guardolo? No prego.
Commenti:
Non ho ben compreso le motivazioni del titolo dell'ultima lettera del signor Chiusa. Non mi risulta che nessuna delle case da lui citate produca calzature con cucitura a guardolo. Berluti ha una linea su misura, dai costi apocalittici, che può vantare questa costruzione. Gli altri lavorano coi normali sistemi industriali: a black o goodyear.

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Nome: Federico Ferrari
Data: 01-11-2002
Cod. di rif: 72
E-mail:
Oggetto: Sartoria
Commenti:
Egregio Grande Maestro,

non so come ringraziarla per le Sue gentilissime risposte. Rappresentano un vero pozzo di sapienza. Di recente sono venuto in contatto con una sartoria di Bologna : Sartoria Osvaldo Finarelli - via Crocetta. Approfittando della Sua immensa cortesia sono a chiederle, se ne è a conoscenza, della qualità dei lavori di tale sartoria volendomi far realizzare una giacca sportiva. Tenendo in considerazione massima il Suo giudizio, aspetto il Suo cortese commento.

Distinti saluti. Federico Ferrari.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 01-11-2002
Cod. di rif: 73
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Sartoria bolognese
Commenti:
Egregio signor Ferrari,
i nomi migliori della sartoria bolognese, in verità non molto ricca di talenti, sono quelli di Alleva-Spina (che non ha un atelier e si serve per le prove del bellissimo spazio di Dante De Paz), di Di Donato (un pò promiscuo, avendo una vetrina che propone anche la confezione), di Montaguti (il decano), Cremonini (ottima fattura, terribili però per il nostro punto di vista cavalleresco le fodere stampate con il suo nome) e Bosi (il più autorevole ed il più caro). Tra questi si iscrive senz'altro anche Finarelli, con un buon rapporto qualità-prezzo. Quella di Osvaldo Finarelli, ancorché egli non sia figlio d'arte, è una sartoria dal lungo curriculum, molto tradizionale e senz'altro competente nelle regole del vestire classico corretto. Per il mio gusto napoletano la sua giacca è un pò sostenuta: lo considero quindi un Maestro da abito grigio, da blazer blu, da gessato, piuttosto che da giacca a quadri. Non so cosa intenda precisamente quando dice che vuole commissionare una giacca sportiva, ma eviterei con Finarelli, almeno al primo tentativo, le fantasie complesse. Quando avrà instaurato un rapporto più solido, quello che permette al sarto di capire meglio le esigenze del cliente ed al cliente di amare del proprio sarto anche i difetti, andrà avanti con le richieste più "sportive".

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Nome: Federico Ferrari
Data: 04-11-2002
Cod. di rif: 74
E-mail:
Oggetto: Sartorie e Camicerie
Commenti:
Egregio Grande Maestro,

La ringrazio molto per le Sue sapienti risposte. Chiedo alcune precisazioni :
Cosa intende per “sostenuta”, riferendosi alla giacca dei Finarelli (sono padre e figlio vero ? ) ?
Io vorrei farmi cucire una giacca in tweed. Il mio più caro amico ne ha alcune di Osvaldo e figlio, di chiara ispirazione napoletana ( cran alto, bavero ampio, spalla vuota e ricca) che mi paiono riuscite. Mi sono avvicinato allo stile partenopeo e per il momento è l’unico sarto non napoletano che taglia giacche anche in questo stile. Le avevo chiesto di Sartoria Partenopea per questo motivo…
Mi sono molto piaciute le Sue parole sulla camicia. A questo punto ne approfitto : qual è una ottima camiceria nei pressi di Bologna o dell’Emilia ? Ne ho provate alcune a Parma veramente deprecabili.

La ringrazio moltissimo per la Sua grande cortesia e La saluto cordialmente.

Federico Ferrari.


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 04-11-2002
Cod. di rif: 75
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: La giacca "sostenuta"
Commenti:
Egregio signor Ferrari,
chieda al Suo amico quante giacche ha fatto confezionare a Finarelli prima di quelle che Le sono e gli sono tanto piaciute. Se si tratta delle prime, mi sono sbagliato, se invece si tratta di richieste e risultati successivi al primo approccio, rileggendo la mia avrà modo di darmi ragione. La prego di rispondermi su questo punto, perché se ho preso una cantonata è giusto che lo sappiano anche gli altri lettori. La mia posizione su Finarelli penso sia chiara sin dal mio primo intervento. Avendo saputo qualcosa da suoi clienti e concittadini, ho l'impressione che la morbidezza napoletana non sia nelle sue corde naturali e che egli se la imponga in quanto oggi molto richiesta. Per questo ho pensato che egli non cucisse in questo modo al primo tentativo, andando prima su quello che è il suo terreno.
Per sostenuta intendo una giacca che non ruoti molto. Solo per trovare un'immagine pertinente, guardi le belle giacche di Gerry Scotti (ahimé, questi esempi dello spettacolo sono a volte utili per comprendersi). Gli stanno molto bene e sono di eccellente fattura, ma danno l'impressione che i quarti anteriori siano un pò troppo sostenuti dalle spalle, troppo appesi e non cadano naturalmente. Mi viene in mente un'immagine nuovissima, che fa qui la sua prima apparizione: la giacca morbida alla napoletana fa apparire i davanti come fossero incernierati ai lati, mentre in quella "sostenuta", di tipo più internazionale, essi appaiono sospesi alle spalle, in alto. Non saprei su due piedi che dire della camiceria nella Sua regione. In realtà in questo settore ci sono troppe chiacchiere e pochi fatti. Difficile trovare vera soddisfazione, ma in questo le colpe in parte concorrono, perché occorre molta vigilanza e scienza da parte dello stesso cliente, il quale crede di poter intervenire solo al momento di ritirare il capo. Interverrò successivamente in materia.

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Nome: Federico Ferrari
Data: 04-11-2002
Cod. di rif: 76
E-mail:
Oggetto: Come faccio ?
Commenti:
Egregio Grande Maestro,

al momento non posso risponderLe in merito al mio amico e cliente di Finarelli in quanto impossibilitato a contattarlo : è in Uzbekistan !
Non credo comunque che la sua giacca sia frutto di richieste successive alla prima in quanto si è sempre dichiarato un appassionato e conoscitore dello stile napoletano e non avrebbe mai accettato una giacca “sostenuta” sulle spalle. Il punto è che fidandomi dei Suoi suggerimenti, in questo momento non so da chi farmi realizzare una giacca in tweed in stile napoletano, questo senza recarmi nella Sua terra natia. Pensavo, vedendo questa giacca, che il Finarelli fosse in grado di garantirmi tale risultato, ma probabilmente leggendo la Sua non è così.
Quindi o vengo a Napoli, che escludo a priori per ovvie ragioni di praticità, o devo far commissionare la mia giacca ad un laboratorio napoletano che offra questo servizio (la citata sartoria partenopea)
Se mi sa trovare una alternativa legata ad un buon sarto sarei la persona più felice del mondo e avrà gratitudine a vita.

Sconsolato, saluto.

Federico Ferrari


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 04-11-2002
Cod. di rif: 77
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Bando agli indugi!
Commenti:
Egregio signor Ferrari,
vorrei buttare un pò d'acqua sul fuoco della Sua perplessità. Non indugi oltre: dalle giacche del Suo amico Uzbeko ha già visto nella costruzione di Finarelli quelle caratteristiche dello stile napoletano che Lei cerca. Vista la documentazione agli atti, La invito a cercare la strada difficile, quella che potrà darLe vera soddisfazione. Non si rivolga alla Sartoria Partenopea, faccia in modo che le Sue risorse di tempo e denaro vengano utili alla causa dei deboli, quella del vero artigianato. Si fidi di Finarelli ed ancor più si fidi di sè stesso. Gli faccia capire con parole Sue come vuole la giacca, si chiarisca bene le idee e non ceda su alcun punto. I sarti vanno guidati in modo preciso e deciso. La cosa più importante per ottenere un "pronto-effetto" alla napoletana sono la morbidezza della spalla, la tornitura della manica e quel cran alto che Lei ha già ritrovato nell'opera del maestro Finarelli. Buon divertimento.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 04-11-2002
Cod. di rif: 78
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Soluzione n° 2
Commenti:
Egregio signor Ferrari,
aggiungo qualcosa alla mia precedente. Un'alternativa - a meglio pensare - ci sarebbe. Contatti il nostro pilastro Dante De Paz in Via Ugo Bassi 4/D (tel. 051231354) e chieda tramitre lui un appuntamento con Alleva, che qualche tempo fa lavorava alle Sue dipendenze. Stampi questa Lavagna (ricordando che i caratteri sono bianchi e per vederli, una volta copiati, dovrà passarli in nero) e chieda a mio nome allo stesso Dante di farLe da consulente. Con una simile guida avrà il massimo e potrà fare in poco tempo passi da gigante nella conoscenza dei tessuti e degli stili. A scanso di equivoci, va detto che non esiste alcuna convenzione economica tra me o il C.O. e De Paz o altre realtà commerciali. Egli è un Fondatore del Cavalleresco Ordine e ricorre spesso in queste pagine per il suo valore, quale persona tra le più competenti in Italia nel settore del vestire maschile.

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Nome: Federico Ferrari
Data: 05-11-2002
Cod. di rif: 79
E-mail:
Oggetto: Decisione
Commenti:
Egregio Grande Maestro,

ormai ho deciso. Venerdì o la più tardi sabato mattina andrò da Finarelli e figlio ( a tal proposito non mi ha risposto : è vero che vi lavora anche il figlio ? Sarebbe un raro quanto stupendo caso)per la mia giacca "napoletana" in tweed scozzese. Vengo alla mia (la prego non si arrabbi...) ulteriore richiesta. Mi potrebbe suggerire ed elencare le cose importanti da controllare e da dire al Finarelli perchè mi possa realizzare una giacca partenopea corretta ? Premetto che non sono una persona inesperta in materia, ma vorrei sapere da Lei, le cose importanti di cui mi devo raccomandare e controllare per poter realizzare la mia agognata giacca napoletana.

Non so come ringraziarLa. Cordialmente saluto.

Federico Ferrari.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 05-11-2002
Cod. di rif: 80
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Punti fermi
Commenti:
Egregio signor Ferrari,
proceda spavaldo verso il laboratorio di Finarelli, dove non so se lavori anche il figlio. Tra poco me lo saprà dire. Quanto alle caratteristiche base da tenere sotto controllo, sono quelle in calce alla mia penultima a Lei indirizzata. La spalla morbida, la manica tornita (abbondante al braccio, dove presenta qualche piega verticale) ed il cran piuttosto alto. Importantissimo un particolare che avevo taciuto in quest'occasione, ma più volte segnalato in precedenza: il punto vita. Esso deve trovarsi non al di sotto della mezzeria della lunghezza ottica della giacca. Si concentri su questo dettaglio sin dall'ordinazione e lo riscontri alla prima prova. Dopo sarebbe troppo tardi.

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Nome: Federico Ferrari
Data: 05-11-2002
Cod. di rif: 81
E-mail:
Oggetto: Informazione ultima
Commenti:
Egregio Grande Maestro,

nel ringraziarLa immensamente per tutto il tempo dedicatomi, Le chiedo una piccola spiegazione sul “punto vita” e la mezzeria della giacca in quanto è un concetto che mi sfugge.
Non voglio trascurare nulla nella mia giacca in tweed e, come ha scritto, questo è un dettaglio importante e vorrei quindi afferrarlo in profondità.

Distinti saluti.

Federico Ferrari.


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 05-11-2002
Cod. di rif: 82
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Punto vita e suoi derivati
Commenti:
Egregio signor Ferrari,
il punto vita è il punto più stretto della clessidra ideale che in genere disegna una giacca, vista di fronte e di lato. La parte centrale della clessidra può essere secca e definita come nella sartoria iglese classica (veda i vecchi film di Bond, in particolare la giacca sportiva a spacco centrale che porta in Missione Goldfinger) ovvero allungata come nel caso napoletano. Il punto vita divide quindi due tronchi di cono: uno che si allunga verso l'alto ed uno verso il basso. La strozzatura massima, che in genere è in corrispondenza del bottone che si tiene abbottonato o poco più su, deve corrispondere secondo la mia teoria al centro ottico della giacca. Parlo di centro ottico perché questo punto non va collocato col metro in mano, ma tenendo presente la reale conformazione che la giacca assume una volta indossata. La perfezione si raggiunge quando essa lascia al di sotto un volume impercettibilmente superiore a quello che lascia sopra. In termini di proporzioni architettoniche, quest'altezzad della vita corrisponde simmetricamente alla maggiore altezza dello spacco tra collo e bavero che distingue la guacca napoletana dalle altre. alla Ovviamente, alzare il punto vita della giacca comporta che si alzi anche quello dei pantaloni. Non segua quindi la moda del momento e porti un pò in alto la cintura. In sede di prova controlli che l'effetto sia di Suo gradimento ed effettui le necessarie modifiche. Guardi qualche mia foto e vedrà come porto io i pantaloni: praticamente a giro collo. Non lo consiglio ad altri, ma nell'insieme vedrà che per distinguere questo particolare deve farci un pò attenzione.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 06-11-2002
Cod. di rif: 83
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Silvano Lattanzi
Commenti:
Caro Gran Maestro,

mi risulta difficile comprendere l'esclusione, in una delle Sue ultime sui calzolai italiani, del Maestro Silvano Lattanzi. In tutta sincerità lo considero uno dei migliori artigiani calzolai al mondo, capace di interpretare al meglio e senza compromessi lo stile storico delle grandi scarpe. Offre tra l'altro un servizio su misura, curato da lui personalmente, che offre possibilità infinite : da vedere alcune derby con allacciatura ripresa dagli stivali da equitazione di fine '800.

Cavallereschi saluti a Lei ed agli amici di questa lavagna.

Lorenzo Villa

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 06-11-2002
Cod. di rif: 84
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Correzzione
Commenti:
Caro Gran Maestro,

rileggendo meglio la Sua di alcuni giorni fa, ho notato che si è riferito solo a produttori di serie e quindi capisco la ragione dell'esclusione del Lattanzi. Mi farebbe comunque piacere il Suo parere su questo Maestro.

Saluti.

Lorenzo Villa

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Nome: paolo liberati
Data: 06-11-2002
Cod. di rif: 85
E-mail: p_liberati@hotmail.com
Oggetto: scuola sartoriale napoletana
Commenti:
Egregio Gran Maestro,
La ringrazio per la Sua risposta del 31 ottobre 2002 che ho trovato come al solito ricca di informazioni e di spunti interessanti. Devo ammettere che La Sua conoscenza della scuola sartoriale napoletana non finisce di stupirmi (la “chicca” sulla tecnica usata da Sabino per la cucitura delle tele dei baveri è un vero colpo da Gran Maestro). Per quanto concerne le mie letture devo confessarLe che anche in questo caso sono Suo debitore perché ho scoperto “Robb Report” leggendo il biglietto d’invito al laboratorio d’eleganza dedicato alla scarpa tenutosi il 10 novembre 2000. Comprendo bene il disappunto che può averLa indotta a sospenderne l’acquisto perché a me è capitata la stessa cosa con “Cigar Aficionado” che ho smesso di acquistare a seguito di certi giudizi sui sigari cubani e non che mi hanno fatto perdere la pazienza (confesso tuttavia di essere ancora un fedele lettore, sia pure “on line”, degli articoli di James Suckling). Mi lasci dire che condivido in pieno la Sua valutazione circa il riconoscimento attribuito a Kiton da “Robb Report”. A parte ogni altra considerazione mi sono sempre chiesto come si fa a spendere certe cifre per abiti che sono comunque prodotti su scala industriale. Sul numero di settembre ho visto un super 150 di Kiton al prezzo, per me incredibile, di 3,995 $ (quasi otto milioni di vecchie lire) e non è certo il più caro. L’articolo da me precedentemente citato su Attolini riferisce che il prezzo di un abito prodotto da quella sartoria parte da 5,000 $. Un mio conoscente che aveva bisogno di farsi cucire un abito in tempi relativamente brevi si è rivolto all’atelier di Brioni il quale per un prodotto semi-artigianale gli ha chiesto 6,000 Euro. Qualche settimana fa ho trascorso un paio d’ore istruttive nel negozio di Zegna che si trova nella mia città, Roma, dove un gentilissimo e preparatissimo commesso mi ha illustrato con dovizia di particolari le modalità di realizzazione dei loro prodotti “su misura”: camicie, abiti, cravatte, cappotti. Tutti rigorosamente con aggiustamenti realizzati a partire da un modello base. Il top della linea è la collezione cosiddetta “Napoli Couture” (a proposito: qualcuno dovrebbe iniziare a disciplinare l’uso della denominazione Napoli) che per gli abiti prevede un costo medio intorno ai 2500 Euro. Le cravatte costano il doppio di quelle di Marinella .... Il bravo commesso mi ha spiegato che grazie alla innovativa tecnica di produzione i loro clienti americani e giapponesi, se non sono ingrassati o dimagriti, possono ordinare gli abiti per telefono e riceverli in spedizione dopo un mese. Non è straordinario? Vede, io credo nell’economia di mercato e sono pertanto convinto che se le ditte che ho citato riescono a vendere i loro prodotti a quei prezzi evidentemente la domanda esiste. Ma è proprio la domanda che mi sgomenta. Evidentemente si è creata una sottocultura incapace di distinguere e di apprezzare il reale valore delle cose. Basti pensare che un abito dei Caraceni romani costa meno di tutti quelli ho citato (però bisogna fare almeno tre prove .... e forse qualcuno può ritenere che ciò sia una vera seccatura). E, pur non avendone la certezza sono convinto che un Solito, un Panico, un Ciardi costino molto meno pur essendo di qualità e di fattura nettamente superiore. Mi farebbe piacere conoscere la Sua opinione in merito ai prezzi che vengono oggi praticati sul mercato. Sperando di non averLa annoiata Le porgo cordiali saluti.
Paolo Liberati


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Nome: Lorenzo Villa
Data: 07-11-2002
Cod. di rif: 86
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Figuraccia
Commenti:
Carissimi Cavalieri e Gentile Gran Maestro,

lo scrivere veloce mi ha giocato un brutto scherzo facendomi rimediare una figuraccia : ho scritto "correzione" con due "z". Chiedo umilmente scusa per simile strafalcione...maledetta tastiera !

Cavallereschi saluti.

Lorenzo Villa

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 07-11-2002
Cod. di rif: 87
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Al signor Paolo Liberati
Commenti:
Egregio signor Liberati,
trasferisco la Sua ultima nella Posta del Gran Maestro. La risposta che intendo fornire è particolarmente elaborata, sicché preferisco parlarne nel mio studio privato.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 09-11-2002
Cod. di rif: 88
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Lattanzi, scritte a mano e scarpe a macchina
Commenti:
Egregio signor Villa,
Scudiero nostro dilettissimo,
avevo un pò tremato di fronte a quella doppia zeta di "correzzione", ma vedo che si è ripreso. La Sua ultima mi dà anzi lo spunto per un paragone: in quale altro sito un utente si sarebbe preoccupato dell'ortografia? Il rispetto che queste mura impongono per la cura estetica, anche nello scrivere, è esattamente lo scopo per cui furono erette. Dal tono della Sua disperazione possiamo arguire di averlo colto.
Passo a commentare l'opera di Lattanzi, secondo le Sue richieste. A questo proposito Lei cade nella trappola predisposta abilmente da questo signore, il quale cerca di far capire di lavorare su misura. Orbene, come nella sartoria, anche nella calzoleria esiste un su-misura ed un su-ordinazione. In entrambi i casi, la differenza sta nel fatto che nel primo si lavora su un modello specifico del cliente (in questo caso le sue forme)e nel secondo su taglia, ovviamente adattata alle esigenze dichiarate al momento dell'ordinazione. Lattanzi usa scrivere tutte quelle belle cosette nelle sue scarpe e le scritte a mano vogliono suggerire la manualità dell'opera e la Sua destinazione specifica. Ovviamente vi è parecchia manualità in una calzatura di elevato livello qualitativo quale è quella del Lattanzi, ma a me non piace questo trucchetto delle scritte, che trovo tra l'altro un pò effeminato. In ogni caso il prodotto Lattanzi è un prodotto di serie. La possibilità di interventi su-ordinazione come quello che descrivevo nel mio rapporto con la Tanino Crisci (vedi Florilegio) non comporta che si sia di fronte ad una ditta artigiana. Cancelli quindi questo appellativo quando si riferisce al Lattanzi, così come lo cancellerebbe parlando di un Kiton o di un Attolini (linea "sartoriale"). Se qualcuno Le dice che Lattanzi lo ha calzato su misura, gli chieda quello che chiedo ora a Lei: "Ha eseguito o visto eseguire una prova della scarpa, ancora imbastita?". In mancanza di almeno una prova, non si tratta di un su-misura e tutte le altre considerazioni sono balle. E' anche possibile che Lattanzi abbia un laboratorio di vero su-misura, ma stia tranquillo che i prezzi saranno molto differenti da quelli del pronto. Quando si calza su misura, ad un differente modello può corrispondere una nuova forma, anche per lo stesso cliente. Di fronte ad un simile lavoro non si può restare sui costi della concorrenza e produrre in grandi numeri una scarpa su misura. Solo un artigiano che lavori in proprio - ed oggi in Italia ce ne sono pochissimi - può cucire una scarpa su misura e mantenersi su prezzi inferiori ai 1000,00 Euro.
Lattanzi può quindi scrivere tutto quello che vuole sui sottopiedi delle sue scarpe, frasi d'amore e saggi di geofisica, ma non commuoverà in tal modo il duro cuore e la lunga esperienza del Gran Maestro.
Non mi pronuncio sulle doti estetiche, perché occorrerebbe un preambolo stilistico che prima o poi si renderà necessario e riproporrà la possibilità di parlarne.
Le rivelerò infine, poichè Lei è nostro Socio, che di recente è intervenuto un motivo specifico di cavalleresco dissenso con il signor Lattanzi. Poichè si tratta di cose che riguardano direttamente il nostro pensiero ed il nostro gruppo, lo farò nell'area riservata ai Cavalieri. Lo legga tra qualche giorno.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 09-11-2002
Cod. di rif: 89
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Calzolai
Commenti:
Carissimo Gran Maestro,

ha colto perfettamente il mio sentimento di fronte a quell’orribile errore apparso su questa Lavagna e da imputare alla mia fretta nel digitare i tasti : disperazione. Mi sono sentito sprofondare dalla vergogna, ma ormai il danno era fatto.
Ho apprezzato molto il Suo discorso sul Sig. Lattanzi : mi ha portato a conoscenza di cose che ignoravo.
Infatti se per quanto riguarda la Sartoria posso affermare di avere una certa esperienza, nel campo della calzoleria artigiana ho ancora molto da apprendere. Pertanto le Sue parole mi sono di grande aiuto in questa crescita.
Sono un felice possessore di un paio di scarpe Lattanzi “su-ordinazione” . Devo però ammettere che non ho mai visto nel suo atelier di Milano provare una scarpa imbastita, questo a conferma delle Sue acute parole.
Nell’attesa del Suo commento nella parte riservata a noi soci, La voglio mettere a conoscenza di un esperienza vissuta un anno or sono nella sartoria di cui parla il Sig. Ferrari : Osvaldo e Luca Finarelli di Bologna.
Una volta varcata la soglia di questa sartoria, assieme a ottimi tessuti delle migliori case inglesi, ho trovato giacche con asole cucite a macchina, fodere cucite ed attaccate a macchina, pantaloni con interni cuciti interamente a macchina, abiti già pronti in taglia e via dicendo.
Con le mie parole non voglio criticare il lavoro di questi sarti; certo è che la vera sartoria artigianale alberga altrove.

Cavallereschi saluti dal Vostro Scudiero.

Lorenzo Villa


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 10-11-2002
Cod. di rif: 90
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Al signor Villa
Commenti:
Scudiero nostro dilettissimo,
i casi recentemente esaminati l'hanno già indotta a riflettere sulla capziosità di certe atmosfere create al limite della truffa per far capire - senza dire - che un prodotto ha una storia e natura artigianale, mentre in realtà si tratta di un articolo industriale. In futuro starà molto attento a valutare le credenziali di quanti abbiano filiali in varie città d'Italia e del mondo eppure vantino una fattura artigianale o su-misura. Addirittura la FIAT ed altre case automobilistiche ci provano di tanto in tanto, vantando per alcuni modelli una limited-edition. Naturalmente a questa balla qui è più difficile crederci, ma magari qualcuno c'è riuscito.
Mi rincrescerebbe però che si cada nell'errore opposto e cioè di giungere ad una sentenza di "lesa artigianalità" basandosi su elementi insufficienti. Le notizie e testimonianze che ho raccolto sulla sartoria Finarelli non sono recentissime, ma ho motivo di ritenere che questo laboratorio continui un'attività artigianale pura. La presenza di giacche lavorate a macchina nei laboratori artigiani è sempre più diffusa, in quanto riesce a soddisfare la clientela più frettolosa. Finché non ci sia qualcuno che sostenga trattarsi di un prodotto artigianale e/o su-misura, si tratta di un commercio più che lecito. Giungiamo dunque dopo tante chiacchiere ad un criterio: quello che noi come Cavalleresco Ordine cerchiamo di mettere in chiaro è l'ambiguità delle operazioni commerciali con cui si spaccia un prodotto industriale per artigianale. Noi non siamo contrari allo sviluppo della confezione, del su-ordinazione e di qualsiasi altra cosa. Quello che non ci sta bene è la menzogna, nociva in questo caso per la parte che non ha dalla sua l'accesso ai grandi mezzi di comunicazione. La correttezza non va quindi valutata sulla base della presenza o meno di dettagli o capi meccanici, ma sulle dichiarazioni di chi li propone.

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Nome: Giovanni Alfieri
Data: 10-11-2002
Cod. di rif: 91
E-mail: giovannialfieri@tiscalinet.it
Oggetto: "Tempo libero"
Commenti:
Egregio Gran Maestro, vorrei proporLe un argomento di discussione,forse un pò ampio,ma penso interessante :"quale abbigliamento adottare per il tempo libero".
Ritengo che in questo settore ricorrano gli errori-orrori più imperdonabili ! Cordiali saluti Giovanni Alfieri

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 11-11-2002
Cod. di rif: 92
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Il tempo libero.
Commenti:
Egregio signor Alfieri,
Lei ha partecipato ai lavori in corso a Milano per la nostra Alcohol Academy e conosce direttamente lo stile del Cavalleresco Ordine. Mi permetto quindi una sottile, innocua osservazione sul Suo intervento in Lavagna. Quando parla degli errori ed orrori sembra che pensi o comunque che possa far pensare alla nostra attività come quella di persone che si crogiolano nel loro sapere, utilizzandolo per stigmatizzare alcuni comportamenti e suggerirne altri. Il nostro Statuto ed il nostro stile non prevedono quest'atteggiamento. Noi non lavoriamo per criticare gli errori altrui, ma per soddisfare la sete di quanti siano curiosi di conoscere e tra questi di noi stessi. Mi perdoni questa puntualizzazione, che Lei certo non merita, ma per evitare confusione il confine tra il saputello ed il sapiente va continuamente sorvegliato.
L'argomento da Lei introdotto è quanto mai vasto. Vanno immediatamente individuati due grandi campi: tempo libero in città e tempo libero tout court, sportivo o vacanziero. Nel primo caso andrà conservata un'adesione al proprio stile generale. Un amante del vestire classico, che tutti i giorni indossa con piacere e profitto la giacca e la cravatta, si manterrà nella tradizione anche per il tempo libero. I giubbini, le scarpe, le camicie, saranno scelte in materiali e colori tradizionali. In molte occasioni, come ad esempio al proprio circolo o per uscite con ospiti, si manterrà la giacca e la cravatta, ma scegliendo un blazer. Magari con bottoni oro e pantalone chiaro per il giorno e pantalone grigio per il pomeriggio-sera. Niente scritte, nessuna concessione alle mode troppo giovanili, a meno di non essere giovani anche sulla carta d'identità. Per le occasioni sportive si sceglieranno capi di elevata qualità, consoni alla situazione ed al proprio livello agonistico, di preparazione e di frequentazoni. Anche in questi casi, ed anzi a maggior ragione, un capo consunto sarà una bandiera di cui andare orgogliosi. Proprio per questo motivo occorre orientarsi su materiali che invecchno bene. Cotoni e pellami pregiati, modelli rigorosi e funzionali. Queste sono le leggi generali, che vanno modificate sul proprio stile, sul proprio fisico e sulle proprie abitudini. Come sempre esiste un principio generale che governa l'estetica: quello dell'Armonia.

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Nome: Federico Ferrari
Data: 11-11-2002
Cod. di rif: 93
E-mail:
Oggetto: Sartorie
Commenti:
Egregio Grande Maestro,

devo purtroppo confermarLe le notizie riportate dal Vostro nobile Scudiero Lorenzo Villa.
Come detto in precedenza sabato mattina mi sono recato dal Finarelli per vedere i suoi lavori e far realizzare la mia giacca in tweed.
Dopo aver visionato alcune giacche “su-misura” ho notato che in tutte queste la fodera sui lati dei due quarti anteriori era cucita a macchina.
Dopo qualche istante il mio sguardo si è soffermato su delle asole fatte a macchina : mi è stato candidamente detto che ormai si fanno così tranni rari casi e che, se ben fatta, è meglio di molte asole ricamate a mano. Hanno continuato dicendomi che per fare questo hanno una costosa macchina americana. Sono impietrito !! A quel punto ho salutato e “desistito” .
Non mi resta che aggiungere che sono al punto di partenza : chi mi cuce questa benedetta giacca napoletana ?!

I miei più cari saluti.

Federico Ferrari


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 11-11-2002
Cod. di rif: 94
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Scomunica
Commenti:
Resto basito dall'avventura del signor Ferrari, descritta poc'anzi dallo stesso protagonista. Nonostante Lorenzo Villa ci avesse messi tutti sull'avviso, credevo che l'esposizione di capi di confezione presso Finarelli fosse un esempio di una promiscuità, oggi abbastanza diffusa, tra confezione e sartoria. Anche un grande come Rubinacci tiene giacche della linea industriale nello stesso luogo dove conserva tessuti d'epoca e prova gli abiti su misura.
La dichiarazione dell'ex maestro - oggi commerciante - sulla superiorità delle asole fatte a macchina è micidiale. Lei sa come la penso in materia, essendomi espresso da poco e proprio in Lavagna sull'argomento. Qui a Napoli abbiamo ancora molte bucaie e nessuno azzarda in sartoria simili fandonie, che si ascoltano solo in camiceria. Avviene anzi a volte che si veda un'asola a mano su un capo industriale. Pronuncio la mia magistrale scomunica al Finarelli, che passa nella black-list degli eretici. Mi auguro e attendo che la macchina americana di cui è tanto orgoglioso si inceppi in modo definitivo, ma so che questo non servirà a molto. Dobbiamo difenderci con altri sistemi, tra cui la vera conoscenza e l'assoluta intransigenza. Spero che queste pagine siano d'aiuto a svilupparle entrambe.
Per risolvere la situazione, percorra la seconda soluzione che Le avevo proposto. Si rechi da Dante De Paz, ma come ci si reca da un amico. Gli spieghi la situazione, gli parli di questa corrispondenza e della Sua esperienza e in piena confidenza gli chieda se Alleva fosse disponibile a confezionarLe una giacca dalle caratteristiche napoletane. Si fidi di me. In De Paz troverà comprensione e competenza al massimo livello. Lui stesso potrà farLe da consulente. Parli liberamente di prezzi e di ogni dettaglio. Dante conosce bene gli appassionati, perché li serve dalla nascita.

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Nome: Sergio Di Filippo
Data: 11-11-2002
Cod. di rif: 95
E-mail: sergio.difilippo@libero.it
Oggetto: Sartoria Napoletana e Tessuti
Commenti:
Egregio Gran Maestro,

La ormai quotidiana lettura delle Sue illuminate dissertazioni in merito alla scuola sartoriale napoletana è per me, Le assicuro, un vero piacere oltre ad essere fonte di spunti molto importanti.
Vorrei intrattenerLa ulteriormente sull’argomento, sperando di non abusare della sua grande disponibilità, per alcuni chiarimenti, in particolare:
1. Lei scrive che le “spalle” delle Sue giacche sono totalmente prive di ovatta e del "rollino". Dalle fotografie mi parrebbero sensibilmente più ampie della Sua spalla naturale (specialmente negli abiti a doppio petto), quale tecnica viene dunque adottata per sostenerle?
2. avendo io le spalle un po’ spioventi quale tecnica dovrebbe essere adottata per compensare questo inconveniente?
3. ho molte volte notato che la cucitura “napoletana” sopra le spalle è “sormontata” e “obliqua” (la cucitura dei quarti anteriori e posteriori), esiste una particolare regola?
4. il bottone centrale di norma a che altezza viene collocato (prendendo come riferimento l’ombellico)? Qual è di norma la distanza fra i singoli bottoni (per una persona di media statura, 1,75 cm.) e a quanti centimetri dal fondo giacca viene “tagliata” la tasca?
5. Qual è la lunghezza che Lei consiglia per la giacca, con riferimento doverosamente alle natiche?
6. di quanti centimetri Lei consiglia l’ampiezza dei baveri? E l’ampiezza che diparte dal terzo bottone, deve partire appena “pronunciata” ovvero “importante” fin dall’inizio?
7. Gli spacchi laterali sono previsti nello stile napoletano puro, e se si qual è la loro altezza?
8. esiste anche una tecnica particolare per far aderire bene alla camicia un “cran” alto?
9. per quanto attiene alle camicie mi potrebbe indicare alcune marche di tessuto di qualità e potrebbe spiegarmi in cosa consiste il collo a “bombarozzo” (mi pare almeno di aver letto da qualche parte questa Sua definizione)
10. Cosa ne pensa della giacca “3 bottoni stirata a 2” che a me piace tanto ma fino ad oggi di quelle che mi sono fatto realizzare non ho avuto grosse soddisfazione, esiste anche in questo caso qualche accorgimento particolare, specialmente per quanto attiene al telame interno e dei baveri e della restante struttura?
11. per quanto riguarda i tessuti mi pare che io debba imparare ancora molto. Ho l’impressione che se Le dicessi “Loro Piana, anche se super 150” (del quale ho qualche taglio di riserva) non riuscirei a persuaderLa ad approvare la mia scelta. Oltre ai tagli di cui sopra ho anche qualche taglio di una manifattura inglese “Huddersfield” ed un vecchio Royal Flannel di Gabello (peso 500 gr.) cosa ne pensa di questi?
12. Lei di norma che tessuti usa per l’estate e per l’inverno e di quali pesi?
13. Mi potrebbe indicare delle marche di tessuti valide sia per gli abiti che per le camicie? Mi potrebbe allo scopo, se ritiene, fornire il numero di telefono del Sig. Dante De Paz (col quale mi scuso per averGli recentemente “storpiato” involontariamente il cognome”).
Fiducioso di poter avere un Suo riscontro, rinnovo i ringraziamenti per la Sua grande disponibilità, della quale, ribadisco, spero di non aver abusato con questa mia.
Cordiali saluti


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 12-11-2002
Cod. di rif: 96
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Al signor Di Filippo
Commenti:
Lei parla di una quotidiana lettura dei testi qui prodotti, ma mi torna a scodellare domande cui ha già avuto risposta nell'area del mio Studio in cui Le aveva poste una prima volta (Studio del Gran Maestro, Sua dell'8.11.02, mia del 10.11.02, tra gli interventi successivi alla mail pilota dal titolo "Suggerimenti, chiarimenti, richiesta di elementi").
Ha conosciuto la mia disponibilità. Rispetto senza riserve la spinta della curiosità sincera e mi impegno lavorando anche di notte per rispondere ad ogni quesito a me diretto, ma non posso consentire episodi come questo. C'è infatti un precedente. Nella citata lettera in cui proponeva questa raffica di domande, esordiva dichiarando di non essersi accorto che avevo risposto alla prima delle Sue lettere. Se Lei è distratto, io sono ben attento alla dignità mia e di questo castello. Non ci faccia perdere tempo, non creda che ne occorra poco per seguire queste rubriche, le attività dell'associazione ed un sito così complesso. Se ho del talento esso è a disposizione di uno scopo in cui credo e non va sprecato per gioco. Legga quanto ho già scritto l'altro ieri e cerchi d'ora in poi luoghi meno severi.

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Nome: Federico Ferrari
Data: 12-11-2002
Cod. di rif: 97
E-mail:
Oggetto: Milano
Commenti:
Egregio Grande Maestro,

ringrazio la Sua enorme disponibilità nei miei confronti. Penso che seguirò il Suo confortante consiglio di recarmi da De Paz. La scoccio ulteriormente per domandarLe l’ormai consueta domanda sulla mia giacca napoletana in una città come Milano. Forse la vastità del capoluogo lombardo conserva un buon indirizzo di una sartoria per la realizzazione di questa ormai leggendaria giacca partenopea ? Con questo non volgio non considerare il Suo consiglio su De Paz, mi chiedevo solamente se una città come Milano potesse offrire più facilmente una risposta alla mia esigenza.

Mi scusi ancora per la mia insistenza.

Distinti saluti.

Federico Ferrari.


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Nome: Lorenzo Villa
Data: 12-11-2002
Cod. di rif: 98
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Giacca sfoderata e bottoni in madreperla
Commenti:
Caro Gran Maestro,

si ricorderà certamente di quella giacca in tweed Dormysport che mi volevo far cucire dai Maestri Aimi e Gigliotti e di cui Le avevo parlato in una mia del 16 Ottobre 2002 su questa Lavagna.
Giunto alla decisione finale, chiedevo un Suo illuminante consiglio sulla volontà di farmi realizzare questa giacca come usa spesso da Voi a Napoli, e cioè sfoderata.
La metto poi al corrente di un mio piacevole scambio di opinione avuto con un caro amico, grande appassionato della camicia Borrelli. Il mio borioso interlocutore sosteneva l’assoluta necessità di avere i bottoni della camicia “spessorati” e cuciti a “giglio”. Io invece, pur amando un importante bottone di madreperla australiana, sono contrario a vistosi cilindri alti come una pillola e preferisco di gran lunga la classica cucitura a binario. Ma questa tradizione a cui si rifanno i vari Borrelli, Barba, etc. è proprio vera e corretta ?

I più cari saluti dal Vostro Scudiero Lorenzo Villa.


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 12-11-2002
Cod. di rif: 99
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Napoletani a Milano (dopo Totò e Peppino)
Commenti:
Egregio signor Ferrari,
la città di Milano sarà presto preda dei commercianti, imprenditori e grossi artigiani partenopei. Sono finiti i tempi di Totò e Peppino, sperduti in Piazza del Duomo. Le prime avanguardie hanno già fondato un'importante colonia vesuviana, tra cui spiccano Mariano Rubinacci e Marinella. Il primo ha aperto già da due anni in Via Montenapoleone ed il secondo ha inaugurato il primo Ottobre ultimo scorso in Via S.Maria alla Porta (traversa di Corso Magenta, che si segnala anche per la splendida pasticceria Marchesi). Già so in via confidenziale di altre iniziative di imprenditori nostrani nel capoluogo lombardo, dove ben presto si parlerà parecchio napoletano.
Rubinacci può essere la risposta definitiva al Suo cruccio: più napoletano di così! Una sua giacca è certo qualificante per tutto il Suo guardaroba e rappresenta un grande regalo da fare a sé stessi. Marinella non ha mai voluto lanciare una propria linea di capo spalla, ma i suoi clienti lo tormentano, chiedendogli di trovare soluzioni alle esigenze che sono anche Sue ed oggi piuttosto sentite e diffuse. Partirà già questo Sabato 16 Novembre un pellegrinaggio di clienti da varie città del Nord e anche dalla Svizzera per affidarsi alle forbici del Maestro Pastena, che riceverà gli appassionati nella cripta del nuovo (ma antichissimo come struttura) negozio di Maurizio a Milano. Gli orari sono dalle 09.30 alle 16.00. Consiglio un colpo di telefono per prenotare (può informarsi alla sede di Napoli, facendo il mio nome: 081.2451182). Io vado spessissimo a Milano, dove sto conducendo il ciclo Alcohol Academy e dove ha sede MONSIEUR, la rivista per la quale scrivo quasi tutti i mesi. I miei viaggi sono però sempre in periodo infrasettimanale. Se decidesse di visitare Rubinacci, me lo faccia sapere, è un posto che frequento e dove potrei coincidere per accompagnarLa in quest'avventura. Meno probabile che io mi trovi a Milano di Sabato, il giorno destinato da Marinella a rivestire il ruolo di laboratorio di sartoria.


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 12-11-2002
Cod. di rif: 100
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: A Lorenzo Villa
Commenti:
Scudiero amatissimo,
il tessuto cimosato come Dormysport è alquanto instabile come qualità. Non si tratta di una tipologia standard, nè per peso nè per tessitura. Ne ho visti di bellissimi come fantasia, ma leggermente devianti rispetto alla classica mano inglese. Il mio sesto senso mi mette in allarme e mi fa ipotizzare che esso possa in parte nascere da telai esterni al regno unito. Il tessuto non è scadente in sé, ma l'operazione di dare un nome unico ad una famiglia di tessuti non ben identificati con nome e cognome mi sembra alquanto garibaldina e non reca certo prestigio al marchio Dormeuil.
Lei definisce la stoffa che ha in mano come un Tweed . Siceramente dubito che si tratti di un tessuto con le caratteristiche "organolettiche" rispondenti a questo nome, ma avrà comunqe una mano asciutta. Tutte le giacche sportive possono essere confezionate sfoderate. Ovviamente, occorre un pò più di tessuto, soprattutto se si ha una fantasia a quadri. Nel caso del Tweed e degli altri tessuti rudi, infatti, sarà quasi obbligatorio chiedere le tasche applicate e questo porta via altra stoffa per centrare i quadri. Per i capi destinati al tempo libero, un tempo si chiedeva un giro manica un pò più largo, in cui si lasciava aperta una fessura sotto l'ascella. Questo permetteva di indossare anche un grosso maglione di shetland, visto che le grandi giacche di tweed mal sopportano il soprabito (veda qualche foto di caccia di Carlo d'Inghilterra). Stia attento ai movimenti del Suo sarto qualora chiedesse cose di questo genere. Mentre apre il cassetto, Lei potrebbe pensare che stia prendendo il gesso, ma più probabilmente sta impugnando il fucile a pallini del nonno per fare giustizia sommaria.
Bottoni da camicia. Si misurano in punti inglesi, sui quali sapro essere più preciso, perché i numeri correntemente usati non so a quale rapporto o unità di misura si riferiscano. Quelli da 14 sono usati per abbottonare la finta del polso, mentre quelli più correntemente usati per polsi e davanti sono quelli da 16. A Napoli, città con qualche tendenza megalomane nel vestire, sono piuttosto diffusi anche i bottoni da 18, leggermente più grandi. Il materiale sarà sempre la madreperla. Lei giustamente preferisce quella australiana, dai riflesi perlacei decisi. Il trocas, materiale ricavato dalla parte più vicina alla conchiglia e meno traslucido, dà a costi minori un effetto splendido. Questi bottoni hanno in genere torniture meno perfette e durano meno, perché spesso in lavanderia si spaccano, ma costano meno della metà e quanto ad aspetto virile non lasciano nulla a desiderare. Personalmente mi regolo così: bottoni da 14 a colli e polsi: bottoni da 16 per tutte le camicie, soprattutto quelle a righe; bottoni da 18 per la camicia bianca. Lo spessore del 14 è di circa due millimetri, quello del 16 di quattro e quello da 18 leggermente inferiore. Non ho nulla in contrario ai bottoni più bassi, mentre concordo con Lei sull'inopportunità di superare questi limiti. Per le camicie estive, a mezza manica, consiglio un bottone ancora più grande, ovviamente con un numero di asole minore. Lo spazio tra i bottoni permette una maggiore areazione e la dimensione meno impettita contribuisce a dare un'immediata impressione vacanziera.
Quanto all'applicazione dei bottoni, la mia camiciaia ha solo per questo un disciplinare che riempie un'intera pagina, con circa diciassette punti. Tra essi ve ne sono alcuni che è meglio rimangano privati, per evitare la diffusione di malattie mentali tra le camiciaie. Detesto la cucitura a giglio e trovo poco espressiva quella a binario. Tutti i miei bottoni sono cuciti a croce. Mi attengo a una regola di mia creazione, basata sull'osservazione dei risultati estetici e tecnici: due passate sotto e tre sopra. Tutti i bottoni delle parti doppiate (collo e polsi) devono avere un piede piuttosto lungo, per poter essere maneggiati meglio e non dare difficoltà quando, col tempo, il cotone si ritira. Gli altri dovranno comunque riportare qualche giro intorno al piede, per stringere bene la croce. Il cucirino deve essere di prima qualità, di filo sottile e ritorto. Lo provi in mano prima di approvarlo, per collaudarne la resistenza allo strappo. Ricordi che il distacco di un bottone al mattino, quando già l'aspettano e Lei deve ancora scegliere la cravatta e confezionarne il nodo, trovare il telefonino e le chiavi, può causarle una cattiva giornata. Quindi occorre vigilare molto bene su quest'aspetto. Non si fidi di nessuno, se non di sé stesso. Sulla qualità dei materiali usati per cucire i bottoni si lascia troppo all'approssimazione. Io ho un'antica scorta di Filofort n. 30, perfetto.

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Nome: Giovanni Alfieri
Data: 12-11-2002
Cod. di rif: 101
E-mail: giovannialfieri@tiscalinet.it
Oggetto: Tempo libero
Commenti:
Egregio Gran Maestro,
La ringrazio per la sua risposta .
Cordiali saluti
Giovanni Alfieri

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Nome: Federico Ferrari
Data: 13-11-2002
Cod. di rif: 102
E-mail:
Oggetto: Sartoria artigianale
Commenti:
Egregio Grande Maestro,

i nomi che mi ha gentilmente suggerito sono a dir poco altisonanti e carichi di blasone. Forse io però intendevo una sartoria in cui si potesse avere un rapporto più diretto, una sartoria piccola e tradizionale. Non ho nulla in contrario a Rubinacci ma ormai mi sembra più un grande imprenditore alla conquista del mondo che una sartoria artigianale. Marinella è un mito e spero tanto che non ceda a produrre abiti e quant’altro. A ognuno il suo lavoro. E poi ritorniamo al vecchio discorso : se tanti imprenditori e sartorie sono alla conquista di Milano, diventerà una continua proposta di prodotti come Sartoria Partenopea. Come si fa ad offrire un prodotto artigianale con una multinazionale del su-misura ? Il Made in Naples che sta conquistando il mondo è fatto di nomi come e forse peggio di S. Partenopea. Ma abbiamo sempre detto che la sartoria è altro. Rubinacci doveva fare il sarto. Marinella le cravatte. E così via. Altrimenti diventa tutto una promiscuità, una confusione. Il sarto è sarto, la camiciaia è camiciaia etc.
Io ammiro un Solito : questo è un vero sarto napoletano. Fa solo quello. Io voglio uno come lui.

Cordiali saluti.

Federico Ferrari


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 13-11-2002
Cod. di rif: 103
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: La volpe e l'uva (al Sig. Ferrari)
Commenti:
Non può avere a Milano un artigiano napoletano di piccole dimensioni, perché come tale non avrebbe avuto modo e motivo di uscire fuori dalla sua città. Ella mi ha chiesto come avere una giacca napoletana a Milano ed ha avuto le uniche risposte possibili. Capisco la paura di spendere troppo, ma non faccia come la volpe con l'uva. Marinella ha sempre confezionato e venduto anche altri prodotti oltre la cravatta e anche ora non produce la giacca, ma offre il suo spazio per i clienti che come Lei la vogliano napoletana e su misura. Il maestro che ha invitato per offrire questo servizio è un artigiano puro e non ha stabilimenti nè in Giappone nè negli Stati Uniti. Rubinacci è un sistema imprenditoriale sin dalla fondazione, non lo è diventato oggi. I suoi risultati, come quelli di tutti i sarti, sono incostanti, ma raggiungono spesso le vette dell'eccellenza. Questi due nomi, a differenza degli imprenditori puri come i nomi già citati del su-ordinazione, sono in grado di offrire al cliente un prodotto veramente su-misura. Ciò li rende a mio modo di vedere ammirevoli, perché coniugano le esigenze del mercato con quelle del gusto. Non mi va di sperare che tutti restino a fare la fame perché io possa pagare poco un vestito. In definitiva, se vuole Solito o altri come lui, Le basta venire a Napoli.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 14-11-2002
Cod. di rif: 105
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Maglieria su misura
Commenti:
Caro Gran Maestro,

sbaglio o manca in questa Lavagna un Suo cartiglio di questa mattina ?
Ho trovato molto interessante il Suo trattato sui bottoni e relativa cucitura nella camicia. Collezionando i Suoi preziosi scritti, ottengo il continuo approfondimento della mia personale conoscenza sul bel vestire.
Tengo a segnalare la difficoltà estrema di ottenere, dalle più svariate camiciaie o laboratori, camicie degne di un monsieur che cerca il bello. La mia è una continua lotta e ad ogni consegna, anche dopo aver ricordato pedantemente tutti i particolari nelle prove, c’è sempre qualcosa che non è fatto allo stato dell’arte.
L’universo camicia, almeno a Parma e dintorni, è funestato da laboratori di dubbia affidabilità, soprattutto nella realizzazione del particolare più importante : il collo. Non nascondo lo stato di ansia che si genera il giorno della consegna…
Sempre a proposito di bottoni, ama la cucitura a croce anche nei capospalla e nei pantaloni ? A riguardo sono un po’ contrastato, facendomi infatti cucire i bottoni delle giacche e dei pantaloni da abito sempre a binario e dei pantaloni sportivi a croce.
Vorrei sottrarre a Lei e ai nobili Cavalieri un altro spicchio di tempo per portare in luce un argomento spesso trascurato, ma di cui nutro un profondo amore : la maglieria.
Pur restando esclusivamente relegato all’ambito informale, un bel maglione ha un fascino tutto particolare, fatto di mare e lontane nebbie inglesi.
Un capo di ottima fattura in merino, alpaca, shetland, cashmere, ci fa compagnia nelle fredde giornate e sa rendersi, nelle occasioni più dinamiche, un fidato e amato compagno. Ovviamente ritengo che la maglieria, al pari di quasi tutto il guardaroba maschile, vada assolutamente realizzata su-misura.

La Sua gentilezza e la Sua disponibilità, anche dopo tempo, mi continua a sorprendere e lusingare.

Cavallerescamente saluto Lei e tutti i Cavalieri.

Vostro Scudiero Lorenzo Villa.


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 14-11-2002
Cod. di rif: 106
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Camicerie
Commenti:
Scudiero Villa,
non si sbaglia. Ho preso il cassino e ho cancellato uno scritto che non mi aveva soddisfatto come impostazione. Dopotuto o avevo scritto stamane alle 04.00, leggermente distrutto. Lascio per qualche giorno la Lavagna ai suoi lettori ed attori. Parto stasera e fino a Domenica sarò a Parigi per il Dinner des Presidents - una cena tra presidenti di club di fumatori di sigaro europei organizzata dalla Coprova e dall'Amateur - e per una lunga visita a Berluti. Ci risentiamo presto, qui o nello Studio, con i miei commenti al Suo ultimo intervento .

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 14-11-2002
Cod. di rif: 107
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Buon viaggio
Commenti:
Carissimo Gran Maestro,

il mio più sincero e cordiale Buon Viaggio !
A presto sul nostro unico ed inimitabile sito.

Vostro Scudiero Lorenzo Villa

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Nome: Gianluca Chiusa
Data: 15-11-2002
Cod. di rif: 108
E-mail: gchius@libero.it
Oggetto: Camicie su misura
Commenti:
Ill.mo Sig. Villa,
oltre a complimentarmi per la qualità dei Suoi scritti,sono a chiderLe di condividere le Sue esperienze in termini di camicie su misura a Parma e provincia. Mi ritrovo pienamente nello stato d'animo descritto nella Sua del 14/11, non avendo ancora trovato un laboratorio artigianale degno di questo nome.Come Lei giustamente sottolineava,troppi sono nella nostra città e provincia i commercianti truffaldini che spacciano per artigianale e su misura ciò che in realtà tale non è.Mortificato da troppe delusioni, alla fine ho desistito,accontendandomi di ordinare delle camicie Borrelli con mie specifiche.Avrebbe qualche buon indirizzo da consigliarmi?
RingraziandoLa sin d'ora per la Sua disponibilità,con osservanza La saluto.
Gianluca Chiusa

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 15-11-2002
Cod. di rif: 109
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Camicerie a Parma
Commenti:
Egregio Sig. Chiusa,

La ringrazio infinitamente per i complimenti rivolti ai miei interventi.
L’universo camicia vive a Parma, come in altre città, una profonda agonia, aggravata dal proliferare dello strisciante finto su-misura.
Le camicie Borrelli sono un prodotto industriale di ottima qualità ma hanno dalla loro l’immenso difetto di non avere niente a che fare con una camicia su-misura. ConsigliarLe qualche indirizzo non è cosa facile. Anch’io mi trovo nella continua ricerca di un buon artigiano che sappia dare risposta alle mie esigenti richieste. Stia sicuro che non appena avrò trovato un nome di comprovata affidabilità, non esiterò a comunicarLe l’indirizzo su questa Lavagna.
Peccando forse di presunzione, ritengo che al momento, nella città ducale, nessuna camiceria sia in grado di soddisfare le esigenze di un profondo ricercatore del bello qual sicuramente Lei è.

Cavallerescamente Lorenzo Villa.


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Nome: Franco Forni
Data: 18-11-2002
Cod. di rif: 110
E-mail: gonfal@tin.it
Oggetto: Giacca di tweed
Commenti:
Caro scudiero Villa,
ho letto quanto il Gran Maestro Le ha illustrato sulle caratteristiche che una giacca di tweed deve avere per adempiere al meglio il suo compito istituzionale:essere indossata in occasioni campestri e senza cappotto.
Aggiungerei un altro particolare che il Gran Mestro conosce - ne sono certo perché ne abbiamo parlato una volta -: il retro del colletto dovrebbe essere dello stesso tessuto della giacca e corredato da un bottoncino nascosto, in corno, in modo che, in caso di freddo si possa alzare il bavero e chiuderlo, rovesciando il colletto.
Complimenti per il suo desiderio di apprendere: nel Cavalleresco Ordine ha trovato pane per i Sui denti.
Mi permetto un altro consiglio: commetta qualche sbaglio; dai Suoi errori nascerà un consapevolezza diversa e più profonda.
Cavallereschi saluti,
Franco Forni


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 19-11-2002
Cod. di rif: 111
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Lavagna lanciatissima
Commenti:
Amici, corrispondenti, cavalieri,
sono stato qualche giorno lontano, senza avere il tempo che normalmente dedico ad aprire queste pagine ed a partecipare alle discussioni. Torno e trovo le cose andate parecchio avanti. Non so descrivere la mia gioia nel vedere che la Lavagna ha ormai una sua autonomia, che ha già assunto in pochi mesi quella fisionomia la cui formazione credevo richiedesse anni. Bene, molto bene.
Mi rivolgo ora a Lorenzo Villa, complimentandomi per la brillante "carriera". Egregio scudiero, ho letto di Lei nell'editoriale di MONSIEUR. Evidentemente il direttore ha trovato brillante la Sua penna, così come è capitato anche in questa sede. Come vede, i Suoi sforzi vengono ben ripagati. Lei si impegna moltissimo, scrive, legge e si documenta, ma probabilmente ha trovato qui la giusta bandiera per le Sue battaglie. Ascolti anche il sapientissimo Forni, sbagli con spavalderia. Rispondo anche alle Sue domande sui bottoni: io uso la cucitura a croce in ogni caso, ma non ho motivi culturali per dichiararla superiore alle altre. Tenga presente che in tenuta completa posso arrivare ad indossare quasi ottanta bottoni. Tutti quelli che possono apparire alla vista e molti di quelli nascosti sono cuciti in questo modo. Quanto al problema delle camicerie, siamo funestati dall'approssimazione di nuovi e nuovissimi laboratori pseudoartigianali che spacciano un prodotto approssimativo come una rivelazione. In realtà il più grande di tutti resta ancora Finollo, ma i suoi prezzi sono proibitivi per i più. E' vero, Linke è vanitoso ai limiti della presunzione. Io comunque accetto di buon grado questi tratti somatici tipici dell'individualista irrecuperabile e di fronte alla meticolosità del suo lavoro mi tolgo il cappello. Concordo con Lei sui disastri perpetarti ai danni del collo camicia, che deve restare sempre morbido. Gli interni devono essere naturali e non incollati, mai tesi, perché qualche piega rivela la nostra verità di uomini, il nostro stato d'animo. Le rughe del collo si appesantiscono durante la giornata, con un tocco umano che infastidisce quanti siano incapaci di vere passioni ed esalta i grandi animosi. Non ascoltate me, che ho troppo da imparare ancora, guardate con attenzione un Cocteau o un Sartre. Siamo forse rimasti in quindici a pensarla in questo modo, quindici uomini sulla cassa del morto. E una bottiglia di rhum.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 20-11-2002
Cod. di rif: 112
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Camicie e Sartorie
Commenti:
Carissimo Gran Maestro, Gentile Ing. Forni,

le Vostre dimostrazioni di stima e affetto mi caricano emotivamente di una grandissima energia e mi dimostrano, senza che ce ne fosse bisogno, di aver trovato nel Cavalleresco Ordine la mia spada e la mia bandiera. Mai è stato così forte in me l’orgoglio per l’appartenenza ad una così nobile bandiera che, come umile Scudiero, cercherò di far garrire il più alto possibile. Sempre.
I consigli del Cavaliere Forni mi sono graditissimi e molto utili nella “creazione” della mia giacca. Tenterò, cosa ardita che mi procurerà svariate ed innumerevoli discussioni con il mio sarto, di farla realizzare sfoderata e con spalla completamente vuota e a mappina.
Riguardo la camicia iniziano i dolori. Le delusioni sono state innumerevoli. Sono pienamente d’accordo con Lei per quanto riguarda le caratteristiche di morbidezza e naturalezza che deve possedere un bel collo. Purtroppo nei nostri laboratori ho sempre visto colli incollati e senza carattere : io li definisco “senza anima”. Mi chiedo chi possa realizzare al giorno d’oggi una camicia che possa accompagnare ed esaltare la passione di un uomo. A questo proposito sono sempre aperto e interessato ad ogni cavalleresca segnalazione.
Volevo infine sollevare una spigolosa questione. Perché sempre più sartorie si sono trasformate in negozi ? Perché il mio sarto deve essere circondato e schiacciato, invece che da profumate pezze inglesi, da orribili camicie confezionate e da pantaloni di dubbia origine ? Anche in altre città l’evoluzione è questa ?
Molto probabilmente tutto ciò non influisce sulla qualità del lavoro di un ottimo sarto. In ogni caso a me non piace entrare in una sartoria-negozio e quindi non ne condivido il progetto.
Da domani e fino alla prossima settimana sarò lontano dal computer e da Parma per una fiera della nostra azienda. Attenderò con la solita ansia di poter ricomparire su queste Lavagne, ormai indispensabili compagne nella mia art de vivre.

Un caloroso e cavalleresco saluto.
Scudiero Lorenzo Villa.





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Nome: Michele Salati
Data: 25-11-2002
Cod. di rif: 113
E-mail:
Oggetto: Domanda
Commenti:
Egr. Gran Maestro,

mi complimento per la Sua attività e per quella del C.O.
Mi sono avvicinato al mondo sartoriale dopo essere stato per oltre sette anni un cliente di Giorgio Armani e della sua prima linea Borgonuovo. Ho quindi pian piano abbandonato quel mondo per passare ad abiti realizzati su-ordinazione con la metodologia del su-misura in taglia.
Sento ora l’esigenza di passare alla sartoria e alla camiceria su-misura.
Io abito in provincia di Piacenza, a metà strada tra Milano e Bologna. Mi sa gentilmente fornire un valido indirizzo di una sartoria e di una camiceria con cui intraprendere questo percorso ?

Ringraziando anticipatamente , cordialmente saluto.

Michele Salati.


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 25-11-2002
Cod. di rif: 114
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Piacenza
Commenti:
Egregio signor Salati,
anche a nome dell'Associazione, La ringrazio per i complimenti e Le porgo il benvenuto sulle nostre Lavagne. Anche se il Suo nome appare per la prima volta, immagino che abbia letto parecchio dei testi qui sedimentati, in quanto La vedo padrone delle terminologie create ed adottate da tempo nel sito.
La zona della quale parla non è tra le più feconde per le arti dell'abbigliamento. Per le camicie non ho in questo momento degli indirizzi validi, mentre ho buone referenze della sartoria Cravedi di San Giorgio Piacentino. Purtroppo non ne conosco nè l'indirizzo, nè il recapito telefonico, ma non le sarà difficile recuperarli in loco. Anche se non conosco direttamente l'opera del maestro Cravedi, Le consiglio comunque una visita, essendo l'unico nominativo che mi sia stato consigliato da persone qualificate. Mi informi immediatamente dei risultati della Sua esplorazione e cortesemente mi comunichi i recapiti, una volta rintracciatili. La mia curiosità è pari alla Sua e la mia sete di conoscenza inesauribile. Come vede a questa fonte vengono in parecchi ad abbeverarsi ed è opportuno collaborare tutti alla fertilità dell'oasi, cioè alla quantità, alla qualità ed all'aggiornamento delle notizie. Le fornisco un nominativo che potrà utilizzare come quartier generale per le sue ricerche. Si rechi a mio nome da Milord, Via Quattro Novembre n. 132 in Piacenza e chieda di Alberto Subacchi (tel. 0523.452358). Questo nostro Socio gestisce un bel negozio di abbigliamento ed è persona attenta e disponibile. Proceda con fiducia: tra i Cavalieri si troverà a proprio agio e non avvertirà alcun disagio, nè l'urgenza del commerciante che vuole propinarle qualcosa, bensì la volontà di sostenere la conoscenza. Da Milord troverà anche la possibilità di far confezionare camicie di alta qualità. Non su-misura, sia chiaro, ma su-ordinazione. In attesa che trovi una camicerìa degna di fiducia è meglio una camicia su-ordinazione fatta bene, con asole a mano e un tessuto di qualità, piuttosto che un su-misura di basso livello confezionato da un laboratorio improvvisato. Nel settore della camicerìa ve ne sono molti. In ogni caso, si senta come un ospite e vada per domandare, non per comprare. Mi saluti il signor Subacchi e si diverta, senza dimenticarsi di farmi sapere come va a finire e se possiamo esserLe ancora utili.
Cavallerescamente,
il Gran Maestro

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 26-11-2002
Cod. di rif: 115
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Sarti piacentini
Commenti:
Grazie all'intervento del signor Marseglia (leggibile sulla Posta del Gran Maestro, sappiamo che il laboratorio dei fratelli Cravedi ha sede in Piazza Caduti n. 21, naturalmente in san giorgio Piacentino, come si diceva. Il recapito telefonico è 0523.371144. Ho provveduto a sistemare nei taccuini di Viaggio di questa Porta una visita con foto ed intervista ai maestri, tratta dal quotidiano Libertà di Piacenza del 22.01.01, sempre segnalato dall'attentissimo Marseglia. Ringrazio questo corrispondente così sollecito e gentile, degno ospite del nostro castello.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 27-11-2002
Cod. di rif: 116
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Sarti a Torino
Commenti:
Il diligentissimo signor Giampaolo Marseglia, dopo aver contribuito a rintracciare e commentare il maestro piacentino Cravedi (vedi taccuini), nuovamente ci arricchisce con la spedizione di un testo sul maestro torinese Giuseppe Caristo. In tal modo cominciamo a fornire risposta ad un quesito presentato nella Posta del Gran Maestro dal signor Regoli, residente in Torino. Il testo in oggetto, piuttosto lungo, viene pubblicato come intervento dello stesso Giampaolo Marseglia sui Taccuini di Viaggio dell'abbigliamento. L'indirizzo di Giuseppe Cravedi è: Via San Tommaso, 22 - Torino - Tel. 011.5621848.
Il contributo di questo nostro corrispondente è tanto più notevole in quanto, come vedo dai dati fornitici nel nostro Registro, egli risiede a Napoli.
Signor Marseglia, complimenti e grazie.
Aggiungo anche una segnalazione giuntami telefonicamente dal nostro socio Mauro Salice, il quale mi parla di un laboratorio all'insegna "Sir George" sito in Torino, località Pontesassi, Via A. Passini, 5 - Tel 011.8993708. Non sono in grado di commentare il suo lavoro, ma senz'altro si tratta di un indirizzo tradizionale, che merita una visita.

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Nome: Marco Larini
Data: 28-11-2002
Cod. di rif: 117
E-mail: ne sono al momento sprovvisto.
Oggetto: Alcune domande.
Commenti:
Gent.le Gran Maestro,

scrivo questa breve e-mail da Modena. Ho letto con attenzione tutte le pagine di questa porta dell’abbigliamento e ho imparato più cose qui che in anni di frequentazione di vari negozi.
Gradivo un suo parere su alcuni punti.
Io ordino le camicie in un negozio in cui scelgo la pezza di tessuto, mi prendono le misure delle maniche, del collo, del busto ed il tutto viene spedito in un laboratorio napoletano : Barba. A mio parere la fattura è decisamente buona. Ho provato due camicerie locali ma il loro prodotto era decisamente più scadente : ho fatto si tre prove ma non c’era la mouche, non c’erano i travetti, i colli erano loffi. Nelle mie camicie collo e maniche sono montate a mano. Come giudica simile prodotto ? Altre questione riguarda gli abiti. Io amo lo stile napoletano. E’ meglio farsi realizzare una giacca dal sarto del nord, che non ha mai cucito una giacca in stile partenopeo, o è meglio farsi realizzare un su ordinazione a Napoli da alcuni laboratori-aziende come sartoria partenopea, vera sartoria napoletana, etc. ? Alcuni particolari risulteranno certamente più artigianali su una giacca di un sarto, ma se questo ha sempre lavorato nel suo stile nordico, riuscirà ad ottenere un risultato come quello dei succitati laboratori abituati da anni a cucire giacche napoletane ? Avrò una giacca e un pantalone fatti su cartamodelli miei, ma se poi non è nello stile che mi piace ?
Spero proprio di trovare risposta a questi dubbi nella sua disponibilità. Non saprei a chi altro chiedere.

Distinti saluti
Marco Larini




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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 29-11-2002
Cod. di rif: 118
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Due belle domande, due lunghe risposte
Commenti:
Gentilissimo signor Larini,
innanzitutto Le porgo il benvenuto sulla Lavagna, di cui arguisco fosse già da tempo un silenzioso frequentatore. Mi compiaccio per la forma ed il contenuto delle Sue due domande, che interpretano con semplicità esemplare un dubbio nel quale credo si trovino in parecchi, atteso il crescente desiderio di artigianalità e napoletanità. Cercherò di trovare risposte altrettanto chiare.
1 - Poiché entra a diretto contatto con la pelle, la camicia è un capo di biancheria, prima di essere un capo di abbigliamento. Viene lavata e stirata ogni volta e quindi è tenuta a rispondere a criteri di resistenza agli agenti chimici e termici che la sollecitano senza posa. Anche se qualcuno ha detto che l'eleganza si concentra nella camicia, io penso che intendesse dire che la cura che essa dimostra con una corretta manutenzione, con una stiratura perfetta ed una presentazione immacolata, dimostra meglio dell'abito e della scarpa, che si giovano della vetustà e dei difetti ad essa connessi, l'attitudine e l'attenzione ai linguaggi estetici di chi la indossa. Il collo ed i polsi sono la parte più eloquente, perché entrano a far parte di due di quelli che io chiamo "i tre occhi". può consultare a tal proposito i testi dell'invito al Laboratorio d'Eleganza sulla camicia, visibile nella nostra pagina dedicata agli Eventi cavallereschi. Ne ricopio qui il passo più pertinente:

"Tutti conoscono la frase di Wilde: “L’ eleganza si concentra nella camicia”. Questa sentenza, per l’ universale notorietà e l’ illustre provenienza, può essere un buon punto di partenza per un discorso sulla camicia maschile. Non pretendo di rivaleggiare con un uomo della cui arguzia sarei lieto di possedere un decimo, eppure non la condivido pienamente. Non credo che sarei stato in disaccordo con Wilde, ma solo con la sua definizione. L’ Eleganza è una manifestazione dello spirito. Un soffio inafferabile che non si sofferma, si avverte. Essa si rivela solo nel complesso e non trova appiglio in nessuno specifico particolare, perché vive all’ interno dell’ Uomo e non fuori di esso. Se proprio si deve parlare di una concentrazione dell’ Eleganza, ma si direbbe meglio dello Stile, essa avviene nella giacca. Stiamo parlando male in un colpo solo di Wilde e della Camicia? Al contrario. E’ mia intenzione investigare il senso profondo della fase di Wilde, per dimostrare da un lato la correttezza di un’ intuizione che nella sua brevità non trova compiuta espressione, e dall’ altro il ruolo chiave della Camicia. Ciò che Wilde ha visto addensarsi nella camicia non è l’ Eleganza, ma uno dei suoi più importanti presupposti: la cura. Dall’ altra parte della Manica, Honoré de Balzac enunciava nel suo Trattato della Vita Elegante che “La cura è il sine qua non dell’ Eleganza”. Orbene, più di ogni altro capo maschile la Camicia necessita e dimostra di cura. L’armonia del collo, il tessuto, il colore, le asole, i bottoni, ma soprattutto la pulizia immacolata e una stiratura impeccabile, tutti questi dettagli e molti altri ancora rivelano all’occhio del buon osservatore l’ attenzione ed il tempo che l’ Uomo ha profuso nella propria Camicia, e quindi per se stesso. Spesso governata in casa, la Camicia coinvolge anche la famiglia, la servitù. Essa è un certificato sociale. Molti oggi usano lasciare sbottonati i polsi della Camicia, adottando un linguaggio in cui la negligenza è sinonimo di libertà e creatività. Evidentemente non la pensiamo allo stesso modo. L’ esegesi della frase wildiana ci ha portato a dimostrare comunque la rilevanza della Camicia. Io vorrei aggiungere qualcosa a proposito della sua centralità in quella che definisco la Teoria dei Tre Occhi. Secondo questo personalissimo modo di vedere l’Uomo che veste, e che raccomando di non prendere troppo sul serio, la tradizionale tenuta maschile da città presenta tre punti focali, i quali guardano e sono guardati a preferenza degli altri, e per questa loro espressività e facilità di comunicazione sono paragonabili agli occhi nella fisionomia umana. Il primo occhio è rappresentato dal complesso: parte alta del bavero della giacca (le palpebre), camicia (la cornea), e cravatta (l’iride). Il secondo da polsino, manica della giacca, ed orologio (se c’è). Il terzo da scarpa, calza, e risvolto del pantalone. Questi ultimi due, anche per la loro collocazione al di fuori dell’ immediata focale del colpo d’ occhio, sono di minore importanza. E’ il Primo Occhio che ci osserva, è su di esso che al primo sguardo esprimiamo una valutazione estetica. Ed in esso l’ espressione è governata dalla Camicia."

Dopo questa lunga premessa, avviamoci verso le conclusioni. La cosa che una camicia deve possedere è innanzitutto un buon tessuto, assolutamente in puro cotone. In qualche altra occasione ho suggerito le case migliori, ma esistono anche buoni produttori inglesi. Eccellenti sono i tessuti di Turnbull & Asser, a mio giudizio soprattutto nei twill in sea island, qualità suprema. Per la sua citata natura di capo di biancheria, la fibra è da sola gran parte del risultato. Vengono poi collo e polsi, che devono essere lavorati largo il primo e stretti i secondi. Oggi si sbottonano con facilità i polsini, ma quello che altri vorrebbero far leggere come libertà creativa a me continua a sembrare sciatteria. Il collo deve potersi adeguare alla persona ed alla personalità, nonché agli utilizzi. Su questo potremo un giorno ritornare, resta importante il principio che al momento dell'acquisto si deve poter decidere il proprio collo con totale libertà, senza dover scegliere tra modelli precostituiti. La forma della rivolta e l'altezza della lista (o pistagna) sono esclusivamente personali o devono poterlo essere. Altrimenti, che divertimento c'è?. Gli interni devono essere inseriti senza collanti, e questo lo si può controllare saggiando tra le dita il tessuto sugli interni, da emtrambi i lati. Se il tessuto scorre, bene, altrimenti desistere. Mai e dico mai indossare una camicia con asole fatte a macchina. Ricordi la storia del pelo e sappia che un'asola a macchina rappresenta una condanna a restare per sempre nel limbo dei senza speranza. Orbene, tutte queste caratteristiche si possono trovare anche in una manifattura su-ordinazione, come quella alla quale già si rivolge. I laboratori artigiani spesso utilizzano allegramente modelli di collo precostituiti, asole a macchina. Altri cercano di giustificare costi elevati con un utilizzo anche eccessivo di punti dati a mano, che in realtà sono indispensabili solo al giro manica ed alle asole, oltre agli eventuali fondetti (quelli chiamati anche mouche). Non lasci spazio a sensi di colpa se la sua manifattura non Le fa sostenere tre prove, l'importante è che la camicia sia ben stesa sul davanti, confortevole, con un giro manica non troppo ampio e con le caratteristiche già dette. Solo per i cercatori dell'eccellenza, con tasche e cultura adeguate, è necessario ricorrere a livelli quali quelli di Finollo, che interviene con cuciture nascoste e una meticolosità che si deve essere disposti a pagare cara. Nel caso, lo si può fare con tranquillità, perché non si tratta di un'esosità fine a sé stessa. Non esiste in giro nulla di simile e bisogna far sapere in giro una volta per tutte che l'eccellenza non nasce per caso e va pagata. Molto.
2 - L'opportunità di chiedere una giacca napoletana ad un sarto abituato a quello che io chiamo il taglio internazionale è effettivamente discutibile. La napoletanità non è in alcuni simboli, ma nel concetto e nell'impostazione di base. E' impossibile che un sarto formatosi a Milano possa confezionare una giacca veramente napoletana. E' però a mio avviso altrettanto difficile che un cliente non napoletano comprenda dove e perché il sarto sia andato fuori tema. Poiché la napoletanità viene oggi ridotta ad un paradigma piuttosto semplificato: spalla naturale emanica a mappina, è facile che un cliente piacentino riconosca come napoletana (e ne sia contento) una giacca confezionata nella sua città, purché abbia queste caratteristiche. A questo punto divido la questione in due parti. Se Lei mi chiede se sia possibile avere una vera giacca napoletana, ovvero una pizza o una mozzarella, lontani da Napoli, la mia risposta è NO. Resta ancora la seconda parte del problema e cioè la scelta tra una giacca con uno stile veramente napoletano, in quanto confezionata in una fabbrica da artigiani consapevoli della tradizione locale, ed una veramente artigianale, ma non altrettanto veramente napoletana. nel primo caso avrà un capo bello senz'anima, nel secondo correrà il rischio di spendere per un risultato mediocre. la direzione in questo caso non lo posso fornire io, in quanto siamo nel campo dell'esperienza e delle attitudini personali. Io non rinuncerei in ogni caso ad una giacca di sartoria e se vivessi a Mosca mi farei cucire una giacca moscovita, cercando di far immaginare al sarto di trovarsi più vicino a Santa Lucia che alla Piazza Rossa. Questi tentativi non riescono al primo colpo, ma chi varca la soglia di un laboratorio artigiano deve sapere che lì si fa ricerca, non si acquista merce. Cosa si ricerca? Due cose: una perfezione che non esiste e una conoscenza di sé che non si pefeziona mai. Per questo motivo i clienti del su-ordinazione o della confezione si sentono così superiori a noi esploratori dell'artigianato. Loro sparano nel barile e portano sempre un pesce a casa, noi peschiamo all'aspetto e spesso torniamo delusi. Se le piace il pesce evuole essere ben certo di portarlo in tavola, compri in confezione o su-ordinazione, stando attento solo che non Le diano una spigola della settimana prima o Le vendano sarde per saraghi. Se invece adora la pesca, si attrezzi e parta la mattina presto. Non sarà fortunato al primo tentativo, ma col tempo acquisirà l'abilità di prendere sempre qualcosa, la pazienza di aspettare che abbocchi e il gusto per trasformare in divertimento anche un'inutile attesa.

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Nome: Gianluca Chiusa
Data: 02-12-2002
Cod. di rif: 119
E-mail: gchius@libero.it
Oggetto: Calzature spectator
Commenti:
Illustre Gran Maestro,
sono ancora ad approfittare dello spazio che le Vostre nobili lavagne concedono a chi,come me,assetato di conoscenza ha trovato una preziosa fonte a cui abbeverarsi.La curiosità mi porta a spingermi sempre più in là nell'approfondimento e nella sperimentazione,purtroppo non sempre fruttuosa.Leggo però con piacere che Lei stesso consiglia questo modo di agire, essendo gli errori presupposto inevitabile di un cammino virtuoso.Il quesito che intendo sottoporre a Lei e agli illustri frequentatori di questi spazi, riguarda le calzature così dette "spectator", ovvero bi colori (bianco/nero;bianco/marrone).Si tratta di un tipo di calzatura che mi ha sempre affascinato,di forte personalità e dai contenuti notevolmente evocativi. Appasionato di musica jazz,non potevo non essere ammalito dalle fumose atmosfere da club anni 30 che le spectator richiamano.Essendo però una scarpa inusuale,ho sempre desistito dall'acquisto,giustificando la mia "codardia" in fatto di stile con la necessità di dare priorità a capi di più frequente e semplice utilizzo.Questo fino a poche settimane fa. In un recentissimo viaggio a New York,mi sono infatti imbattuto nello splendido negozio Allen Edmonds e indovini un po’ cosa mi strizzava l’occhio in bella vista in vetrina? Uno splendido paio di balmoral spectator wing-tip (secondo la definizione americana) bianche e nere,lucide e splendenti, come quelle che ho sempre immaginato ai piedi del Grande Gatsby intento a intrattenere gli ospiti accorsi ai suoi magici party.Calici di champagne,trombe e ottoni, il caleidoscopio delle camicie Turnbull and Asser sfoggiate da Jay Gatsby,tutto questo mondo immaginifico si è frullato nella mia mente alla sola visione di quelle semplici scarpe.Non ho resistito.Sono entrato e le ho acquistate,senza badare ai rimorsi di coscienza ed alle difficoltà di abbinamento con il mio guardaroba, confidando, lo ammetto, nei suoi preziosi consigli…Confesso di essere felicissimo del mio souvenir americano, come un bambino in possesso del giocattolo a lungo agognato.Credo che i gentiluomini frequentatori di queste lavagne siano d’accordo con me se affermo che l’aspetto emotivo di un acquisto dona significato allo stesso,trascendendolo da semplice baratto e donando appagamento, soddisfazione, emozione. Gli oggetti futili ad uno sguardo estraneo, sono in realtà per il fiero possessore ricchi di significati. Per me quelle scarpe richiameranno sempre New York, ma soprattutto saranno il trait d'union con quell’universo fantastico in cui amo rifugiarmi. Non so se sia testimonianza di forza o di debolezza,io credo e spero di sensibilità. Spero di non averLa tediata con il mio racconto, ma la premessa era necesaria per giustificare l’aiuto che sono a domandarLe. Secondo Lei, quali sono le occasioni adatte in cui indossare le mie spectator? Con quali abiti e di quali colori possono essere abbinate per non mortificarle ma per donare loro il giusto contesto in cui risplendere? RingraziandoLa sin da ora per il prezioso aiuto, La saluto cordialmente.
Suo ammiratore
Gianluca Chiusa


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Nome: Lorenzo Villa
Data: 02-12-2002
Cod. di rif: 120
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Ieri, oggi, domani.
Commenti:
Carissimo Gran Maestro,

ho trovato molto affascinante il Suo scritto sulla camicia, capo troppo spesso bistrattato da laboratori e industrie con prodotti che fanno accapponare la pelle. Sempre a tal proposito sottolineo la grande difficoltà nel trovare camicerie che realizzano colli con interni non incollati : tutti si trincerano dietro l’impraticabilità di tale scelta ai fini di una buona fattura e di una facile stiratura.
Mi farebbe inoltre sapere il Suo pensiero sulla trasformazione delle Sartorie in “sartorie-negozio”, di cui avevo già accennato in una mia del 20 Novembre 2002. Ritengo che la separazione tra una sartoria e un negozio, anche in virtù della differenza di servizio proposto, debba mantenersi.
Questo piovoso fine settimana ha portato, dopo una conversazione con un mio conoscente devoto ad assaporare profumo di stoffa, una domanda senza risposta. Esistono dei sarti giovani ? Con giovani intendo trenta – quarantenni capaci di continuare questa nobile arte. Terminata tra 15-20 anni la generazione dei sarti di oggi, tutti compresi tra i cinquanta e i settanta, è pronta una nuova generazione capace di sostituire la precedente ?
LasciandoLa con questi amletici quesiti, cavallerescamente Le invio i miei più calorosi saluti.

Vostro,
Lorenzo Villa


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 02-12-2002
Cod. di rif: 121
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Bicolori
Commenti:
Egregio signor Chiusa,
in astratto la scarpa bicolore al giorno d'oggi la vedo compatibile con le ore diurne. Mi piace immaginarla sotto una tenuta camicia-pantalone, quando in estate non si indossa la giacca, o d'inverno con un giubbino di pelle o di camoscio. Il concetto base è che si tratta di un pezzo da riservare rigorosamente al tempo libero. Lei è ancora molto giovane (lo so dalla scheda di registrazione) e quindi, prima che valichi la trentina, potrà divertirsi ad indossare la Sua spectator con molta libertà, ma mai per lavorare. Verrebbe da pensare subito al lino bianco, ma ho l'impressione che farebbe troppo "bel gagà" e rischierebbe di ritrovarsi nel ridicolo. Provi a portarla anche di sera, purché in situazioni non formali, con l'abito grigio e la camicia bianca o con un pantalone grigio abbastanza scuro e il blazer a bottoni argento. In quest'ultimo caso la camicia sarà a righe o meglio a bastoni. Non aggiunga altri punti notevoli o macchie di colore molto vivaci. Esalti l'originalità della calzatura con un insieme ed una tavolozza estremamente sobri. Mi fermo qui, perché in effetti l'unica cosa sensata che mi sembra di averLe detto è di riservare le Sue belle Allen Edmonds al fine settimana o ai viaggi, comunque fuori dall'ambiente di lavoro. Il resto è opinabile, suggerimenti che non deve prendere troppo sul serio. Le ricette in questi casi servono a poco. Piuttosto curi molto bene le scarpe: poiché saranno di certo piuttosto osservate è opportuno tenerle in ordine perfetto.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 02-12-2002
Cod. di rif: 122
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Abbinamento e promiscuità
Commenti:
Egregio Scudiero Villa,
le manifatture di camicie sono troppo solerti a preoccuparsi delle mogli o domestiche (o mamme) dei loro clienti. Travestendolo da gesto umanitario, camuffano la loro inettituine suggerendo candidamente il collo con la tela incollata e sostenendo la sua superiorità. Siamo alle solite: è la differenza tra un capo di sartoria ed uno di confezione o su-ordinazione. La giacca su misura non va vista come oggetto singolo, ma come parte di un processo, come emanazione di un individuo e di una storia. E' per questo, proprio perché non è un capo isolato, che le si perdona anche il difetto. La giacca industriale, come la camicia dai colli con le tele adesive, è una merce come le altre, sulle quali vanno svolte considerazioni scientifiche, rapporti precisi prezzo-qualità-durata. Se il mio collo risulterà con qualche piega, ricorderò quelle tormentate dei grandi intellettuali come Cocteau, Sartre o Montanelli, ovvero quelle più morbide degli imprenditori come Gardini, Agnelli e oggi Montezemolo. Lo stile lastra-di-acciaio ha dei campioni meno interessanti e l'unico che riesca a infondervi un certo sentimento è Alberto Sordi, che però veste coi gemelli.
Quanto all'abbinamento tra merce pronta e sartoria, non si tratta di una novità. Londra è costellata da decenni di grandi sartorie che provvedono anche al resto. Il mio parere è comunque il seguente: la sartoria di stile inglese, cioè con uno stilista-imprenditore a capo dell'impresa ed un tagliatore a governare il laboratorio, può avvicinare i due mondi senza alcuno stridore. Il gusto del gran capo e la tradizione dell'azienda garantiscono che i prodotti siano stati messi insieme con un criterio. Il laboratorio artigiano che accosti merci pronte e sartoria senza l'autorità di un Uomo di Gusto con titoli e/o tradizione cade in una promiscuità fastidiosa e riprovevole. Facciamo un esempio di casa nostra: Rubinacci è aperto a Napoli dal 1930 e sin dal primo giorno ha gestito insieme laboratorio e negozio. Si tratta di una realtà di stile inglese (il nome della ditta è London House) di tutto rispetto. A poche decine di metri un altro grandissimo nome della sartoria napoletana, Angelo Blasi, ha provato ad imitare questo abbinamento, ma senza una personalità da imprenditore, aperta alle necessità di una clientela mutevole, e senza l'autorità dello stilista. Infatti essere un buon sarto non significa essere uno stilista, cioè un uomo che capisce e parla il linguaggio delle cose. Il risultato è che nel volgere di qualche diecina d'anni i figli sono restati solo con il negozio e la sartoria è scomparsa. Hanno oggi un'azienda di confezione, piuttosto accorsata, ma di vero artigianato nemmeno più l'ombra.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 03-12-2002
Cod. di rif: 123
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Vecchie e nuove generazioni.
Commenti:
Illustre Gran Maestro,

è mio parere ritenere che il più delle volte i Maestri sarti non hanno ne lo spirito imprenditoriale ne la sensibilità dello stilista e quindi naufragano nella loro impresa del portare in bottega oggetti e concetti legati ad una boutique. Molto meglio puntare su di una corposa scelta di pezze dei migliori drappieri che provare a proporre innominabili camicie pronte e/o maglie, sciarpe, calze e quant’altro.
Dico la verità : una bottega trasformata in negozio, magari con vetrine colme di oggetti e non di tagli di tessuto, mi allontana, mi spinge a cercare il fascino di un interno di un palazzo dove ritrovare la virilità di un autentica sartoria; senza compromessi. Che bello se poi nella stessa lavorasse un giovane talento…ne esiste qualcuno ?
Sono pienamente d’accordo con Lei nell’esaltare un progetto come quello di Rubinacci. Il problema è che di Maestri del calibro di Rubinacci ce ne sono pochissimi.

Cavallereschi saluti.
Lorenzo Villa


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 03-12-2002
Cod. di rif: 124
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Sarti giovani
Commenti:
Egregio Villa, prode Scudiero,
dai miei passati interventi sa che sono in accordo con Lei sulla totale mancanza, da parte della categoria degli artigiani e segnatamente dei sarti, di una mentalità imprenditoriale compatibile con la mutevolezza del mercato. La proposta di articoli pronti da parte di sarti con la mentalità tradizionale appare quindi blasfema. Essi sono usi peraltro a presentare i prodotti in modo meno appetibile rispetto ad un magazzino di livello e per di più con minore scelta. Uno sportivo o uno scrittore, un poeta o un attore mercificano il loro lavoro attraverso degli agenti. Non discutono personalmente i loro contratti. Poiché noi leggiamo nel sarto un'artista, lo vediamo malvolentieri nelle vesti del venditore. Come ho prefigurato, la classe artigiana subirà presto sostanziali modifiche nelle possibilità economiche e mentali, sicché il fenomeno dell'accostamento tra merci e lavoro su-misura diverrà sempre più naturale. Ciò accadrà anche nei ristoranti, negli alberghi e dove altro si erogavano oggi servizi univoci. I sarti venderanno calze e i ristoranti conserve, ma via via ci abitueremo e non sarà un gran male. "Don Alfonso" ha già iniziato venti anni fa, più o meno insieme a "Chez Maxime" ed altri, sempre in maggior numero, li seguiranno. Rubinacci è una rarità, lo è sempre stato e resterà comunque una cima, in quanto è veramente un Uomo di Gusto ed un vero imprenditore, come tale l'unico che sino ad oggi in Italia ha potuto accostare scarpe pronte, ombrelli e giacche a misura nel modo più naturale, ma con i giusti spazi espositivi e l'assortimento di un capitalista disposto ad investire nell'operazione. Non dimentichiamo mai che il denaro è misura di molte cose, anche se non di tutte. Se un atelier con mobili e quadri d'epoca non ci influenzerà minimamente nella valutazione della qualità della giacca che andiamo a misurare, così non è per la vendita di prodotti confezionati. Qui preferiamo scegliere tra cento, piuttosto che tra dieci, su un bancone ben illuminato e vasto come un tavolo da pimg-pong, piuttosto che su uno strapuntino.
Quanto ai sarti under-fifty, ve ne sono. Almeno a Napoli. Lanco anzi una proposta. Alcuni lettori dell'area emiliana e piemontese mi hanno sollecitato a segnalare loro laboratori nella zona che fossero capaci di produrre una giacca napoletana. A tutti costoro propongo di fissare un appuntamento a Bologna, in località da definirsi. Il Cavalleresco Ordine potrebbe presentare nell'occasione Gianni Marigliano, un brillante, giovanissimo maestro napoletano che potrà soddisfare finalmente questa voglia di napoletanità. Non so se le lettere cui ho risposto fossero di persone veramente intenzionate a vestire. Io ho dato per scontato che fosse così, ma per esigenze filosofiche. Qui si passa al pratico: chiedete e noi Vi esaudiremo. E' ovvio che nessuno è tenuto ad impegnarsi in un acquisto, ma lo ribadisco. Data ipotizzabile: terza decade di Gennaio.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 04-12-2002
Cod. di rif: 125
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Evento
Commenti:
Carissimo Gran Maestro,

la Sua proposta ha tutto per entusiasmare un animo sensibile al bello e al suo svelarsi.
L’idea di organizzare un incontro con il giovane Maestro partenopeo Marigliano è eccezionale e di grande portata. Tutto ciò non fa che confermare l’irripetibilità della nostra associazione.
E’ un evento da pianificare in ogni dettaglio, perché possa diventare più di un rendez-vous sarto-clienti, ma un approfondimento della cultura virile di una città, Napoli, inimitabile come capitale del bel vestire.
Io ci sarò.

Un saluto cavalleresco dal Suo fedele Scudiero.
Lorenzo Villa


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Nome: Marco Larini
Data: 04-12-2002
Cod. di rif: 126
E-mail:
Oggetto: Proposta entusiasmante
Commenti:
Gent.le Gran Maestro,

la sua idea mi alletta alquanto potendomi offrire quello che non potrò mai avere qui e cioè un sarto napoletano.
Lei mi scuserà la banale e volgare domanda ma visto le possibili delusioni future sono a chiederle quanto questo sarto potrà chiedere per la realizzazione di una giacca o di un abito completo tenedo conto anche del tessuto. La domanda è brutta ma necessaria per il sottoscritto che è veramente molto interessato all’incontro con questo maestro.
La mia seconda domanda è come intende organizzare gli incontri per le successive prove e per i successivi ordini : mensilmente si recherà a Bologna ?
Scusi la mia impertinenza ma il mio interesse per questa possibilità è grandissimo.

Con enorme stima,
Marco Larini


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Nome: Franco Forni
Data: 07-12-2002
Cod. di rif: 127
E-mail: Gonfal@tin.it
Oggetto: scarpe bicolori
Commenti:
Desidero innanzitutto congratularmi con il sig. Chiusa per la Sua bellissima lettera:trasmette amore, emozioni, sogni e fantasie ed infine l'inevitabile cedimento alla dolce violenza di una passione troppo a lungo repressa.
L'Uomo di Buon Gusto è uso a questi cedimenti.
Chi scrive su questi argomenti sui giornali - non il Gran Maestro che di passioni e cedimenti del genere ne ha fin troppi - dovrebbe riuscire, oltre al resto, a suscitare sentimenti analoghi in chi lo legge.
Veniamo alle Spectator: anch'io per anni ne sono stato tentato e non ho mai avuto il coraggio di procedere all'acquisto, per gli stessi motivi del sig. Chiusa.
Un giorno ho preso il toro per le corna e me ne sono fatte confezionare un paio in tela bianca e pelle blu con il fiore. Sportive dunque, estive con un tocco vagamente marino; non certo da lavoro, come giustamente riassume il nostro G. M..
Le occasioni per indossarle erano troppo poche perché con pantaloni di lino e camicia erano troppo pesanti, visto i lacci ed una suola 3A che in questo tipo di scarpa si impone; non troppo adatte per una passeggiata su un lungo mare che non fosse la costiera amalfitana.
Anni fa partecipai ad una bella festa estiva a porto Santo Stefano: molti in fumo di Londra (orrore d'estate, all'aperto, in riva al mare; ma molti erano politici) altri in blu (quorum ego), ed il Principe Corsini con un doppiopetto di lino bianco e bicolori lisce bianche e marrone chiaro.
Noi non siamo dei Principi Corsini ed allora ho saccheggiato le più belle canape del vecchio corredo di mia moglie (consenziente) e mi sono fatto confezionare dal mio sarto - un genio detto il Primario perchè taglia, cuce e costa molto - un abito completamente sfoderato con tre tasche applicate, fesse sotto le ascelle, doppio pantalone ed altri piccoli particolari in tono. Ha presente il film Novecento parte prima? Bene il vecchio padrone che andava nella stalla in mezzo allo strame con la giovanissima mungitrice mi riporta la sensazione di un abito simile.
Con questo abito, che laviamo in casa immergendolo in una vasca colma di acqua insaponata, porto le mie bicolori a feste e cene che si tengono in campagna.
In città no, non ancora, non sarebbe giusto; come Lei è abbastanza giovane per farlo, io non sono abbastanza vecchio.
A questo punto vorrei stimolare l'estro e la cultura del Nostro perché non sono convinto che l'uso della scarpa bicolore finisca qui.
Do un "incipit": abito di thornproof o ruvido cheviot, fors'anche un Donegal tweed, tutti sul marrone del bosco, completamente sfoderati ed una o due fonde sul di dietro (tali da consentire di imbracciare un fucile), tasche applicate ecc. Tutto questo non potrebbe forse sopportare una bicolore sportiva, una brogue bianca e marrone?
Se poi andiamo sulle Nothumberland ed i pantaloni alla zuava, quasi si impone.
Grande Maestro, elaboriamo, spremiamo le meningi, resciuscitiamo questo splendido capo senza essere ridicoli! Sono certo che riuscirai ad inventare qualcosa.
Franco Forni
P.S.
Ed il Primo Sorvegliante cosa ne pensa in merito?

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 09-12-2002
Cod. di rif: 128
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Formula magistrale
Commenti:
Caro Franco,illuminato Socio ed amico,
concordo pienamente sulla tua visione della scarpa bicolore. Io mi ero limitato al tema proposto dal signor Chiusa, che mi chiedeva come abbinare la sua spectator lucida bianca e nera. Tu hai giustamente ampliato lo sguardo e invero se passiamo ai toni caldi, le possibilità aumentano enormemente. Negli anni trenta la bicolore si usava molto con i tessuti da te citati ed oggi in disuso: gli accostamenti che proponi sono classici ed ineccepibili. Un discorso interessante va fatto sulla loro accessibilità odierna, che come ben sai è alquanto limitata da un triplo ordine di presupposti: cultura età e stile. Ogni capo che indossiamo va abbinato non solo agli altri indumenti, ma soprattutto a noi stessi ed all'occasione. Orbene, per accedere a certi oggetti e livelli di abbinamento degli stessi è necessario innanzitutto disporre di un linguaggio piuttosto completo e complesso. Chi ha nel vocabolario solo cotoni e sagliette, non potrà intendere la poesia di un donegal, nè potrà gradire la massiccia prosa di un cheviot. La prima difficoltà è quindi nella cultura, ma non è solo questo il problema. L'opportunità di un pezzo appariscente viene severamente limitata nell'arco di età che va dai trenta-trentacinque anni sino ai sessantacinque-settanta. Negli anni più produttivi, le attese sociali richiedono rigore e conformità (da non confondere cl conformismo). Derogare di molto ed improvvisamente dal seminato può facilmente apparire come una stonatura e quindi cosa risibile o sgradevole, in ogni caso un errore. In molte occasioni si dovrà quindi resistere alle tentazioni più immediate per riferirsi ad un canone di gusto piuttosto composto. Resta ovviamente l'area di libertà che si estende insieme alla precisione e forza dello stile personale, l'ultimo parametro da tenere in considerazione. Esternamente all'uomo che veste, vanno poi fatte considerazioni sull'opportunità ambientale. Certi capi non si indossano alla spiaggia ed altri vanno evitati ad un matrimonio. La scarpa bicolore, essendo un capo abbastanza estremo, va evitata nelle occasioni di lavoro, ma secondo la sicurezza ed estrosità del personaggio potrà essere indossata con profitto in varie occasioni. Splendida l'idea dell'abbinamento alla canapa, anch'essa però introvabile. Ho visto qualche anno fa un signore, di quelli che passano giornate intere in sartoria, portare al sarto un tessuto molto simile. Gli chiesi dove lo aveva reperito e lui me lo disse, aggiungendo. Aggiunse però che vedendolo in pezza non lo avrei riconosciuto. Infatti il suo taglio (in cotone) aveva subito una sorta di processo di "frollatura". Egli l'aveva lasciato in acqua per molti giorni, sin quasi a muffire. Il risultato - non voluto quanto eccezionale - era quello di un tessuto tenace ed irregolare, rustico e matto come la vecchia canapa. Un colpo di genio e di fortuna difficilmente ripetibile, ma che va ricordato come esempio di iniziativa.
In conclusione vorrei enunciare una formula magistrale di valutazione di opportunità. Se avete indossato un capo appariscente come una spectatore e siete in dubbio sulla validità della scelta, ascoltate bene gli amici e le amiche. Non badate ai suggerimenti e complimenti, ma solo a determinati accenti. Se qualche ragazza vi dirà "che carine queste scarpe", utilizzando proprio quella parola: "carine", non vi resta che lucidarle, infilarvi i tendiscarpa e riporle per altri dieci anni. Non è quello l'effetto cui sono destinate. Se gli amici taceranno completamente, se anche gli incontri occasionali eviteranno commenti, ritenendo superfluo ogni riferimento, siete perfettamente a posto.



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Nome: Marco Larini
Data: 09-12-2002
Cod. di rif: 129
E-mail:
Oggetto: Febbrili domande
Commenti:
Egregio Grande Maestro,

sono ancora in attesa febbrile delle risposte alle mie forse volgari domande. Se l’avvenimento sarà deciso, sarò entusiasta di poter finalmente far cucire un mio abito da un vero maestro napoletano. Mi continuo a chiedere se sarà alla mia portata e se potrà essere organizzato in maniera periodica e abituale da poter garantire ad un cliente del nord questo servizio.

I miei più cordiali saluti.
Marco Larini


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 09-12-2002
Cod. di rif: 130
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Al signor Larini ed altri interessati
Commenti:
Gentilissimo signor Larini,
mi rivolgo tramite Lei a tutti coloro che siano interessati ad un'immersione profonda nella cultura dei tessuti nobili e della vera sartoria napoletana. Sto andando avanti per la messa a punto di una giornata bolognese da celebrarsi con il maestro Marigliano ed il grandissimo Dante De Paz, nostro socio più volte meritatamente citato come uno dei più accreditati esperti di tessuti e di abbigliamento maschile classico. Sarò presente anch'io a questo avvenimento, sto predisponendo i dettagli e le date e pubblicherò tutto al più presto. Penso che ci vderemo a Febbraio, ma risponderò a breve alle Sue legittime domande.
La ringrazio per l'interessamento e La saluto cavallerescamente

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 10-12-2002
Cod. di rif: 131
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Re Maurizio
Commenti:
Illustre Gran Maestro,

prima di raccontarLe di una mia esperienza odierna, La ringrazio infinitamente per la segnalazione all’interno del Florilegio.
Veniamo all’episodio. Questa mattina per motivi di lavoro mi trovavo a Milano. Avendo finito la riunione prima del previsto, ho approfittato del tempo guadagnato per una visita al “tempio” di Marinella. Non mi dilungo nel racconto dell’acquisto di alcune cravatte in questo sacro spazio del Bello, ma vengo subito al dunque. Ai lati di un pregevole tavolo il mio attento occhio non ha mancato di notare una cospicua pila di pregiati tessuti inglesi per abiti.
Ecco la mia domanda : il Maestro Maurizio ha deciso di proporre un servizio su-misura ?

Andando a contemplare gli acquisti appena fatti, cordialmente La saluto.

Vostro Lorenzo Villa.


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 10-12-2002
Cod. di rif: 132
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Marinella a Milano
Commenti:
Indomito Scudiero Villa,
leggo della Sua visita a Marinella in quel di Milano. Poiché l'istituzione di questo nuovo fondaco di cultura napoletana è recente, Le domando innanzitutto se si sia fatto riconoscere come nostro Socio e, se sì, quali siano state l'accoglienza e le condizioni tributateLe come membro del Cavalleresco Ordine.
Quanto ai tessuti, Marinella vende drapperia anche a Napoli. Poiché la ditta serve molti uomini che vestono su misura, si compiace di poter fornire loro anche qualche taglio selezionato. Recentemente avevo dato l'annuncio di un esperimento che Maurizio aveva varato per quei suoi clienti desiderosi di vestire una giacca napoletana senza recarsi nel nostro golfo. L'iniziativa fu accolta con molto successo di pubblico e di ordinazioni, ma per motivi diplomatici e di immagine la cosa non si ripeterà in modo regolare o forse non si ripetetrà affatto. Del resto ricorderà che anche un nostro corrispondente di queste lavagne dichiarava un certo sospetto nei confronti dell'episodio. E' difficile credere che qualcuno ospiti un sarto senza voler fare lo stilista, solo per favorire la propria clientela. Dando per scontato che tutti i commercianti siano uguali, il che invero è comprensibile, la grandezza morale del Marinella uomo ed imprenditore resta incompresa per quanti non abbiano l'occasione di toccarla con mano. Questa ennesima dimostrazione resterà quindi presumibilmente un fenomeno isolato.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 11-12-2002
Cod. di rif: 133
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: E.Marinella - Milano
Commenti:
Caro Gran Maestro,

nella mia visita di ieri al Fondaco di Marinella non mi sono fatto riconoscere come Socio del C.O., cosa però che non mancherò certo di fare durante la visita che ho programmato nel mese di gennaio, per farmi realizzare alcune cravatte su-misura.
Pur non essendomi dichiarato, l’accoglienza è stata buona e all’altezza delle mie aspettative. L’unico appunto che posso fare è la freddezza del personale dello show-room e la mancanza di un “punto di riferimento” : non ho capito chi teneva le redini dello spazio di Re Maurizio.
Per quanto riguarda l’ambiente nulla da eccepire : perfetto. Molto azzeccata a mio parere l’idea di non aver realizzato un negozio, una volgare boutique ma uno show-room, uno spazio raffinatissimo in cui si scelgono oggetti da tramandare.

Cavallerescamente Vostro
Lorenzo Villa


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 13-12-2002
Cod. di rif: 134
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Sarti a Milano, ma dai prezzi umani.
Commenti:
Gentili frequentatori di queste lavagne, Soci e simpatizzanti, mi rivolgo alla Vostra scienza ed esperienza per dare una mano al corrispondente che mi scrive privatamente e di cui pubblico parte della missiva in questa pagina color flanella.

"Egregio Gran Maestro,
Mi vedo costretto ad importunarla per fare appello alla sua esperienza in fatto di eleganza ed abbigliamento maschile. Ho di recente deciso di rinnovare il mio guardaroba e con l'occasione
intendo accostarmi al mondo dell'abito su misura. Confesso comunque che si tratta per me di un primo approccio. Come da mia abitudine, mi sto documentando sui vari modi di valutare la
qualita' di un capo artigianale leggendo quanto piu' possibile sull'argomento. Il mio problema fondamentale resta pero' quello di individuare qui a Milano un sarto che sia in grado di confezionare un abito di buona qualita' ad un prezzo ragionevole. Mi rincuoro al pensiero che se anche dovesse respingere la mia richiesta
lo fara' col garbo che la contraddistingue.
Cordiali saluti,
Filippo Loretoni
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filippo@clab.it
filippo@cyberspace.org"

Ebbene, vogliamo lasciare quest'amico senza un sostegno? Ho risposto su Bologna e su Piacenza, finanche su Torino. A Milano, però, non saprei che indicare manifatture di sicuro effetto, ma dai costi elevati. Questo non risponderebbe alla specifica richiesta del signor Loretoni, che cerca qualcosa dai prezzi umani. In attesa che (a Febbraio, data che verrà comunicata anche qui in Lavagna) si lanci il discorso di una presenza a Bologna, presso il nostro Socio De Paz, di un sarto napoletano a prezzi "calmierati", domande come questa mi lasciano senza una risposta. Confido che qualcuno di Voi sia in possesso di qualche indirizzo papabile, dove anche il Gran Maestro non sia arrivato.





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Nome: Marco Larini
Data: 13-12-2002
Cod. di rif: 135
E-mail:
Oggetto: Napoli a Bologna
Commenti:
Gent.le Gran Maestro,

mi fa molto piacere apprendere dalle sue parole che l’appuntamento a Bologna con un sarto napoletano diventerà un abitudine. Mi sembra di aver letto nella sua ultima lettera che infatti presso De Paz venga lanciata una presenza stabile o quasi. Ho capito bene ? Mi spaventa però un pò la frase : prezzi calmierati. Da ciò deduco che i prezzi originali saranno molto cari…

Con stima,
Marco Larini


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 13-12-2002
Cod. di rif: 136
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Progetto bolognese
Commenti:
Egregio signor Larini,
la difesa dell'artigianato e della personalizzazione è una delle nostre attività statutarie. E' solo in ossequio ai nostri princìpi e senza alcuno scopo di lucro che il Cavalleresco Ordine intende impegnarsi in questa "mediazione" e nella creazione di un fondaco bolognese di cultura sartoriale napoletana. La posizione baricentrica di Bologna permetterebbe a parecchi appassionati residenti al nord di accedere ai servigi di un maestro partenpopeo senza doversi spostare troppo. Quanto alla limitazione dei prezzi, mi riferisco alla differenza che credo potrebbe offrire questo sistema rispetto agli elevati standard di costi della sartoria milanese e di buona parte di quella delle altre città. Come vede dalle domande di altri soci, il problema del prezzo esiste ed anch'io non saprei cosa consigliare ad un milanese che voglia vestire su misura a costi ragionevoli. In soldoni, un abito di qualità costa a Milano intorno ai 2.500,00 Euro, mentre secondo i miei calcoli, sui quali non posso ancora fornire certezze sino a che il tutto non sia approvato dalle "parti", potremo ridurre questi costi intorno alla metà. La cosa che più di tutte motiva l'intervento del Cavalleresco Ordine non è tanto o non solo quella di offrire bellezza ad un prezzo ragionevole, ma soprattutto l'occasione di creare un centro di approfondimento della cultura del bel vestire, basato da un lato sulla tradizione napoletana - rappresentata da un maestro nato e formato a Napoli - e dall'altro sulla competenza e sulla capacità stilistica del nostro Fondatore Dante De Paz. Come a dire, il meglio della manifattura sul meglio dei tessuti, combinato con il piacere di poter approfondire realmente il linguaggio dell'una e degli altri.
Se la cosa dovesse avere successo e risultare gratificante per tutti, potrebbe anche durare come un appuntamento ciclico. Vedremo presto.

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Nome: M.V. Raineri
Data: 17-12-2002
Cod. di rif: 137
E-mail:
Oggetto: Sarti ormai anziani
Commenti:
Egr. Grande Maestro del Cavalleresco Ordine,

ho letto con attenzione tutte le svariate pagine contenute in questa porta dedicata all’abbigliamento. Prima di tutti i miei più vivi complimenti per la conoscenza e le teorie esposte.
Si parla spesso di sarti e sartorie artigianali contrapposte a nomi dell’abbigliamento su-misura di alta fascia e pregio come Kiton, Attolini, Borrelli, Felamm (sartoria partenopea), Brioni etc…
Le cose che Lei dice insieme ad altri appassionati sono più che corrette. Il vero su misura è quello della sartoria con il cartamodello personale. E’ anche vero che le trasformazioni e i cambiamenti non vanno ignorati. Si parla di persone sui trent’anni che vanno in sartoria. Come faranno tra 5-10-15 anni, periodo in cui, visto l’età media dei sarti in Italia, non ci saranno più sartorie ? Come fa una persona ad iniziare un percorso con una persona di 65-70 anni ? Potrà essere bravissima ma tra qualche anno ci toglierà i suoi servigi.
Ritengo che i marchi sopraccitati prenderanno il posto di questi sarti per quelle persone che esigono alta qualità e un abito cucito prevalentemente a mano e come una volta.
Non dimentichiamoci che questi nomi lavorano tenendo ben a mente la qualità. No staimo parlando di confezione. Confezione spesso incollata, fatta con macchine industriali.
Certo, il su misura vero è diverso ma non ci passa un abisso tra una giacca di un buon sarto e una giacca di Kiton. Non c’è una differenza macroscopica tra un abito di sartoria e uno cucito da sartoria partenopea piuttosto che Attolini. Ritengo che siano tutti nomi che lavorano in maniera tradizionale e correttamente per creare un capo che possa dare soddisfazioni per anni.
D’altronde una persona di 30-40 anni come fa ad iniziare un percorso di reciproca conoscenza con un sarto che tra 5 o 10 anni al massimo smetterà la sua professione ? Di sarti al nord se ne trovano sempre meno; idem per le camiciaie.
Il mio sarto ha 65 anni. Quanto posso sperare cha vada avanti ? E dopo ? Non c’è nessuna persona giovane che abbia intrapreso questa strada… Dove andranno tutte le persone che attualmente vestono in sartoria ? A mi parere andranno tutte dai Kiton & co. che in fin dei conti non realizzano una giacca molto diversa dal mio sarto.
Sono preoccupato da tutto ciò. Ritengo che il mestiere di sarto andrà a scomparire. Se voi pensate che non sia così spiegatemi da dove uscirà una nuova classe di sarti nel 2003.

Preoccupato, cordialmente saluto.

Maria Vittorio Raineri


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 19-12-2002
Cod. di rif: 138
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Cambio e ricambio
Commenti:
Egregio Signor Ranieri,
avendo Lei scorso interamente il contenuto di questa lavagna, si sarà reso conto che la mia posizione riconosce tutti i meriti di quello che io chiamo il su-ordinazione. Esso però ama distinguersi nettamente dalla confezione, ma allo stesso modo tende capziosamente a confondersi con il vero su-misura. Quanto al futuro dell'artigianato sartoriale mi sono già lanciato in un lungo carteggio con il signor Villa in qualcosa di molto simila alla divinazione. Sulla spinta della Sua, risponderò aggiungendo qualche altro argomento. Infatti Lei suggerisce un problema non ancora emeso prima: quello del ricambio generazionale. Chiedo scusa, ma non potrò rispondere immediatamente. La cosa richiede molto tempo e purtroppo mi trovo nascosto nella segreteria del circolo, mentre mi aspettano a tavola per la cena spociale degli auguri. Non potevo mancare come Gran Maestro al mio dovere di una visitina al sito, atteso che mi trovavo da un paio di giorni in trasferta, ma allo stesso modo non posso mancare ai miei doveri di Socio nei confronti del mio Club (il Savoia). Le chiedo, qualora intervenga nuovamente, di pubblicare tutti i dati nella scheda. Vedo infatti che manca il Suo indirizzo di posta elettronica. Porterò questa conversazione nello spazio di Posta del Gran Maestro, dove potrà leggere la risposta successiva e più esauriente.
Cavallerescamente
Il Gran Maestro

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Nome: Marco Decandia
Data: 04-01-2003
Cod. di rif: 139
E-mail: mdecandia@tin.it
Oggetto: sarti a Milano
Commenti:
Gentili Signori,
anche io mi sono trovato ad affrontare il problema, che dalla lettura di queste lavagne sembra diffuso, di individuare un sarto a Milano che confezioni abiti di qualita' a prezzi ragionevoli. Alla fine, su indicazione di una amico, mi sono rivolto alla sartoria Cravedi di S.Giorgio Piacentino. Mi sono trovato bene, non e' troppo lontano dalla mia citta' e mi sento, dunque, di consigliare il loro Atelier.. Resta comunque il problema della continuita'. I fratelli hanno superato i settant'anni, la mia ricerca, quindi, prosegue e saro' lieto di ricevere utili indicazioni.
Cordialmente
Marco Decandia

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 05-01-2003
Cod. di rif: 140
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Milano. Prezzi alti, ma attenti ai pregiudizi.
Commenti:
Egregio signor Decandia,
da una Sua mail privata vedo che ha letto nei Taccuini di viaggio di questa porta la recensione che riportiamo sui fratelli Cravedi, i Suoi sarti. Nel Florilegio è riportato un articolo su un Maestro varesino,Egidio Lucchini. Il suo laboratorio non è lontano da Milano, ma anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un artigiano anziano e dalla incerta successione. Parliamoci chiaro, il problema per l'appassionato milanese che economicamente o psicologicamente non possa o non voglia concedersi Caraceni, Rubinacci o altri sommi sacerdoti, resta. Questo non deve creare un preconcetto contro il lavoro di questi laboratori, che hanno il merito di proseguire nella tradizione dell'alta sartoria. E' ovvio che il mondo della sartoria si è tanto ristretto che in questo momento in cui la domanda è tornata ad aumentare ci si accorge che - proprio nelle aree dove essa si era molto ridimensionata - sono rimasti in piedi solo i mostri sacri. D'altro canto, quando dovessero essere sorpassati i motori a benzina e gasolio, la Morgan che produce cinquecento automobili costose sopravviverà probabilmente alla Daewoo che ne produce venti milioni a buon mercato (cito cifre a caso). Esiste anche un fenomeno lobbistico, per cui in un mercato dominato da una certa casta diventa difficile impiantare un servizio ad alta qualità e basso costo. Maurizio Marinella aveva provato a chiamare per i suoi clienti un maestro napoletano, ma l'operazione è dovuta rientrare. Da un lato alcuni vi vedevano uno sconfinamento blasfemo in aree non di competenza dell'antica ditta napoletana e non la risposta dell'immenso Maurizio alla domanda che, vista così pressante in queste pagine, dobbiamo immaginare amplificata per cinquecento alle orecchie di una persona che frequenta quotidianamente questo mondo. Dall'altro i prezzi estremamente ridotti rispetto a quelli correnti in città (circa la metà)determinarono un successo clamoroso dell'iniziativa, il che ha attirato le critiche dei maestri cittadini. Insomma tutti scontenti. Perché le cose buone non sono, solo perché tali, comprensibili sempre ed a tutti. Ricordo che anche in questa Lavagna un nostro corrispondente si credeva lungimirante censore del Vero criticando l'operazione promossa da Maurizio. Purtroppo per molti è difficile concepire l'azione dei Grandi, coloro che sono capaci di agire ad alto livello anche senza alcuno scopo di lucro. In ogni caso, forse in un futuro non lontano, riproporremo a Milano il ciclo dei Laboratori d'Eleganza tenutosi a Napoli (si possono scorrere le recensioni e gli inviti-proclama alla pagina Eventi di questo sito). In tale occasione, cercheremo come Cavalleresco Ordine di offrire un bis e ne daremo comunicazione preventiva qui al castello.

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Nome: Marco Decandia
Data: 05-01-2003
Cod. di rif: 141
E-mail: mdecandia@tin.it
Oggetto: Sartoria ed arte
Commenti:
Egregio Avvocato Maresca,

nel taccuino da lei citato ho letto anche di un giovane sarto varesino, Mauro Bettoni e personalmente ho visto laboratori gestiti da artigiani che, pur non giovanissimi, non sono troppo in la con glia anni da non poter garantire i propri servigi per numerosi anni. Le possibilita', quindi, esistono, anche se recarsi da qualcuno che non si conosce per un servizio delicato e' sempre difficile.

Sono lieto che lei ipotizzi una nuova edizione dei laboratori di eleganza a Milano. Mi permetto di avanzare un'idea. Sarebbe interessante esplorare la possibilita' di affrontare il tema unitamente a quello dell'arte coinvolgendo proprio i fratelli Cravedi che sono stati tanto cortesi da farmi ammirare la loro collezione che e' meravigliosa. Non so quale potrebbe essere la loro disponibilita', ne, tantomeno, posso parlare in loro vece. L'opportunita' e' comunque ricca di fascino.

Cordialmente
Marco Decandia

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 06-01-2003
Cod. di rif: 142
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Laboratori ed Arte
Commenti:
Egregio signor Decandia,
lodo senza riserve la Sua iniziativa, la Sua fedeltà alla sartoria e la ricerca che ha dimostrato di compiere nel campo. Quanto all'arte, anche il Maestro Savarese, straordinario artigiano napoletano ultraottuagenario che serve ormai pochissimi clienti-amici e il cui giro manica è l'ultimo al mondo a rispettare i canoni degli anni d'oro partenopei (stretto, stretto, ma cosa dico? Strettissimo) è un gran collezionista d'arte e nella sua casa-laboratorio i quadri sono appesi fino al soffitto. Sinceramente vedo però dei rischi pratici in questa sinestesia, peraltro corretta in linea teorica. I Laboratori sono un momento di coscienza che vogliono offrire un contesto omogeneo e possibilità di vero approfondimento dei temi selezionati. Vi sono sempre ospiti, come ad esmpio l'ombrello, la cioccolata o altre manifestazioni sensibili del Gusto, ma sempre in campi in cui il nostro magistero sia conclamato. Purtroppo nelle arti figurative non è ancora così e anticipando i tempi rischieremmo di sconfinare nel terreno del nostro principale nemico: l'approssimazione.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 10-01-2003
Cod. di rif: 143
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Su-misura a Torino
Commenti:
Qualche tempo fa da questa lavagna si levava una domanda: dove vestire su-misura a Torino? Abbiamo già dato in merito qualche indicazione, ma una risposta più elaborata ce la fornisce il nostro Socio Luca Peroglio, torinese. Ecco la sua selezione di indirizzi:

1 - Pasquale Maugeri - Via Micca, 9 - Torino - 011.530032
2 - Sartoria Amenta - Via Bertola, 2 - Torino - 011.5620670
3 - Sartoria Tricase - Via Avogadro, 9 - Torino - 011.5621821

Il signor Peroglio raccomanda all'attenzione anche il mercante di tessuti e di abbigliamento maschile pronto dove egli si fornisce:
- Jack Emerson - Via C. Battisti, 1 - 011.5621960

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Nome: Marco Decandia
Data: 12-01-2003
Cod. di rif: 144
E-mail: mdecandia@tin.it
Oggetto: Ancora sarti a Milano
Commenti:
Gentili signori,

nel cercare sartorie nell'area di Milano, mi sono imbattuto nella sartoria Minori di Torino, che ha anche una discreta presenta Internet (www.sartoriaminori.it) e lavora al domicilio del cliente (per Milano e Torino almeno). Da quanto mi pare di comprendere quello che viene offerto e' un servizio su ordinazione piu' che su misura. Qualcuno ne ha conoscenza diretta?
Un cordiale saluto.
Marco Decandia

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 12-01-2003
Cod. di rif: 145
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Semi-artigianale (al signor Decandia)
Commenti:
Ho visitato il sito della ditta Minori, che come altre si appropria del termine "sartoria" senza esserlo. Il titolo di sarto e la dicitura "sartoria" sono spacciati con estrema disinvoltura. Su questo tema invoco sempre l'aiuto dei Visitatori, perché ci segnalino esempi di millantata artigianalità. La ditta Minori ha dato solo l'avvio a questo discorso ed è comunque corretta, se non nella ragione sociale almeno nel sito, dove dichiara di lavorare con sistemi semi-artigianali. Cosa significhi semi-artigianale resta un mistero che i miei modesti mezzi culturali non sanno svelare. Deve trattarsi del tipo di prodotto pensato per il semi-uomo che abbia un semi-gusto e desideri un semi-abito adatto alle sue semi-possibilità.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 15-01-2003
Cod. di rif: 146
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Cran e bottoni.
Commenti:
Illustre Gran Maestro,

questo fine settimana, durante un piacevole soggiorno sulle Alpi, mi sono trovato a discutere con un sarto sul corretto angolo tra collo e bavero di una giacca. Io ho sempre preferito un angolo piuttosto ampio, all’incirca sui 70 – 90°, in virtù anche di un cran piuttosto alto. Questo maestro sosteneva invece con forza la necessità di un angolo più francese e molto più stretto. Lei che cosa ne pensa ?
Altra disquisizione ha riguardato la scelta dei bottoni su di una giacca sportiva : per me corno, per lui assolutamente corozzo. Quale dei due materiali è più indicato ?
Mi complimento inoltre per le due bellissime risposte al Sig. Maria Vittorio Raineri : molto interessanti.

Cavallerescamente Suo,
Lorenzo Villa


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 15-01-2003
Cod. di rif: 147
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Metafisica dell'angolo, con postilla sui bottoni
Commenti:
Egregio Villa,
vedo che si interessa seriamente ai problemi stilistici, andando a cogliere parti poco discusse della costruzione della giacca. La risposta che darò si basa su osservazioni di molti capi e uomini di alto lignaggio. Parte da molto lontano, ma è allo stato la più completa che si possa dare da un punto di vista dei linguaggi nascosti del vestire maschile. Resta opinabile, in quanto fondata in modo particolare sulla cultura inglese e napoletana.
La cucitura tra collo e bavero traccia la linea lungo la quale continua poi la base dello spacchetto triangolare detto cran. La posizione e l'orientamento di quest'ultimo sono fondamentali nell'espressività del capo e sono ovviamente collegati all'angolazione della cucitura di cui lei dice, quella tra collo e bavero. Detto angolo, sia detto per chiarezza di altri lettori, è quello che la detta cucitura forma con il bavero stesso. Negli anni settanta la moda del due bottoni e l'avvento di uno stilismo che intendeva passare sotto silenzio l'aspirazione virile alla compostezza e - diciamolo - ad un ideale spirituale di tensione ed elevazione, abbassò i due punti cardine della giacca: il punto vita e quello del cran. Una vita alta, diciamo all'altezza del secondo bottone dei tre naturali o un cicinino più sopra, quindi circa al 50-51% dell'altezza complessiva del capo partendo dal basso, disegna i volumi della giacca, conferendole una costruzione architettonicamente molto significativa. In un tempio greco il timpano è molto meno alto delle colonne e di quadratura inferiore all'area compresa tra base ed altezza del peristilio. Mi piace vedere una similitudine tra il triangolo del timpano e il trapezio del tronco maschile, che un punto vita alto evidenzia e proporziona nel modo più corretto. Questi canoni estetici classici, immutabili ed indiscutibili, vanno rispettati anche nella costruzione generale della figura maschile. In quest'ultima le colonne sono rappresentate dai pantaloni e dalla loro continuazione nell'"opera morta" della giacca, quella appunto al di sotto del punto vita. Alzando querst'ultimo al livello che ho detto, le proporzioni sviluppano un'immagine longilinea del fisico e conferiscono un'idea allo stesso tempo di solidità fisica e di tensione morale. Non pretendo che tutti siano d'accordo con me, ma immagino che ognuno, fermandosi a guardare un abito, sia in grado di avvertire queste voci segrete, anche se magari non ne individua l'origine.
Torniamo a bomba. Atteso che è sommamente opportuno tenere alto il punto vita (su questo possiamo tornare, perché il punto vita a parte l'altezza ha altre caratteristiche: può essere lungo o corto, secco o sfumato, dobbiamo anche notare come esso porti con sè in alkto o in basso anche la posizione del cran. Orbene, io affermo che la bisettrice di quest'ultimo deve andare idealmente a toccare l'attaccatura della spalla alla manica o tagliare quest'ultima poco più in basso. Poiché il cran non deve mai essere più aperto di un angolo retto e poiché la base di quest'angolo è determinata dalla cucitura in questione, si deve concludere che questa deve essere non troppo acuta, in modo da avviare una base di un angolo cran che guardi quel pochino verso l'alto che gli permetta di "vedere" quel punto che dicevo. Un cran che guarda verso il basso, così come uno che sbadigli aprendosi oltre i 90°, da un'idea troppo "addormentata", appesa, ammissibile nella vestaglia o nel cappotto. Alcuni sarti utilizzano un piccolo trucchetto per conservare questo sguardo elevato del cran, senza ricorrere ad una cucitura collo-bavero troppo aperta d'angolo: disegnano la base del cran non come continuazione esatta della cucitura, ma tagliandolo leggermente verso l'alto. Si tratta a mio avviso di un sistema lecito e dall'effetto corretto. Esso dipende dal fatto che una cucitura tra collo e bavero troppo perpendicolare a quest'ultimo esercita una tensione sul dritto filo e non sul traverso di quest'ultimo e col tempo - non molto - può tirarlo su e determinare quell'antipatico effetto del quarto anteriore che si arrotola sul lembo e non mostra da un lato il primo bottone e dall'altro la prima asola (effetto tre-stirato-a-due a parte).
In conclusione, dopo averne esaminato cause ed effetti, concordo con Lei su un angolo abbastanza aperto tra bavero e sua cucitura.
Quanto ai bottoni, i sarti sono innamorati del corozo perché il corno è costoso e poco reperibile, sicché un suo assortimento è difficile e oneroso. Io sono per il corno naturale su tutti gli spezzati ed anche su moltissimi completi. Peraltro il corozo mi sembra abbia perso una delle sue più belle caratteristiche: quella di scolorirsi. Una volta le giacche bleu di annata mostravano spesso dei bottoni un pò chiari, che mostravano una data di nascita dell'abito piuttosto remota. Non riscontro più questo fenomeno, ma non so bene se dipenda dall'età media più ridotta delle giacche circolanti o dalla scoperta di tinture più efficaci e durature, forse troppo. Poiché faccio quest'osservazione proprio mentre la scrivo, non ho raccolto sufficiente materiale ed informazioni su essa. Ne chieda a qualche sarto ed io farò lo stesso

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 16-01-2003
Cod. di rif: 148
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Angoli e Maestri
Commenti:
Carissimo Gran Maestro,

la Sua risposta è così accurata da rendere necessario un attento "studio".
Le chiedo pertanto una precisazione. La Sua frase : “ Detto angolo, sia detto per chiarezza di altri lettori, è quello che la detta cucitura forma con il bavero stesso” non contiene un errore ? L’angolo in questione non sarebbe formato infatti dalla cucitura con la parte superiore del cran ? La cucitura tra collo e bavero forma la base di detto angolo.
Un sarto, tempo or sono, mi spiegò che un cran aperto e alto, oltre che comportare una coperta molto ampia, implica, in una giacca gessata o rigata, l’impossibilità a tagliare la parte superiore del cran parallelamente alle righe della gessatura. Questo secondo il simpatico maestro portava ad un difetto.

In attesa del Suo insostituibile pensiero, Le porgo il mio cavalleresco saluto.

Suo,
Lorenzo Villa


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 16-01-2003
Cod. di rif: 149
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Chiarimenti et approfondimenti
Commenti:
Egregio Villa,
rileggendo il mio brano ne lamento con me stesso una mancata politura, il che, insieme alla complessità di una descrizione non supportata da immagini, rende il mio elaborato un pò ostico. Se ci sono ripetizioni, non vi è però errore, in quanto l'angolo del quale Lei parlava è quello della forbice che si apre tra la cucitura collo-bavero ed il bavero stesso. Questo angolo è sempre inferiore o pari ai 90° e determina, continuando nella parte più ampia del bavero,il lato inferiore dell'angolo del cran. Quanto al commento del maestro sarto, è ovvio che un'attaccatura alta del colletto al bavero, cagionando nel primo un'inclinazione estrema del tessuto, impedisce un coordinamento delle linee nei gessati. Non ritengo che questo sia un errore, soprattutto se scientemente si è operato per conferire linea alla parte alta della giacca. Intendiamoci, questo è un modo "drammatico", cioè intenso e teatrale di vedere il capospalla. Un sistema critico che privilegia i criteri espressivi sulla pura compostezza. In quest'ottica si è sempre lavorato a Napoli e nel passato anche in Inghilterra. A Londra mi sembra che l'inventiva degli anni trenta si sia trasformata in compilazione ripetitiva e l'espressività sia stata ormai demandata solo ai tessuti, non essendovi talenti e operai in grado di supportare una produzione artigianale all'altezza della storia inglese, mentre da noi si può effettivamente scegliere un sarto anche in base all'effetto che i suoi abiti tendono a generare ed anzi manovrare le sue "manopole" per mettere a punto qualcosa di veramente personale. La Sartoria che io definisco Internazionale, che è più o meno uguale a Parigi, Milano e Roma, si preoccupa meno del vigore comunicativo della giacca e si interessa che essa generi un'impressione di compostezza, che sia estremamente duratura come linea e come costruzione e che utilizzi il meglio in fatto di interni, foderami e tessuti. E' in questo tipo di sartoria che nascono i princìpi cui il Suo conoscente faceva riferimento. Non sono sbagliati, ma sottintendono una clientela diversa da quella che vuole identificarsi molto profondamente nel vestito. Non ne faccio una questione di gerarchie. Un abito di Caraceni è ammirevole quanto uno di Rubinacci, anche se è stato poi il vivaio napoletano a generare i veri Geni, i mostri sacri al livello di un Vincenzo Attolini o di un Antonio Schiraldi (che Dio li abbia in gloria). La sartoria "Internazionale" ha comunque dominato il mondo da sempre ed in particolare dalla decadenza di quella londinese fino all'ascesa di quella napoletana. Non sappiamo se questo successo, che ora è ad un livello di apoteosi, sarà durevole. La guida dello stile napoletano è stata assunta con un incruento colpo di stato dai creatori di su-ordinazione, sottraendolo ai legittimi eredi che ne erano gli artigiani del su-misura. Come le migliori linee internazionali vennero saccheggiate dalla confezione già molto tempo fa, così i finti artigiani saccheggiano ora quelle del puro artigianato partenopeo. La velocità con cui l'industria brucia ogni cosa, miti compresi, non depone a favore di una lunga durata del fenomeno, ancorché oggi non si vedano alternative. In ogni caso mi sembra che la parabola che si accingano a compiere i vari Kiton & Co. sia quella già compiuta dagli stilisti. Decadenza compresa.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 21-01-2003
Cod. di rif: 150
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Richiesta
Commenti:
Caro Gran Maestro Maresca,

mi trova perfettamente d’accordo sul parallelismo Kiton&Co. – stilisti, teoria se si ricorda già discussa in passato. Negli ultimi tempi il saccheggio della sartoria e del suo mondo è perpetrato ovunque e senza ritegno. Per non parlare dello stile napoletano : ogni capo esposto in qualunque vetrina maschile sembra vantare un origine partenopea.
Continua purtroppo a sfuggirmi la definizione dell’angolo del cran. Non afferro come quest’ultimo possa essere formato dalla cucitura collo-bavero ed il bavero : la parte di bavero che forma il cran è il proseguimento della cucitura suddetta…
Dando seguito ad una richiesta di un mio caro amico trasferitosi a Bologna sono a chiederLe un indirizzo di una “ispirata” camiceria artigiana nella città felsinea; sono candidamente a confessarLe che lo stesso nominativo potrebbe rivelarsi prezioso anche per il sottoscritto.

Fedelmente Vostro,
Lorenzo Villa


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 21-01-2003
Cod. di rif: 151
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Malinteso chiarito
Commenti:
Evidentemente si parlava di due cose vicinissime, ma diverse. Riporto la sua frase iniziale: "mi sono trovato a discutere con un sarto sul corretto angolo tra collo e bavero di una giacca". Poiché collo e bavero non si incontrano nel cran, ma in una cucitura, da questa frase ho capito che l'angolo che la interessava fosse quello di questa cucitura tra angolo e bavero. Essa traccia un segmento che con il bavero stesso (il lembo interno, capiamoci) crea un angolo piuttosto importante nell'economia estetica e determinante in quella costruttiva. Era su quest'ultimo che io appuntavo la mia attenzione. Non so i lettori terzi cosa abbiano capito di questa discussione, ma spero che adesso essa si sia incanalata su un binario che porti da qualche parte. Quanto all'angolo di cui il vbran deve aprirsi, in qualche parte ho già dato per scontato che ritengo debba approssimarsi ai 90° o raggiungerli, mai superarli.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 21-01-2003
Cod. di rif: 152
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Chiaro
Commenti:
Illustre Gran Maestro,

la Sua pronta risposta risolve in un solo colpo i due quesiti che si erano, probabilmente per mio errore, incatenati e confusi. Ora è tutto chiaro, spero anche per gli altri lettori.

Cavallerescamente,
Lorenzo Villa


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Nome: Lorenzo Villa
Data: 24-01-2003
Cod. di rif: 153
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Maglieria
Commenti:
Carissimo Gran Maestro, irriducibili Cavalieri,

dopo un mio breve accenno di qualche mese fa, vorrei riportare l’attenzione su di un importante accessorio del guardaroba di un monsieur : la maglieria.
Da quando misi piede su questo mondo vivo tra gomitoli e rocche di pregiati filati, avendo una madre che lavora da sempre in questo settore.
Siamo tutti consapevoli che un maglione, per fine e pregiato che sia, mai e poi mai potrà sostituire la giacca o un abito. Certo è, che nei momenti più informali ci mette al caldo e ci avvolge di una eleganza tutta sua. Che dire di un bellissimo maglione in Shetland ? Di un caldo e morbido girocollo a 3 fili in Alpaca ? Di un eterno scollo a V in lambswool inglese che diventa ogni anno più bello…
Il mio amore per la maglieria nasce da lontano e si sviluppa sulla stessa base della mia estrema passione per la sartoria e la camiceria : il su misura. Posseggo solo maglieria su misura e ritengo che questo sia un dettaglio quasi sempre trascurato nel guardaroba dell’uomo elegante di oggi.
Spero di avere stuzzicato il Vostro interesse per un capo troppo spesso ignorato.

Cavallerescamente Vostro,
Lorenzo Villa


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Nome: Andrea Rizzoli
Data: 24-01-2003
Cod. di rif: 154
E-mail: andrea.rizzoli@nuovaitalmatic.it
Oggetto: Maglieria su misura e punto vita.
Commenti:
Gentile Gran Maestro e corrispondenti voi tutti,
intervengo per la prima volta su questa lavagna, e lo faccio porgendo una domanda da incompetente sull'argomento proposto dal sig. Villa. Sembra che l'abbigliamento classico maschile possa esprimere un linguaggio tutto particolare, basti pensare al significato che un certo taglio del cran può avere nell'economia dell'intero abito. Questo linguaggio può essere espresso al meglio solo attraverso capi su misura, gli unici che possano vantarsi di poter "parlare" e di esprimere, nei casi più alti, una certa poesia e teatralità: mi chiedo se esista questa varietà di linguaggio anche per la maglieria (da qui la necessità del su misura).
Vorrei, inoltre, soddisfare una mia curiosità, chiedendo al Gran Maestro cosa intenda per punto vita lungo o corto, secco o sfumato, così come è stato accennato in un suo precedente intervento a proposito del cran.
Congedandomi, porgo i miei più cordiali saluti a tutti i frequentatori di questa lavagna.


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 27-01-2003
Cod. di rif: 155
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Il Conte di Perth
Commenti:
Ho passato il fine settimana sul Cervino, in Svizzera, dove la Wyler Vetta mi aveva invitato a parlare del concetto di Lusso in un convegno della società in vista del Salone di Basilea. L'albergo dove si svolgevano i lavori, il Riffelalp di Zermatt, era decisamente lussuoso in ogni dettaglio, ma aveva dei computer troppo lenti. Abituato alla mia stazione ADSL, mi sembrava che il macchinario stesse per tirare le cuoia ad ogni clic, sicché ho lasciato la frequentazione del sito per qualche giorno. Trovo ora nella Lavagna dell'Abbigliamento un paio di quesiti del signor Rizzoli ed una dichiarazione dello Scudiero Villa, cui mi affretto a replicare.
1 - La forma di espressione più completa e complessa è quella del capo spalla e subito dopo della scarpa. Però tutto ciò che tocchiamo ed indossiamo, potendo essere ricondotto ad una nostra scelta, ci descrive in modo più o meno eloquente: gli occhiali, l’orologio, l’automobile, la nostra donna e senz’altro la maglieria. I colori, i materiali e le forme dicono moltissimo. Lo dimostrerò alla fine di Febbraio su MONSIEUR, affidandomi tra l'altro ad una foto del 75° Conte di Perth. Questo Signore dalla tripla esse, sconosciuto, indossava nell’occasione un vecchio gilet smagliato. Io sono restato intere ore ad osservare quest’immagine, che apparve su Class nel 1991. A voi basterà un attimo per cogliere nella scelta del colore e del materiale, nel perseverare nell’indossare il proprio vecchio gilet, nelle perfette poroprorzioni del capo di maglieria rispetto al contesto, tutta la straordinaria forza espressiva di un capo giusto nella situazione giusta. Tra gli altri linguaggi vi sono quelli delle fogge e quelli del colore, di cui si può fare qualche esempio. Una treccia suggerisce un'idea di brughiera, di aria aperta fredda e umida, di virile isolamento, di sensibilità alla natura. Una lana rasata e lucida è cittadina e formale, professionale. Lo scollo circolare con collo sbottonato è dell'uomo pronto in ogni momento, quello a V del riflessivo. Il blu suggerisce una barca, il giallo un cane ed un fucile, il salmone un atteggiamento sempre a la page, il rosa è del romantico seduttore, il celeste del tradizionalista affidabile etc.
Quanto all'articolo che accompagnerà la foto del Conte e molte altre, si tratta di un diluvio biblico di 36.000 battute, lungo le quali introdurrò il lettore alla storia ed alla psicologia del vestire. Si inaugura così un ciclo dove ritroverete alcuni concetti espressi per la prima volta proprio su queste Lavagne, che sono ormai la mia palestra quotidiana.
2 – Per comprendere la differenza tra un punto vita lungo ed uno corto, immaginiamo nel primo caso il profilo di un rocchetto e nel secondo quello di una clessidra. La parte dove il diametro è al minimo è estesa nel primo caso e ridottissima nel secondo. Se poi la riduzione di diametro viene introdotta per così dire da uno scalino, avremo un effetto brusco. Se si tratta di un piano inclinato dolce, parleremo di un punto vita sfumato.
3 - Io praticamente non possiedo maglieria. Non avendo un laboratorio che me la confezioni su misura, preferisco rinunciare. I pullover in commercio sono sempre lunghi e schiacciano la parte ampia dei pantaloni. In genere le V dei colli sono troppo lunghe e così le maniche. Chiedo quindi al buon Villa, che pare saperla lunga, di indicarmi qualche laboratorio ad hoc (anche più d’uno, perché la mia sete di conoscenza è inestinguibile). Mi servivo una diecina di anni fa da una signora romana, che da tempo ha cessato l’attività. Ora ho cambiato taglia e quei capi non posso indossarli, ma non cedo di un millimetro alle lusinghe della confezione: ho accettato il mio destino e sono andato questi giorni sulla neve a –10° senza un solo maglione. Un vero tour de force.


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Nome: Lorenzo Villa
Data: 28-01-2003
Cod. di rif: 156
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Maglieria artigiana
Commenti:
Caro Gran Maestro, egregio Sig. Rizzolo,

l’opportunità di vestire con maglieria su misura da parte di un gentiluomo va ricercata proprio nelle acute osservazione del Gran Maestro e nella difficoltà di conciliare le proposte della moda con le esigenze dell’eleganza. Il farsi realizzare su misura un maglione evita ogni tipo di problema sulla scelta del colore, del modello, della pesantezza e, naturalmente, sulla taglia.
Quante volte abbiamo provato un capo che ci vestiva benissimo di corpo ma le maniche erano corte (o lunghe) ? Potrei continuare a lungo con esempi di questo genere.
Aggiungo anche che la maggior parte della maglieria industriale è ottenuta con pezzi “tagliati” e cuciti a macchina; in un prodotto artigianale i vari elementi componenti il maglione, mi riferisco in particolar modo a maniche, collo e bastonetto, dovrebbero invece essere “calati” e cuciti a mano. Per non parlare delle asole : le asole cucite a macchina della maglieria industriale si slabbrano dopo poco tempo, mentre le asole ricamate a mano sono quasi eterne.
Questo necessariamente implica un grado di finitura e una vestibilità incredibilmente più elevate.
La nota dolente è nella quasi totale scomparsa di magliaie e laboratori artigianali capaci e disponibili. Sembra di parlare di camicerie artigiane…
Io ho la fortuna di avere una madre che ha un negozio di maglieria e di filati che realizza capi su misura. Posso quindi scegliere direttamente la materia prima, su cui poi una valente e non più giovanissima magliaia costruisce, su mio modello, il caldo maglione. Nella mia città si può ancora trovare qualche valido indirizzo di attempate signore che lavorano in casa.
Ho inoltre segnalato all’interno del nostro Fondaco delle Spezie Rare l’indirizzo di un negozio-bottega di Parma, Alberto Boschi, che realizza, appoggiandosi ad un artigiano, capi di maglieria su misura con filati pregiati. Non appena sarò in possesso di altri valenti nominativi, anche in altre città, sarà pronto il loro inserimento all’interno del Fondaco.
La gentile richiesta del Gran Maestro potrebbe invitare tutti i frequentatori di questa Lavagna a segnalare validi indirizzi, qualora ne siano a conoscenza. Io come Lui sono un “assetato” di conoscenza che, in questo campo, si limita solo alla mia città.

Sempre Vostro,
Scudiero Lorenzo Villa.


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Nome: Franco Forni
Data: 29-01-2003
Cod. di rif: 157
E-mail: gonfal@tin.it
Oggetto: Maglieria: calze e maglioni
Commenti:
Caro Scudiero Villa,
la sua ultima risposta al Gran Maestro sulla maglieria mi riempie di una gioia che credevo non poter provare mai più.
Sentire parlare di maglieria a mano, di maniche, collo e bastonetto “calati” e cuciti a mano mi fanno tornare ad un tempo non troppo lontano in cui tutto questo era possibile, quasi normale e suscitano in me un’ondata di emozioni e di ricordi legati alla mia giovinezza.
Amo lo shetland e sono uso indossare maglioni Robertson a treccia che erano appunto confezionati con la “calata” e cuciti a mano.
Qualche anno fa, due, tre, non tanti, mi sono recato dal mio solito fornitore per acquistarne uno. Ebbene i commessi non sapevano nemmeno più di cosa parlassi, mi proponevano improbabili oggetti con attaccati scudetti di cuoio riportanti il marchio. Solo il titolare, a volte, ricordava tristemente i bei prodotti che fino a poco prima aveva tenuto e che ora non teneva perché nessuno li richiedeva più.
Ricorda la teoria del Nobel Ackeloff ? In pochi campi credo abbia avuto più rapida ed esemplare applicazione.
Ho fatto ricerche su Internet, ho intrattenuto una fitta corrispondenza con produttori dello Shetland e sa quale è stata la risposta? Di rivolgermi ad un certo De Paz di Bologna, Italia, che forse aveva ancora qualcosa di simile…
C’è un mondo di cultura e di emozioni dietro la maglieria ed io ho avuto la fortuna di viverne una buona parte.
Ricordo una foto del Principe di Galles in pantaloni alla zuava con pull over a rombi e calzettoni uguali, una meraviglia, una splendida sintesi di eleganza sportiva.
Avevo individuato una signora che in Umbria faceva calzettoni a mano, ho conservato l’indirizzo, ma è passato tanto tempo.
Purtroppo non si può prendere dappertutto, amico mio. A presto.
Cavallerescamente suo,
Franco Forni


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Nome: Franco Forni
Data: 29-01-2003
Cod. di rif: 158
E-mail: Gonfal@tin.it
Oggetto: Amarcord Anglomania
Commenti:
Quando ero piccolo mi capitava a volte di accompagnare i mie genitori al cinema e, più che capire la trama, ascoltavo con orecchi aguzzi i loro commenti sui nostri attori che mi apparivano come ombre sfocate dei loro archetipi di oltremanica, il frustrante surrogato di ciò che si sarebbe veramente voluto possedere, indossare, ballare. Sentivo infatti mia madre sussurrare a mio padre: “ domani vado a vedere se De Paz (ancora lui, il padre, però) ha un tessuto come quello”.
Più tardi, imparato a leggere, invece che soffermarsi su Defoe o Dickens, la mia attenzione si cristallizzò su P. G. Wodehouse, Somerset Maugham, Edgar Wallace ed i loro personaggi. Nelle loro pagine scoprivo a poco a poco quanto fosse diversa, incantatrice, superiore la vita inglese: le tavole apparecchiate di tutto punto per la colazione al mattino, la complessa cerimonia del tè (altre porcellane, altro Sheffield) nel pomeriggio, i cortili di Oxford e Cambridge, la folla dei teatri del West End, il Ritz.
A me venivano date uova al prosciutto la mattina, con disapprovazione della nonna e meraviglia della cameriera che ci considerava degli originali. Mio padre, che mangiava caffelatte ristabiliva l’equilibrio. La guerra era finita da poco e non c’era ancora la televisione. Solo dalle fotografie dei settimanali illustrati riverberava la compiutezza degli archetipi: Anthony Eden, il colonnello divorziato Peter Townsend, lo “scudiero” e sfortunato amore – in quanto divorziato - della Principessa Margaret, Lawrence Olivier e Vivien Leight fasciati nei loro Burberry sotto la pioggia. Allora il trench era veramente per pochi e noi, che vivevamo a Bologna dotata di portici, portavamo solo cappotti.
Alle medie, con gli amici, abbiamo cominciato a fare sul serio; quante cose c’erano da imparare, studiando con il giusto trasporto quelle foto. La misura degli spacchi laterali di una giacca sportiva, i bottoni di un blazer, la sovrana arditezza di una camicia a righe sotto un vestito a righe.
Al liceo poi, il più della conversazione, avvolta nei fumi delle Senior Service o Craven A rubate ai genitori e fumate di nascosto nei gabinetti della scuola, verteva sul “vestire all’inglese”. I tessuti, i modelli delle scarpe Lobb (con accese discussioni tra chi sosteneva e chi negava che la derby di Lobb avesse sul didietro lo “sperone” anche se poi andavamo da Roveri o Cavazza dove negavano addirittura l’esistenza dei ferretti ), le lane e le marche dei pullover, gli impermeabili e gli ombrelli, i cravattai di Jermin Street, le calze Argyll (quelli si, tanti, sempre da De Paz) e i calzettoni Donegal visti solo in foto, il “sea island cotton” per le magliette estive, il lino irlandese per i fazzoletti, i “pin-stripes” e i “chalk-strikes”, l’intesa tra Edoardo Windsor e il sarto Sholte che tuttora ignoro chi sia, la lobbia di Lock che Oliver portava in Rebecca, i colli delle camice di David Niven per i quali tormentavamo le camiciaie, anziane già allora.
Una vera scienza, costruita a migliaia di chilometri di distanza, forse qua e là fallosa ma sempre ardente di passione. Sinché, alla fine dei Cinquanta non cominciarono i primi viaggi in Inghilterra dei compagni più grandi. Erano viaggi per gli apprendisti anglomani, stupendi e felici, ma il vero tripudio stava nel ritorno. Nell’arrivare a scuola o al Circolo Tennis con la cravatta delle Coldstrem Guards o del Clare College. Nell’esibire le scarpe scamosciate di Foster & Sons, il foulard di Tremmer o di Holland & Holland, le magliette di Allen & Solly, i cardigan in cammello naturale di Harrods, le calze di Thurnbull & Asser. E, soprattutto nel raccontare per ore i tesori d’arte visti nelle vetrine di Londra, i soli musei cui fossimo veramente interessati. La prima volta che venni mandato in collegio in Inghilterra – avevo 16 anni -, in una gita a Londra spesi tutto tra la Scotch House e Harrods e per fortuna che il ritorno era pagato.
Questa si, era anglomania. E infatti sconfinava nello scimmiottamento in un overacting nient’affatto inglese. Ma aveva di buono l’essere una specie di opera aperta, un continuo accrescersi delle conoscenze, una stratificazione infinita di nomi, strade, negozi, marche. Anche perché dopo il viaggio in Inghilterra veniva quello in Scozia e in Irlanda, dunque nuovi tipi di tweed, altri plaid e pullover, altri berretti e ombrelli per il golf, in un’ulteriore accensione dell’idea fissa. Nel 1983, ben istruito da Dante De Paz tornai con 11 colli e 88 chili di bagaglio.
Sinchè ad un certo punto la passione declinò bruscamente, e poi si spense. Fu alla fine degli anni sessanta, al tempo dei Beatles, di Mary Quant, dei film di James Bond. Un mondo intero incominciava così a decomporsi.
La società che aveva messo tanto puntiglio, una generazione dopo l’altra, ad imitare se stessa, stava facendo “harakiri”. Niente più ministri vestiti come Harold MacMillan o Douglas Home, il Ritz e Harrods in mano agli arabi, Jermin Street invasa dai coreani.
Ma noi anglomani di provincia che recepiamo le novità sempre con un certo ritardo abbiamo voluto insistere. Ancora negli anni ‘ 70 ai primi di ottobre formavano “gruppi di acquisto” che finanziavano il viaggio verso Livigno dove, dalla Giuseppina Mottini, arrivavano i nuovi Ballantyne a rombi con la mosca e, in misura più ridotta, i mitici Robertson dai quadretti piccolissimi al netto dell’IVA del 35%. Si partiva con una valigia vuota ed un paio di sci per non destare sospetti nei doganieri ed al ritorno si passava dalla Svizzera, via S. Moritz.
Se questo non è amore, anche per la maglieria …
Franco Forni
Bologna 29 gennaio 2003


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 29-01-2003
Cod. di rif: 159
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Grande Forni
Commenti:
Dio mio,
l'eleganza ed il trasporto, il non detto che preme al di sotto dell'espressione, la vastità degli spazi e dei tempi portata ad una visione onirica, fanno dell'intervento dell'Ing. Forni un capolavoro. Forse la cosa più bella che questa Lavagna abbia riportato. Non c'è nulla da aggiungere, perché la giusta miscela di conoscenza e sentimento, di memoria ed oblìo, è assolutamente esemplare.
Di quello Sholte citato ben a proposito tra i "padri" inglesi e dell'importanza del suo "sodalizio" con Edoardo Principe di Galles, Re d'Inghilterra, Duca di Windsor e Imperatore del Gusto, si potrà leggere una mia rievocazione nel prossimo numero di MONSIEUR. Il brano di Forni ne anticipa e sintetizza molte parti, con una leggerezza sublime. Una penna ispirata.
Grazie.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 29-01-2003
Cod. di rif: 160
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Unico
Commenti:
Caro Ing. Forni,

il Suo scritto è bello, bellissimo.
Traspare da ogni parola l’amore per la ricerca della quintessenza del Bello. Rimango incantato, estasiato nell'anima.
Quanto ho da imparare…

Suo,
Lorenzo Villa


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Nome: Andrea Rizzoli
Data: 29-01-2003
Cod. di rif: 161
E-mail: andrea.rizzoli@nuovaitalmatic.it
Oggetto: Futuro
Commenti:
Gentili signori,
le vostre risposte e commenti sono stati esemplari per competenza e passione espressa. Mi avete fatto intuire che esiste un mondo, quello della maglieria, che ancora non conoscevo, se non per quel poco che si può dedurre dall'esperienza quotidiana e dalla lettura di qualche libro. Purtroppo, dai vostri scritti (ed in particolare da quello, bellissimo, dell'ing. Forni) emerge, ancora una volta, la nostalgia per prodotti oggi sempre più rari, anzi oramai "estinti": se il presente offre così poco, cosa mai potrà riservarci il futuro? La vostra meravigliosa associazione sta facendo conoscere a chi vi segue esperienze uniche, compiendo una vera e propria operazione culturale: ma la mia volontà di apprendere dove potrà mai aggrapparsi per una vera esperienza "sul campo"? Le occasioni sembrano essere sempre più rare: cosa fare affinchè certe tradizioni continuino a rendere più autentico il nostro modo di vestire? Si tratta di un argomento già trattato in queste pagine, tuttavia sento la necessità di un certo approfondimento.
Cordiali saluti.
Andrea Rizzoli, 29/01/2003.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 29-01-2003
Cod. di rif: 162
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Pazienza ...
Commenti:
Viviamo in un mondo che sta abbandonando in maniera inesorabile il gusto delle belle cose e il piacere di possedere prodotti dove la qualità è senza compromessi. Prodotti che esprimono la natura di chi li ha creati e la personalità di chi li ha voluti.
Il numero di commercianti che hanno perso ormai ogni velleità qualitativa sono esplicativi del fenomeno in atto.
Trovare capi di Robertson, Barrie piuttosto che Pringle o Glemmac di anni fa, anni in cui si produceva in maniera molto, molto diversa, non è però cosa così ardua.
Queste maglie infatti sono rigettate da negozi che molto probabilmente le ritengono obsolete e senza ormai alcun interesse (come dicono loro : fuori moda), forse perché condotti da personaggi del calibro di quelli accennati dal nobilissimo Cavaliere Franco Forni.
Cercando e cercando con cavalleresca pazienza…

Scudiero Lorenzo Villa


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Nome: Andrea Rizzoli
Data: 30-01-2003
Cod. di rif: 163
E-mail: andrea.rizzoli@nuovaitalmatic.it
Oggetto: Ricerca
Commenti:
Gentile sig. Villa,
non mancherò di certo di seguire il suo consiglio. Terrò in considerazione le sue indicazioni per eventuali prossimi acquisti: abitando nei pressi della città di Bologna, una visita agli indirizzi da lei indicati a Parma sarà certamente un buon inizio per la mia ricerca personale, oltre, ovviamente, al felsineo De Paz.
Cordiali saluti.
Andrea Rizzoli, 30/01/2003.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 03-02-2003
Cod. di rif: 164
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Il drago
Commenti:
Egregio signor Rizzoli, corrispondenti tutti,
il Suo timore di impegnarsi in una ricerca vana nella maglieria e nel resto, mi ispira alcune considerazioni.
Il mondo conosce un'estensione in ogni campo della regola dell' "usa e getta". I fazzoletti di carta durano una sola volta, gli accendini e i rasoi qualche giorno, le giacche un anno e le auto tre. Snoopy la chiamava già trent'anni fa "Obsolescenza programmata". Ai tempi in cui schiacciavamo i nasi contro le vetrine in attesa del momento di un acquisto a lungo preparato, sarebbe stato impensabile proporre al pubblico una scarpa come quelle oggi diffuse: con un fondo incollato in materiali e forme che non sarà mai possibile sostituire. Già da tempo è difficile far risuolare una scarpa, ma lo status di oggetto deperibile è stato dichiarato quanto alla calzatura proprio da questi nuovi modelli. Il loro valore simbolico è pertanto da tenere in grande considerazionese, perché ci indica dove si nasconde il nostro nemico. Noi siamo spesso consideratio degli edonisti spendaccioni, ma il rifuggire dall'economia non è indice di capricciosa vanità e volubilità. Al contrario, noi sosteniamo i prodotti che per concetti, materiali e stile siano duraturi, perché la natura dell'Uomo e segnatamente quella maschile non era vocata per istinto al consumo, ma piuttosto al governo assennato dei beni. Lo sviluppo di una mentalità consumistica rappresenta una patologia che può essere combattuta solo mantenendo un certo numero di persone interessate all'estetica classica, al prodotto il cui valore sia intrinseco e non appiccicato dall'esterno con marchi, formule, advertising, ammiccamenti e testimonial. Ciò comporta il mantenimeto di una cultura, perché se la gratificazione del nulla oggi in commercio è offerta in parte dall'acquisto in sé stesso ed in parte dalla pressione iconografica che spinge ad un'identificazione sociale attraverso quel prodotto, a credere di aver bisogno di libertà ed originalità e paradossalmentee a convincersi che queste si trovino in una sola direzione, se l'oggetto di consumo dunque porta in sé stesso le motivazioni, l'oggetto di qualità trova la tensione alla scelta all'interno del cliente. Per questo essa, una volta nata, non muore facilmente.
Orbene, il nostro castello ela nostra istituzione cerca per Statuto e per temperamento di mantenere ed anzi alimentare la conoscenza ed il gusto, affinché esse si traducano in mercato. Pertanto la ricerca di una maglia o di un lacciuo da scarpe, di un bottone o di un pellame, non va vista come una perdita di tempo, come un gesto nostalgico e nemmeno come una perversa strada di affermazione individuale. Di gesti come questi va vista l'influenza planetaria. Ogni volta che un uomo rifiuta un biccchiere di plastica o esige un determinato oggetto o comportamento, motivandolo e perseguendolo secondo un canone e non per capriccio, conficca una lancia nella carne del drago. Il suo nome è "tanto è lo stesso", ma si fa chiamare anche "non ho tempo" ed in alcune occasioni l'ho visto sotto i panni dimessi del signor "non ci tengo". Cavalieri, scudieri, visitatori, date prova del Vostro valore non cedendo alle sue lusinghe. Da soli saremmo impotenti contro la sua forza, ma se non possiamo batterlo, ciascuno non rinunciando alla propria coscienza profonda possiamo tenerlo a bada.

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Nome: Gianluca Chiusa
Data: 03-02-2003
Cod. di rif: 165
E-mail: gchius@libero.it
Oggetto: Sito dedicato alle calzature
Commenti:
Illustre Gran Maestro, cavalieri mai domi,
intervengo nel fitto ed interessantissimo carteggio che nobilita queste lavagne per segnalare un sito web di assoluto interesse per tutti i gentiluomini amanti delle calzature di qualità. Si tratta di un sito in lingua francese e l’indirizzo è www.souliers.net . I contenuti sono a mio giudizio molto buoni, così come la qualità delle immagini. Interessante è anche la sezione dedicata ai link, laddove sono presenti collegamenti con alcuni siti giapponesi ricchi di immagini delle splendide collezioni Berluti e Lobb, meraviglie della cui vista non sono mai sazio. Unico neo la mancanza di ogni riferimento ai maestri Peron, bottega che ho prontamente segnalato agli autori. Per chi conosce i periodici francesi dedicati all’uomo si accorgerà che il sito riporta svariato materiale pubblicato dalla splendida rivista “Trépointes”. Riprendendo quanto saggiamente affermato dal nostro inarrivabile Gran Maestro nella Sua del 3/2, spesso siamo portati a sottovalutare se non a deridere quanto abbia origine transalpina, senza renderci conto di quanto l’uomo, il suo universo, la sua cultura e credo il bello in senso assoluto siano spesso stati maggiormente valorizzati e celebrati dai nostri “cugini”. Dobbiamo ringraziare Franz Botré e tutta la redazione di Monsieur se oggi abbiamo la possibilità di sfogliare un periodico maschile in italiano degno di tal nome, altrimenti saremmo ancora a vagare tra orribili riviste patinate ricche di pessime pubblicità e povere di contenuti. Il drago del cattivo gusto è un avversario davvero temibile, solo con la disciplina, la ricerca e l’aspirazione un moderno San Giorgio lo potrà sconfiggere, ma come si usa dire… l’unione cavalleresca fa la forza.

Cavallereschi saluti

Vostro scudiero
Gianluca Chiusa



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Nome: Lorenzo Villa
Data: 04-02-2003
Cod. di rif: 166
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: A morte il drago
Commenti:
Caro Gran Maestro,

ho letto e riletto più volte la Sua del 3 Febbraio. Ne condivido ogni singola parola.
Cavalieri, amanti del buon gusto, la nostra spada e la nostra fede faranno sì che il nostro Castello sia inespugnabile. A qualunque costo.

Sempre Vostro,
Scudiero Lorenzo Villa


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 04-02-2003
Cod. di rif: 167
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Guerrieri
Commenti:
Scudiero Villa,
Lei alza la sua spada e dichiara la Sua fede. Dal Suo grido, sappia chi La legge che il nostro è un sodalizio guerriero. Nessuna compiacenza o artifizio qui dove si crede.
Numquam Servavi

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Nome: Osvaldo Conforti
Data: 05-02-2003
Cod. di rif: 168
E-mail: osconforti@katamail.com
Oggetto: combattenti
Commenti:
Egr. Gran Maestro,

seguo sempre con attenzione e interesse le conversazioni qui trattate da Voi combattenti cavalieri. Le chiedo una spiegazione sul suo potente avviso a noi umili lettori : “Nessuna compiacenza o artifizio qui dove si crede.” Cosa significa ?

Grazie per l’attenzione e i per gli insegnamenti e cordiali saluti.

Osvaldo Conforti.


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 05-02-2003
Cod. di rif: 169
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Compiacenza ed Artifizio
Commenti:
Egregio signor Conforti,
quanto al rullo di tamburi che chiudeva il mio ultimo "gesso" su questa Lavagna, ne traduco il significato.
La Compiacenza è l'algoritmo del politically correct, che significa in italiano: se dico bene o male di X, dovrò essere tanto buono e giusto da dire altrettanto bene o male di Y. E' la morale di chi pone il compromesso come presupposto e non come eventualità.
L'Artifizio è la presentazione di cose, persone e situazioni "come-si-vorrebbe-che-fossero" e non "come-sono".
Orbene, credere fermamente in qualcosa impedisce sia il primo che il secondo atteggiamento.
Mi consenta di notare che il concetto, espresso così per esteso, appare molto meno efficace.

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Nome: Andrea Rizzoli
Data: 05-02-2003
Cod. di rif: 170
E-mail: andrea.rizzoli@nuovaitalmatic.it
Oggetto:
Commenti:
Stimato Gran Maestro,
il suo intervento del 3 febbraio mi sprona a riprendere con rinnovata forza la via della conoscenza e del buon gusto. Ritengo che la battaglia contro il drago risulterà vittoriosa solo se l'esercito sarà numeroso, preparato e corraggioso: in ciò, la sua associazione rappresenta la bandiera da seguire, i suoi cavalieri l'esempio da imitare.
Andrea Rizzoli, 05/02/2003.


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Nome: Massimo Conforti
Data: 09-02-2003
Cod. di rif: 171
E-mail: info@massimoconforti.com
Oggetto: La giacca
Commenti:
Stimatissimi Cavalieri,
sono Cavaliere da poco tempo, mi sono purtroppo perso i Laboratori dell'eleganza. Non nascondo che ho un particolare interesse nell'abbigliamento. Condivido pienamente il credo del C.O., condividendo la bellezza e l'unicità del capo artigianale e sartoriale. Vivo in una città con poca senso dell'eleganza e del buon gusto, l'imperativo quotidiano quì è: guadagnare! Perciò mi sono rivolto ad un sarto, non conosciuto, ed insieme stiamo costruendo una linea per i miei abiti che uniscano il mio gusto con le sue capacità, peraltro notevoli malgrado la non conoscenza.
Perciò, Vi sarei molto grato se mi consigliaste e svelaste quei particolari che una tipica giacca dal taglio napoletano dovrebbe avere. Sarebbe per me un regalo di inestimabile valore.
Cavallerescamente da Brescia
Massimo Conforti

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 10-02-2003
Cod. di rif: 172
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Ancora sulla giacca napoletana
Commenti:
Egregio Cavaliere Conforti,
già in altre occasioni ho toccato l'argomento che La interessa. Procedo ora, su Suo impulso, ad una disamina più accurata, che La terrà impegnata alcuni minuti.

Come mai molti uomini tra i più esigenti amano vestire a Napoli? Perché un abito napoletano è così riconoscibile? La risposta alle due domande è la stessa: perché la Sartoria Napoletana è depositaria di un codice stilistico ben preciso. Ripetuto in modi diversi da diversi interpreti, esso risponde comunque ad una matrice unica, e perpetua una scuola la cui tradizione conferisce al prodotto un marchio così evidente da non aver bisogno di etichette. Quando però ci si domandasse, o si chiedesse al proprio stesso sarto, quali siano le caratteristiche che distinguono la Sartoria Napoletana, probabilmente non si giungerebbe ad un risultato univoco. Questo non perché si tratti di una definizione impossibile come per l’ amore o la poesia, ma in quanto il problema non è stato mai studiato storicamente e stilisticamente in modo organico. Spero di reperire un giorno i fondi per la costituzione di un Museo dell’ Eleganza Napoletana, che permetta l’ acquisto, la conservazione e lo studio di prodotti autentici dei migliori Maestri degli ultimi settant’ anni. Solo così sarebbe possibile dimostrare in modo scientifico l’unità della scuola napoletana, ricostruire filologicamente l’itinerario storico delle linee generali e dei singoli dettagli che la compongono. Purtroppo non c’ è molto tempo per raggiungere quest’ obiettivo. L’ opera di Attolini, Gallo, Blasi, Dinardi, Albino, Schiraldi e tanti altri, non trova alcun riconoscimento. Gioielli in cui sono incastonati sogni e miti di due generazioni, che hanno caratterizzato il cinema ed i rotocalchi dei padri e dei nonni sono ormai senza luce, e non hanno una voce che parli per loro. Opere per le quali potrei dare un braccio giacciono misconosciute, preda delle tarme, o vengono dismesse come doni alla servitù. Non hanno un mercato, né una valutazione. Se ne parla poco, e non si sa se e dove ce ne siano. Credo sia ancora possibile trovarne presso il guardaroba di antiche famiglie, ma l’impossibilità di attribuire loro un prezzo le rende invendibili. Occorre una motivazione morale per chiedere al figlio l’abito paterno, che per motivi morali viene ancora conservato. Senza un’ attenzione istituzionale, pubblica o privata che sia, si tratta di un patrimonio d’arte e di cultura che andrà presto completamente disperso e che forse troverà una sola persona a piangerne la fine. Prima che ciò accada, su questa storia mi vedrete ritornare. Il Gran Maestro non è tipo da mollare l’osso.

Veniamo alla domanda del Cavaliere Conforti, dietro la quale vi sono molti altri che si pongono interrogativi simili. Se dovessimo riassumere in una sola parola la sartoria napoletana, non potremmo trovare altro codice che questo: SCIOLTEZZA.

La costruzione di tutta la giacca è estremamente morbida. Grande attenzione si presta già nella prima fase di applicazione delle tele, che vengono tagliate leggermente di sbieco, sagomate con pinces e grande uso del ferro ed infine applicate ai “quarti” anteriori in modo da ottenere capacità interna senza che dall’ esterno il lavoro appaia troppo voluminoso. Le “forme di petto” sono così pronunciate da generare una piega verticale che attraversa da entrambe i lati la parte alta della gia. Si dice che la giacca napoletana è “spezata in petto”. Tutto ciò si traduce in comfort senza ingombrare con un’immagine di una superficie troppo ampia. Sono segreti poco noti, ma anche qualora vengano rivelati, sono inafferrabili per mani non coadiuvate da una tradizione e da una clientela del livello di quella napoletana. La concezione minimalista della Sartoria Napoletana elimina tutto ciò che è superfluo, e si concentra su un’ immagine di naturalezza conferita in sommo grado dai davanti che – come usano dire i nostri sarti – “corrono all’ indietro”. Essi tendono cioè ad aprirsi, allontanandosi gradualmente uno dall’ altro dall’ alto verso il basso. Ciò produce tra i due lati della giacca un angolo acuto col vertice in alto, effetto prodotto non dal taglio, ma solo dalla lavorazione. Tale caratteristica facilita i movimenti più naturali, come quello di portare le mani alla tasca, e contribuisce alla naturalezza del portamento. La giacca presenta in più punti drappeggi e pieghe verticali, che col tempo si accentuano: al petto, alle maniche, e, dietro, alla base della loro attaccatura. In questa rinuncia alla pulizia delle superfici è il segreto della comodità e della naturalezza.

A parte questo discorso complessivo, la maggior parte delle cose notevoli della Sartoria Napoletana possono individuarsi nella parte alta della giacca: spalla, manica e bavero. La spalla giunge al suo punto naturale, dove si congiunge ad un giro manica molto stretto. L’ampiezza della parte alta della manica “a uovo” comporta, per entrare nel giro quasi circolare e ridotto al minimo nelle dimensioni, un lavoro di ferro ed ago ed una certa “lentezza” che si traduce in pieghe verticali. E’ la cosiddetta “manica a mappina”. Il “cran”, cioè lo spacco a triangolo tra collo e bavero, si trova molto in alto. La linea piuttosto lunga che in questo modo va ad assumere la cucitura, comporta un certo virtuosismo nel compromesso tra tensioni e lentezze. Essa infatti sostiene la parte bassa del bavero e ne influenza la linea. Se la giunzione collo-bavero è troppo tesa, i baveri si arrotolano ribelli come una pergamena, nascondendo bottoni ed asole sino alla seconda. Se è troppo lenta, il tre bottoni finisce per chiudersi un po’ troppo alto alla gola, ed il collo per appiattirsi senza risalire. Il bavero è ripiegato con una curvatura modellata, che si disperde armoniosamente nella prolungata “coda di topo”. Poiché un dettaglio di questo tipo richiede una preziosa impuntura ed un gran lavoro di stiratura, che può durare delle ore, è assolutamente impensabile far stirare una giacca di questo tipo col mangano della tintoria o dalla cameriera. Solo il sarto ha diritto di pronunciare il verbo stirare, quando esso si riferisce ad una giacca. Alcuni anni fa ho dovuto dismettere uno smoking alle sue prime uscite, su cui si era posato il volenteroso ma sacrilego ferro della domestica.

Ritorniamo alla parte più caratteristica: la spalla. Essa appoggia morbidamente in ogni punto. Risale alta – ma non troppo – al collo, e scende vertiginosamente verso l’ estremità che la congiunge alla manica. Non è rettificata e non è alzata o allungata da alcuna imbottitura. Nulla la sostiene che non sia offerto dalla stessa struttura ossea dell’ uomo. Per ottenere il miglior effetto, essa deve essere costruita veramente a misura, sia in conformazione che in lunghezza. Quando una grande giacca napoletana è poggiata negligentemente su un tavolo, all’ altezza della spalla si nota una torsione elicoidale verso l’ alto, che riscatta la morbidezza dell’ insieme rivelando l’immenso lavoro che l’ ha determinata. Quella forma che vedete è la proiezione cartografica di una spalla umana. Un’ opera di ingegno e di “craftmanship” unica.

Il punto vita è profondo, ma sfumato. Si distingue perché comincia piuttosto in alto e viene disperso intorno all’ altezza naturale. La media ponderata è quindi un po’ più in alto di quella naturale, e nei prodotti migliori non si trova mai al di sotto del secondo dei tre bottoni. Questo dispositivo, mutuato dall’ antica sartoria inglese, arreca grande giovamento alla figura maschile, soprattutto se coniugato con una vita alta anche ai pantaloni. La parte anteriore appare più lunga di quella posteriore, proprio per quella tendenza a “correre dietro” ed a scivolare.

Anche prescindendo dalla linea, la giacca napoletana ha nei dettagli costruttivi e decorativi dei caratteri distintivi tipici:
La pince lunga anteriore. Quasi sempre la pince più lunga non è quella posteriore, ma quella anteriore. Essa giunge sino alla base, mentre la posteriore termina nella tasca.
Le doppie impunture. Vezzo esclusivamente estetico, nato e coltivato a Napoli. Soprattutto le giacche spezzate e gli abiti sportivi recano una doppia collana di “mezzi punti” in seta dello stesso colore, ma più scura del tessuto. Un must sul lino e sul cotone chiaro.
Bavero largo. Se a New York, Londra e Milano si porta da otto centimetri, contemporaneamente a Napoli il bavero sarà mediamente da otto e mezzo. E così via. Questo vezzo ha generato una sorta di sartoria caricaturale, sia qui a Napoli che altrove. Si vedono baveri larghi come piazze, colli di camicia e di giacca alti come torri. Evitate come la peste ogni esagerazione, per non finire nel ridicolo.
La tromba di manica. Abbiamo già descritto la parte alta della manica, larga per un giro piccolo. Vista in posizione statica, la manica è sagomata in modo piuttosto deciso: nella parte alta è larga e si chiude a cono verso il basso. Una giacca napoletana ha il diametro al polso piuttosto contenuto e va portata corta, come i pantaloni. Anche qui non bisogna esagerare come fanno alcuni, che finiscono per assomigliare a personaggi delle comiche mute.

Vista in movimento, la meccanica di questo capo rivela tutta la sua poesia. Collo, bavero, spalla e manica vivono in sintesi armonica, ma allo stesso tempo hanno una completa autonomia. Davanti allo specchio, facendo ondeggiare un braccio, nulla se non la manica entra in movimento. Il giro stretto permette con facilità qualsiasi gesto, anche la guida automobilistica. Quando l’uomo si siede, si siede anche la giacca.

Su tutto questo e sul parallelo con le altre costruzioni (che ritengo essere la giacca Internazionale e quella Londinese), leggerete qualcosa sul prossimo numero di MONSIEUR.



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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 24-02-2003
Cod. di rif: 173
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Laboratori d'Eleganza - Sartoria napoletana a Bologna
Commenti:
Cavalieri, frequentatori del castello,
ricorderete che con un "gesso" del 13.12.2002 avevo promesso da questa lavagna che avremmo avvicinato la vera e grande sartoria napoletana al nord del paese. Ebbene, il momento è giunto. Uno dei Maestri che interpretano al meglio lo stile partnopeo ha accettato di lavorare al nostro fianco in un'avventura senza precedenti. Riprenderà con lui un nuovo ciclo dei "Laboratori d'Eleganza", in collaborazione con il geniale esperto di tessuti Dante De Paz. Gli incontri avranno inizio il 12 Marzo prossimo dalle ore 09.30 alle 17.30 presso il negozio della famiglia De Paz in Bologna, Via Ugo Bassi n. 4/D (tel. 051231354), che in quella giornata non osserverà la chiusura pomeridiana per meglio pemettere agli appassionati che interverranno di confrontarsi e dialogare sulla sartoria e sui tessuti. Il ciclo proseguirà con appuntamenti bimestrali, orientativamente ogni secondo mercoledì dei mesi dispari. In tal modo coloro che avranno ordinato un capo potranno trovarlo pronto per la prova ed altri aggiungersi. Non si tratta di un appuntamento commerciale: in primo luogo nè l'associazione nè il signor De Paz effettueranno alcun ricarico. In secondo luogo, saranno attesi e benvenuti anche coloro che non intendano farsi confezionare alcunché, ma solo migliorare la propria conoscenza dell'arte e della scienza del vestire classico e dei suoi materiali. A questi appuntamenti verrà prestissimo dedicata una finestra apposita nella notra area "Eventi", dove verranno man mano pubblicate le date degli appuntamenti successivi al primo. Sapete che i sarti non amano fare preventivi o pubblicare le loro tariffe. In questo caso, trattandosi di un'iniziativa a scopo culturale, nata nell'ambito del nostro lavoro per la conoscenza e l'artigianato, si farà eccezione a questa regola. La chiarezza innanzitutto. Il costo della manifattura per un abito completo sarà di 1000,00 Euro, qualunque sia la stoffa selezionata, che verrà pagata a parte e sulla quale Dante De Paz ha promesso di avere comunque la mano più leggera possibile. Egli è Fornitore dell'Ordine, ma tratterà in questa occasione anche i non Soci con lo stesso metro. Speriamo che quest'attività incontri il favore di quei pochi - ma forse non tanto pochi - che amano il su-misura e la qualità suprema. Sul Maestro Solito potete leggere la scheda presente nel nostro Portico dei Maestri, ma su di lui abbiamo pubblicato anche qualcosa nellambito di quella galòleria di luoghi e personaggi napoletani dal titolo "Loro di Napoli" che figura nella nostra Rassegna Strampa.
Nei primi appuntamenti sarò presente anch'io, ma stiamo cercando di ottenere la presenza anche di un altro Vate dell'artigianato, anzi due: Bruno Peron e suo figlio Simone, calzolai tra i più bravi e famosi al mondo. Per chi ami l'abbigliamento virile, c'è da leccarsi i baffi.

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Nome: Andrea Rizzoli
Data: 24-02-2003
Cod. di rif: 174
E-mail: andrea.rizzoli@nuovaitalmatic.it
Oggetto: Laboratori
Commenti:
Gentile G.M.,
chiedo se la partecipazione al Laboratorio d'Eleganza "Sartoria napoletana a Bologna" è subordinata a qualche forma di
iscrizione.
Cordiali saluti.


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 24-02-2003
Cod. di rif: 175
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Laboratori e scopi
Commenti:
Egregio signor Rizzoli,
i Laboratori rappresentano un'opera umanitaria per la salvaguardia delle differenze e della tradizione maschile, cioè dei principali oggetti sui quali come C.O. lavoriamo. Sono sempre stati gratuiti ed aperti a tutti gli appassionati, gravando tutti i costi sull'associazione.
Cavallerescamente
G.M.

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Nome: Filippo Loretoni
Data: 27-02-2003
Cod. di rif: 176
E-mail: filippo@clab.it
Oggetto: Sartoria Mauro Bettoni
Commenti:
Egregi Signori,

Mesi fa ho intrapreso la ricerca di un sarto che fosse in grado di confezionare un abito di buona qualita' ad un prezzo commisurato al prodotto e che potesse inoltre garantire una certa continuita' nella sua opera e non fosse quindi prossimo a ritirarsi a vita privata.

Proprio da queste pagine ho ricevuto la segnalazione di un sarto di Varese, Mauro Bettoni appunto, che aveva tutte le caratteristiche sopra riportate.

Dopo lunghe e faticose ricerche, durate oltre 2 mesi, sono riuscito a mettermi in contatto col Signor Bettoni, il quale, con molto rammarico, mi ha comunicato di aver dovuto chiudere il proprio atelier per mancanza di clientela.

Abbiamo avuto una piacevole ed interessante conversazione, dalla quale traspariva la grande passione che il Signor Bettoni ha per la propria arte e la sua voglia di tornare nuovamente in campo. Al termine della telefonata sono rimasto amareggiato nel constatare come ormai esista un vero e proprio salto generazionale nel mondo della sartoria su misura e quanto sia difficile per chi, come me, si avvicina ora a questo mondo, trovare una guida valida ed un artigiano a cui potersi affidare.

L'argomento e' gia' stato discusso e non volendo tornare su problemi non risolvibili mi limito a ringraziare quanti mi hanno fornito aiuto in questi due mesi di ricerca.

Cordialmente

Filippo Loretoni

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 27-02-2003
Cod. di rif: 177
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Pieno appoggio ad artigiani e appassionati
Commenti:
Egregio signor Loretoni,
dia una mano al Maestro varesino dandoci ragguagli sul suo numero di telefono. Magari, vista la sua voglia di "tornare in campo", lo chiamerà qualcun altro dei nostri frequentatori. Non ho ben compreso se, anche ad atelier chiuso, Lei sia riuscito ad ottenere quello che desiderava o meno. Si faccia vivo il 12 Marzo a al primo appuntamento dei Laboratori bolognesi, dove tra appassionati ci scambieremo opinioni sull'argomento che Le stata tanto a cuore. Nell'occasione conoscerà un Maestro ancora nel pieno dell'attività, peraltro con il figlio già ben insediato dietro al banco di lavoro. A Napoli esiste anche qualche altro Maestro giovane e alcuni giovanissimi. Presto ne presenteremo uno nel nostro Portico, per dimostrare che le cose non volgono ancora alla fine definitiva e che ancora per moltissimi o tempo sarà possibile avere un bell'abito veramente su misura e autenticamente artigianale. Resta il problema del prezzo, ma come ha visto dal nostro preventivo, si può anche avere un capo di uno dei più importanti nomi contemporanei a un prezzo equo. Scendere al di sotto non sarebbe onesto da parte del committente e sarebbe non di giovamento, ma di danno all'arte.

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Nome: Filippo Loretoni
Data: 27-02-2003
Cod. di rif: 178
E-mail: filippo@clab.it
Oggetto: Ancora su Mauro Bettoni
Commenti:
Egegio Gran Maestro,

La ringrazio per il cortese invito e le assicuro che faro' del mio meglio per essere presente all'evento di Bologna.

Per quanto riguarda Mauro Bettoni, la sua disponibilita' ed amore per la sartoria lo hanno addirittura spinto ad offrirsi di confezionarmi un abito nel tempo libero, sacrificando ore preziose agli affetti ed al riposo.

Sono sinceramente tentato di accettare la proposta, nella speranza di aiutare il Maestro a tornare all'opera.

Chiedero' a Bettoni il permesso di divulgare il suo numero privato (non vorrei incorrere nelle sue ire e nelle sanzioni del Garante per la Privacy) ed appena ottenuto il consenso sara' per me un piacere pubblicarlo su queste pagine.

In attesa del prossimo incontro le porgo i miei piu' cordiali saluti,

Filippo Loretoni

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Nome: paolo liberati
Data: 27-02-2003
Cod. di rif: 179
E-mail: p_liberati@hotmail.com
Oggetto: Gennaro Solito ed altro
Commenti:
Egregio Gran Maestro,

Desidero innanzitutto complimentarmi con Lei per l'iniziativa del Laboratorio dell'eleganza dedicata alla Giacca Napoletana. Io abito a Roma e ho deciso che il Maestro Solito lo andrò a trovare a Napoli, ma sono certo che con questa iniziativa avrà fatto felici decine (almeno) di appassionati del Nord. Il valore culturale di quello che sta facendo è incalcolabile e credo senza precedenti nel nostro Paese. A proposito di Solito avrei un paio di domande da farLe. Mi chiedevo, e Le chiedo, se la giacche indossate da Salvatore Parisi nelle fotografie che lo ritraggono al seminario tenutosi in Roma dal titolo "Scegliere gli Avana" (Eventi - Novembre1999) e al Club Monsieur tenutosi al Pitti Uomo (Monsieur Marzo 2003) sono opera del Maestro Solito. Ciò che mi ha colpito nelle due giacche è un particolare a me assai caro: il terzo bottone coperto dal rever e l'asola "rivoltata" sul davanti. Poichè ho visto anche giacche del Maestro Solito con caratteristiche differenti da quelle indossate da Salvatore Parisi vorrei sapere in che misura il Maestro è disposto ad assecondare, fermi restanto i Suoi canoni stilistici, le richieste del cliente (ad esempio in tema di larghezza dei pantaloni, larghezza dei rever e via discorrendo). Le faccio infine i miei complimenti per lo splendido articolo pubblicato su Monsieur di Marzo, il mio solo rammarico è che dovrò aspettare un mese per leggere la seconda puntata!
Cordiali Saluti
Paolo Liberati

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 28-02-2003
Cod. di rif: 180
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Parisi e le sue giacche
Commenti:
Egregio signor Liberati,
La ringrazio per i complimenti e mi compiaccio per l'acutezza del Suo occhio e per la conoscenza che ha del nostro sito. Le giacche che ha pizzicato sono realizzate dalla stessa mano, ma non da Solito. Parisi è un fuoriclasse difficile da imitare, ma vale la pena provarci. Non mi costa rivelarLe un segreto: egli si serve da un sarto napoletano a Roma, il nostro Fornitore e socio Giovanni Celentano (veda Libro dei Fornitori), che ha cucito anche per me prima che per motivi di praticità mi rivolgessi al Maestro Solito. Qualunque sia la Sua scelta, volevo precisare che un viaggio a Bologna vale la pena farlo non per ordinare un vestito, ma per cominciare a capire cosa chiedere, cosa guardare. I Laboratori non sono organizzati solo per sipondere alla domanda di Sartoria napoletana, ma per soddisfare un'esigenza culturale pura. Credo che la nostra attività dimostri che il Cavalleresco Ordine è in materia critico supremo, archivio umano di sapienza e gusto. A parte la vanità nel mostrarla, la nostra scienza è a disposizione di tutti e gratuita. Come vede si spazia da un nome all'altro, perché ci è aliena ogni convenienza commerciale. Quello che ci interessa è conservare l'artigianato e la qualità nel suo lavoro, che però presuppone nel cliente la conoscenza dei parametri per misurarla. La diffusione dei negozi in franchising e delle griffe senza cultura, (ancorché qualche volta tollerabili nel gusto), sta distruggendo nel committente la capacità di distinguere il vero dal falso, il duraturo dall'effimero, la qualità reale da quella apparente. La nostra missione è quella di crerae interesse, quindi cultura e da questa desiderio e quindi infine mercato. Poiché ogni prodotto si regge in ultima analisi su un equilibrio economico tra costi e benefici, anche la sartoria può essere tentata di abbassare la guardia e allinearsi con i prodotti industriali, che dal canto loro negli ultimi cinque anni sono migliorati moltissimo, Solo una clientela che sappia bene cosa vuole potrà fermare o rallentare questo processo. Bologna e tutto il ciclo presente e futuro dei Laboratori, nonché tutta l'attività che mi vede fare in rete e sulle riviste, mira alla fine a questo risultato.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 28-02-2003
Cod. di rif: 181
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Sempre al signor Liberati
Commenti:
Dimenticavo due cosette:
1 - La ringrazio per i complimenti sul pezzo pubblicato da Monsieur e mi congratulo per essere sopravvissuto a questo diluvio biblico. Potrà leggerlo qui sul sito in versione integrale, ancora più lungo. Per esigenze redazionali, nel brano pubblicato sono stati persi quasi duemila caratteri dei 36466 originari, ma quello qui pubblicato è come mamma (o per meglio dire papà) lo fece.
2 - Solito non è tra quei sarti che si impongono sul cliente in funzione di uno stile precostituito della casa. Ovviamente deve piacere la sua giacca (può vederla indosso a lui), la sua spalla (può notarala nella foto della manica di cappotto nelle immagini del portico dei Maestri), ma per molte cose potrà soddisfare il suo gusto personale. Tra queste rientrano certamente le misure che Lei descrive.

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Nome: Guillaume Biojou
Data: 28-02-2003
Cod. di rif: 182
E-mail: guibio@yahoo.com
Oggetto: Sartor a Barcellona
Commenti:
Gentili Signori

My Italian is just good enough to read you but not to ask you an important question.
A friend of mine lives in Barcelona and would like to find a good tailor there. I thought you might have some Mediterranean connection with this city and could suggest a few names.
Bravo for your site which is a splendor.
I spent my honeymoon between Napoli, Capri and Amalfi and hope to return soon.
I saw the marvels realised by Solito, Pastena, Marigliano, Sabino etc. on a friend fond of Napoli.
Let me recommand a French site about shoes : souliers.net.
Hoping to read you soon,

Guillaume


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 28-02-2003
Cod. di rif: 183
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Ci proveremo
Commenti:
Dear sir Biojout,
because of the matter, we transfer your letter from the Door of Smoke to that of Dressing. Thank you for visit our castle. I think you need a lot of work to translate our heavy italian. We start to find a name in Barcelona to answer your question and wait for you on the web or in our events. Some of this are a good reason for a trip. If you think to come back to Naples with your wife, write me. The site that you recommend is very fine. Otherwise You can know from the cirage with Berluti our love for the shoes. You gonna read this answer on the Blackboard of Dressing.
Excuse me for my orrible english.
Knightly
G.M.


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Nome: Sergio Di Filippo
Data: 01-03-2003
Cod. di rif: 184
E-mail: sergio.difilippo@libero.it
Oggetto: Volume sull'arte di vestire "sì o no" ?
Commenti:
Egregio Gran Maestro,

Dopo lunga assenza, mi permetto di fruire nuovamente di questa lavagna per dirLe che lo splendido articolo da Lei curato su Monsieur di marzo, del quale una buona parte ce l’aveva già fatto pregustare su questa lavagna ha fatto sorgere in me forte dubbio.
Mi spiego.
Da molto sto aspettando e sperando che possa vedere la luce un volume, da Lei curato, sull’arte del vestire. Oggi, per la prima volta, ho avuto dei dubbi su questo mio desiderio.
Il motivo di ciò nasce dal fatto che nonostante molte delle “chicche” sulla sartoria Partenopea del Suo articolo erano già presenti sulla “lavagna”, il modo con cui queste sono state nuovamente riproposte, con l’anticipazione del Suo “gesso” prima e su Monsieur poi, è riuscito a dare ancora qualcosa di nuovo, piccoli particolari certo, ma quelli di cui si va alla continua ricerca per il piacere di vestire.
Per questo motivo ora, seppur il supporto delle immagini sarebbe sicuramente importante, un bel volume rischierebbe poi, penso, di ridurre la lavagna ad uno strumento di “rimandi alla pagina numero.. del …”
Pertanto sacrificherei volentieri il mio egoismo in favore di una lavagna sempre più ricca.
Di questo mio modesta considerazione La volevo rendere partecipe.
Le faccio di nuovo i complimenti per la qualità dei Suoi scritti e desidero ringraziare oltre a Lei anche i Cavalieri dell’Ordine che continuano a fornirci preziosi spunti sull’arte del vestire.
Cordiali saluti,
Sergio Di Filippo
01/03/03


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 01-03-2003
Cod. di rif: 185
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Libri, riviste, lavagne
Commenti:
Egregio signor Di Filippo,
l'articolo su MONSIEUR è molto più ampio ed organico dei miei gessi, sempre specifici per la loro stessa destinazione. Lo legga nella versione integrale, pubblicata qui al castello nella sezione Florilegio. La rispondenza che Lei nota tra i gessi e la mia opera sulla rivista è dovuta alla natura compatibile tra i due sistemi mediatici. Un libro sarebbe tutt'altra cosa e - ancorché non potrebbe che ricalcare alcuni princìpi - si estenderebbe molto di più in superficie e profondità, cioè nell'analisi spirituale e nel dettaglio pratico. In ogni caso non tema, ritengo un pò orgogliosamente che sia troppo difficile copiarmi e pertanto non ho paura ad anticipare il mio pensiero - seppur sinteticamente - su questa Lavagna, la parte più avanzata del mio laboratorio di ricerca.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 03-03-2003
Cod. di rif: 186
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Forgiatura d'armi
Commenti:
Carissimo Gran Maestro, insigni Cavalieri,

sono tornato al Castello dopo un periodo costellato da un infausta e lunga influenza e da due viaggi per lavoro in terre, agli antipodi per geografia e paesaggio, ma entrambe estremamente poetiche : Grecia e Langhe.
Non ero mai stato assente dal nostro maniero per un così lungo periodo e nel ritornare sento un gran clamore di armi. Si sta preparando un Marzo denso di “battaglie”.
L’idea di organizzare un ciclo stabile di laboratori di eleganza in terra felsinea è strepitosa : la possibilità di farsi cucire un abito o anche solo di conversare con il Maestro Solito, per chi non ha la possibilità di recarsi a Napoli, è irripetibile. Senza il nostro Gran Maestro cose di questo tipo sono inimmaginabili…
Salvo impegni improvvisi dell’ultima ora, ci sarò.
Rischiando l’ovvietà sono a chiederLe, Gran Maestro Maresca, se il mirabile Solito si offrirà anche per la realizzazione di giacche e pantaloni : in virtù della dilatazione temporale del calendario di incontri, è necessario programmare…il guardaroba.

Numquam servavi !

Sempre Vostro,
Lorenzo Villa



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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 03-03-2003
Cod. di rif: 187
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Ora capisco
Commenti:
Egregio Scudiero,
ora capisco come mai da un pò non vedevo Suoi gessi o interventi sul sito o nella posta associativa. Bentornato al castello. Alla Sua domanda risponde la prima proclamazione dell'evento, che - caso unico nella storia della sartoria - indica anche i costi per chi volesse approfittare della presenza di Solito per farsi confezionare qualche capo. Approfitto per ribadire che la cosa non è necessaria e non rappresenta lo scopo del Laboratorio, che è quello di rispondere all'esigenza di approfondimenti sulla cultura della sartoria, specie quella napoletana, e dei tessuti. Noi veterani siamo in lutto perché da quest'anno non si è più riusciti a trovare del thornproof, che De Paz reperiva presso piccoli telai inglesi. Di fronte a questa piaga, dobbiamo asoslutamente reagire facendo sapere a chi è sensibile all'argomento come stanno le cose e cercando di compattare nuclei di appassionati che possano far rivivere nateriali altrimenti destinati all'estinzione o già estinti. L'operazione ha avuto successo con l'ombrello artigianale, forse riuscirà anche con certi tessuti a rischio di scomparsa. L'aspetto il 12 a Bologna.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 04-03-2003
Cod. di rif: 188
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Corozo e sette pieghe
Commenti:
Illustre Gran Maestro,

nella mia di ieri ho dimenticato di ringraziarLa per la compagnia e il sollievo donatomi nei giorni di febbre attraverso il Suo articolo su Monsieur di Marzo : i Suoi scritti sono di penna rara e stesi con conoscenza impressionante.
In realtà la mia domanda sulla possibilità di commissionare giacche e/o pantaloni al Maestro Solito è nata dopo la lettura della presentazione dell’evento in cui veniva citato solo l’abito : ritengo a questo punto implicita la risposta affermativa.
Indagando con un sarto circa la duratura colorazione del corozo di oggi - se si ricorda ne avevamo parlato un mesetto fa - mi ha confermato la Sua tesi; il maestro è infatti alla continua ricerca di bottoni di corozo dei tempi che furono, dotati di una capacità di acquisire sfumature uniche nel tempo.
Le rubo ancora qualche istante per chiederLe la storia della cravatta a sette pieghe, presentata quasi ovunque come cravatta napoletana.

Cavallerescamente Suo,
Lorenzo Villa.


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 04-03-2003
Cod. di rif: 189
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Sette pieghe, cinque di troppo
Commenti:
Valoroso scudiero,
mi compiaccio di trovare nelle Sue parole e nelle Sue indagini un conforto alla mia osservazione sui bottoni di corozo. Poiché mi soffermo su dettagli che ad altri appaiono insignificanti o non appaiono affatto, a volte mi senbra di poter prendere della cantonate. Sono contento che questo non fosse il caso e meno contento di dover incassare un altro colpo inferto dall'industria chimica alla varietà delle cose. Veniamo alle cravatte. Quella a sette pieghe vuole riprendere il procedimento originario di confezione, quando non si usavano interni e per ottenere un pò di spessore si ripiegava il tessuto su sé stesso. E' un oggetto sontuoso, ottimo per un regalo, ma io la trovo un pò scomoda da annodarsi e troppo pesante. Personalmente faccio realizzare cravatte sfoderate alla punta, quindi senza nè fodera nè cappuccio e con orlo a fazzoletto. Un oggetto svolazzante, che si abbina alla leggerezza costruttiva delle giacche napoletane. Il mio gusto personale è quindi esattamente agli antipodi della sette pieghe, che comunque non sono nate nè vissute a Napoli. Naturalmente non posso nè voglio dire che si tratti di una soluzione di basso profilo o concettualmente sbagliata, ma io evito tutto ciò che voglia con troppa evidenza segnalare origini nobili dei capi, che vanno sussurrate da linguaggi molto più sottili. Non porto quindi iniziali alle camicie, maniche di giacca slacciate, bottoni di camicia cuciti a giglio, nè cravatte a sette pieghe.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 04-03-2003
Cod. di rif: 190
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Cravatte
Commenti:
Caro Gran Maestro,

sono fermamente convinto che le Sue cravatte vengono cucite ad arte dal Maestro Marinella. Sempre più curioso e approfittando della Sua immensa gentilezza, mi permetto di chiederLe a che altezza fa tagliare l’interno dall’estremità inferiore della pala superiore nelle cravatte sfoderate e che tipo di interno sceglie.
Sono contento di trovare nelle Sue parole una conferma ai miei dubbi sull’effettiva portabilità di questi “materassi” a sette pieghe.
Ho appreso dal Suo gesso che la cucitura a giglio è di derivazione nobile e non partenopea come molti stanno cercando di far credere; come ho avuto modo di scrivere più volte, oggi ci si inventa di tutto per scrivere nella propria vetrina la parola “Napoli”…

Eternamente grato per la Sua cortesia,

Lorenzo Villa


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Nome: Osvaldo Conforti
Data: 05-03-2003
Cod. di rif: 191
E-mail: osconforti@katamail.com
Oggetto: Halston
Commenti:
Genitile Grande Maestro,

incuriosito dagli articoli su Monsieur sono a chiederle informazioni sul negozio Halston : che capi vende? esegue su misura o su ordinazione?

Ringraziando, cordialmente saluto.

O.Conforti

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 07-03-2003
Cod. di rif: 192
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Cravatte - Allo scudiero Villa
Commenti:
Implacabile Scudiero,
vorrei ritornare sulla cucitura a giglio, che a Napoli chiamiamo a "zampa di gallina". Quando al proposito parlavo di nobiltà non mi riferivo alla nascita di questo tipo di finitura, la cui origine sarà stata contemporanea all'invenzione del bottone stesso, ma alla pretesa che essa faccia individuare la nascita artiginale - e costosa - del capo. Questo collegamento meccanico tra un particolare e il prestigio del capo è sempre pernicioso. Lo si riscontra con i mezzi punti al bavero di giacche e cappotti, con i bottoni slacciati alle maniche, coi guardoli larghi alle scarpe. Feticismo che allontana dai linguaggi sottili, dai sussurri che sono il veicolo privilegiato dell'Eleganza. Lo stesso discorso vale con le cravatte incappucciate e ora con le sette pieghe. Kiton le produce foderate della stessa seta. Un tour de force inutile, una finta raffinatezza, uno spreco di bei tessuti al costo di quasi cento Euro. Nella cravatta sfoderata, che è quella che preferisco, ma non per questo l'unica valida, gli interni sono tagliati trascersalmente poco sopra quel triangolo rovesiato formato dai due lembi ripiegati del tessuto dal lato posteriore. In questo modo il tessuto del triangolo anteriore resta completamente nudo e libero, guarnito superbamente da un orlino quasi invisibile cucito a mnao come l'orlo di un foulard. Gli interni sono in genere due: uno medio ed uno leggero. Lo spessore varia, ma io preferisco un 9 cm al massimo, se non addirittura un 8,5 minimalista.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 07-03-2003
Cod. di rif: 193
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Halston e Il Travaso delle Idee
Commenti:
Egregio signor Conforti, la ditta Halston è stata creta una diecina d'anni fa da Toni Rossi, nostro Cavaliere. Da allora ha prorposto un pò tutti i capi maschili, ma ora si sta orientando su scelte più selettive. Solo camicia, già confezionata o su misura, abiti su misura, cravatte con sete inglesi di prim'ordine e di ottimo gusto e, chicca dal successo internazionale, gemelli-scultura di grande personalità in resina o argento. Per individuare meglio questo prodotto particolarissimo, a ditta ha dato vita ad un altro marchio: Il Travaso delle Idee, che produce oggettistica. Molte cose sono visibili nel sito, raggiungibile dal nostro Libro dei Fornitori. La ditta gode infatti della nostra Patente già dal 1999.

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Nome: Osvaldo Conforti
Data: 07-03-2003
Cod. di rif: 194
E-mail: osconforti@katamail.com
Oggetto: precisazione
Commenti:
Egr. Grande Maestro,

scusi la precisazione ma mi sfugge come faccia il negozio Halston a proporre capi su-misura non essendo il propietario un sarto. Diventa un servizio di su-ordinazione o sbaglio ?

Grazie anticipatamente e cordiali saluti.

O.Conforti

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 07-03-2003
Cod. di rif: 195
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Sbaglia
Commenti:
Egregio signor Conforti,
vedo che Lei non nutre fiducia nella mia parola. Se dico su-misura non posso intendere nient'altro che questo. Rossi ovviamente non confeziona in prima persona l'abito, ma questa è prassi comune. Nemmeno Rubinacci lo fa, nè tutte le sartorie londinesi. L'avverto a questo punto che non realizza personalmente nemmeno la camicia e i gemelli. Provvedono rispettivamente un Maestro sarto, una camiciaia e un giovane scultore di grande talento. Le prove di abiti e camicie si tengono presso la ditta, che ha uno spazio attrezzato nel piano interrato.
Mi rammarico che, dopo tutto il lavoro pratico e concettuale qui prodotto, mi prenda per un imbonitore da piazza, che usa termini a casaccio.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 07-03-2003
Cod. di rif: 196
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Mi scuso per l'errore
Commenti:
Avendo effettuato un controllo, riscontro che il collegamento dal nostro Libro dei Fornitori al sito de "Il Travaso delle Idee" (www.iltravasodelleidee.it), cui avevo recentemente rinviato il signor Conforti, non è stato ancora attuato. Mi scuso per l'errore.

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Nome: Marco Clerici
Data: 12-03-2003
Cod. di rif: 197
E-mail: dwxcle@tin.it
Oggetto: Laboratori contro l'estinzione !
Commenti:
Egregio Gran Maestro,
Stimatissimi frequentatori di questa lavagna.

Con oggi prende l’avvio l’avventura del Laboratori d’Eleganza in quel di Bologna. Sebbene non presente non ho voluto essere lontano con lo spirito da chi invece questa avventura ha deciso di viverla personalmente.
Lo scopo di questa iniziativa è di divulgare il gusto del bello, di tramandare tradizioni e conoscenze da sempre bagaglio dell’uomo che vuole “vestire” e non coprirsi con indumenti senza storia e senza cultura.
È necessario per il perseguimento di tale scopo un impegno da parte di tutte le persone sensibili a questi problemi al fine di evitare l’estinguersi per sempre di queste conoscenze. Riusciranno le generazioni future ad indossare abiti fatti con gli stessi tessuti dei loro avi?
Non sia la trascuratezza dell’Uomo d’oggi ha permettere queste scempio.
Riflettendo su questi concetti ho estrapolato, da un mio quadernetto di appunti, un breve pensiero che W. Arkwright espose nel suo libro sulla razza di cani da lui preferita: i pointer.
Tale pensiero può essere applicato anche ad altri settori quali, in questo caso, tessuti o particolari tipi di lavorazioni. Pensando di fare cosa gradita riporto qui di seguito quanto scritto dall’Arkwright agli inizi del secolo scorso:
“…le buone razze d’animali, a differenza dei vini vecchi e della mobilia, non aspettano tranquillamente il risvegliarsi del buon gusto ma sono portate a scomparire e ad estinguersi nei periodi nei quali vengono trascurate…” .
Mi auguro che questa iniziativa dei Laboratori d’Eleganza non abbia vita breve ed aumenti al sensibilità degli uomini verso il buon gusto.

Dalla Lomellina baciata da uno splendido sole primaverile porgo i miei più cordiali saluti.
Oggi 12 marzo 2003

Marco Clerici


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Nome: Lorenzo Villa
Data: 13-03-2003
Cod. di rif: 198
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Oggi Napoli è più vicina
Commenti:
Carissimo Gran Maestro Maresca, Cavalieri, amici di tanto nobile Porta,

mi risulta difficile guardare il monitor per scrivere queste righe poiché i miei occhi, il mio pensiero, sono fermi alla mattina di ieri.
Tessuti unici ed introvabili - che aspiravano ad essere tagliati e cuciti da una grande sartoria napoletana - hanno deliziato i nostri palati in un atmosfera conviviale e frizzante, lasciando il segno nel mio più profondo.
I Maestri Solito e l’immenso De Paz hanno a mio avviso un alchimia perfetta : il calore dei tessuti del profondo Nord inglese, l’unicità stilistico-costruttiva della grande sartoria partenopea.
La giacca del Maestro Solito, analizzata da vicino, sembra fluttuare nell’aria, libera da ogni vincolo, sciolta nella sua espressione di libertà portata all’estremo. Nello stesso Maestro e in suo figlio ritrovo il sole e il mare della città di Napoli. Una persona squisita, unica, oltre quanto mi ero immaginato.

Sarà difficile rinunciare in futuro alla possibilità di vestire un capo autenticamente napoletano e pertanto, in cuor mio, ne auspico una rituale abitudine.
Napoli, oggi, non mi sembra più così lontana…

Vostro,
Lorenzo Villa.



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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 13-03-2003
Cod. di rif: 199
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Le differenze deboli
Commenti:
Cavalieri, appassionati del Guardaroba maschile,
l'incontro di ieri ha permesso a parecchi di approfondire la conoscenza con tipologie di tessuti e di manifatture poco note. Il cachemire, le mani morbide, le lucentezze sottili, per una giornata hanno lasciato il passo alle lane secche e virili, ai pesi estremi ed alla consistenza duratura, alle tessiture tradizionali della Scozia. Il tema della giornata è stato prima di tutto il tessuto e si è discusso dell'infuenza dell'industria manifatturiera su quella tessile. Non so se domani avremo ancora certi donegal, cheviot, thornproof e famiglia, ma anche se dovessero scomparire, avremo già raggiunto un grande risultato nel perpetuare la memoria della loro esistenza, della loro taciturna bellezza. De Paz, ispirato da una vita spesa tra i telai inglesi, ha illuminato il Laboratorio con la conoscenza e la passione. In verità nemmeno a Londra esiste ormai una scelta di tessuti come quella che lui pervicacemente conserva come antidoto alla banalità delle tasmaniucce usa-e-getta. Gennaro e Lugi Solito hanno illustrato alcuni dettagli e misteri della lnea napoletana, rispondendo alle domande degli intervenuti. Mi ha fatto sommamente pioacere l'intervento di un sarto, il Maestro Melchior, che per raggiungere iul nostro Laboratorio ha affrontato un viaggio da San Daniele del Friuli. La sua voglia di confrontarsi con una grande dello stile napoletano ha da sola arricchito non poìco il taglio culturale dell'evento. Visto il successo, il ciclo andrà avanti con il prossimo appuntamento previsto per il 14 Maggio. La data verrà definitivamente comunicata da questa Lavagna e dall'area Eventi, nella striscia Eventi Prossimi dedicata ai Laboratori d'Eleganza. Molto calzante, ancorché inquietante, la citazione del signor Clerici. Essa fa riflettere sul fatto che un'opera umanitaria non è solo quella - senz'altro meritoria - a tutela diretta dell'Uomo, ma può essere anche quella indiretta, a favore di quelle che chiamiamo le differenze deboli, poco conosciute e percepite. L'umanità non vive di solo pane e conservare il companatico è opera ancor più difficile, in quanto esposta a critiche e fraintedimenti. E' questo il campo d'azione dell'Ordine, dal quale non ci ritiriamo anche in presenza di forze avverse preponderanti.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 17-03-2003
Cod. di rif: 200
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Cinture e calzature
Commenti:
Illustre Gran Maestro,

nel mentre di un’accurata operazione di lucidatura di un paio di amatissime derby full-brogue mi sono interrogato sull’accostamento scarpa - cintura.
La prima domanda che mi sono posto è sul corretto colore della fibbia ad ardiglione : cromato argento o dorato - acciaio od ottone ? Posseggo entrambe le tipologie di fibbia, ma non sono mai approdato ad una decisione certa e definitiva sulla più corretta da utilizzare nelle varie occasioni.
Interessante poi il discorso sul materiale e relativa concia : pellame sempre uguale alla calzatura ?

Ripensavo poi al discorso tenuto in occasione dell’indimenticabile Laboratorio di Eleganza della passata settimana sulle ultime camicie Finollo, mestamente cucite con asole a macchina.
Un mito che crolla…a colpi di produzione velocizzata.
Per esaudire una mia curiosità - approfittando della Sua inesauribile conoscenza e gentilezza - sono a chiederLe se Turnbull&Asser realizza il su-misura con asole cucite a mano e con accortezze degne del blasone che porta.

Cavallerescamente Suo,
Lorenzo Villa.


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 17-03-2003
Cod. di rif: 201
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: La "Legge dei metalli"
Commenti:
Valoroso Scudiero,
rispondo alla Sua prima domanda attenendomi alla mia "Grammatica del Vestire". Non è mai stata scritta e comunque non rappresenta una legge, ma una lettura. Come tale, opinabile. Ebbene, a mio modo di vedere, la cintura ed il metallo delle sue fibbie parlano la stessa lingua dei bottoni metallici. C'è un parallelismo perfetto in queste due sequenze: bretelle, cintura con fibbia in metallo bianco, cintura con fibbia oro e bottone a quattro buchi in corno o corozo, bottone a piede in argento, bottone a piede in oro. La scelta più classica è quella delle bretelle (o del bottone non metallico). Se si preferisce la cintura, questa porterà la fibbia in argento nelle combinazioni pomeridiane, serali e comunque formali o semi-formali, mentre avrà quella in oro per le occasioni mattutine, sportive e i genere informali. Personalmente non apprezzo la cintura sotto gli abiti completi. In questi casi faccio confezionare i pantaloni completamente puliti al bustino: senza nemmeno i passanti. Lo stesso discorso vale anche con i bottoni da blazer, dove l'argento si rivela più "serio" dell'oro. Sottolineo che questa diversa inclinazione dei metalli, dove l'oro si rivela meno impegnativo dell'argento, vale anche per la montatura degli occhiali. Ad una serata in smoking o in abito scuro si addice senz'altro meglio una montatuta in metallo bianco che una in oro o addirittura in acetato color tartaruga. Questa serie di occhiali: tartaruga, laminato bianco, laminato oro, rappresenta una terza conferma della "legge dei metallli", ovvero dell'assonanza di alcuni materiali a preferenza di altri nel ciclo mattino-pomeriggio-sera, ovvero formale-semiformale-sportivo. Vorrei un Suo parere in merito e magari quello di altri dottissimi lettori, in quanto esprimo questa mia teoria per la prima volta. Quanto a Turnbull & Asser, niente da fare: asole meccaniche. I tessuti sono invece raccomandabili per la straordinaria qualità, anche se non è facile scegliere tra le loro fantasie, edulcorate dal gusto inglese per i colori dal salmone al rosa.
Numquam Servavi!

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Nome: Gianluca Chiusa
Data: 17-03-2003
Cod. di rif: 202
E-mail: gchius@libero.it
Oggetto: Metalli e camicie
Commenti:
Illustre Gran Maestro,
con riferimento al Suo gesso relativo ai metalli, non posso far altro che concordare pienamente con Lei sul differente linguaggio dell’acciaio/oro. L’oro è infatti più vistoso, quindi meno consono ad un abbigliamento formale rispetto alla maggior “pulizia” e semplicità del metallo. Una fibbia dorata credo contrasti troppo se indossata con un formale abito scuro, al contrario risulta maggiormente valorizzata da un abbigliamento più sportivo, sia esso costituito da un abito intero o da uno spezzato. Con riferimento al gesso del sig. Villa, non posso far altro che confermare quella che a mio giudizio è una sproporzione tra il prezzo richiesto (veramente eccessivo) e la qualità offerta dalla ditta Finollo in Genova, non superiore rispetto ad altre manifatture decisamente meno costose. Si tratta ovviamente di un parere personale, e come tale lo esprimo. Approfittando della Sua disponibilità e gentilezza Le sottopongo un dilemma per me amletico: Lei come colloca l’abito blu rispetto a quello rigato (gessato) e grigio? Quale giudica il più formale e il più adatto a collocarsi un gradino sotto la black tie?
Attendo con trepidazione di leggere il Suo prossimo articolo sulla splendida rivista Monsieur.
Ringraziandola per l’attenzione cavallerescamente La saluto.

Gianluca Chiusa


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Nome: Lorenzo Villa
Data: 17-03-2003
Cod. di rif: 203
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Sinfonia di Metalli
Commenti:
Carissimo Gran Maestro,

ho trovato molto corretta la Sua “Legge dei Metalli” sulle differenze d’uso della fibbia in oro e di quella in argento. Mi ero costruito anch’io una formulazione sistematica di principi d’esperienza di questo tipo.
Aggiungerei il concetto della completa armonia nei metalli indossati, che deve quindi necessariamente coinvolgere anche eventuali fibbie nelle calzature (monkstrap) e metallo dell’orologio da polso.
Di rigore assoluto accompagnare un bottone d’argento con relativa fibbia argentata e bottoni dorati con ardiglione dello stesso colore.
Per quanto riguarda l’ottone lo trovo bellissimo quando presenta lievi ossidature e la sua inconfondibile ed annosa “patina d’uso”.
Lascerei più libertà per l’accompagnamento di bottoni in corno e corozo : bretelle o fibbia dorata su spezzati o abiti informali, bretelle o fibbia d’argento su completi formali e semi-informali.
A questo punto mi interrogo sulla valenza di queste regole sia su pellame nero che su pellame marrone : Lei cosa ne pensa ?
Pur essendone il mio guardaroba privo, trovo interessante e di grande “sapore” l’abito cucito con pantaloni senza passanti nel cintone e che quindi comporta univocamente l’uso delle bretelle.
Non è mai troppo tardi per cominciare…

Da Parma in questa fredda serata,
Cavallerescamente Suo,
Lorenzo Villa



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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 18-03-2003
Cod. di rif: 204
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Ancora sui metalli, con note su Finollo
Commenti:
Vediamo un pò,
la Legge dei Metalli ha riscosso un certo consenso e Villa mi dice che anche lui vi era giunto. Questo conferma che siamo sulla strada giusta, ma dobbiamo sempre evitare di dare l'impressione dei saputelli che dettano le regole. Chi ci legge sappia che stiamo parlando tra noi che capiamo e apprezziamo questo gioco, ma tutti sono liberi di fare ciò che vogliono senza che noi li si giudichi. La giuria valuta i pattinatori che si sono presentati al concorso. Quelli che vogliono solo divertirsi al parco hanno diritto a sentirsi e ad essere fuori dalla mischia. Mi rivolgo al signor Chiusa per una doppia risposta:
1 - FINOLLO
Quanto a Finollo, in passato ne ho parlato molto bene su questa stessa Lavagna. La mia opinione si era formata sul libro edito dalla ditta per i suoi primi cento anni e sull'osservazione pratica di alcuni manufatti di epoche piuttosto remote. Ultimamente, dovendo redigere un servizio sulla camicia, mi sono recato nella città della Lanterna perché intendevo parlare della storica manifattura genovese. E' opportuno dichiarare che queste trasferte sono a mio totale carico, non chidendo io compensi a MONSIEUR nè tantomeno alle aziende. Già così non sono libero di dire tutto quello che voglio, figuriamoci se prendessi soldi per scrivere! Non sto qui a raccontare l'odissea per raggiungere Genova dopo che il mio volo da Napoli era stato cancellato. In ogni modo, quando sono arrivato mi sono sembrati denari male utilizzati. I costi si rivelavano spositati (euro 570,00 per la camicia base) in confronto all'offerta di un prodotto mesto, con asole a macchina. Finollo si vanta di aver servito il Duca di Windsor, ma immagino che questi lo avrebbe fatto prendere a calcioni dal suo maggiordomo alla vista delle odierne asole pelose. Questa discussione, che non mi fa certo piacere, aveva luogo durante i lavori dell'ultimo çaboratorio, nel quale raccontavo del mio sopralluogo allo Scudiero Villa. Ora i lettori sanno come la penso e - se esiste qualcuno che va da Finollo non per il marchio, ma per qualcosa che non ho visto - potrà indicarmi la via della redenzione. Quando l'odierno patron signor Linke parla di "asole che ricordano le labbra di una bocca tirgida" non poteva certo riferirsi allo squallido prodotto che oggi smercia a caro prezzo. Ho provato a chiamarlo per commentare questo mio pensiero, ma non si èp fatto ìmai rintraciare, nè mi ha richiamato. Per me non esiste più e poiché su una rivista lo spazio va utilizzato per migliori motivi, non parlerò di lui. Non sono un giornalista e non spreco colonne per parlare male di nessuno. Posso fare a meno di lui almeno quanto lui di me.
2 - ABITI FORMALI.
Nella gerarchia del formalismo, la priroità va alle tinte unite. Pertanto, dopo lo smoking, la palma va all'abito nero, che non va dimenticato per il solo fatto di essere in disuso totale nel mondo elegante ed essre invece il suo patrimonio di sobrietà dilapidato da finti creativi che lo utilizzano con accessori di fantasia ed occasioni inadeguate. Subito dopo viene il grigio scurissimo, poi il blu e solo dopo i gessati. Questi vanno bene anche per la mattina, a patto di avere l'età o la posizione acconcia alla bisogna. Il grigio scurissimo viene usato la mattina, oltre che per i matrimoni, anche da agenti di commercio e promotori finanziari in erba, che vanno compresi per la necessità di sembrare più grandi e più credibili.
Veniamo ora ad un tema che non avevo sviluppato, proposto da Villa.
3 - ABBINAMENTO SCARPA CINTURA.
Olga Berluti, Spirito eletto del sapere estetico, arriccia il naso a sentir parlare di questo tipo di combinazione. Non posso che essere d'accordo con lei, ma occorre anche dire che per mantenere un carico sbilanciato occorre più forza. Chi senta di averla, potrà lanciarsi nell'impresa di sostenere scarpe ecintura in tinte contrastanti. In caso contrario, meglio adeguarsi ad una legge di abbinamento.
4 - ANCORA DEI METALLI.
Concordo sulla bellezza dell'ottone "vissuto", ma al proposito volgio anche dire la mia su certi metalli approssimativi. Io detesto ogni forma di brunitura o antichizzazione simulata. Il metallo potrà essere lucido o matto, spazzolato, sabbiato o brillante, ma ogni trattamento destinato a dare una patina che non sia conferita dal tempo è ai miei occhi una bruttura.

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Nome: Gianluca Chiusa
Data: 18-03-2003
Cod. di rif: 205
E-mail: gchius@libero.it
Oggetto: Finollo
Commenti:
Ill.mo Gran Maestro,
le Sue parole sono sempre per me un insegnamento. RingraziandoLa per la pronta risposta, mi rallegro nel vedere confermate le mie impressioni relative alla ditta Finollo. Non avendo la Sua esperienza e competenza, ho sussurrato quello che pensavo, pronto ad essere smentito. Approfittando di un appuntamento a Genova, ho voluto a tutti i costi conoscere quello che credevo un tempio del bello. Sapevo dei costi, ma credevo fossero giustificati dalla cura della manifattura. Tralascio la scortesia con la quale sono stato ricevuto e trattato, ma credo che quando le cifre richieste siano intorno ai 600 Euro per una camicia, sia diritto dell'avventore chiedere di visionare un capo finito. L'acquisto ad occhi chiusi non rientra nelle mie abitudini. Con riluttanza mi sono state mostrate alcune camicie pronte per la consegna e qui la delusione è stata grande: asole a macchina, "l'orrido pelo che proviene dagli inferi", come Lei lo ha argutamente definito, in bella evidenza. Gli stessi tessuti non mi sono sembrati migiori di quelli proposti da altre manifatture alla metà del prezzo. La storia ha la sua importanza, ma deve essere supportata da un presente all'altezza. Solo un consumatore attento e non attratta esclusivamenete dalla forza di un marchio può aiutare il mercato ad essere più trasparente. In questo credo che il C.O. compia per quanto possibile un'opera "storica", in quello che è l'abbattimento di falsi miti (Lattanzi e il suo finto su misura, ecc.). Concludo ricollegandomi al mio quesito sull'abito blu/grigio. La Sua risposta è come di norma per me illuminante e mi ha fatto riflettere sulla bellezza dell'abito nero, oggi purtroppo preda della moda e degli stilisti. Si tratta di un capo che vorrei riscoprire nella sua originaria bellezza e semplicità.

Cavallereschi saluti
Suo scudiero
Gianluca Chiusa

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Nome: Giampaolo Marseglia
Data: 18-03-2003
Cod. di rif: 206
E-mail: gmarseglia@yahoo.it
Oggetto: Legge dei Metalli
Commenti:
Egregio Gran Maestro,
Egregi Partecipanti alla Lavagna dell'Abbigliamento,
mi permetto di esprimere una perplessità in merito alla “Legge dei Metalli”.
Da un punto di vista cromatico anche a me il giallo dell’oro appare indubitabilmente più caldo del grigio dell’argento, dell’acciaio ed altri consimili metalli, per cui nel caso delle montature per occhiali non potrei che concordare con le sequenze ideate e proposte dal G. M., ovvero tartaruga - oro - argento = mattina - pomeriggio - sera = informale - semiformale - formale.
Dove però non sono d’accordo è nel caso degli orologi, perché un orologio più classico e dunque più formale, sia in versione da polso che eventualmente da tasca (ancor più orientato alla tradizione), dovrebbe essere a mio parere in oro; conosco sì l’esistenza delle varianti in oro bianco, ed anche l’utilizzo di metalli rari e pregiati quali il titanio (vedi orologi I.W.C.), ma sono dell’avviso che comunque un orologio in oro (beninteso parlo della sola cassa) sia più in linea con la tradizione storica, laddove uno in grigio vada meglio associato con la sportività e la modernità.
A questo punto la scelta di un classico orologio in oro, ad esempio un limpido ed ineccepibile Calatrava, imporrebbe inevitabilmente il color oro anche per la fibbia dell’eventuale cintura.
Unica scappatoia l’uso delle bretelle, indubbiamente più dandy di una normale cintura, però mi sia consentito proporre un ulteriore spunto di riflessione: è pur vero che le bretelle sono più formali, e soprattutto non spezzano l’integrità della figura (come già efficacemente più volte ribadito dal G. M.), ma non è anche vero che, mentre cinte e fibule possono vantare appunto archeologiche origini, le bretelle possono essere fatte risalire al più al 1700, per cui risultano paradossalmente più moderne delle cinture ?
Cordiali saluti a tutti
Giampaolo Marseglia


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 18-03-2003
Cod. di rif: 207
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Ricordi in nero - A Gianluca Chiusa
Commenti:
Egregio signor Chiusa,
a proposito dell'abito nero, posso raccontarLe un aneddoto. Siamo nel 1984, tempo in cui nelle case da gioco il fumo si dava ancora per scontato ed io potevo frequentarle. Da quando si è cominciato a vietare o limitare il fumo in un solo Casinò, anche negli altri i tristi salutisti hanno cominciato ad infastidire noi uomini, col risultato che ormai ho dovuto rinunciare alla mia passione per l'azzardo onde evitare che il mio avana possa essere criticato da qualche ragazzino senza speranza. All'epoca giocavo due o tre volte l'anno al Casinò di Beaulieu, che aveva una clientela molto valida ed un direttore (il signor Stella) in grado di servirla ed attirarla da lontano. Quella sera si avvertiva un'atmosfera da grande occasione. I direttori di sala indossavano il loro smoking migliore, il che sottintendeva l'attesa di qualche personaggio di rilievo. Intorno alle 21 caddero i veli. Un grande tavolo di roulette, recintato da un cordone bordeaux, era stato attrezzato nell'ultima sala, quella dove una volta erano il tavolo di chemin e quelli di roulette più sostenuti. Entrava Adnan Kassoggi con la figlia Nabila ed un ignoto amico. Kassoggi è stato e forse è ancora un ottimo giocatore, ma non parlerò della sua partita e degli altri accademinenti che essa scatenò. Parliamo dei vestiti, come è giusto su questa lavagna. Lei indossava un completo gonna-top in cadì di seta color tabacco, con una linea che me lo fece attribuire certamente ad uno stilista italiano e forse, tra essi, a Valentino. I capelli, lunghissimi, erano acconciati in modo semplice ed efficace, così originale che non ho mai visto nessuno in ventinove anni ripeterlo. Di colore castano chiaro, formavano in alto un nodo del tipo che a Napoli chiamiamo "di ciuccio", cioè quello più semplice di tutti. Da esso partiva una coda che giungeva alla vita. L'effetto era affascinante, ben abbinato con la semplicità della mise, monocroma e senza alcun accessorio. Ho detto nessuno? Beh, nessun orecchino, bracciale o anello, ma una collana c'era eccome. Smeraldi e diamanti, montati con dei ponti che li sollevavano uno per uno per farli brillare ed ammirare ancor di più. Un capolavoro da nababbo che si adagiava meravigliosamente sul lungo, giovane collo della bella ereditiera. Bond non si sarebbe fatto sfuggire l'occasione di corteggiarla, ma quella sera non lo vidi. Lui portava, ed eccoci al punto, un abito di tropical nero. Il tessuto non ricordava quello dello smoking, almeno a chi sappia cosa sia uno smoking. Non era lucido, nè particolarmente lussuoso. Camicia bianca e farfalla nera completavano il tutto. Perfetto. Lo stile sopraffino che il magnate dimostrava nel gioco trovava così assonanza in questa tenuta eccezionalmente sobria, che può essere compresa ed indossata solo dai grandi.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 18-03-2003
Cod. di rif: 208
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Legge dei Metalli - art.2
Commenti:
Carissimo Gran Maestro,

mi trova assolutamente d’accordo sui metalli, che devono acquisire la loro “storia” sul campo e non grazie a trattamenti chimici che frodano la vista.
Molto affascinante l’abbinamento a contrasto di cintura e calzatura; ardua prova in cui, se il coraggioso riesce dalla dissonanza a fare uscire un armonia, può nascere un piccolo capolavoro.
Corretto, a mio avviso, anche il discorso del nostro Sig. Marseglia, già accennato nella mia di ieri : orologio d’oro giallo - cintura con ardiglione dorato.
Il colloquio con Lei e con gli altri amici della Lavagna è così piacevole che rilancio sulla Legge dei Metalli un secondo “articolo”. Merita infatti un importante discorso la scelta del pellame e le misure/forme della cintura. Personalmente non amo particolarmente i pellami esotici, soprattutto quelli con finitura lucida.
Trovo bello con capi informali il cervo e lo scamosciato. Anche un bel cuoio naturale, con una patina naturale data dall’eroico servizio, è un pezzo ricco di fascino, soprattutto con uno spezzato o con un abito in tweed.
Rimango in trepida attesa del Suo illuminante parere in merito.

Prima le Sue acute parole, poi la constatazione della maleducazione da parte del N.H. Chiusa, mi fanno sprofondare la maison Finollo negli Inferi.
Se si ha storia, bisogna vivere un presente e progettare un futuro che la rispettino ed onorino. Senza cedimenti.

Numquam Servavi.

Sempre Vostro,
Lorenzo Villa.




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Nome: Gianluca Chiusa
Data: 18-03-2003
Cod. di rif: 209
E-mail: gchius@libero.it
Oggetto: Casinò
Commenti:
Gent.mo Gran Maestro,
il suo gesso mi ha colpito nonchè affascinato.L'atmosfera dei casinò è in effetti irripetibile. L'estate scorsa, in occasione di un viaggio in Bretagna - Normandia, non mi sono lasciato sfuggire l'occasione di passare una serata nella splendida sala da gioco di Deauville, laddove il grande Winston Churchill, Cornelius Vanderbilt amavano passare ore alle roulette e devo dire che nonostante il criminale niet all'inebriante puff la scenografia era di tutto rispetto. Smoking bianchi alla Bond in "Mai dire mai", spencer color crema stile "sud degli Stati Uniti" che avevo visto solo in fotografia, abiti scuri di grandissimo gusto, con quella nota di extravagance cara ai francesi. Vorrà perdonare la mia divagazione, ma spesso sognare ad occhi aperti aiuta ad affrontare meglio il pomeriggio e le sue parole evocative hanno avuto un effetto rinfrancante. Quale migliore antidoto contro il cattivo gusto e le brutture che immergersi ogni tanto in ambienti al di là del tempo e delle mode?L'abito nero sarà il prossimo pezzo del mio guardaroba...

Suo fedele scudiero
Gianluca Chiusa

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 19-03-2003
Cod. di rif: 210
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Vediamoci due porte più in là
Commenti:
Cavaliere Chiusa,
visto l'argomento sul quale stiamo scivolando, La invito sulla Lavagna del Gioco per motivi di competenza.
G.M.


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 19-03-2003
Cod. di rif: 211
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Delle cinture - Allo Scudiero Villa
Commenti:
Valoroso Scudiero Villa,
il motivo per cui una "distrazione" rispetto all'assonanza di colore e qualità di pelle tra scarpa e cinta è più apprezzabile rispetto all'identità assoluta degli stessi risiede nel fatto che quest'ultima rivela con troppa evidenza una fatica, una sottomissione forzata ad una regola. Le regole ci infliggono grandi e giusti tormenti, che restano eroici solo se non sbandierati. La perfetta stiratura di una camicia, un nodo rifatto cento volte per farlo sembrare naturale, sono l'esempio di un lavoro del quale non si avverte lo sforzo. L'acrobata sfida le leggi dell'equilibrio e della gravità, compie miracoli di elasticità e sfozi inauditi, ma sorride sereno perché la vista della sua fatica o la percezione della paura di sbagliare rovinerebbero irrimediabilmente lo spettacolo. Lasciamo quindi una certa tolleranza, in cui ciascuno trovi la propria misura.
Restando in tema di "scale musicali" che i materiali suonano per la loro diversa natura ed origine, nei pellami delle cinture gli scamosciati ed i cuoi grassi sono adatti alla fascia A (mattiniera, informale, sportiva, giovanile, abiti spezzati, senza giacca), i vitelli lucidi nei colori caldi sono della fascia B (abiti completi, pomeriggio, semi-formale, semi-serio) ed il nero è per la fascia C (sera, abito scuro, formale, grave). Qui le differenze sono meno nette e l'anzianità d'uso potrà influire sull'utilizzo. Resta difficile da classificare la cintura di coccodrillo, la più bella di tutte. Nei colori golden o cognac starà benissimo nelle situazioni A e B, mentre un tocco più scura, dal tabacco ai rossi fino al nero, militerà con successo anche nelle formazioni C.
Le dimensioni resteranno confinate intorno ai tre centimetri, ma gli scamosciati e i cuoi grassi potranno in qualche caso concedersi una leggera esuberanza. Importantissima e severa la normativa seguente sulla finitura dei due passanti: lisci su cinta liscia e bombati su cinta imbottita. Qui non possono esservi eccezioni.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 19-03-2003
Cod. di rif: 212
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Scarpe marroni
Commenti:
Stimatissimo Gran Maestro,

in appendice alla Legge dei Metalli, attraverso la quale, grazie ai Suoi gessi, ho approfondito non poco la mia conoscenza, mi preme porLe la domanda sulla possibilità di calzare anche con abiti formali - ad esempio ad una cena - una scarpa in cuoio marrone con relativa cintura o bretelle.
Durante la cena in onore di Olga Berluti non ho potuto infatti evitare di notare parecchie scarpe marroni salite sul desco durante il sacro rito del cirage.
La cosa mi ha fatto molto piacere poichè, pur ritenendo una scarpa nera obbligatoria in alcune occasioni, ho una predilezione per le stringate in cuoio marrone.

Cavallereschi saluti da Parma,
Lorenzo Villa


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 19-03-2003
Cod. di rif: 213
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Scelte esoteriche
Commenti:
Instancabile Scudiero,
la tenuta formale richiede le scarpe nere. Un abito formale, utilizzato in una situazione non canocica, si può abbinare benissimo a calzature di colori bruni.Lei ha giustamente notato nella serata di gala inonore di Olga Berluti cohe molti gentiluomini lustravano scarpe marroni. Le serate di Cirage non vanno prese ad esempio. L'invito, infatti, richiedeva l'abito scuro, ma espressamente autorizzava ed anzi esortava a scegliere la scarpa per il solo legame affettivo che vi legava il convitato e non per l'abbinamento all'ìabito. Portate la scarpa che amate, non cercate quella giusta. Era questo il messaggio. Infatti, tutti i quarantasette invitati che compaiono nelle foto e nel filmato indossavano completi scuri e camicia bianca, ma molti avevano scarpe non abbinate allo sfarzo dell'occasione. La cosa si giustifica alla luce di considerazioni che non posso spiegare in questa sede, perché la loro natura non attiene alla scienza del vestire, ma al suo sentimento ed alla sua parte esoterica. O si capiscono da soli o si criticano in compagnia.

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Nome: Andrea Rizzoli
Data: 20-03-2003
Cod. di rif: 214
E-mail: andrea.rizzoli@nuovaitalmatic.it
Oggetto: Alcune considerazioni.
Commenti:
Egregi cavalieri,
alla luce di quanto scritto su questa lavagna a proposito di metalli e pellame, sorgono alcune considerazioni ed inevitabili quesiti.
1) Le regole mutano, come è ovvio aspettarsi, nel corso del tempo: mi riferisco, in particolare, alla coordinazione tra cintura e scarpe. Devo ammettere un certo disorientamento.
2) Trovo molto interesante la legge dei metalli: data l'autorevole fonte, credo si debba tenere nella massima considerazione tale legge, avendo anche fornito un nuovo elemento grammaticale per il nostro vestire.
3) Concordo con la necessità delle scarpe nere nelle situazioni più formali: a riguardo, per "scarpe nere" credo si debba intendere il modello oxford completamente liscio. Esiste ancora una scala di formalità delle scarpe (dalle oxford ai mocassini, dalle lisce alle decorate)?
4) A questo punto, mi sento di dire che più l'occasione è formale, più la tenuta deve essere lineare e pulita (anche tornando all'abbinamento scarpe-cintura, per chi non vuole indossare le bretelle).
Cordiali saluti, Andrea Rizzoli.
P.S. Vorrei ringraziare il Gran Maestro per la magnifica giornata del 12 marzo, un evento a dir poco incredibile, reso straordinario dalla disponibilità e gentilezza offerte da campioni inimitabili di eleganza e di stile.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 20-03-2003
Cod. di rif: 215
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Nero assoluto
Commenti:
Caro Gran Maestro,

un occasione formale non può che indurre un gentiluomo ad indossare completo scuro e scarpe nere. E’ possibile però lasciare un piccolo spazio di azione anche per la sera ?
Ho visto alcune immagini di eventi passati – Adunanza del 22 Settembre 2001 a Bologna e la I Notte degli Avana in Napoli - in cui vi erano uomini in abito scuro e scarpe marroni.
L’insieme, a mio umile parere, non pareva blasfemo; spero però di non essere influenzato dalla mia passione per il cuoio marrone…

Cavallerescamente Suo,
Lorenzo Villa


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 21-03-2003
Cod. di rif: 216
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Ricerca e non cattedra - Al signor Rizzoli
Commenti:
Lettori, appassionati,
non è inopportuno ripetere ad ogni occasione che da queste Lavagne non si dettano regole, nè si danno suggerimenti non richiesti. Accettando noi tutti la premessa che l'abbigliamento è un linguaggio, lo scopo degli interventi è quello di capirne il funzionamento. Le convenzioni del vestire sono come le regole grammaticali: esistono prima e a prescindere dai linguisti, che non fanno altro che individuarle, passando dall'osservazione del particolare alla comprensione del fenomeno generale. Come una lingua, anche questo mondo del vestire è vario in senso geografico e sempre mutevole in senso cronologico, sicché quello che si dice qui ed oggi può non essere valido domani o in altro luogo. A complicare le cose, vi sono poi i gerghi ed i dialetti. In questa babele, in questa nebbia di possibilità, lo studioso deve credere in alcuni punti fermi. In caso contrario, nemmeno una bussola potrà essergli utile ad orientarsi.
Queste considerazioni sono necessarie a chiarire che qui si fa ricerca e non cattedra.
Quanto alla perplessità dell'ottimo Rizzoli, la coordinazione tra cintura e scarpe non è una regola, ma potrà essere utilmente perseguita da quanti non la sentano come una forzatura. Non è proprio come coordinare cravatta e pochette, il che rappresenta un'infamità senza scampo.
Il signor Rizzoli introduce il tema della formalità nella scarpa. Naturalmente esiste, ed è quella da lui accennata. Esistono però uomini che calzano sempre derby, sicché al loro piede una derby liscia e nera è gia il top del formale. Insomma va considerato anche un aspetto di storia personale, in questo come in molti altri casi. L'importante è averla, questa storia personale e questo è uno dei motivi per cui al magistero dell'Eleganza non si giunge che piuttosto avanti negli anni.
Al signor Rizzoli indirizzo un ringraziamento per essere intervenuto al primo Laboratorio di Eleganza, dandomi l'occasione di conoscerlo di persona.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 21-03-2003
Cod. di rif: 217
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Anche i Cavalieri sbagliano - A L. Villa
Commenti:
Sotto un profilo cromatico, la scarpa nei colori bruni è più intonata alla maggioranza degli abiti. La situazione formale ha carattere omologante ed impone una rinuncia ai personalismi in favore di qualcosa che somigli ad un uniforme. In questo adeguamento ad una regola che comprime l'orgoglio, limita l'estro, frena l'individualismo, è tutta la sublime altezza della situazione formale. In una cerimonia ognuno svolge un ruolo, come in un esercito e pertanto dovrà attenersi ad un'uniforme. Sdrammatizzare o voler dimostrare di essere più bravo non è utile alla causa. L'uomo elegante come io lo intendo accetterà di buon grado il giogo e si sentirà anzi felice di calzare una scarpa nera sotto l'abito blu, dove in termini estetici andrebbe meglio quella bordeaux. Quanto agli eventi da Lei citati, la nìNotte degli Avana si tenne in una giornata estiva, su di un terrazzo, con cena a buffet e non era quindi propriamente una situazione formale. Diciamo che poteva anche non essere percepita da tutti cme tale. In un'adunanza con cena a posti assegnati, numero chiuso, in un salone così esclusivo da non essere stato concesso dopo di noi che al Presidente del Consiglio (e mi riferisco alla nostra Adunanza del Novembre 2001 nell'immensa Sala Farnese del Palazzo Comunale di Bologna, di cui Lei parla), si trattava di una situazione formale, eccome. I Cavalieri intervenuti senza scarpa nera hanno sbagliato, perché proprio noi dobbiamo limitare quell'inutile sdrammatizzazione, che sgretola il ruolo e l'immaginazione maschili.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 26-03-2003
Cod. di rif: 218
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Colli di camicia
Commenti:
Caro Gran Maestro,

ieri sera durante una conversazione con la mia camiciaia lamentavo l’esecuzione troppo bassa del piede anteriore del collo di alcune mie ultime camicie. Questo è a mio avviso responsabile di uno schiacciamento sullo sparato delle vele e di uno spiacevole insaccamento del nodo della cravatta.
Quanto misura l’altezza del piede anteriore dei Suoi colli, sempre importanti e altisonanti ?
Togliendo le briglie alla mia infinita voglia di conoscenza mi permetto di chiederLe inoltre se usa lo stesso tipo di interno nel collo e nei polsi.

Cavallerescamente Suo,
Lorenzo Villa



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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 27-03-2003
Cod. di rif: 221
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Colli e polsini
Commenti:
Egregio, insostituibile Scudiero,
l'altezza della pistagna delle mie camicie è di 3,5 c.m all'anteriore e sale a 4,00 ed oltre dietro. Non mi prensa però a modello, perché ognuno deve seguire la sua stella, secondo la grandezza dei nodi che preferisce, l'altezza del collo come organo fisico e lo sviluppo del collo della giacca. Uso interni di pesi diversi, in genere più pesanti al collo che ai polsi. A volte ho fatto cinfeziuonare camicie senza interni, da usare con cravatta a farfalla e polsini rivoltati. Uso un polsino di 8,5 cm e quindi posso girarne quasi un paio, ma è cosa che faccio di rado, qaundo ho l'estro letterario (era un vezzo di grandi intellettuali, da Cocteau a Sartre). Citazioni, insomma, ma del resto il Piacere del vestire noin è slo nel creare, ma anche nel leggere.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 02-04-2003
Cod. di rif: 222
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Cravatte "piazzate".
Commenti:
Gentilissimo Gran Maestro,

lo sfogliare Monsieur di Aprile sul divano fumando uno dei miei Cervantes preferiti (Fonseca No.1), mi ha fatto tornare ad un discorso di qualche tempo fa con il Sig.Boschi, titolare dell’omonimo negozio di abbigliamento a Parma.
All’interno della rivista compare infatti tra le prime pagine la pubblicità di Marinella. In questa non ho mancato di notare che le cravatte fotografate non erano “piazzate” : con il Signor Boschi definimmo piazzata una cravatta che presenta la perfetta simmetria di disegno nel triangolo rovesciato della pala anteriore. Questa pratica comporta un maggior spreco di tessuto e non permette lo sfruttamento di ogni centimetro quadrato dello stesso. Ho quindi sempre ritenuto superiore una cravatta con questa caratteristica piuttosto che quella tagliata a “caso” nel disegno della seta o del cachemire.
Il mio ragionamento è corretto ?
Posseggo alcune cravatte di Marinella e tutte quante sono completamente simmetriche nel disegno della fantasia, come se uno specchio fosse posto nella mezzeria che parte dall’angolo inferiore.

Fedelmente Suo,
Lorenzo Villa



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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 02-04-2003
Cod. di rif: 223
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Centratura
Commenti:
Egregio Scudiero dr. Villa,
vedo che è sempre all'erta. Ho verificato la Sua osservazione ed ho riscontrato che la censura è pertinente, soprattutto con riferimento alla fantasia a quadri. Dedicherò il prossimo viaggio di Vestirsi Uomo alla cravatta, anzi l'ho già dedicato. Vista l'occasione, estraggo in anteprima un brano di questo pezzo, che leggerà pubblicato a fine mese da MONSIEUR e subito dopo nel Florilegio di questo sito.:

"Molto importanti sono la centratura dei disegni lungo tutta la gamba ed un taglio che sia perfettamente a 45 gradi. La cravatta fatta a mano offre maggiori garanzie di centratura, perché viene realizzata tagliando singolarmente ogni square, mentre nella produzione di serie si utilizzano taglierine che sagomano anche trecento pezzi alla volta. In queste condizioni un controllo su tutto il pacchetto risulta impossibile ed il disegno può risultare fuori asse."

Come vedrà, questo articolo in particolare è molto più letterario che tecnico, ma comunque avevo affrontato lo stesso problema. Proseguo col dire che non è una questione di spreco di tessuto. Una cravatta viene tagliata da square standard, che per gli stampati hanno 100 cm di altezza per 65 cm di larghezza tra le cimose e per i raps e jacquard hanno 70 cm di altezza e 80 cm di larghezza. Solo Hermes, che ha telai da foulard, lavora con un twill altezza 90 cm. Ogni square viene diviso in due da una diagonale e lavorato. La mancata centratura non genera risparmio di tessuto, ma di tempo. Le cravatte fatte totalmente a mano, cioè una per una e tagliate con la forbice, possono essere rigorosamente controllate (vedrà presto illustrata quest'operazione nella scheda del Portico dei Maestri che il Cavalleresco Ordine dedicherà proprio al laboratorio di Marinella). Anche se sono tutte cucite a mano, evidentemente alcuni tessuti delle cravatte di Marinella vengono tagliati a pacchetti. Coloro che sanno, eviteranno di scegliere proprio quelle. Marinella ha tre laboratori, di cui uno a Via Vannella Gaetani n. 27 in Napoli, che è quello che verrà illustrato nel Portico e dove vengono lavorate una per una tutte le cravatte ordinate su misure personali del cliente. Vi è poi la manifattura del Parco San Paolo, sempre a Napoli, che lavora anch'essa totalmente a mano. Nei periodi di maggior richiesta, da Ottobre fino all'Epifania, entra in funzione un terzo laboratorio, che non conosco e che credo sia responsabile di questi difetti. Ricordiamo a tutti che stiamo ragionando di lana caprina e che comunque poche altre ditte conservano la manifattura in città e addirittura, come in questoi caso, a poche decine di metri dalla casa madre. Quando si legge E.MARINELLA - Napoli, si tratta di qualcosa veramente fatto a Napoli e non a Grumo Nevano o a Taiwan. Segnalerò comunque l'osservazione al nostro amato Socio Fondatore Maurizio, sulla cui importanza nel panorama della cravatta leggerà presto le mie dichiarazioni.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 02-04-2003
Cod. di rif: 224
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Mancanza di simmetrie
Commenti:
Caro Gran Maestro Giancarlo Maresca,

ho trovato molto interessanti Le Sue precisazioni in merito al taglio e agli squares utilizzati.
Maurizio Marinella è un grandissimo Maestro e confeziona delle autentiche opere d’arte; Lei ha scritto una cosa stupenda : “ La sua cravatta è imitabile, ma non riproducibile”.
Molto probabilmente si tratta di cravatte di produzione seriale, destinate alla vendita immediata e non cucite nei laboratori di riferimento; dispiace solo di vederle offerte a migliaia di occhi su di una rivista come Monsieur. Mi faccia sapere cosa Le dirà Re Maurizio a tal proposito. Per quel che mi riguarda non vedo l’ora di leggere il Suo articolo su Monsieur di Maggio.
A proposito del famoso nome da Lei citato, “Hermes”, sono a chiedere il Suo autorevolissimo parere in merito. Io personalmente non posseggo cravatte della maison parigina : non hanno mai avuto successo nel mio guardaroba. Sono entrato spesso in boutiques Hermes ma ne sono uscito sempre a mani vuote, senza entusiasmo…

Cavallerescamente da Parma in questo uggioso pomeriggio,
Suo Lorenzo Villa.


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 02-04-2003
Cod. di rif: 225
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Atlante storico-geografico della cravatta
Commenti:
Egregio Villa,
sono pochi gli occhi che sanno dove guardare e cosa. In ogni caso, si tratta di un peccato veniale. Se guarda i cataloghi di Brigg's vedrà ben di peggio: manici scurvati che fanno intendere come gli addetti alle relazioni pubbliche e commerciali di questa stessa ditta non hanno alcuna idea di dove risieda il pregio di un ombrello. Almeno Marinella ha la scusante che le foto promozionali vengono fatte in laboratori fotografici e non ha certo scelto lui personalmente i pezzi da immortalare.
Quanto ad Hermes, chi ama Marinella difficilmente potrà apprezzare fino in fondo lo stile di questa grandissima casa. Nel mio pezzo su MONSIEUR enuncio una differenziazione per aree geograficho-culturali che non era mai stata proposta, individuando tre scuole: quella inglese, quella francese e quella italiana o comasca. Marinella, ancorché non inglese per nascita e sde, è oggi il paladino più serio e severo di questo stile che senza di lui morirebbe in poco tempo. I suoi ordinativi, infatti, mantengono in vita intere manifatture d'oltremanica. Inoltre nessun altro ha il tocco e l'autorità per trattare un articolo che lontano dalle magia delle sue mani fatate sembra difficilmente commerciabile.
Hermes è ovviamente un campione della scuola francese, il cui più estremo rappresentante mi sembra però essere il piccolo grande Charvet.
Qualche postilla, anche più vasta di quella che leggerà, andrebbe dedicata alla produzione americana, che trova in un nome come Robert Talbott un produttore che ancora si orienta alla qualità estrema dei tessuti, pur rimanendo in una manifattura classica, con una palette di colori e riflessi della migliore scuola anglosassone.

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Nome: Prefettura Cavalleresca di Napoli
Data: 03-04-2003
Cod. di rif: 226
E-mail: icampanino@libero.it
Oggetto: Dejeuner sur l'erbe
Commenti:
La Prefettura Napolitana,

in occasione delle tradizionali escursioni di Lunedì in Albis, vorrebbe permettere ai Nobilissimi Cavalieri di godere delle prime belle giornate senza rinunciare ai propri costumi, rispettosi dell'estetica negli oggetti e nei comportamenti. Pertanto ha in animo di organizzare un

dèjeuner sur l'erbe
per il giorno 21 aprile 2002 dalle ore 11.30

L'incontro, destinato alle famiglie, avrà luogo nei giardini della settecentesca Villa Porfidia in Recale (CE) nei pressi della Reggia. Lo splendido sito, esteso su 1,5 ettari, è disegnato in parte con viali a siepi e alberi sagomati, secondo il modello dei giardini all'italiana, in parte all'inglese. Illustri i nomi dei nostri predecessori. Fu qui che Lady Emma Hamilton creò il suo centro di influenza sulla Corte di Re Ferdinando e di Maria Carolina. Il dèjeuner verrà servito sui buffet di pietra vesuviana, senza uso di esecrande stoviglie usa-e-getta. Una tenuta dei Cavalieri e delle loro Dame consona alla situazione, che i frequentatori di questa porta sapranno apprezzare in modo particolare, sarà una gioia per gli occhi ed un antidoto alla banalità, facendo in modo che la giornata resti memorabile. Stante la particolare giornata, sono invitati tutti i Cavalieri, i loro familiari, i loro amici e tutti coloro che frequentano questo catello. In presenza di un congruo numero di bambini, è previsto un servizio di animazione. Le esigenze di un'organizzazione meticolosa e "aristocratica" fa prevedere un costo piuttosto elevato della manifestazione. Certi giochi hanno il loro prezzo e del resto tutto l'impianto viene aperto ed attrezzato con adeguati arredi esclusivamente per noi e lungo tutta la giornata, con visite guidate ai siti artistici, sulle quali non ci dilunghiamo. La quota pro capite è prevista in un massimo di Euro 70.00 per ogni adulto e si ridurrà secondo il numero dei partecipanti. I bambini partecipano gratuitamente. Per evidenti esigenze organizzative, i Cavalieri e tutti coloro che intendano partecipare dovranno confermare la loro partecipazione con mail all'indirizzo icampanino@libero.it , ovvero telefonicamente al 347.7169999. La cura dei dettagli e l'impegno organizzativo comportano che le prenotazioni siano obbligatorie ed impegnative alla partecipazione. Esse dovranno pervenire entro il termine ultimo del 10 aprile. Qualora non si raggiunga un minimo di quaranta partecipanti, rimanderemo al prossimo anno.

Da Napoli, oggi tre aprile duemila tre.
Numquam Servavi

Il Prefetto
Giosi Campanino di S. Giovanni

N.B. Villa Porfidia dista da Napoli circa 30 Km; uscita A1 Caserta Sud - Proseguire verso Caserta sul Vialone Carlo III; al penultimo semaforo girare a sinistra seguendo l'indicazione Recale

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 03-04-2003
Cod. di rif: 227
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Scheda del Maestro Marinella
Commenti:
Carissimo Gran Maestro,

non resistito a farLe i miei più sinceri complimenti per la scheda di Marinella all’interno del Portico dei Maestri : esaustiva, accurata, affascinante…mette voglia di essere li, ad accarezzare sete e a parlare con Maurizio.

Con la mente a Napoli, cavallerescamente La saluto.
Lorenzo Villa


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Nome: Alessandro Fantini
Data: 04-04-2003
Cod. di rif: 228
E-mail: info@studiofantinisas.com
Oggetto: Camicie
Commenti:
Gent.le Gran Maestro,

mi chiamo Alessandro Fantini e scrivo da Modena.
Vorrei complimentarmi per il suo articolo di Monsieur sulle camicie. Io in particolare sono un grande amante della camicia e sono sempre alla ricerca di migliorie. Mi complimento inoltre anche con il Dott. Villa che lascia bellissime tracce su questa e sulle altre lavagne dell’ordine.
Per soddisfare questa esigenza di miglioria continua le porgo alcune domande. Spero nella sua gentilezza :
Nei colli delle sue camicie usa le stecche ? Sono estraibili ?
Dalle sue righe capisco che ama i colli morbidi ma nelle sue foto noto sempre un collo alto e senza cedimenti. Come fa a coniugare le due esigenze ?
I due bottoni dei polsi li allaccia sempre contemporaneamente ?
Sul davanti della camicia usa il cannolo ? Ho letto che usa una pistagna di 3,5 cm sul davanti. La volta quanto è lunga invece ?

Nella speranza di non averla infastidita le porgo i miei più cordiali saluti.

Alessandro Fantini - MO


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 04-04-2003
Cod. di rif: 229
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Nostalgia di Raffaelina - Al sig. Fantini
Commenti:
Egregio signor Fantini,
La ringrazio dei favorevoli commenti sul mio lavoro per MONSIEUR, che continuerà a lungo, e concordo sui complimenti a Villa.
Veniamo alle camicie. Nel mio articolo cerco di essere abbastanza imparziale tra colli a duna di sabbia ed a lastra d'acciaio. L'importante è che siano costruiti con interni naturali. In genere porto il collo di media morbidezza, irrigidito da un paio di stecche in tartaruga naturale che, come tutto il resto, mi sono fatto costruire su misura. La tartaruga è leggera e flessibile ed io la utilizzo moltissimo, anche per gli occhiali da sole, il fermasoldi, qualche portasigari etc. Spesso indosso la camicia senza stecche, secondo l'estro e le necessità espressive. La rivolta misura 8,5 cm nella misura classica e 9 cm nei button down. Faccio costruire dei polsi molto aderenti e lascio sbottonato il bottone finale. Mai, negli ultimi venticinque anni, ho fatto costruire una camicia col cannolo all'anteriore. Conservo solo qualche esemplare della mia gioventù, che non elimino dai cassetti per la straordinaria qualità delle asole, reperti di una qualità oggi irripetibile. Erano realizzate da una camiciaia sorrentina, erede della secolare tradizione locale del cucito di qualità e del ricamo. Un bottone ed un'asola di questa Maestro non si disfacevano mai. Si chiamava Raffaelina ed è viva e vegeta, ma non lavora più da decenni.

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Nome: Gianluca Chiusa
Data: 04-04-2003
Cod. di rif: 230
E-mail: gchius @libero.it
Oggetto: Abito blu e bottoni
Commenti:
Ill.mo Gran Maestro,
sono di nuovo ad approfittare della Sua scienza nonchè della Sua gentilezza per dirimere un dubbio che mi “tormenta” da qualche giorno. Ho deciso di utilizzare una pezza di uno splendido tessuto Woodhouse, blu scuro, di spessore e tocco virili, acquistata un paio di anni fa a Milano presso la nobile ditta Guenzati per farmi confezionare un abito tre pezzi. Mi trovo però indeciso per quanto riguarda la scelta dei bottoni. Una mia ahimè compianta zia sarta mi ha lasciato una scorta di bottoni molto belli,datati anni 50-60, tra i quali spicca una serie di bottoni in madreperla blu. Possono essere adatti all'abito essendo di una tonalità molto più chiara rispetto al blu del tessuto o mal si addicono a un abito comunque "austero"?
La ringrazio sin d'ora per la Sua dispinibilità e colgo l'occasione per complimentarmi con Lei per gli splendidi contributi sul vestire uomo pubblicati sulla rivista Monsieur.

Suo scudiero
Gianluca Chiusa

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 04-04-2003
Cod. di rif: 231
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Jamais
Commenti:
Egregio Scudiero,
comprendo la voglia di utilizzare i bei bottoni in suo possesso, ma se sono piuttosto chiari deve assolutamente resistere alla tentazione di farlo in questo momento, con il tre pezzi blu. Perfetti sarebbero in corno nero, che oggi non si trova più, ma vale la pena cercarli. Mi sembra che nel Portico delle Spezie rare si possa trovare qualche segnalazione in merito. Io ne ho una scorta, acqusitata da una merceria in Via della Croce a Roma. Brutte notizie: ha chiuso l'anno scorso. In mancanza dei corni, utilizzi un corozo, badando che il bottone sia sempre più scuro del tessuto.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 07-04-2003
Cod. di rif: 232
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Pistagna & Rivolta
Commenti:
Caro Gran Maestro,

ieri mattina mentre ordinavo alcune mie camicie nel guardaroba, ripensavo ai Suoi gessi.
La certezza della Sua infinita pazienza, unita alla Sua inesauribile disponibilità, mi fanno approfittare del Suo tempo per chiederLe due piccole precisazioni.
Con una pistagna anteriore di 3,5 cm chiude il collo con un singolo bottone ?
Una rivolta di 8,5 cm Le permette di mantenere il collo della camicia ben incastonato sotto quello della giacca anche quando quest’ultima è sbottonata ?

RingraziandoLa per il sapere che ha sempre la cortesia di donarmi, Cavallerescamente La saluto.

Suo fedele Scudiero
Lorenzo Villa



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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 07-04-2003
Cod. di rif: 233
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Ancora sui colli
Commenti:
Egregio Villa,
Lei che è un frequentatore assiduo delle Lavagne avrà notato che su questa dell'abbigliamento abbiamo sperimentato nuovi dispositivi. Ora è possibile anche effettuare una ricerca nominativa, nonché disporre dell'elecazione cronologica continua di tutti i gessi.
Veniamo alla camicia. Non mi piacciono i colli molto alti e non ricorro mai al doppio bottone. Una pistagna di 3,5 cm è oggi considerata piuttosto bassa e non lo richiede. La mia rivolta è ovviamente calibrata per restare nascosta sotto i colli della giacca in qualsiasi situazione. Nella geometria del primo occhio (veda per questa definizione la seconda puntata di Vestirsi Uomo, in edicola e qui nel sito alla pagina Florilegio) non ha importanza solo la lunghezza delle due "vele", ma anche l'angolo che formano. Un'apertura netta, alla francese, cioè pari o di poco inferiore ai 180°, sfrutta tutta la lunghezza del collo, mentre angoli più chiusi fanno in modo che i vertici dei colli guardino più verso il basso che verso le spalle. Influisce anche l'accollatura delle giacche, che nelle migliori sartorie è alta e stabile, mantenendo l'abbraccio tra baveri giacca e colli camicia in ogni situazione.
Correttamente Lei attribusce la massima importanza al fatto che il collo camicia resti sempre sotto al collo giacca. Solo un'altra cosa è altrettanto importante (e difficile): il meccanismo per cui il polso della camicia si rivela per un cm circa, uscendo dalla manica della giacca.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 07-04-2003
Cod. di rif: 234
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: La Cattedrale e il suo architetto
Commenti:
Gentilissimo Gran Maestro,

già stamane apprezzavo la mirabile introduzione di un elenco complessivo di tutti i gessi suddivisi per autore.
Cosa dire ? Il Cavalleresco Ordine sta erigendo una cattedrale gotica in pieno deserto sahariano.
E il merito è nel suo Maestro architetto : l’ineguagliabile Gran Maestro.

La Sua risposta ha chiarito tutti i miei dubbi. Come sempre.

Cavallerescamente da Parma in questa gelida serata,
Suo
Lorenzo Villa


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Nome: Gianluca Chiusa
Data: 08-04-2003
Cod. di rif: 235
E-mail: gchius@libero.it
Oggetto: Bottoni in corno
Commenti:
Ill.mo Gran Maestro,
i Suoi insegnamenti sono per me sempre preziosi. RingraziandoLa per la risposta, come Sua abitudine solerte e puntuale, Le segnalo che mi sono già attivato alla ricerca di bottoni in corno nero da abbinare al mio Woodhouse, sfruttando anche alcune preziose segnalazioni apparse sul "fondaco delle spezie rare".
Leggo tra l'altro che il 14 maggio in occasione dei "Laboratori di eleganza" sarà presentato un esemplare di Peron & Peron realizzato con il prezioso cordovan AAA. Un motivo in più per non mancare.
Cavallerscamente in questa luminosa ma gelida mattina, Suo scudiero

Gianluca Chiusa

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Nome: Filippo Loretoni
Data: 08-04-2003
Cod. di rif: 236
E-mail: filippo@clab.it
Oggetto: primo incontro con la giacca napoletana
Commenti:
Egregio Gran Maestro,

Venerdi scorso i miei impegni di lavoro mi hanno portato a Napoli, per partecipare ad una importante riunione.
Il cliente che ho incontrato mi ha, inconsapevolmente, fatto uno dei piu' graditi regali che abbia ricevuto: la vista di una giacca di foggia Napoletana.

Devo infatti precisare che, nonostante le molte descrizioni lette e le foto passate al setaccio, non avevo mai avuto occasione di vedere un simile capo dal vero.
l'effetto e' stato assolutamente sconvolgente. Sono rimasto oltremodo colpito dalla morbidezza, dall'aspetto confortevole e dalla vestibilita' che il capo dimostrava.
La giacca sembrava quasi montata su un cuscino d'aria, tanta era la leggerezza che trasmetteva.
Non ho la competenza per giudicare la bonta' delle finiture ma posso senza dubbio dire che il colpo d'occhio era superbo.

Unico neo: nonostante le mie insistenze il cliente non ha voluto rivelare il nome del proprio sarto.

Ho deciso comunque di tornare ancora una volta a respirare l'aria di Napoli questo Sabato, per concedermi una visita all'atelier di Marinella, per invidiare segretamente quanti hanno la fortuna di vivere in questa citta' cosi' affascinante e per sognare di avere il tempo necessario ad ordinare un capo su misura ad un Maestro napoletano.

Cordialmente
Filippo Loretoni

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Nome: Alessandro Fantini
Data: 09-04-2003
Cod. di rif: 237
E-mail: info@studiofantinisas.com
Oggetto: Sarto di Napoli sempre presente
Commenti:
Egr. Gran Maestro,

ho letto con interesse tanta posta qui all’interno del sito e non mai trovato, ripeto mai, altrove un simile rigore e una così sicura ricerca della bellezza. Complimenti a tutti i cavalieri ! Che elevatezza !
Da appassionato di vestire sono molto stregato dall’iniziativa del sarto Solito a Bologna. Mi rammarica leggere che non si sa se sarà una cosa che durerà nel tempo. Mi piacerebbe provare un sarto napoletano ma questo se c’è la certezza che le sue visite siano continuative (anche se solo 4-5 volta l’anno). Se ordino un abito e ne sono contento, come sicuramente sarà, cosa faccio se poi lui decide di non venire più ? Se dopo due mesi voglio un paio di pantaloni e dopo tre mesi una giacca sportiva ? La vostra iniziativa è di un livello eccezionale ma proprio per questo abituerete i frequentaori a qualcosa di irrinunciabile nell’avvenire. Come fare ?

Cordiali Saluti.

Alessandro Fantini - Modena


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 09-04-2003
Cod. di rif: 238
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Invito a Napoli
Commenti:
Egregio signor Loretoni,
mi rallegro dell'entusiasmo che ha suscitato in Lei la visione di una giacca napoletana all'opera. Ancor più mi compiaccio della riservatezza dell'ignoto proprietario, che dimostra quanto a Napoli noi si prenda sul serio la faccenda. In qualsiasi altra città si sarebbero fatti un vanto di dire: vado dal tal Gran Nome, ovvero ho scoperto il tale Piccolo Sconosciuto. La gelosia del Suo cliente è il segno tangibile dell'amore e deve considerarlo come tale, non come scostumatezza. Si tratta di comportamenti che vanno additati come esempio. Come Cavalieri simo favorevoli alla circolazione delle informazioni per la diffusione della scienza e della cultura, ma non tutti devono pensarla allo stesso modo.
Come ha visto dall'opera dei Laboratori, stiamo avvicinando la sartoria napoletana al nord Italia, che qui ne manifestava il desiderio attraverso accorate lettere di vari appassionati.
Sabato sono a pranzo con Pippo dalla Vecchia sul vecchio Pilgrim, la sua barca. Non mi perdo queste occasioni per nulla al mondo, perché la cucina, l'accoglienza e la conversazione del Presidente non hanno eguali al mondo. Compatibilmente con gli orari, quale nostro vecchio simpatizante, registrato qui al Castello dal 21 Agosto 2002, se come dice nel Suo gesso sarà a Napoli in tale data, La invito ad un aperitivo al Reale Yacht Club Canottieri Savoia.
Si trova a Santa Lucia, di fronte all'Hotel Santa Lucia. Se arriva prima di me, dichiari di essere ospite dell' Avv. Maresca e cominci a gustarsi l'atmosfera.
Io sarò lì alle 13.00.
R.S.V.P.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 09-04-2003
Cod. di rif: 239
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Certezze - Al signor Fantini
Commenti:
Egregio signor Fantini,
il Suo gesso mi offre l'occasione di segnalare che il successo del primo Laboratorio ha innescato una programmazione che coprirà certamente tutto il 2003. Di due mesi in due mesi, si andrà avanti certamente a lungo. In ogni caso, posso fugare i Suoi timori. In primo luogo, e questo lo dico agli altri lettori più che a Lei, che vedo deciso all'attacco, la partecipazione ai Laboratori non viene considerata vincolante ad acquisti. Questo non è l'autobus su cui vi fanno salire per vendervi le pentole. L'attività cavalleresca mira alla diffusione ed all'approfondimento culturale ed i Laboratori sono un luogo di confronto. La conoscenza genererà da sola ed indirettamente i consumi che noi chiamiamo "umanistici", in quanto utili alla conservazione dei valori umani.
In secondo luogo credo che un nome come quello dei Solito possa garantire a sufficienza che una Sua eventuale ordinazione vada in ogni modo a buon fine.
Concludo dandoLe appuntamento alla prossima tornata. Come segnalato nell'apposita area degli eventi, essa è fissata per il 14 Maggio.
Dopo la prima tornata, dedicata ai tessuti, si continua con un miniciclo di approfondimento della storia della costruzione della giacca. Si parlerà quindi della preparazione del tessuto, del taglio e della sua rilevanza nello stile del capo finito.
Interverrò anche io.


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Nome: Cancelleria dell'Ordine
Data: 09-04-2003
Cod. di rif: 240
E-mail: cavalleresco.ordine@noveporte.it
Oggetto: Intrusione anonima
Commenti:
Egregio signor Fantini, ammesso che questo sia il Suo nome,
come vede qui non si lesina il tempo in favore della verità. Niente viene richiesto, ma gli ospiti hanno l'obbligo di rispettare le regole del castello, che non accettano l'anonimato. I Cavalieri che Lei loda hanno i loro criteri per difendersi sall'approssimazione, che non accettiamo vengano minacciati in alcun modo. Abbiamo effettuato un controllo sul server da Lei dichiarato studiofantinisas.com, cui non corrisponde alcuna pagina, così come il Suo indirizzo è inutilizzabile. La preghiamo di giustificare questo comportamento, ovvero di esimersi da ogni altro intervento, che a queste condizioni giudichiamo anonimo.

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Nome: Alessandro Fantini
Data: 09-04-2003
Cod. di rif: 241
E-mail:
Oggetto: Problemi
Commenti:
Gent.le Gran Maestro,

è ormai da giorni che il nostro host di posta da dei problemi per un presunto passaggio al sistema operativo unix. Spero non vada a finire per vie legali !
Mi scirva pure al mio personale aleofantini@yahoo.it
Mi scuso del disguido ma vedo che è più sicuro un portale come yahoo che funziona sempre che un provider che pago 400 € all'anno !

Farò di tutto per essere a Bologna il 14 Maggio. Non ne sono sicuro ma vedrò di fare il possibile. Grazie.

Alessando Fantini

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 09-04-2003
Cod. di rif: 242
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Suo parere su camicia con collo e polsi bianchi
Commenti:
Carissimo Gran Maestro Giancarlo Maresca,

questa mattina, ispirato non so da quale sogno notturno, ho abbinato ad un completo grigio cucito dai Maestri Aimi&Gigliotti lo scorso anno, una vetusta camicia a bastoncini bianchi-blu con collo e polsi bianchi. Devo ammettere che in passato ho sempre nutrito una certa attrazione per la camicia con colli e polsi immacolati, ricambiata però da un suo utilizzo rarissimo; quell’aria “affettata” mi faceva sempre desistere dal darle vita. Anche oggi ho avuto la stessa sensazione : arrivati a questa sera lascerò oziare questa camicia sulla gruccia per parecchio tempo…molto probabilmente per sempre.

Suo affezionatissimo
Lorenzo Villa


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Nome: Cancelleria dell'Ordine
Data: 09-04-2003
Cod. di rif: 243
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Rientrato allarme
Commenti:
Egregio signor Fantini,
la Sua spiegazione è sufficiente. Spero comprenda e condivida l'atteggiamento difensivo che si mantiene qui al castello. Il drago è in agguato, pronto a forzare qualsiasi spiraglio per saccheggiare il nostro tesoro.
Siamo certi che farà il possibile per Maggio. In ogni caso a Giugno è previsto un Laboratorio eccezionale a Milano, con la presenza contemporanea di Caraceni, Solito, De Paz e Marinella, il tutto presso lo showroom di Marinella. Quando il Gran Maestro riterrà opportuno, ne sarà data comunicazione. Si tratterà di un evento ad inviti, che perverranno oviamente d'ufficio ai Cavalieri, ma che tutti i frequentatori del castello potranno prenotare.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 09-04-2003
Cod. di rif: 244
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Età critica
Commenti:
Egregio Scudiero,
la crescita nei linguaggi del gusto la porta a intuire una dissonanza che un tempo non percepiva. La camicia a collo e polsi bianchi è di stile fermamente inglese. Si addice esclusivamente a chi abbia studiato in Inghilterra o eserciti professioni che lo portano frequentemente oltremanica, ovvero a chi lavori ad alto livello nella finanza. E' una camicia che crea un forte distacco emotivo dall'interlocutore, non adatta alle temperature spirituali mediterranee. In gioventù può andar bene, ma avvicinamdosi alla trentina entra in quella fase in cui non si può più sbagliare, pena il ridicolo. Se ne esce dopo i settanta, età in cui potrà rimettere la camicia come le pare.

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Nome: Giacomo Adorni
Data: 15-04-2003
Cod. di rif: 245
E-mail: gadorni@yahoo.it
Oggetto: Calzature su misura
Commenti:
Gent.mo Gran Maestro, Nobili Cavalieri tutti,
facendoVi i complimenti per la qualità dei sito, nonchè dei temi trattati, da assiduo lettore delle Vostre lavagne sono a porre un quesito al quale spero, pur da semplice visitatore, vorrete darmi risposta. Leggo da tempo di una grande casa artigiana in Bologna, la Peron & Peron, testimone della nobile arte della calzoleria su misura. Prima di avvicinarmi alla bottega, a scanso di equivoci, vorrei sapere, almeno a livello indicativo, il costo medio di una calzatura realizzata dai Maestri Peron. Confidando nella Vostra schiettezza, rinnovando i complimenti, porgo i miei migliori saluti.

Piacenza, 15 aprile 2003

Giacomo Adorni

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 15-04-2003
Cod. di rif: 246
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Il costo dell'eccellenza.
Commenti:
Egregio signor Adorni,
vedo che si è anche iscritto nel registro all'ingresso. Presto Le darò privatamente il benvenuto ufficiale, ma ora mi concentro sulla risposta al Suo gesso.
Peron&Peron è l'unico calzolaio che in Italia lavori esclusivamente il su misura fatto su forma, artigianalmente, con lavorazioni tradizionali. Altri nomi, ancorché validi nello stile, indulgono anche (o solo) in lavorazioni a blake o goodyear, di tipo industriale. Dico l'unico e non l'ultimo, perché anche grazie al nostro sostegno la bottega vive in piena salute e probabilmente avrà la forza di rigenerare la propria cultura.
Veniamo ai numeri. Cerco di essere preciso quando parlo di filosofia, figuriamoci se si deve affrontare l'argomento prezzi. Il costo di un modello in vitello, con cucitura a guardolo, è di Euro 900,00, che salgono non vertiginosamente in caso di lavorazioni molto elaborate, come fondi norvegesi, trecce et similia. Altri 150,00 Euro sono l'eventuale supplemento per il cordovano (ovviamente non quello riservato ai soli Cavalieri).
In confronto all'esclusività del prodotto, alla sua durata ed efficienza, il prezzo è da ritenersi vantaggioso. In assoluto è elevato, ma relativamente all'oggetto ed alla sua storia è più che equo.
Le consiglio di visitare in ogni caso la bottega. Anche se non acquisterà scarpe, non dimenticherà l'occasione di vedere ed apprendere cose che non si sanno e si fanno in altri posti. Potrebbe anche partecipare, liberamente e senza prenotazioni, ai lavori del prossimo Laboratorio di Eleganza, sempre in Bologna. Parteciperanno anche Bruno e Simone Peron.

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Nome: Giacomo Adorni
Data: 16-04-2003
Cod. di rif: 247
E-mail: gadorni@yahoo.it
Oggetto: Calzature Peron&Peron
Commenti:
Gent.mo Gran Maestro,
nel ringraziarLa per la gentilezza e l'attenzione dimostrata a chi come me è nuovo di queste lavagne, sono a porLe ancora qualche quesito sui capolavori dei maestri Peron, che hanno stimolato il mio interesse. Premesso che visiterò senz'altro la bottega, vorrei però prima capire (chiariti grazie a Lei i costi) la tempistica necessaria.E' possibile prendere le misure nel corso della prima visita, una volta scelto modello e pellami? Sono necessarie più sedute? E in ultimo, viste mie sgradite esperienze in passato con artigiani truffaldini (non sicuramente del livello e della statura dei Peron), è costume della casa richiedere il saldo in anticipo o solo un acconto?

Nel ringraziarLa ancora infinitamente, rinnovo i miei più sinceri saluti

Piacenza, 16 aprile 2003

Giacomo Adorni

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 16-04-2003
Cod. di rif: 248
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Tempi e modi
Commenti:
Egregio signor Adorni,
la prima volta che ci si fa confezionare una scarpa su misura occorre mettere a punto la forma che poi, solo con qualche lieve modifica, ci accompagnerà per la vita. Nella prima seduta si sceglie il modello ed il pellame, operazione nella quale consiglio di investire molto tempo. Poi si prendono le misure e si rimanda alle prove, due. Se la seconda prova è incoraggiante, si va verso al consegna. Tempo? Tre/quattro mesi. Successivamente, a forma già definita, basta scegliere materiale e modello ed eventualmente effettuare una provicina tanto per gradire. Il tutto è estremamente piacevole, in quanto entrambe i Peron sono squisiti, gentili, modesti, capaci, simpatici, positivi.
Quanto alle modalità amministrative, non vorrei sembrare scortese, ma mi sembra che si vada oltre il mandato di queste Lavagne. Restiamo fermi estimatori dell'opera dei Peron, ma non siamo agenti di nessuno e non possiamo indulgere in comportamenti che potrebbero essere fraintesi. Immagini che qui intervenisse lo stesso Peron (tra l'altro, Socio dal 1998) a lodarsi e a parlare del suo prodotto, a pubblicare listini. Penso che farebbe piacere a Lei ed a tutti se noi imponessimo il rispetto della sacralità di questo luogo di cultura. E' vero, abbiamo parlato più volte di prezzi, ma essi in un certo senso fanno parte dell'oggetto, mentre le modalità di pagamento no. Il Cavalleresco Ordine detesta parlare di moneta. Il nostro motto è Numquam Servavi, cioè a dire non ho (non mi sono) mai risparmiato. Per questi dettagli chiami la gentilissima signora Marisa al 051.234876.


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Nome: Lorenzo Villa
Data: 25-04-2003
Cod. di rif: 249
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Camiciaia - Sarto
Commenti:
Gentile Gran Maestro Maresca,

un recente colloquio con l’eccellentissimo Cavaliere Forni, le cui parole sono sempre illuminanti e di rara preziosità, mi ha indotto una riflessione che vorrei trasformare in gesso da tracciare su questa Lavagna.
Il concetto di camiciaia è quasi sempre legato – come ha evidenziato Forni – alla ricerca del risparmio. L’avventore che nei giorni d’oggi varca l’ingresso, sovente di una casa privata, di una camiciaia cerca infatti una spesa esigua e la possibilità di far durare a lungo, grazie ai ricambi, la camicia. Alla ricerca degli stessi tessuti viene riservato ben poco investimento di tempo e denaro. A mio vedere questo fatto ha portato con se un consistente abbassamento della qualità, un eliminazione di fondamentali dettagli, – asole ricamate a mano, sottopunto nel giro manica, interni senza collanti, etc. – una completa avversione versi i clienti più esigenti.
L’entrare in sartoria, invece, postula l’inizio di un percorso di reciproca conoscenza ed approfondimento. Il sarto non a caso viene chiamato Maestro, sommo Magister di stile e cultura virile. Con la camiciaia c’è tutt’altro rapporto; questa sembra spesso mirare al minimo sforzo mentale e materiale e, se tutto va bene, a seguire pedantemente i nostri scrupolosi “protocolli”. Naturalmente esistono delle eccezioni.
Ciononostante nella mia città sono anni che inseguo la chimera di una camiceria capace; ho provato molti indirizzi e “bagnato” molti tessuti, ma nella mia terra sembra non esistere più una vera Artigiana.
Mi piacerebbe un confronto qui al maniero basato sulle esperienze personali con i nostri impavidi Cavalieri e gli amici della Lavagna. Per il drago il nostro castello è inespugnabile anche se… “vexilla regis prodeunt inferni”.

Cavallerescamente Vostro,
Lorenzo Villa


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 27-04-2003
Cod. di rif: 250
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Circolo vizioso
Commenti:
Carissimo Villa,
grazie anche all'illuminante critica del Forni, Lei individua un fenomeno di costume che certamente ha il suo rilievo. Tra camiciaia e cliente si è innescato un processo poco positivo. A prescindere dalla volontà di risparmio in denaro del cliente, che certamente ha innescato il fenomeno, mi sembra che esso sia stato alimentato da una vastissima domanda di camicie approssimative, commissionate da un pubblico che non sa bene nè cosa vuole nè cosa dovrebbe volere per spendere bene il denaro. Il risultato è che l'intero settore della camiceria, potendo contare su un immenso serbatoio di clienti, preferisce indirizzarsi a produrre cento camicie il cui ricarico è (facciamo un esempio) 40 Euro, piuttosto che cinquanta il cui valore aggiunto è di 60 Euro. Per comprendere come e perché questa scelta sia attuabile in questo settore e non in altri, va detto che il tempo necessario a confezionare una camicia, soprattutto se tutta cucita a macchina, è così breve che si può aumentare con facilità la capacità produttiva di una linea, ancorché composta da due o tre sole persone. Lo stesso non è possibile in una vera sartoria artigiana, dove anche una giacca in più alla settimana può porre seri problemi di organizzazione del lavoro. Naturalmente l'accelerazione non sarebbe possibile se si dovesse (o si deve) rispettare esigenze e procedure precise e non standardizzate. Poiché ci sono altri sette clienti "facili", quelli "difficili" non sono più seguiti a sufficienza. Accade così che i colienti, che sono la vera guida di ogni settore artigiano, non portrano più il loro patrimonio di curiosità, errori, soluzioni, idee, innovazioni e la gran parte delle camicerie si adagia su un prodotto senza gran significato. E' significativo l'esempio del Finollo, che potrebbe gestire una produzione veramente elitaria e - grazie alla propria storia e clientela - seguire tradizione ed innovazione. Invece spinge una camicia banale, con asole a macchina, standardizzata anche nel prezzo, unico per tutti i tessuti.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 05-05-2003
Cod. di rif: 251
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Laboratori - Avviso a Cavalieri, amici e simpatizzanti.
Commenti:
Cavalieri indefettibili, alleati, amici,
il Prefetto cavalleresco Speranza si faceva interprete del dramma della categoria dei fiscalisti, molto impegnati per il condono, chiedendo di differire dal 14 al 16 Maggio il prossimo appuntamento bolognese per il secondo Laboratorio d'Eleganza con i Maestri Solito e Dante De Paz. Purtroppo i Maestri napoletani non hanno potuto far slittare altri appuntamenti precedenti, sicché resta confermata la data del 14 Maggio, Mercoledì. Questo evento rappresenta una ghiottoneria per gli appassionati e in particolar modo per i Cavalieri, in quanto i Maestri Bruno e Simone Peron presenteranno la prima scarpa realizzata con il pellame di cui in via assolutamente eccezionale e dopo due anni di miei personali sforzi diplomatici, la Alden ci ha fornito in 50 culatte. Non credo che la cosa possa ripetersi, sicché le calzature su misura prodotte con questo qualità di cordovano, irreperibile sul mercato se non già confezionato, resteranno uniche. Solo i Cavalieri potranno accedere a questo ben di Dio e già dal 14 si comincerà a stilare una lista di attesa. Ai cavalieri che si forniscono da calzolai artigiani diversi dai Peron, che detengono il "magazzino", chiedo di dichiarare per tempo la quantità ed il colore dei pellami di cui eventualmente necessitano, ricordando che nessuno può chiederne più di un paio. Al momento della richiesta preciserò i costi, che nkn conosco per essere stato il denaro interamente anticipato da Peron. Si tratta comunque di prezzi nell'ordine normale per un materiale eccezionale. Informazioni ulteriori, foto dei pellami e dei colori, sono disponibili sul sito, alla pagina Eventi, nell'area dedicata ai Laboratori bolognesi. Comunicherò con successiva mail e con pubblicazione sul sito l'orario previsto per l'intervento dei Maestri Peron
Arrivederci a Bologna, dove sarò presente.
Numquam Servavi!

Il Gran Maestro
Giancarlo Maresca

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 05-05-2003
Cod. di rif: 252
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Napoli, stordente città del bello.
Commenti:
Due giorni trascorsi a Napoli per “assaggiare” quello che avevo soltanto letto e visto in fotografia. Una città estrema, provocante, stordente, dotata di una bellezza che nasce da forti contraddizioni che si uniscono a formare un flusso, un tourbillon di vite, assolutamente unico.
Una delle cose che più mi ha colpito è l’estrema eleganza virile. E’ proprio vero : è la città con più uomini vestiti su misura del mondo. Lo stile tanto ammirato (e imitato…) ai quattro angoli del mondo è qui interpretato quotidianamente con una naturalezza che personalmente non ho mai riscontrato in altre metropoli. Fate due passi nelle vie di che partono da Piazza dei Martiri o in via Toledo e ve ne renderete conto. Ho capito perché oggi si identifica la sartoria artigianale con Napoli. Qui ha un significato sacro che fa parte del vivere quotidiano.
Profondamente affascinato…arrivederci Napoli !

Lorenzo Villa
Parma, Lunedì cinque Maggio duemilatre.



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Nome: Alessandro Fantini
Data: 05-05-2003
Cod. di rif: 253
E-mail: aleofantini@yahoo.it
Oggetto: Napoli e informazioni su camiceria Barba
Commenti:
Egr. Cav. Dott. Villa,

le Sue parole mettono proprio voglia di andare a Napoli. Progetterò nel futuro una visita. Le comunico che leggo sempre i Suoi scritti che trovo sempre interessanti, stuzzicanti e molto belli. Volevo farLE i miei più vivi complomenti !

Nel medesimo tempo chiedo notizie al Grande Maestro sulla camiceria di Napoli (neanche a dirlo) Barba. Ho visto alcune loro camicie su misura e non mi sembrano male. Aspetto Suoi commenti.

Distinti saluti.

Alessandro Fantini.


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 06-05-2003
Cod. di rif: 254
E-mail: gran.maestr@noveporte.it
Oggetto: Barba - Al signor Fantini
Commenti:
Egregio signor fantini,
non conosco il lavoro della camiceria Barba, ma posso fornirLe il numero di telefono. Poiché Lei ha già avuto modo di formarsi una positiva impressione della loro camicia, da un contatto diretto potrà verificare costi, cortesia, disponibilità del prodotto. Il recapito telefonico è 081-5730286. Ho provato a chiamare io stesso alle ore 12.15, per verificare l'informazione ricevuta (capirà, io non faccio il giornalista e quindi mi permetto il lusso di controllare le cose che dico), ma mi rispondeva una segreteria telefonica. E' destino che tocchi a Lei sollevare questo velo. Ci faccia sapere tutto. Ogni notizia, buona o cattiva, può essere di interesse per questa Lavagna di cultori

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Nome: Paolo Liberati
Data: 06-05-2003
Cod. di rif: 255
E-mail: p_liberati@hotmail.com
Oggetto: Tessuti per l'estate
Commenti:
Egregio Gran Maestro,
Il grande caldo è arrivato (32 gradi a Roma, 32 a Napoli, 30 a Milano) e con esso si ripresenta l’eterno dubbio, almeno per il sottoscritto, circa la scelta dei tessuti con i quali affrontare il passaggio dai rigori dell’inverno alla calura estiva (giacchè il clima primaverile sembra essere definitivamente saltato o, al massimo, limitato a poche settimane). Va detto fra l’altro che, anno dopo anno, la stagione estiva, ancorché vissuta al centro del mediterraneo, sembra assomigliare sempre di più al clima dei tropici (umidità sopra la media). Il fatto non mi dispiace per i miei sigari, che ne hanno tratto sicuro giovamento, ma mi mette in un certo imbarazzo nella scelta dei tessuti con cui far confezionare gli abiti ovvero i completi spezzati. So che Lei non ama i tessuti particolarmente leggeri e vorrei chiederLe quali tessuti consiglia per questa stagione e se ritiene che l’abito sfoderato sia una soluzione tipicamente estiva ovvero utilizzabile anche in situazioni invernali. In particolare Le vorrei chiedere se ritiene che l’abito sfoderato, soprattutto se di linea napoletana, contribuisca effettivamente a conferire maggiore scioltezza e morbidezza all’insieme.
Cordiali saluti,
Paolo Liberati
Roma, 6 maggio 2003


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 07-05-2003
Cod. di rif: 256
E-mail: gran.maestr@noveporte.it
Oggetto: Clima e tessuti - Al signor Liberati
Commenti:
In merito alle grandi sofferenze per il caldo, la mia posizione è che non sia cambiato tanto il clima, quanto l'uomo, le sue abitudini e la sua capacità di scegliere l'abito adatto. Esaminiamo le cose punto per punto. L'anno scorso abbiamo avuto sei mesi di "mezzo-tempo", cominciato a Febbraio e finito a Luglio, grazie ad abbondanti piogge. Per clima primaverile non possiamo che intendere quello in cui il soprabito è di troppo, ma non è ancora tempo di mezzemaniche, soprattutto la sera. Quanto alle mezze maniche, le nomino solo come esempio, perché un gentiluomo si asterrà dall'indossarle in città se non per motivi specifici e prescrizione medica. Veniamo ai punti che hanno stimolato tante lamentele e l'apparenza di una mutazione climatica. Occorre premettere che un piccolo cambio di clima c'è stato, ma solo in certe zone della città, le più abitate e pianeggianti, dove l'abbondanza di motori, non solo quelli delle auto, ma quelli dei frigoriferi, dell'aria condizionata, dei computer, etc, hanno determinato un cambiamento microclimatico limitato alle zone centrali. Chi vive in collina, anche a soli duecentocinquanta metri più in alto del centro abitato, vive in una situazione completamente diversa. Il vero inquinamento non è quello da CO2 e monossidi, ma è un inquinamento termico che limita la circolazione verticale dell'aria creando una stabilità "micrometereologica". L'aria calda non può salire, nè viene spazzata da correnti laterali e quindi ristagna. Sono certo che in futuro ci arriveranno anche i metereologi. Chi frequenta città tropicali come l'Avana, dove un solo motore produce una carrettata di gas combusti, si accorgerà che i loro odori svaniscono facilmente, grazie alla circolazione d'aria. E' la mancanza di aria condizionata, niente di più, visto che in quella città il tenore di vita la permette a pochi. Dopo questa teoria metereologica, passiamo a quelle sociopsicologiche. L'uomo non è più in grado di sopportare più niente, se non i rompiscatole. Una giacca impone una certa disciplina fisica, quando portata in condizioni sfavorevoli. Occorre camminare e muoversi lentamente, evitare accessi d'ira ed ansia. Insomma, esercitare un self control che oggi è tramontato. I nostri padri non soffrivano meno, ma non se ne accorgevano. Sono cambiate anche le abitudini. Un uomo in giacca lavorava una volta otto ore al giorno o meno, lasciando ai signori in tuta orari più lunghi. Oggi è esattamente il contrario. Si esce al mattino e si rientra alla sera, sottoposti peraltro a un certo stress che facilita la sudorazione. Un disastro rappresentano le manovre di parcheggio, un misto di ansia e sforzi fisici deleterio. Come vede il contenuto psico-sociologico è determinante e dare la colpa all'anticiclone delle Azzorre è come dire che droga aumenti perché le siriche costano meno. La parte dove si può maggiromente intervenire è nella scelta dei tessuti. Mi sembra che oggi si conoscano così poco le caratteristiche tecniche di questi ultimi che l'uomo si indirizza sistematicamente verso quelli più sbagliati. Guardate in controluce una saglietta, apparentemente leggera, insomma una tasmania osimili. Non vedrete quasi filtrare la luce, così come non filtra l'aria. Aggiungete tele termoincollate, foderami sintetici ed avrete la sensazione di un cambio epocale di clima. D'estate si devono portare solo tessuti dall'armatura a tela e mai a batavia (saglie). Lini, tropical, mohair, shantung. Un buon colpo alla freschezza lo si ottiene eliminando la fodera alle maniche, cosa comune nella città di Napoli e riducendo o eliminando quella della parte posteriore. Qui rispondo anche alla Sua domanda in merito. Una giacca sfoderata si può indossare anche in inverno e certo la sua costruzione è più "svolazzante". In ogni caso è nettamente più fresca. De tessuti ho già parlato. Anche il cotone è plausibile, ma io imperterrito continuo a portare abiti solo di lana e lino, lasciando il cotone ai pantaloni isolati da portare con polo o camicia. Quanto alla camicia, occorre vigilare anche sulla qualità del tessuto: cotone ritorto, sempre piuttosto pesantuccio. Con un bel popeline mi sento perfettamente a posto anche all'inferno. In alternativa, lino, lino, lino. Bello, durevole, maschile, fresco (nelle camicie, perché nell'abito ....). Un piccolo trucco: gli assorbenti alle ascelle.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 07-05-2003
Cod. di rif: 257
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Visita a Napoli del Sig. Fantini
Commenti:
Egregio Sig. Fantini,

La ringrazio per i complimenti ancorché io abbia ancora molto da conoscere ed apprendere.
Mi permetto di consigliarLe di cuore una visita alla città di Partenope; troverà, a tal proposito, molto interessanti gli articoli del nostro inarrivabile Gran Maestro su Monsieur di Marzo dell’anno scorso e sul numero di Febbraio del corrente anno. Mi faccia sapere.

Cavallerescamente,
Lorenzo Villa


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Nome: Franco Forni
Data: 13-05-2003
Cod. di rif: 258
E-mail: gonfal@tin.it
Oggetto: Clima, abbigliamento e virilità
Commenti:
Caro Gran Maestro,
colgo sempre più spesso nei tuoi scritti, come anche nell'ultimo su tessuti e clima, qualche accenno all'eleganza virile: non posso che approvare e proporre di approfondire il tema del Ruolo dell'Uomo, ruolo cui l'uomo ha rinunciato da tempo.
L'anno scorso, in giugno quando venne quella spaventosa ondata di caldo, presiedevo una cena in abito scuro a Bologna a Palazzo Isolani, dove si tenne la prima Adunanza Cavalleresca:era un via vai continuo al mio tavolo per chiedermi se ci si poteva togliere la giacca e la mia risposta era invariabilmente no! Venni guardato male dagli uomini, ma apprezzato dalle signore.
Molti uomini, anche di cinquant'anni,preferiscono indossare una giacca blu perchè intimiditi dal completo scuro, ritenuto "troppo impegnativo"; quasi nessuno porta più il cappello nel timore di apparire vecchio e ridicolo, come se il fatto di essere giovani rendesse automaticamente seri e affascinanti; per non parlare dei guanti ("non ho freddo alle mani", "tanto li perdo sempre" e se ci sono sono gialli) e degli ombrelli interi; tralascio i cappotti, sempre più spesso sostituiti da giacconi di plastica su sollecitazione delle mogli che vogliono un marito di settant'anni giovanile e sportivo.
Il tuo splendido articolo sulle valigie - complimenti di cuore - mi fa ricordare le orrende valigette in plastica e rotelle: che diamine, un gentiluomo non riesce più a trasportare una ventiquattr'ore di pelle dal binario al taxi?
Non si vede più un prete vestito da prete, un soldato con l'uniforme, un operaio con la divisa da falegname o da elettricista: nessun orgoglio della propria identità e del proprio ruolo, così come nessun coraggio o spirito di sacrificio: l'importante è confondersi nella massa, delle sagliette per gli "eleganti", dei jeans per gli "sportivi disinvolti".
Ovviamente il discorso è molto più profondo, ma che ne diresti intanto di incominciarlo?
Numquam servavi.

Franco Forni

Bologna, 12 Maggio 2003

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 13-05-2003
Cod. di rif: 259
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Un punto cruciale
Commenti:
Caro Franco,
mediante le osservazioni sull'abbigliamento, il tuo gesso coglie con mirevole precisione il fenomeno della decadenza generale dei comportamenti maschili, cui noi Cavalieri non possiamo assistere inerti. Intendo cogliere il tuo suggerimento di sollecitare un discorso sull'argomento, ma in questo caso l'abbigliamento non sarà più che una lente di ingrandimento che ci permetta di analizzare temi la cui natura esula dall'indagine puramente estetica per toccare la fenomenologia dello spirito. Peraltro la forma longitudinale delle lavagne è concepita per essere una sorta di diario, per dare spazio all'espressione di un parere isolato, ad un sistema domanda-risposta. Non è quindi questo, dedicato all'arte e tecnica del puro vestire, il luogo idoneo ad ospitare una discussione come quella che mi aspetto su questo "punto caldo". Ritengo quindi opportuno spostarci nel mio studio, area Posta del Gran Maestro, dove riverserò la tua lettera e risponderò.

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Nome: Franco Forni
Data: 13-05-2003
Cod. di rif: 260
E-mail: gonfal@tin.it
Oggetto: Punto cruciale 2
Commenti:
Caro Gran Maestro,
non appena inviata la lettera, mi sono accorto che la Lavagna dell'Abbigliamento non era la sede più adatta: il posto giusto era la Scrivania del Gran Maestro.
Mi ripromettevo di scusarmi e di proporti il trasferimento; come accade un po' troppo spesso ultimamente, mi hai letto nel pensiero e preceduto nell'azione.
Grazie ancora.
Franco Forni

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Nome: Alessandro Fantini
Data: 15-05-2003
Cod. di rif: 261
E-mail: aleofantini@yahoo.it
Oggetto: Camicia Barba
Commenti:
Gent.le Grande Maestro,

ho provato ad effettuare varie telefonate ma senza esito. Ho scoperto il sito : www.barbanapoli.com . Tra l’altro vendono i loro prodotti in vari negozi italiani e all’estero. Per i vostri canoni è più un servizio su ordinazione che un su misura con varie prove. Mi faccia sapere cosa ne pensa. Lei proverebbe ?

Distinti saluti
Alessandro Fantini


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 15-05-2003
Cod. di rif: 262
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Asola a macchina per Barba
Commenti:
Egregio signor Fantini,
sinceramente mi sembra che la camiceria Barba non abbia molto da dire. Un'impresa come tante, che cavalca il momento in cui il mondo desidera credere di indossare qualcosa fatto a Napoli. La camicia proposta, ancorché valida al di fuori di certi canoni tradizionali, resta inaccettabile per l'idea di uomo che noi istituzionalmente appoggiamo senza cedimenti, in quanto l'asola è a macchina.

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Nome: Alessandro Fantini
Data: 15-05-2003
Cod. di rif: 263
E-mail: aleofantini@yahoo.it
Oggetto: asole a mano
Commenti:
Gent.le Grande Maestro,

Le posso assicuarare che le camicie Barba hanno le asole fatte a mano, i travetti ricamati a mano, il collo montato a mano unitamente alle maniche. E’ probabile che esistano due linee……ho comunque capito il suo pensiero in merito : negativo.

Cordiali saluti.
A.Fantini


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 15-05-2003
Cod. di rif: 264
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Napoli? Sarà...
Commenti:
Egregio signor Fantini,
Lei certo ha maneggiato una camicia di Barba e quindi avrà potuto constatarne la qualità meglio di me. Quanto alle asole, nel sito della ditta si parla della cucitura dei bottoni, del giro manica, ma si tace sul fondamentale particolare delle asole. La mia idea si è quindi formata su questo silenzio in materia e sull'osservazione di un dettaglio di una loro camicia, ripresa nel loro stesso sito. Ingrandita, essa rivela un'asola da cui pende un peletto: segno di lavorazione a macchina. La mia impressione negativa non viene tanto dalla camicia, che non posso discutere sulla base di osservazioni così limitate, ma da certi dettagli: un numero di telefono che non ha risposto nè a me nè a Lei e che peraltro ho dovuto farmi fornire da un "addetto ai lavori", perché sull'elenco non figura, nè sulle Pagine Gialle, nè su quelle Bianche, nè su Virgilio. Nel sito non figura un indirizzo, nè un fax, nè un telefono, eppure si cerca di vendere tramite una scheda e-commerce. Si cita Napoli nell'indirizzo perché conviene, ma non sappiamo se poi tutto abbia sede lì o altrove. Non dimentichi che aziende importanti come Kiton si dichiarano napoletane, ma hanno stabilimento ed uffici ad Arzano, negozi a New York e Tokio, ma nemmeno un metro quadro nella città santa della sartoria, di cui si vantano di portare la bandiera. Un esempio così appariscente mi autorizza a stare sul chi vive, perché portare il nome Napoli oggi è un buon affare, ma se fossi io il Sindaco non accetterei che si sfoggi il nome della mia città senza impiegare le sue risorse, senza pagarvi una lira di tasse, senza in pratica avere con essa alcun rapporto. Troppo comodo, anche se funziona.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 16-05-2003
Cod. di rif: 265
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Camicie Barba
Commenti:
Caro Gran Maestro, egregio Sig. Fantini,

il Vostro colloquio sulla camiceria Barba mi ha incuriosito ed indotto ad approfondire l’argomento, complice anche un negozio della mia città che propone camicie prodotte con questo marchio. Di marchio infatti si tratta : l’azienda produttrice è la “ Marino Industria Confezioni s.r.l.” - strada Consortile Asi, 7 – 80022 Arzano – Napoli – Tel. 081 5739726.
L’azienda - è giusto chiamarla così e non camiceria - propone due linee : una semi-sartoriale (così viene definita …) con asole cucite a macchina e ribattitura del giro manica cucita a mano ed una sartoriale, con asole ricamate a mano, travetti, collo e ribattitura del giro manica cuciti a mano. I bottoni vengono dichiarati di madreperla australiana, cuciti a giglio e alti 5 mm. Viene offerto un servizio di “su-ordinazione”, in cui in realtà non si fa che mettere assieme caratteristiche di camicie diverse con l’aggiunta di qualche piccola modifica : collo 41, spalle della camicia tg.40, polso un centimetro più lungo e via di questo passo.
Accanto alle camicie viene anche proposta una linea di cravatte sette pieghe.
A mio avviso si tratta di un marchio che insegue il successo ottenuto dalle camicie Borrelli e ahimè, da tutto quello che reca impresso la scritta “Napoli”.

Sempre Vostro,
Lorenzo Villa


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 16-05-2003
Cod. di rif: 266
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Come volevasi dimostrare
Commenti:
Bene Villa, ottimo lavoro.
Come avevo ipotizzato, l'indirizzo www.barbanapoli.it non è un altro di quei trucchetti che anche nel Mar Giallo stanno studiando per far credere agli ingenui di essere in possesso di una tradizione partenopea. Del resto un bottone alto 5 mm è una caricatura che denuncia immediatamente l'origine provinciale. Il signor Fantini, come certo molti altri, era cascato in quest'inghippo (veda gesso n.253), ma d'ora in poi credo che starà più attento prima di credere a chi gli dica che una tal cosa (molto spesso una giacca o una camicia) sia napoletana e così quanto abbiano letto la discussione. Non mi piace dover dire cose antipatiche, non cerco lettori avidi di intrighi ed assassini. Però dall'Islanda o da Arzano lasciassero in pace Napoli. Se abbiamo i nostri problemi col traffico o l'immondizia non è giusto che dei vantaggi del nome sia pronto ad approfittare chi non vive e lavora in città. Se i nostri rappresentanti fossero più sensibili, non lascerebbero intentata un'azione per la difesa di un toponimo che è da solo un marchio ed un patrimonio. Questa ricchezza spetta però a chi nasce e/o vive e comunque lavora nel territorio cittadino che per legge si chiama Città di Napoli, dandole così qualcosa in cambio. Ora si comincerà a capire perché parlo sempre in modo favorevole di Rubinacci, Marinella o Solito, nostri veri ambasciatori. Essi portano dappertutto il meglio della città dove sono veramente nati come uomini e come aziende.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 16-05-2003
Cod. di rif: 267
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Errata corrige del gesso successivo
Commenti:
Bene Villa, ottimo lavoro.
Come avevo ipotizzato, l'indirizzo www.barbanapoli.it non è che un altro di quei trucchetti che ...

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Nome: Alessandro Fantini
Data: 19-05-2003
Cod. di rif: 268
E-mail: aleofantini@yahoo.it
Oggetto: Grazie per le informazioni
Commenti:
Egr. Dott. Villa,

le sue informazioni sono ricchissime ed esaurienti. Ora so tutto. Lei è persona sorprendente per conoscenza e passione. Accetti i miei umili ma sinceri complimenti. Grazie di tutto.

Cordiali saluti.
Alessandro Fantini


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Nome: Lorenzo Villa
Data: 19-05-2003
Cod. di rif: 269
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Botton-down e cravatta
Commenti:
Esimio Gran Maestro,

una corroborante bottiglia di spumante, riparata da un cielo minaccioso e inclemente da un frusciante tendone, ha reso “effervescente”, durante il pomeriggio di sabato, un simposio sulla camicia botton-down.
Di certo l’arguto americano che ha ideato questo collo per combattere le fastidiose sferzate del vento, non ipotizzava il filosofeggiare di tre amici intorno alla sua invenzione.
E’ doveroso premettere che non sono affezionato a questo tipo di collo, ancorché ne possegga qualcuno nel mio guardaroba.
L’argomento centrale dell’animata conversazione verteva sull’utilizzo di questo tipo di camicia con la cravatta. Io, insieme ad uno degli interlocutori, sostenevo l’assoluta esigenza, soprattutto con colli dotati di ampia e lunga vela, di indossare la cravatta senza allacciare i bottoni del collo. Il terzo invece era fermamente convinto della necessità di assicurare il collo allo sparato della camicia con i piccoli bottoni : in presenza della cravatta, un segno di ordine ed eleganza..
A nulla sono valsi gli esempi del calibro del divino marchese Parisi, di Giovanni Agnelli e Luca Cordero di Montezemolo. La posizione è stata ferrea ed inespugnabile.
Interessante a questo punto estendere la piacevole diatriba all’interno della nostra Lavagna, confidando nella Sua magistrale parola in merito.

Suo fedelissimo Scudiero,
Lorenzo Villa


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 19-05-2003
Cod. di rif: 270
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Meno leggi, più gusto.
Commenti:
Egregio Scudiero,
vedo che Lei beve e stimola discussioni sull'abbigliamento, in tal modo portando alta la nostra bandiera. Due volte bene, Villa.
Veniamo al punto. Il collo della buttondown, che è sempre a punte lunghe e non molto aperte, si differenzia da quello classico non tanto per essere ad angolo piuttosto acuto (anche il collo tradizionale può avere lo stesso angolo), ma per due particolari: lo spazio cravatta ed i bottoncini. Il primo non è meno importante di questi ultimi ed anzi è prevalente. Se abbiniamo allo spazio cravatta un collo a punte piuttosto allungate e morbide. avremo un effetto button-down anche senza i bottoncini. A questo punto, abbottonare o meno non mi sembra sottoposto ad alcuna regola aurea. Ho una vaga preferenza per il bottoncino slacciato, ma non ne farei una legge. Ricordiamoci anzi che di vere leggi ve ne sono ben poche ed ancor meno di legislatori, sicché occorre andar cauti con le petizioni di principio. Illustri esempi dell’una e dell’altra scuola lasciano le cose come stanno. L’unica accortezza è nel verificare che il collo si mantenga in forma e posizione corretti, senza svirgolare in malo modo verso l’alto o sovrapporsi alla giacca. In tal caso, non resta che mettersi l’animo in pace ed abbottonare.


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Nome: Franco Forni
Data: 19-05-2003
Cod. di rif: 271
E-mail: Gonfal@tin.it
Oggetto: Camicie button down e cravatta
Commenti:
Caro Scudiero Villa,
Scudiero ancora per poco, se ben ricordo la Sua scheda.
Questa volta non sono d'accordo con Lei: i personaggi che porta ad esempio, ai quali aggiungerei Maurizio Marinella che ha la stessa abitudine, fanno storia a sè con la loro personalità e i loro vezzi.
Ritengo la camicia button down un capo già abbastanza informale di suo, che non abbisogna di ulteriori enfatizzazioni; anzi, dal momento che in genere è di un tessuto a righe o quadretti e abitualmente la si indossa con giacche sportive (almeno io la vedo così), credo che un tocco di rigore costituisca un piacevole contrasto.
Personalmente utilizzo colletti button down con camicie di flanella o di oxford pesante, anche di lino irlandese qualche volta, e tengo i bottoni allacciati, perché mi sento meglio così, non perché esista una regola: se esistesse, forse li slaccerei.
Nel rinnovarLe la mia stima e simpatia, cavallerescamente La saluto

Franco Forni

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 20-05-2003
Cod. di rif: 272
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: A vele spiegate !
Commenti:
Stimatissimi Gran Maestro e Cavaliere Forni,

il Vostro autorevolissimo parere fornisce elementi preziosi per l’arricchimento della mia conoscenza. Sono assolutamente concorde con il considerare la camicia botton-down un capo sportivo, ancorché siano in molti ad abusarne. Continuo a preferire la libertà estetica di un collo svincolato dal busto, sbottonato, che evidenzi la morbidezza delle sue vele “spiegate”, la loro caratteristica vitale.
La camicia più famosa al mondo con questa tipologia è la Brooks Brothers. Cercando di chiudersi gli occhi per evitare di guardare quelle misere asole cucite a macchina e quei bottoni “quasi plastici”, è davvero proverbiale ed inimitabile il suo collo ? Gli americani, contravvenendo la regola che la vorrebbe solo camicia sportiva, usano anche tessuti formali. Passo spesso davanti a vetrine con queste camicie, trovandole tutto tranne che affascinanti. Un mio conoscente le trova insuperabili. Sarà, ma la Fifth Avenue, a mio avviso, è lontana dall’eleganza maschile …

Sempre Vostro
Lorenzo Villa


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Nome: Franco Forni
Data: 20-05-2003
Cod. di rif: 273
E-mail: Gonfal@tin.it
Oggetto: Camicie Brooks Brothers
Commenti:
Carissimo Scudiero Villa,
continui pure a sognare la Fifth Avenue, ma lasci pure tranquillamente perdere Brooks Brothers.
Nel 1996 durante un viaggio nel New England ad un certo rimasi senza camicie. Poiché tutti i capi dopo dopo essere stati un paio di volte nelle lavanderie degli alberghi americani assumono una identica tinta grigiastra ed una consistenza vagamente lanosa, a Boston ne acquistai due da Brooks Brothers.
Ebbene, queste sono di gran lunga le peggiori camicie, come fattura e come tessuto, che abbia mai posseduto, pari, forse, a quelle di Thurnbull&Hasser acquistate da Bardelli a Milano una volta che, causa un felice incontro, non tornai a casa per il fine settimana.
Però in quel caso il gioco valeva la candela...
Se può consolarla, hanno invece dei graziosi tubetti che contengono stecche di celluloide di tutte le misure con inciso in oro il loro marchio, ma qui si sta parlando di souvenir, non di camicie.
Adesso mi risulta che il rampollo di una grossa famiglia italiana abbia acquistato Brooks Brothers con l'intento di migliorarne la qualità.
Ci vuole poco.
La saluto cordialmente e continui così.

Franco Forni

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 21-05-2003
Cod. di rif: 274
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Blasone per nulla
Commenti:
Gentilissimo Cavaliere Forni,

mi compiaccio del Suo pensiero sulla camicia Brooks Brothers, che coincide perfettamente con il mio. Non ho invece mai avuto l’opportunità di vedere una camicia di Turnbull & Asser : come comprendo dal Suo giudizio, tanto blasone per nulla … Ciò mi conferma che sono molti i marchi con un passato glorioso e leggendario che oggi si reggono in piedi grazie all’etichetta che cuciono (… a macchina) sui loro capi, ormai completamente industriali.
Teniamoci stretti i nostri artigiani !

Con stima,
Suo
Lorenzo Villa


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 21-05-2003
Cod. di rif: 275
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: T&A
Commenti:
Rievocando qualche pezzetto della nostra stessa storia cavalleresca, vorrei gettare uno sguardo sereno su Turnbull&Asser. Conosco piuttosto bene la ditta inglese, che ha partecipato su nostro invito e con grande impiego di mezzi ad uno dei Laboratori d'Eleganza (veda Colonna degli Eventi). Prima di entrare in contatto diretto, ero confuso dalla fama e dalla letteratura su questo prestigioso nome, che alla prova dei fatti ha leggermente deluso noi vecchie pellacce avvezze alle pericolose avventure artigianali. Quanto alle camicie, la fattura è senza alcun guizzo, di un livello industriale. La gamma dei colori è in molte parti improponibile per il nostro gusto, lontano dai rigatini sincopati così cari agli inglesi. C'è un però: la qualità del Sea Island è eccezionale. Moltissimi Cavalieri, riconoscendone la suprema qualità, chiesero ed ottennero di acquistare tagli di tessuto. Giunsero con regale puntualità, ad un prezzo che fu "politico" in occasione dell'appuntamento napoletano e grazie all'autorevole intervento di Marinella. Quest'ultimo ne regalò due tagli al nostro esigentissimo socio decano, che non è solito sprecare elogi, eppure da allora loda quel tessuto senza mezzi termini. Io ne ordinai un solo taglio, che anch'esso mi venne regalato da Maurizio, in un twill celeste a righino bianco. A distanza di due anni resta di un comfort insuperabile.

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Nome: Antonio Ghidini
Data: 21-05-2003
Cod. di rif: 276
E-mail: Non ne ho una
Oggetto: Futuro del commercio di qualità
Commenti:
Spett.li Gran Maestro e Ordine Cavalleresco,

ho conosciuto il vostro sito attraverso la rivista Monsieur. Purtroppo non possiedo una e-mail in quanto scrivo dal negozio in cui lavoro. Mi presento : mi chiamo Antonio Ghidini, ho 36 anni, lavoro a Parma in una delle principali boutique di abbigliamento classico uomo.
La mia lettera è per chiedere il vostro parere in merito a quella che da più parti viene definita la crisi dell’abbigliamento e del commercio. E’ da anni ormai che i negozi di abbigliamento perdurano in una crisi senza uscita. Si lavora, ma poco di più. Si da la colpa all’euro, alla crisi economica, alla guerra, a tanto altro che varia negli anni ma la sfiducia rimane. Si dice che sono cambiati i consumi, ma un individuo che prima si faceva cucire da noi in sartoria un abito o comprava un abito già pronto, dove va ? Al ristorante ? In vacanza ? Gira con i pantaloni bucati ?
Voi siete persone coltissime e che conoscono profondamente la nicchia dell’artigianato, cosa per altro che per i pochi rimasti non va per niente male (almeno lui), sapete darmi una risposta ? Come sarà il commercio in Italia tra 10-20 anni ? Fatto solo di orribili centri commerciali ? In centro rimarranno solo due-tre negozi ?
Scusate il mio sfogo, ma non riesco a capire le ragioni di chi continua a dire cha abbiamo gli armadi pieni e vorrei una vostra risposta che mi faccia capire cosa venderemo tra vent’anni. Per fortuna le sartorie stanno vivendo un momento d’oro come tutto il su-misura.

Antonio Ghidini da Parma / 21-05-03


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Nome: Lorenzo Villa
Data: 21-05-2003
Cod. di rif: 277
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Bottoni d'antan
Commenti:
Carissimo Gran Maestro Giancarlo Maresca,

un casuale incontro, dopo parecchi mesi, con l’anziano Maestro sarto di cui già le accennavo tempo addietro, mi ha portato a conoscenza della sua incessante ricerca di bottoni di corozo datati. Grazie ad alcuni suoi vecchi clienti e ad atti di “alta pirateria” su vecchi completi, continua a recuperare esemplari in corozo di anni or sono, insuperabili per le sfumature acquisite nel tempo e nell’uso.
Mi ha inoltre riferito che un problema simile affligge il corno naturale : impagabile quello di alcuni decenni fa.
Possibile che al giorno d’oggi non siamo più in grado di creare il “sapore” ?
Sembra che ogni avanzamento tecnico debba necessariamente immolare qualcosa sull’altare.

Numquam Servavi.
Lorenzo Villa


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 21-05-2003
Cod. di rif: 278
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Bottoni e progresso
Commenti:
Egregio Villa,
la Sua ultima domanda fa riflettere. La parola progresso viene quasi sempre tirata fuori a casaccio, ma nessuno ha mai pensato al suo vero significato, alla sua radice matematica. Ritengo che si possa parlare di progresso quando in una qualsiasi attività si giunge ad un rapporto più efficace tra causa ed effetto, tra risorse e risultato. Un motore che pesa una tonnellata e sviluppa trenta Hp è meno progredito di uno che pesi cinquecento chili ed abbia una potenza di trecento cavalli. Quando si passa dal campo meccanico a quello umanistico, i risultati non si misurano in cavalli e sono molto articolati, sicché diventa più difficile parlare di progresso. Un telaio tessile, da questo punto di vista, potrà dirsi pogredito sinché migliora la quantità di prodotto giornaliero senza intaccarne la qualità. Oggi l'attenzione è stato abilmente trasferita dalla qualità reale su quella apparente, dove è incorporata in un nome e non nella cosa in sé. Investimenti in comunicazione aumentano il valore di quel nome ed il gioco è fatto. Gli oggetti tradizionali si conservano spesso nella forma, ma poiché i commercianti non sono più in possesso di una cultura del prodotto, la domanda di qualità autentica si esaurisce ed il contenuto pure, nè queste nicchie hanno accesso o interesse alla grande comunicazione. I corozi sono cambiati perché evidentemente le sostanze utilizzate per la tintura e burrattatura sono cambiate. Sinceramente ho trovato corni stupendi sino a pochi anni fa. Credo che sia ancora attiva una fabbrica di Piacenza, la Conti Vey, che produceva dei modelli stupendi. Lei che vive da quelle parti ed è così abile ricercatore, dia fondo al suo talento investigativo. Le chiedo anzi di redigere una scheda per il nostro portico, qualora le cose stessero come io spero.
Quello che manca è un certio tipo di prodotto. Veniva una volta utilizzato comunemente un corno africano oggi molto raro e costoso (lo so perché lo utilizzo per rivestire astucci portasigari), ma tutto sommato il bottone in corno è ancora vivo. Approfitto per una piccola nota: la qualità la si vede di profilo: un grande bottone ha una tazza molto pronunciata, quasi emisferica, che fa risaltare molto la qualità del bottone dopo che è stato cucito. I buchi sono grandi e ben distanziati. La corona è alta, ben distinta ed ha profilo tondo.

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Nome: Sergio Di Filippo
Data: 21-05-2003
Cod. di rif: 279
E-mail: sergio.difilippo@libero.it
Oggetto: Tessuti e pinces
Commenti:

Egregio Gran Maestro,

Vorrei cortesemente sapere da Lei, quale cultore e collezionista di tessuti, se riserva a questi qualche trattamento particolare prima di sottoporli nelle abili mani del maestro Solito.
Le chiedo ciò perché in passato ho letto da qualche parte che i migliori sarti, bagnavano i tessuti e li pressavano tra i cartoni prima di tagliarli, ora mi risulta invece che sia invalso l’uso della cosiddetta “sfumatura” col ferro a vapore.
Quale delle due soluzioni a Suo avviso è preferibile?
Le sarei inoltre grato se potesse soddisfare un’altra mia curiosità.
In una fotografia pubblicata sull’ultimo numero di Monsieur, (a pag. 30), ho notato una giacca che, se non mi sbaglio, presenta sui quarti anteriori una "pince" obliqua che parte dal giro manica e si ferma alla tasca. Mi farebbe piacere conoscere il Suo punto di vista in merito a questa tecnica e se questa risponde a qualche scuola particolare.

Cavallereschi, cordiali saluti
da San Daniele del Friuli - 21 maggio 2003

Sergio Di Filippo



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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 22-05-2003
Cod. di rif: 280
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto:
Commenti:
Egregio Cavaliere Di Filippo,
i veri sarti bagnano ancora tutti i tessuti e gli interni e nessuno di essi adopera un ferro a vapore. Lei non è nuovo all'ambiente e sa che l'attrezzo che adopera un Maestro sarto è esclusivamente elettrico e pesa dai cinque agli otto chili. L'avqua viene data direttamente o su una tela di tasca, passando con un pennello fatto di vecchio tessuto sfilacciato. Ancorché nelle fasi di finissaggio questi ultimi vengano stabilizzati con il decatissaggio (passaggio di vapore caldissimo a pressione, che determina anche l'esaltazione o la scomparsa del vello), chiunque abbia visto l'effetto che su un tessuto ha il bagno e la stiratura sartoriali non può che convenire che essa sia insostituibile nel conferire al tessuto plasticità e corpo, morbidezza e fascino. Il segreto che Lei credeva io abbia esiste veramente ed è la stagionatura. Io posseggo una vasta riserva di tessuti, alcuni dei quali molto rari ed attingo sempre da essa. Non faccio mai cucire un taglio che non sia ben invecchiato. Soloil tempo ammortizza infatti lo stress del telaio e porta il tessuto nelle milgiori condizioni per essere lavorato. Un tempo rubinacci aveva dei grandi tralicci, simili a quelli sui quali si poggiano le assi per farvi lievitare il pane, ma sopra si adagiavano le flanelle per farle stagionare. Oggi sarebbe impossibile, per motivi di spazio e di costi, sicché il tempo ce lo troviamo sempre a giocare nella squadra avversaria. Possiamo batterlo con questo piccolo trucco.
Quanto alla pinces che Lei segala, si tratta di una lavorazione tradizionale che in quel caso è piuttosto appariscente per la corporatura del soggetto. Non vado avanti per due motivi: il primo è che devo rispondere ad una complessa domanda proveniente dal signor Ghidini di Parma e so che mi occuperà molto tempo. Il secondo motivo è che so che Lei parteciperà anche alla seconda edizione dei Laboratori. Poiché il programma sartoriale verte sulla prima prova e quindi anche sullo scopo e la tipologia delle pinces anteriori, potrà fare questa domada ai Maestri Solito e ricevere - anche con una dimostrazione pratica - una risposta più soddisfacente di quella che potrei fornirLe io. Nel caso dovesse intervenire dopo questa fase, provvederò dopo il 28 a soddisfare la Sua curiosità.


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 22-05-2003
Cod. di rif: 281
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Commercio oggi e domani
Commenti:
Egregio signor Ghidini,
la Sua domanda è veramente complessa, almeno quanto sincero il Suo sgomento. Vi sono vari motivi cui far risalire la crisi del settore abbigliamento. Una è una risistemazione dei bilanci delle famiglie a reddito fisso, nelle quali prendono sempre più spazio le comunicazioni. Computer, internet e telefonini rappresentano una voce nuova e consistente, che certamente ha sottratto interesse e risorse al Suo settore. C’è insieme una questione di riconoscibilità. L’uomo spende sempre meno per le soddisfazioni immediate e sempre più per quelle mediate, cioè che lo gratificano attraverso un senso di appartenenza al gruppo che rappresenta la sua patria sociale o il suo obiettivo sociale. Questa gratificazione è raggiungibile più facilmente attraverso il gadget di ultima generazione che con un capo di abbigliamento che si “sente” sempre meno proprio. Caro signor Ghidini, siamo in epoca di uniformi e la vittoria del capitalismo ne ha vendute molte più di quante abbia fatto il socialismo. Una grave responsabilità viene dal settore del commercio, che è gestito da persone sempre più incompetenti, non in grado di fidelizzare il cliente ad uno stile, ad un rapporto col magazzino, ad un prodotto, ad un dialogo col capo che ne tiri fuori la qualità. L’uso di testimonial sempre più diffuso ci indica con prove di fatto che il pubblico viene spinto ad un acquisto della tale scarpa non perché sia intrinsecamente valida, durevole e confortevole, ma perché la indossa il tale campione sportivo o quell’attore famoso. Insomma, la qualità dice sempre meno. A ben vedere, ritroviamo una giustificazione del genere anche nel trionfo del su-misura. L’uomo che vuole sentirsi individuo diffida delle griffe, spubblicate oltre ogni limite nella volontà sciagurata di produrre dal rubinetto alla calza e si rifugia nell’artigianato. Per molti, che vanno dal sarto senza una specifica cultura, non è nemmeno questione solo di qualità, ma di significato. Se voglio essere me stesso non posso scegliere qualcosa che possono avere in mille. Al di fuori di questo circuito, sta di fatto che originali ed imitazioni sono prodotte quasi sempre nello stesso bacino orientale di manodopera a basso prezzo. Sono pertanto molto vicine nella qualità reale e distraggono una quantità di pubblico, anche con congrua capacità di spesa. Al mercatino di Posillipo sono più le mogli di professionisti che le madri di famiglie monoreddito e credo che questa realtà sia di livello nazionale.Tutto questo porterà ad un’affermazione sempre maggiore del franchising, dell’abbigliamento usa-e-getta di basso costo e nulla durata. Abbiamo già detto che il problema è l’appartenenza, ma la grande comunicazione, ivi compresa quella cinematografica, indica ogni anno nuovi parametri. Non è importante avere un bel pantalone, ma un pantalone a vita così, con le tasche colà e via andare. In questo sistema non c’è spazio che per l’industria, che gode dei capitali per un’adeguata promozione. Questo sistema cattura sempre più persone e fasce sociali e d’età. Innanzitutto l’appartenenza ripete il suo cliché anche ad un livello molto più alto, quello delle griffe da migliaia di euro al pezzo. Più in basso, uomini e donne di mezza età o ben oltre la cinquantina si sentono chiamati a dimostrare di essere giovanili, perché quello della salute e della gioventù è un valore più spendibile ed immediato della classe e dell’equilibrio formale. Lo scenario è quindi complesso ed a mio parere irreversibile. L’artigianato sartoriale resterà sempre vivo, anche se con quelle rettifiche che ho già indicato molto tempo fa su questa stessa lavagna (faccia una ricerca con i sistemi a disposizione). Il commercio si evolverà privilegiando solo i grandi gruppi e quelli che sopravviveranno più a lungo saranno i piccoli grandi venditori, artigiani del rapporto umano e del gusto, capaci di far innamorare il cliente e di creare un’atmosfera che da sola sostituisca i lustrini ed i grandi manifesti. La nostra associazione è al loro fianco e cerca di mantenere ad oltranza un bacino di consenso per quanti si riconoscano nella tradizione della qualità e vogliano trovare altri che non accennino ad un ghigno nel vedere un cappotto ed un cappello. Il Cavalleresco Ordine ha voluto essere sin dall'inizio una piccola area a regime autonomo, dove poter dare importanza ad un gesto o ad un oggetto sapendo che altri potranno capire l’amore che c’è dietro una ricerca o un acquisto o anche solo in un desiderio. Mantenere viva una cultura significa anche tenere attivo un mercato.


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Nome: Antonio Ghidini
Data: 22-05-2003
Cod. di rif: 282
E-mail:
Oggetto: Commercio e artigianato
Commenti:
Spett.le Grande Maestro dell’Ordine Cavalleresco,

la ringrazio molto per la sua risposta così approfondita. Il futuro del commercio è quindi segnato inesorabilmente. Esisteranno ed apriranno solo negozi monomarca di abbigliamento spazzatura. Rimarrà, da quello che mi sembra di capire, uno-due negozi di alto livello di servizio offerto per città. Per fortuna che sopravvivranno le sartorie e gli artigiani. Quei pochi rimasti vivono nella mia città un momento di richiesta enorme. Sono subissati da un numero enorme di richieste, molto oltre le loro capacità. Forse una parte dei negozi ha perso questa piccola fetta di clientela che è tornata alla sartoria. In effetti solo chi offre e chi offrirà un servizio, potrà andare avanti e progettare un futuro. Il negozio tradizionale, familiare, anche storico, plurimarca, scomparirà…….. Rimarrà la piccola bottega…….almeno così ho interpretato le sue importanti parole.
Evviva l’artigiano. L’ho sempre ammirato. Peccato non aver imparato il mestiere da giovane……oggi ci sarebbe da lavorare giorno e notte.

Voglia considerare i miei più cordiali saluti.

Antonio Ghidini – PR – 22-05-03


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Nome: Franco Forni
Data: 22-05-2003
Cod. di rif: 283
E-mail: Gonfal@tin.it
Oggetto: O gran virtù dei Cavalieri antiqui!
Commenti:
Cinquant'anni fa, nel 1953, Giannino Marzotto vinceva su Ferrari la Mille e Miglia. Il Conte Marzotto tagliò vittoriosamente il traguardo indossando un pullover di cachemire; dal baule del coupé estrasse la giacca doppiopetto grigio fumo di Londra e a chi gli chiedeva conto di quella mise rispose "Avrei potuto ritirarmi ed allora sarei dovuto salire su un treno. Dovevo portarmi un abbigliamento consono".
Da "Il Resto del Carlino" 22.05.03

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 22-05-2003
Cod. di rif: 284
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Antichi cavalieri - Tempi moderni
Commenti:
Carissimo Cavaliere Forni,

nutro profondissima stima nei Suoi confronti e ci tengo a dirLe che spesso la mia serenità e felicità derivano dal sapere che il nostro Sodalizio ed il nostro Castello difendono e custodiscono una filosofia di vita così felicemente sintetizzata dal Conte Marzotto nelle righe da Lei riportate. Ben oltre la nostra stessa esistenza, è la ragione per cui siamo qui.

Numquam Servavi !

Suo
Lorenzo Villa


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Nome: Cancelleria dell'Ordine
Data: 23-05-2003
Cod. di rif: 285
E-mail: cavalleresco.ordine@noveporte.it
Oggetto: Refettorio d'Eleganza
Commenti:
Cavalieri imperturbabili, visitatori del Castello, simpatizzanti del Cavalleresco Ordine registrati nelle nostre liste, appasionati di abbigliamento, già sapete che Mercoledì 28 p.v. si celebrerà il secondo appuntamento bolognese del ciclo dei Laboratori d'Eleganza. Aggiungiamo che la giornata sarà ricchissima di momenti ed argomenti interessanti. Al programma culturale si è aggiunto un momento di incontro tra Cavalieri, con una parentesi eno-gastronomica tutt'altro che trascurabile. Onde prevenire le crisi ipoglicemiche e lenire le fatiche di un Laboratorio così impegnativo, la Prefettura cavalleresca di Bologna ha infatti curato insieme a De Paz e Peron un rinfresco con specialità bolognesi e dolci ferraresi, preparato dal socio-ristorante Al Montegrappa da Nello. Mangeremo da incorreggibili peccatori, ma berremo come Santi, anzi come Dei: Champagne Billecart-Salmon Brut Reserve e Tuiliere Vieille Blanc del Domaine Milan (Grenache 80% e Rolle 20%, una delle triple A scoperte da Gargano).

Orari e dettagli qui nel sito, colonna degli Eventi, pagina dei Laboratori.

La Cancelleria dell'Ordine


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Nome: Filippo Loretoni
Data: 23-05-2003
Cod. di rif: 286
E-mail: filippo@clab.it
Oggetto: prima esperienza con abbigliamento sartoriale
Commenti:
Egr. Gran Maestro, Stimatissimi Cavalieri,

Torno a scrivere su queste lavagne per farvi partecipi di una grande soddisfazione personale.
Dopo lungo pellegrinaggio alla ricerca di un Maestro sarto a Milano e grazie alla disponibilità e cortesia di un frequentatore di questo sito, il sig. Decandia, mi sono rivolto al Maestro Curci.
Oggi, dopo 3 prove, ho ritirato il mio primo completo e sono, a dir poco, entusiasta del risultato.
Il Maestro ha saputo interpretare perfettamente le mie richieste creando un capo ai miei occhi assolutamente impareggiabile, ed ha persino avuto la pazienza di spiegare il proprio lavoro per consentirmi di apprezzare meglio la vera Qualità, quella senza compromessi.
Mi ha fatto comprendere quanto sia importante utilizzare esclusivamente materiali naturali, mi ha spiegato come un capo estivo sartoriale, seppur foderato, sia incomparabilmente più fresco di una giacca di confezione (in cui la fodera è tipicamente termosaldata) ha avuto la cortesia di introdurmi ad un mondo di cui da tempo leggo su queste pagine ma che solo ora posso apprezzare appieno.
Questo mio gesso vuole essere un tributo al Maestro Curci, che come ogni vero saggio non ha timore di condividere il proprio scibile e non si trincera dietro "segreti professionali" che fungono troppo spesso da paravento all'incompetenza.
Spero in cuor mio che Curci abbia ancora lunga vita professionale e che trovi presto apprendisti cui trasmettere la passione e l'esperienza di cui è depositario.

Si dice che i discepoli siano fiaccole da accendere e non vasi da colmare. Se la mia fiamma comincia ora debolmente a splendere devo ringraziare il C.O. per gli impareggiabili contributi pubblicati su queste pagine.

Cordiali saluti,

Filippo Loretoni

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 23-05-2003
Cod. di rif: 287
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Felicitazioni al sig. Loretoni
Commenti:
A nome di tutti i nostri Soci mi rallegro per questo risultato che ora comprende essere non solo estetico, ma umano.
Non voglio nasconderLe un certo rammarico, questa volta personale, per non aver avuto nè prima nè adesso notizie in merito al Maestro Curci, del quale non conosciamo un recapito e nemmeno il nome. Forse non immagina il volume di lavoro che viene svolto in questo castello per la propagazione di certe notizie rare e Lei stesso starebbe ancora vagando se da queste torri non fosse giunta la voce che Le ha indicato il cammino. Qui l'anonimato è bandito anche perché possa esservi una corrispondenza privata tra i Visitatori ed evidentemente la notizia del Decandia è passata attraverso questa Via. Avendone utilizzato la struttura, credo però che sarebbe stato opportuno farne accenno anche su questa Lavagna, in ossequio ad un debito morale. Purtroppo non siete di questo avviso e ne prendo atto. Ciò non significa che noi non si sia pronti in altre occasioni a venire incontro alle Vostre o altrui curiosità con tutti i mezzi a disposizione. Non si tratta di porgere l'altra guancia, ma per uno schiaffo i guerrieri non si distraggono neanche.

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Nome: Filippo Loretoni
Data: 23-05-2003
Cod. di rif: 288
E-mail: filippo@clab.it
Oggetto: uso ed abuso del Castello
Commenti:
Egr. Gran Maestro,

comprendo la sua tirata d'orecchi e non mi sottraggo al rimprovero (faccio semmai notare che vista la fisionomia del sottoscritto sarebbe stata più indicata una "tirata di naso" à la Cirano).

Mi sia concesso comunque di spendere una parola in mia difesa.

Durante questi mesi ho volutamente (e faticosamente, poichè la mia natura mi porta ad essere un entusiasta inguaribile) taciuto sulla mia esperienza (o forse dovrei parlare di esperimento) per riguardo verso quanti frequentino queste lavagne. Se da un lato non volevo tediare alcuno con le mie "scoperte" da neofita, certo risibili agli occhi di chi è più navigato di me, dall'altro non volevo correre il rischio di segnalare un Maestro la cui opera fosse offuscata da compromessi.

Adduco quindi le seguenti attenuanti: L'understatement è un vezzo di cui gli anni di permanenza in Gran Bretagna mi hanno reso schiavo, mi duole che questo mio atteggiamento possa essere stato confuso per cattiva educazione o volontà di abusare di questo mezzo.
Il rispetto che nutro per i Cavalieri ed i frequentatori del Castello ha fatto il resto. Ho ritenuto infatti opportuno valutare il lavoro finito del Maestro Curci prima di portarlo agli onori della cronaca come sarto degno di nota.

Ai miei occhi, non certo esperti, l'atelier sito in via Emilio Caldara al 18 in Milano merita senza dubbio una visita, non fosse altro che per la cortesia del Curci. Il numero di telefono (reperibile sulle pagine gialle) è 02 5511836.

Se il Maestro saprà soddisfare i vostri severi canoni di giudizio, indirizzate pure il vostro plauso al Sig. Decandia. Nel caso invece non riteniate l'opera del Curci degna del C.O. sarò interessato a capirne i motivi per poter accrescere la mia esperienza.

Con rinnovata stima
Filippo Loretoni

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 23-05-2003
Cod. di rif: 289
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Qui non tema i parassiti
Commenti:
Egregio Loretoni,
la chiarezza fatta restituisce alla sua purezza la gioia che provo nel leggere la Sua soddisfazione. Quanto alla mia ramanzina, chi ha orecchie per intendere intenda e chi per farsele tirare, si accomodi. Non se ne parli più. Posso solo dire che nessuno avrebbe sorriso ai Suoi commenti. In ossequio ai princìpi del cavalleresco Ordine, questo castello è stato eretto proprio per proteggere dall'ironia - della quale, avrà notato, si fa pochissimo uso - la delicatezza di certi sentimenti virili oggi privi di quella scorza dura e di quell'autonoma fiducia in sé stessi che li preservava dai parassiti del facile consenso e della battuta volgare.
Quanto alla Sua nuova fede nella sartoria, l'entusiasmo che leggo è quello di chi ha compreso la forza, come sempre di origine binaria, che attraverso il rapporto tra Maestro e Cliente si trasferisce nell'opera.
Benvenuto tra noi.

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Nome: Cancelleria dell'Ordine
Data: 29-05-2003
Cod. di rif: 290
E-mail: cavalleresco.ordine@noveporte.it
Oggetto: Laboratori bolognesi - Ringraziamento
Commenti:
Il nostro sodalizio ringrazia i Maestri Sarti Gennaro e Lugi Solito, il Maestro Pantalonaio Salvatore Ambrosio, i Maestri Calzolai Bruno e Simone Peron e Dante De Paz per il contributo dato in occasione del Laboratorio di Eleganza di ieri 28 Maggio. Ringrazia altresì tutti gli intervenuti, in verità un numero impressionante,e tra essi in modo particolare coloro che hanno affrontato ragguardevoli distanze. Si è trattato di un trionfo, anche in termini numerici. Sono intervenuti anche altri sarti, segno che i Laboratori riescono ad essere luogo di vero approfondimento ed a porsi come luogo privilegiato ed equanime di confronto su materie specialistiche.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 30-05-2003
Cod. di rif: 291
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Informazioni su Conti Wej s.r.l.
Commenti:
Esimio Gran Maestro,

la mia ricerca sulla Conti Wej è giunta al capolinea, anzi, è più opportuno dire, ad un binario morto. L’azienda, facente parte di quel grande distretto di bottonifici che è Piacenza, produce bottoni in corno, in corozo, in madreperla, in metallo ed in legno. Le notizie fin qui riportate sono state raccolte anche grazie al Sig. Boschi, titolare del negozio Alberto Boschi, che utilizza i loro bottoni in corno. Ne ho esaminati alcuni, constatando al tatto ed alla vista un prodotto bello e ben realizzato, quasi fin troppo perfetto… e con la tendenza a privilegiare sfumature poco evidenti.
Purtroppo il successivo contatto con l’azienda non è stato dei migliori : la mia prima telefonata per avere notizie sulle lavorazioni e sulla stessa manifattura – ammesso che lo sia ancora – ha cozzato contro il muro invalicabile opposto da una collaboratrice, che in maniera maleducata e scostante, ha tagliato corto rifiutando ogni contatto successivo ed ogni richiesta di informazione.
La loro presunta maestria è accompagnata da una totale mancanza di disponibilità. Che non vogliano “attaccar bottone” ?!

Raggelato dalla mia freddura,
Cavallerescamente Suo
Lorenzo Villa



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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 30-05-2003
Cod. di rif: 292
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Mortificazione transitiva
Commenti:
Egregio Villa,
come nostro agente in missione, il trattamento che ha ricevuto mortifica anche me. Mi comunichi i recapiti di questi bravi ragazzi, perché possa rendermi conto di persona della situazione.
Il Gran Maestro

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Nome: Marco Decandia
Data: 02-06-2003
Cod. di rif: 293
E-mail: mdecandia@tin.it
Oggetto: Sartoria Curci, Milano
Commenti:
Egregio Gran Maestro,
rispetto lo sforzo di accurata divulgazione culturale che porta avanti attraverso questo sito e con numerose iniziative di cui l'Ordine si fa promotore. Proprio per il rigore che vi contraddistingue non ho ritenuto adeguato segnalare la Sartoria del Maestro Curci senza averne avuta esperienza diretta.
Sinceramente
Marco Decandia

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 03-06-2003
Cod. di rif: 294
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Bentornato
Commenti:
Egregio signor Decandia,
La rileggo con piacere, anche perché comprendo da questi improvvisi ritorni che segue assiduamente la vita del castello e dell'Ordine. La motivazione che adduce è pienamente soddisfacente e non lascia alcuna ombra. Spero di essere riuscito a far capire che ogni nostro tesoro è accumulato per restare a disposizione di quanti sappiano farlo fruttare. Essendo comunque partecipi della natura umana, come tutti detestiamo gli scrocconi che saccheggiano senza contribuire in nulla.





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Nome: Lorenzo Villa
Data: 03-06-2003
Cod. di rif: 295
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Conti Wej manifattura bottoni
Commenti:
Egregio Gran Maestro,

mi scuso per il ritardo nella risposta alla Sua richiesta ma in questi ultimi giorni ero lontano dalla tastiera (…non si vive poi così male senza computer…).
Le comunico prontamente i dati in mio possesso e attraverso i quali ho contattato l’azienda : Conti Wej s.r.l. – Via Primo Maggio, 71 – 29100 Piacenza – Tel. 0523 497611 – www.contiwej.it

Cavallereschi saluti
Lorenzo Villa


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Nome: Lorenzo Villa
Data: 04-06-2003
Cod. di rif: 296
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Cure per ciò che abbiamo valorosamente ricercato
Commenti:
Caro Gran Maestro, indomiti Cavalieri e paladini del Gusto,

spendiamo molto del nostro tempo e delle nostre energie per cercare senza sosta e senza paura di arrivare al vero e alla sua bellezza. Sappiamo che questo non può che derivare da una bottega artigiana. Questo ritrovamento ci costa fatica e una continua ed ardua lotta contro i nemici giurati delle nostre imprese : il mercato, l’approssimazione, la fretta. Quando arriviamo al contatto con il vero artigiano, prode custode della sua arte, nonché disponibile ad arricchirla con l’esperienza del committente, tutte le nostre peripezie sembrano una purificazione dovuta ed obbligatoria per avere il privilegio di possedere una cosa così preziosa.
Nel caso di un capo di sartoria, abito, giacca o pantalone che sia, al pari di un grande paio di scarpe, necessita di rispetto, protezione e soprattutto cure. Ed è proprio su quest’ultime che mi voglio concentrare. Voglio suddividere in due punti le mie considerazioni per approfondirle e, soprattutto, arricchirle del Suo dottissimo parere e di quello di tutti coloro che vorranno portare la loro esperienza.

1. Riposo nel guardaroba.
I nostri capi vivono quando li indossiamo e vanno in letargo quando li riponiamo all’interno del nostro guardaroba. Il loro sonno stagionale può essere guastato irrimediabilmente, e con sviluppi spesso catastrofici, da un attacco delle tarme. Mi ha molto colpito il Suo utilizzo di foglie di tabacco tra le Sue pezze “in stagionatura”, per allontanare parassiti indesiderati.
Io, come credo tanti altri, adopero periodicamente prodotti di comune vendita come i fogli di “Orphea” cha, al prezzo di un non piacevolissimo odore, danno una sicura protezione.
Altra spinosa questione è il giaciglio di giacche e completi : tutte le sartorie consegnano i loro manufatti in sacche copriabiti. E’ corretto riporre nel guardaroba il completo all’interno di quest’ultime, come consigliano taluni per scongiurare polvere e tarme, o senza, come dicono altri per far respirare il tessuto ? Io opto per una via di mezzo : dentro il sacco, ma con cerniera aperta, così da permettere uno scambio d’aria.

2. Cura e manutenzione.
La giacca non viene mai a contatto con la pelle e quindi evita quasi sempre la lavanderia.
Considero, per insegnamento di vari Maestri sarti e per esperienza personale, la vera panacea dei capospalla e dei pantaloni, una buona spazzola di crine naturale e un buon bagno di vapore. Per quest’ultimo utilizzo quello naturale che si crea in bagno nel personale utilizzo di una doccia con acqua calda. Inoltre non ripongo nel guardaroba il capo prima che siano trascorsi almeno due-tre giorni.
Mi chiedevo inoltre se, al pari delle scarpe, è meglio evitare di indossare l’abito per due giorni consecutivi : io applico sempre questo principio al pari delle scarpe.
Evito infine, su qualunque tipo di capo trattato dentro le mura domestiche, ogni lavaggio a macchina : solo manuale.

Omnia tempus habent.

Lorenzo Villa


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 06-06-2003
Cod. di rif: 297
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Consumare e ricomprare
Commenti:
Egregio Villa,
il principale nemico della scarpa è il tavolo da gioco, quella delle giacche il guardaroba. Nel primo caso, occorre fare attenzione a poggiare la scarpa interamente al suolo, perché nelle molte ore di concentrazione è facile mantenerlo piegato a lungo e cagionare così pieghe e deformazioni. La tanto temuta camminata sotto la pioggia non avrebbe potuto determinare simili danni. Il guardaroba è la tomba delle giacche, solo però se essi sono riposti serrati l'uno sull'altro. In questo caso le prime a cadere sono le giacche di confezione, che muoiono o restano orrendamente mutilate. I loro petti infustati assumono torsioni indomabili dal ferro, scoliosi, lordosi o scifosi del quarto anteriore e del bavero, insomma gli esiti di una guerra, altro che letargo! Temono gli spazi ristretti anche le giacche di sartoria, soprattutto quelle in tessuti leggeri. Evitate quindi che Vostra moglie guadagni spazio centimetro a centimetro, stupita dallo spazio che vede tra le Vostre giacche. un tubino oggi, un pantalone domani, e le Vostre belle giacche si ritroveranno come un panino nella piastra del rosticciere. In ogni caso, riporre i vestiti in un astuccio è la cosa migliore, perché evita i rischi che una giacca possa restare con un quarto piegato male o che l'inserimento di una giacca possa guastare la postura delle altre. Aperto o chiuso penso abbia poca importanza, ma anch'io faccio come Lei. Gli abiti e i pantaloni di flanella vanno indossati con un giorno di riposo tra una performance e l'altra. Gli altri non subiscono gli stessi danni, ma, indossati in lunga successione, dureranno molto meno che se avessero avuto il tempo di riposare di tanto in tanto. Per i tessuti, ribadisco l'efficacia delle foglie di alloro e di tabacco.

Quanto alla cura, è vero che la giacca non viene mai a contatto con la pelle, ma i capelli in estate riescono a fare parecchio danno. Quando i soldi erano pochi e un abito un avvenimento, ricordo che nei lini (che se scuri stingono e se chiari si macchiano) e in genere nei tessuti si prevedeva un collo di ricambio. Oggi sono restato l'ultimo ad avere problemi a spendere qualche migliaio di euro per un vestito e quindi l'unico a conservare quest'abitudine, che premette di prolungare non poco la vita di un capo. Chiedee al sarto di sostituire un collo farebbe oggi sentire chiunque un paria diseredato. Ricordare che un altro nemico è il sudore, per cui in occasioni di rischi ambientali è meglio premunirsi con assorbenti ascellari.
Quanto alle lavanderie, una volta il lavaggio annuale del collo avveniva con la "polvere di sapone", una sorta di talco finissimo che - applicato per almeno ventiquatro ore - assorbiva tutto l'unto dalla zona ombrata dall'uso preventivamente inumidita. Era così che i Maestri Sarti napoletani insegnavano a manutenere la giacca. L'ultimo negozio che disponeva di questo prodotto ha chiuso tre anni fa ed oggi si deve correre il rischio della lavanderia o dello smacchiatore. Si può comunque provare a sotituirlo col talco, usato anche per smacchiare le cravatte. Inumidite il collo con poca acqua, aspersa con un panno bagnato. Adagiate una buona quantità di talco sul collo un pò unto e attendete oltre ventiquattro ore. In seguito spazzolate. Ricordate che la spazzola, come dice il buon Villa, è la migliore amica della giacca. Va usata il più spesso possibile, ma anche qui si vedono dei cambiamenti. In camera da letto, una volta figurava su tutti i comò la spazzola da abito, che veniva usata quotidianamente. I motivi di cui sopra, cioè l'ansia di consumare e ricomprare, ha cancellato queste usanze.


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Nome: Franco Forni
Data: 06-06-2003
Cod. di rif: 298
E-mail: Gonfal@tin.it
Oggetto: La dura milizia del matrimonio
Commenti:
Sacrosante parole quelle del nostro Gran Maestro!
Mi sono sposato tardi, dopo i cinquant'anni e credevo di essere abbastanza risoluto nel difendere i miei spazi in un guardaroba che una volta bastava a una famiglia di cinque persone.
Avevo anche una guardarobiera, fedelissima, che tre pomeriggi alla settimana si dedicava al mio abbigliamento e lo proteggeva da ogni intrusione.
Niente di tutto questo è bastato: un'osservazione un giorno, una supplica un altro, una dolce richiesta il terzo, e le mie giacche nelle stagioni morte riposano strette come sardine negli astucci aperti in fondo.
A questo punto uso l'accorgimento di mettere gli abiti all'aria qualche giorno prima e sfumarli con il vapore ad ogni cambio di stagione.
Per la pulizia degli abiti estivi non c'é problema: faccio mettere a bagno in acqua bollente le fodere ed il tessuto prima di portarli dal sarto e poi li faccio lavare in casa con acqua e sapone dalla fida guardarobiera.
Per le giacche invernali, si consoli il Gran Maestro, non è il solo a farsi rifare il collo!
Tempo fa scrissi su questa lavagna che se avessi potuto con la bacchetta magica avere un abito perfetto, non l'avrei voluto; adesso aggiungo che con quella bacchetta farei rivoltare i cappotti.

Franco Forni

Bologna, 6 giugno 2003


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Nome: Lorenzo Villa
Data: 07-06-2003
Cod. di rif: 299
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Uso e manutenzione
Commenti:
Carissimo e stimatissimo Gran Maestro,

faccio tesoro delle Sue parole.
Personalmente evito il problema dei colli delle giacche, avendo l’abitudine da sempre di portare i capelli molto corti : se non mi è sfuggito qualcosa, è “l’untuosità” dei capelli ad arrecare danno. Ho paura però che ciò possa avvenire anche nella stagione fredda, per chi ha l’abitudine di un taglio fluente.
Mantengo sempre un certo spazio vitale tra i vari capi. Ciò mi fa ipotizzare, in futuro, la necessità di disporre di un guardaroba molto ampio, anche perché non cambio guardaroba stagionalmente; si porrebbe infatti il dilemma di dove far riposare gli abiti non utilizzati.
Importante, a mio avviso, un bagno di vapore dopo l’uso e dopo un lungo inutilizzo, che aiuta non poco a ridare tono e plasticità alle nostre amatissime giacche.
Ritiene che l’accoppiata alloro-tabacco possa recar giovamento anche a completi oltre che ai tessuti ? Come si regola per il reperimento delle foglie di tabacco ?

Bagnato dalla morsa dell’afa in questa mattina di sabato, sette giugno duemilatre,
Sempre Suo
Lorenzo Villa


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 07-06-2003
Cod. di rif: 300
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Vapore e tabacco
Commenti:
Egregio Villa,
concordo con l'utilità del vapore. Abbinato alla spazzola, è una vera cura di bellezza e permette una pulizia a fondo. Uso anche la spazzola a vapore, eccellente per togliere pieghe alle maniche e alla pettola posteriore, Indispensabile per restituire tono alle cravatte e ai cappelli. Quanto al tabacco, il reperimento non è un problema. Da anni volenterosi viaggiatori riportano da Cuba dei cilindri di questo materiale, assolutamente inadatti alla combustione e utilissimi in cassetti ed armadi. Parlo degli Avana falsificati: come mettono in fuga i migliori tra i fumatori, così fanno con i peggiori tra gli insetti. Il prodotto si presenta sotto forma di sigaro, ma non lo è. Bisogna sezionarlo, umidificarlo al vapore, distendere le foglie e il gioco è fatto.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 09-06-2003
Cod. di rif: 301
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Mutatis mutandis
Commenti:
Invincibile Gran Maestro,

sorseggiavo una tazzina di caffè – in verità poco più che potabile, parafrasando un Suo memorabile termine – e pensavo alla giacca blu che mi sta cucendo il Maestro Solito. In particolare il mio pensiero volgeva ai bottoni più adeguati. E’ opportuno ipotizzare un corno ? Meglio un silente corozo ?

Durante l’ultimo, memorabile, laboratorio d’eleganza, discutevamo con i Maestri Solito sulla larghezza inferiore dei pantaloni. Ai precedenti Maestri ho sempre richiesto un ampiezza di 19 cm e un risvolto di 4,5 cm. Iniziando questo nuovo (spero lungo …) percorso con gli insigni Maestri napoletani, sono portato a riconsiderare i miei postulati : mutatis mutandis. Tra l’altro ho notato che la loro tendenza è leggermente più ampia : 20-21 cm. E’ partita giocata sulla sola soggettività ovvero si può parlare di regole ed equazioni dipendenti dalla fisionomia della figura ?

Fedelissimo Suo
Lorenzo Villa


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 09-06-2003
Cod. di rif: 302
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Bottoni e risvolti.
Commenti:
Egregio Villa,
quanto ai bottoni da giacca blu, ovvero da blazer, la scala che interpreta al meglio il linguagio dei bottoni è la seguente:
Bottone di corno nero (introvabile) o di corozo per chi la veste anche con scarpa nera e intende destinare il capo ad un utilizzo professionale. Considero un errore l'utilizzo della scarpa nera, ma tant'è che l'uso rinnova le regole equindi oggi la si vede senza storcere troppo il naso. In ogni caso, il bottone in questi materiali consente, anche con scarpa in camoscio o vitello in colori ramati, di esprimere un certo allure anche in spezzato e conferisce una certa gravità a questa giacca dalle origini sportive, oggi accettata ovunque.
Bottone in metallo bianco per utilizzo promiscuo professionale e tempo libero, ma in questo caso la scarpa nera stona decisamente.
Bottone dorato per uso esclusivamente al di fuori del lavoro, meraviglioso al circolo o nei week-end.
Quanto al pantalone, la larghezza 19 è leggermente "di tendenza" e le sartorie classiche preferiscono dare un cicinino in più. A volte, quando il polpaccio è grosso o piuttosto incurvato (non mi sembra il Suo caso) si tratta di un accorgimento che evita alcuni inestetismi. Il risvolto,per la Sua altezza, mi sembra possa tranquillamente stabilirsi anche sui 4,5 cm.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 10-06-2003
Cod. di rif: 303
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Diaboliche tentazioni
Commenti:
Caro Gran Maestro,

dal Suo gesso in calce evinco che l’idea di un bottone in corno naturale sia da prendere in considerazione nella sua sola nuance nera. Nessuna concessione per marroni scurissimi. Il mio amore per l’accoppiata blu-marrone, in verità non così praticata in Italia, mi poneva in mefistofelica tentazione …
Trahit sua quemque voluptas.
Eludendo il metallo, il corozo mi attende, rassicurante.

Suo armato Scudiero
Lorenzo Villa




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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 10-06-2003
Cod. di rif: 304
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Possessione
Commenti:
Egregio Villa,
l'influsso di Satana è evidente in queste oscenità che si agitano nella Sua mente. Forse non è ancora il caso di ricorrere ad un'esorcista, ma vigili. Si comincia con l'applicare il marrone sul blu e si finisce sul grigio. A quel punto la possessione è irreversibile.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 10-06-2003
Cod. di rif: 305
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: San Giorgio e il Drago
Commenti:
Esimio Gran Maestro,

il passo che separa dall’ipotizzare un bottone in corno marrone è lungo e la mia mente, sana e tenace, ha resistito al diavoletto con forcone accampato sulla mia spalla sinistra, come un moderno S.Giorgio con il Drago.
Rammento una foto, impressa nella mia memoria, che ritrae un giovane Giovanni Agnelli con blazer blu e cravatta marrone. Prendo spunto da quest’immagine, e dalla Sua condanna magistrale, per capire, con Lei, quando è concesso dalla grammatica di formulare una frase “ blu – marrone”. Solo accessori marginali ?

Da Parma, martedì dieci giugno duemilatre
Suo
Lorenzo Villa



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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 10-06-2003
Cod. di rif: 306
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: La prima legge dei bottoni
Commenti:
Implacabile Villa,
non mi piace stabilire regole, anche se le so rispettare molto bene ed anzi mi ci diverto quasi sempre. So però di non sbagliare nel demonizzare il bottone marrone su completi non in tinta o su blazer. Lei rimanda agli impeccabili abbinamenti azzurro-marrone che in Italia furono inaugurati in TV da Mike Bongiorno e fuori di essa, con autorità assoluta, da Giovanni Agnelli. Nulla da eccepire, anzi noi napoletani rilanciamo da sempre con l'abbinamento blu/verde sia cravatta-giacca che cravatta-camicia a bastoni. Non è questo il punto. Un accostamento, pur valido in astratto, deve tener conto del ruolo concreto del capo o particolare interessato. Una scarpa bianca rimanda ad un contesto diverso da una camicia bianca. Esaminiamo allora il problema non dal punto di vista dell'abbinamento in sé stesso, ma delle sue conseguenze. Innanzitutto il bottone non è un accessorio, ma una parte costitutiva del capo. Una delle antiche leggi non scritte e non scrivibili (ora che l'ho fatto, già essa cambia o si presenta diversa da come intendevo), vuole che le parti costitutive, come bottoni, foderami, cuciture, impunture, siano tinta su tinta. Si mimetizzino, insomma. I bottoni saranno sempre leggermente più scuri del fondo e il cotone o seta che lo ferma,leggermente più scuro del bottone. Tutto ciò, a ben vedere, ha una motivazione comprensibile. Mantenendosi ton-sur-ton, non si pregiudicano le possibilità e gli abbinamenti futuri. Un bottone marrone sul blu come si abbinerebbe, ad esempio, con scarpe nere? in defintiva, un bottone in contrasto, anche minimo, avrebbe un effetto limitativo proprio nel momento in cui crede di esprimere un'istanza di libertà. Il sistema linguistico dell'abbigliamento ci insegna molte cose e non lascia nulla al caso. Ogni risultato estetico, per una statua come per una giacca, per una colona come per un pantalone, non può prescindere da una conoscenza dei linguaggi che la storia ha depositato in ogni particolare, da uno studio delle proporzioni e delle relazioni delle parti tra loro e di ciascuna col tutto. L'estetica è una scienza come quella giuridica: non è esatta e per ogni sentenza in un senso se ne potrà trovare qualcuna in senso contrario. Il criterio scentifico a volte ci allontana ed a volte ci avvicina sia alla bellezza che alla giustizia, ma alla fine, anche dopo averle a lungo cercata, sono solo quelli che ci credono a vederle.

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Nome: Simone Meneghini
Data: 13-06-2003
Cod. di rif: 307
E-mail: simonmen@tin.it
Oggetto: POLSINI ALLA FRANCESE
Commenti:
Egregio Sig Maresca,

Le chiedo un consiglio per la prossima fornitura di camicie che molto presto mi accingerò a fare al mio camiciaio per il prossimo autunno.
Mi piacerebbe ordinare un paio di camicie con i polsini alla francese, penso che si chiamino così…in questo caso pecco di approssimazione, insomma quei polsini doppi che assomigliano al polsino per gemelli. Quelli alla francese hanno il bottone, almeno quelli che ho visto io!. Cosa ne pensa? Può essere un diversivo dal classico, oppure una cafonata?
Altrimenti per “uscire” un po’ dallo standard , cioè dal polsino classico con i doppi bottoni ,che cosa mi potrebbe consigliare?

Cavallereschi saluti
Simone Meneghini


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 13-06-2003
Cod. di rif: 308
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: De polsinibus
Commenti:
Egregio Meneghini,
il polsino "alla francese" non può essere una cafonata, in quanto un Bond di alta epoca lo sfoggia sulle sue camiche di Charvet. Appare in uno dei primi film, che a memoria mi sembra essere o Licenza di Uccidere o Missione Goldfinger. Si tratta di una finitura piuttosto impegnativa, di quelle che espongono a numerosi commenti. In questi casi occorre fare attenzione ai commenti femminili. Se una cosa viene notata più di una volta come "molto carina", va immediatamente gettata in vasca di acido cloridrico in concentrazione 100% ovvero seppellita nel "Cassetto degli Errrori". L'effetto di un capo o dettaglio non è mai assoluto, ma comunque relativo alla persona ed alla personalità. Lo stesso polsino potrebbe suscitare nefaste approvazioni su Tizio e proficui silenzi su Caio. In ogni caso, la scelta di questo modello impone tessuti corposi, che mantengano erto e vigile il grande risvolto che lo caratterizza.
Il mio polsino porta asole e cuciture dei bottoni in contrasto, nei tre colori: verde, blu, vinaccia. Se si vuole distingure, può usare questo sistema, ma ormai è stato introdotto anche da alcune case industriali, anche se per tutte le asole e non limitatamente al polso, come uso io. Un metodo più raffinato per far risaltare il polso è quello di farlo lungo almeno 8,5 cm, con interni leggeri, per portarlo talvolta rivoltato. Non La conosco, ma La metto in guardia: il polsino rivoltato, usato ad esempio da Sartre, Cocteau, Picasso, è compatibile storicamente e scientificamente solo con soggetti sinceramente impegnati sul piano intellettuale o artistico puro, mentre risulta disastroso sul tipo manager. Un sistema meno appariscente, ma di sicuro effetto, è quello del "bombarozzo", che più volte ho descritto e che anche nel polsino ha un efficacia a prova di bomba. Attenzione, però. Lo rende molto, molto meno duraturo.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 16-06-2003
Cod. di rif: 309
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Ad maiora
Commenti:
Carissimo Gran Maestro,

eccomi di nuovo stretto nella morsa dell’afa più opprimente, di ritorno dalla Côte d’Azur. Sempre sfolgorante. Comunque unica.
Una curiosità per la nostra Porta :
La vetrina di Figaret mostrava con enfasi camicie con la scritta “colli Napoli”. Faconnable, al suo interno, proponeva un angolo di completi “di sartorialità napoletana”. Jean Jacques a Monte Carlo ridondava di cravatte Marinella e di abiti Kiton con grandi scritte “Napoli”.
Sembra che il mondo non possa fare a meno del Vesuvio … anche se come abbiamo spesso provato, il vero artigianato partenopeo è ben altro. Eccezion fatta, superfluo ricordarlo, per l’immenso Marinella.

Neapolis, ad maiora.

Fedelissimo
Lorenzo Villa


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 16-06-2003
Cod. di rif: 310
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Digestione in corso
Commenti:
Egregio Villa,
è ovvio che ad un Gran Maestro non costa grande sforzo leggere un pò di futuro. Quei pericoli che da tempo avevo segnalato nell'utilizzo del nome "NAPOLI" si fanno ora evidenti al punto che chi ne avesse dubitato potrà ora rendersi conto che l'incontrollato uso di un nome lo svilisce e lo penalizza. La parabola non si è ancora conclusa, il mercato non sarà sazio sino a quando non ci avrà digeriti. Se tutto è napoletano, allora nulla lo è.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 16-06-2003
Cod. di rif: 311
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Mercato divoratore ed imbonitore
Commenti:
Esimio Gran Maestro Maresca,

una veloce digestione da parte del mercato è quasi sicura : quest’ultimo brucia come la benzina da aviazione ogni cosa incontri sul suo terreno. Ne succhia l’anima, ne esaspera i contenuti e nell’arco di qualche stagione la manda in oblio. Se per il mondo industriale è un male profondo per l’artigianato è un bene; solo quest’ultimo infatti è un maratoneta che misura la sua evoluzione in anni non in trimestri. Se fosse risucchiato dal mercato-moda, rischierebbe l’infarto.
Lunga vita all’artista artigiano. Lunga vita ai Maestri. Lunga vita al vero “NAPOLI”.

Lorenzo Villa


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Nome: MASSIMO FAVA
Data: 18-06-2003
Cod. di rif: 312
E-mail: maxfava69@yahoo.it
Oggetto: Bellezza per pochi ?
Commenti:
Egr. Gran Maestro del Cavalleresco Ordine,

sono un suo ammiratore e un frequente visitatore del sito internet che seguo da tempo, silenziosamente. Mi sono deciso a scriverLe stimolato da questa questione.
Sono un appassionato di eleganza maschile e di abbigliamento. Apprezzo molto il vostro mondo fatto di vera eleganza e le vostre battaglie sul buon gusto. Il punto è come metterle in pratica. Io sono un Ingegnere elettronico che lavora in un azienda familiare in provincia di Pavia. Come faccio a vestire quotidianamente in giacca e cravatta considerando che sarei l’unico ? Lavoro di prevalenza al computer, in ufficio tecnico, ma può capitare di dover prendere in mano un giravite o di salire sul muletto. Non sarei ridicolo con un abito ? So che considererà risibili queste affermazioni, ma la vera eleganza è forse solo per avvocati, commercialisti o bancari ? Io vesto quasi sempre in camicia e d’inverno con leggeri maglioni in cashmere. Le mie camicia sono su misura, i miei pantaloni anche. Ma andare oltre mi è impossibile. O cambio lavoro o il vestire uomo mi è sconosciuto ?

Mi scusi il disturbo, voglia ricevere tutta la stima possibile.
Cordiali saluti
Massimo Fava


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Nome: Simone Meneghini
Data: 18-06-2003
Cod. di rif: 313
E-mail: simonmen@tin.it
Oggetto: BATTITACCO
Commenti:
Egregio Maresca,
Parlando della risvolta del pantalone, per una persona con una altezza media Cm 1,70 secondo Lei quale’è la larghezza più appropriata per un pantalone classico? per un pantalone sportivo?
Io sono solito farmi fare dalla mia sarta la risvolta per il pantalone classico 2 cm, per quello sportivo 4 Cm. Sbaglio?
Parlando del battitacco.
Secondo Lei quest’ultimo deve essere cucito a ferro di cavallo sul tacco, oppure può essere cucito sull’intero gambule?
Recentemente ho posto l’attenzione su alcuni pantaloni che mi sono stati preparati dalla sarta con questa caratteristica. Ho criticato questa lavorazione in quanto mi appesantisce la parte anteriore del gambule ed il pantalone è molto rigido. Facendolo a ferro di cavallo è più rigido nella parte del tacco, come giusto che sia, mentre diviene più morbido sulla battuta della scarpa.
La saluto con stima
Cavallereschi saluti
Simone Meneghini


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 19-06-2003
Cod. di rif: 314
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: I risvolti della questione - Al sig. Meneghini
Commenti:
Egregio Meneghini,
il battitacco è uno di quei dispositivi che contribuiscono alla durata del capo e quindi sono un segno di coerenza a quell'atteggiamento virile di cura delle proprie cose che oggi arretra di fronte al fascino opulento dell'usa-e-getta. Non ha alcun senso un rinforzo lungo l'intera circonferenza e quindi concordo con Lei nel limitarlo ad una mezzaluna. Concludo l'argomento segnalando che il battitacco è sommamente utile per chi porta il pantalone un pò oltre la misura corretta. Se infatti esso si ferma appena sulla scarpa, per lasciarne il contatto al primo movimento, la stoffa non subisce uno sfregamento tale da cedere al risvolto prima di quanto non debba inesorabilmente fare alle tasche o al cavallo. Diventa in questo caso una precauzione aggiuntiva, comunque lodevole.
Quanto al risvolto, non mi piace quello da due soli cm. Tutta la libertà che ci si può prendere in questo caso va dai quattro ai quattro e mezzo. Cinque per particolari altezze.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 19-06-2003
Cod. di rif: 315
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Tre temi e mezzo - Al sig. Fava
Commenti:
Egregio signor Fava,
la Sua lettera pone molti interrogativi, tutti di interesse generale e di difficile soluzione. Cerco di esaminarli uno per uno, rivolgendomi anche agli altri Visitatori perché contribuiscano ad affrontare questi temi delicati.

1 – L’Eleganza -
E’ naturale che essa non abbia una sola forma, visto che non ne ha nessuna. Essa infatti è spirito più di quanto sia materia e i suoi oggetti sono strumenti sempre fungibili. Un bel pantalone ed una camicia, entrambi nei tessuti giusti, possono essere eloquenti quanto un frac. Ovviamente chi aspiri alla purezza vestirà su misura, ma la scelta dei capi è funzionale alle situazioni, perché essa è completa armonia tra le parti, tra le parti ed il tutto, tra il tutto ed il contesto, tra il tutto ed il soggetto, tra il contesto ed il soggetto. Come ha visto il tutto, ovvero il complesso dei materiali e atteggiamenti che ci definiscono esteticamente, deve sostenere il confronto con due istanze: una soggettiva, cioè l’individuo, ed una oggettiva, cioè la situazione contingente. Questo ci porta al secondo punto.

2 – Il ridicolo -
Lei teme il ridicolo per due motivi.
Il primo: vestire in giacca dove nessun altro lo fa. Ciò potrebbe essere vero per Lei e non per un altro, perché l’abbigliamento e l’atteggiamento non giustificate dal contesto potrebbero esserlo dall’individuo, dalla sua storia, dalla sua personalità. Chi è totalmente calato nella tenuta formale non sembrerà ridicolo in cravatta nemmeno sulla barca (ricorda la mia celebrazione di Gardini?).
Il secondo: vestire in giacca e poter essere chiamato a lavori manuali. Non si può lavorare al tornio con la cravatta, ma leggo che Lei è innanzitutto il padrone ed in secondo luogo lavora per la gran parte del tempo al computer. Non faccio questioni personali e non Le do suggerimenti, ma uso la Sua vicenda come esempio. Ebbene, chi veste sempre in modo formale si sentirà a suo agio se capita di trovarsi in giacca e cacciavite. Ho visto molte volte mio padre, che ha un gran talento per la meccanica, riparare il lavello o la macchina del caffè con il suo cappello in testa, giacca, cravatta, sciabola e decorazioni.

3 – La democrazia –
Mi sembra di leggere una certa sorpresa nello scoprire che la bellezza e l’eleganza non siano per tutti. Bene, lo confermo. E’ così. Nessuna costituzione considera questi valori e quindi la cosa è non solo vera, ma anche legale. D’altro canto, la bellezza e l’eleganza vengono da una selezione estrema, che non possono tener conto dei pareri o dei voti altrui.

La ringrazio infine dei complimenti. Come editorialista di MONSIEUR mi compiaccio di avere un lettore così attento. Ancor più, come Gran Maestro del Cavalleresco Ordine e Capitano di questo castello, mi onoro di aver conosciuto un altro di quei Visitatori che – dopo lungo silenzio – trovano l’occasione per rivelarsi.



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Nome: Andrea Rizzoli
Data: 19-06-2003
Cod. di rif: 316
E-mail: andrea.rizzoli@nuovaitalmatic.it
Oggetto: Eleganza e lavoro.
Commenti:
Egregio sig. Fava,
mi trovo nelle sue identiche condizioni: lavoro nell'azienda di famiglia, dove ricopro incarichi di ogni tipo, date le ridotte dimensioni dell'imprese stessa. Personalmente, vesto sempre con giacca e cravatta, per i seguenti motivi:
1) è un piacere, al quale non voglio rinunciare;
2) tale abbigliamento conferisce una certa autorità.
Detto ciò, semplicemente adeguo i miei abiti alle situazioni quotidiani, evitando le tenute troppo formali e prediligendo le foggie ed i tessuti più resistenti e pratici (tweed, thornproof, ecc.).
Anche mio padre si è sempre comportato così, lavorando manualmente con giacca e cravatta: come vede, non ci sentiamo ridicoli.
Cavallereschi saluti, Andrea Rizzoli.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 20-06-2003
Cod. di rif: 317
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Giacca e giravite
Commenti:
Egregio Ing. Fava,

non tema il Bello, non è mai ridicolo. E’ vero il contrario. Lavorando anch’io in una piccola azienda di strumentazione elettronica, mi capita di sovente di prendere in mano un giravite, un multimetro, piuttosto che diluire una soluzione, senza per questo rinunciare ad una tenuta consona ad un Uomo di gusto. Può pensare, a mio consiglio, di farsi confezionare su misura qualche bel camicie bianco di cotone spesso e virile, da indossare nelle situazioni più “complesse” e quando si trova in laboratorio.
Ridursi a non indossare mai la cravatta e la giacca, con tutte le loro infinite variazioni, significa rinunciare ad uno dei massimi piaceri concessi da Dio all’uomo. Suvvia, un po’ di coraggio …

Numquam Servavi !
Lorenzo Villa

P.S.
Quelle rare volte che mi trovo a trascorrere, ad esempio, un intera giornata su di un impianto di concentrazione pomodoro per alcuni tests su nostri strumenti, adeguo la mise alla situazione. Obviously.



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Nome: Massimo FAva
Data: 20-06-2003
Cod. di rif: 318
E-mail: maxfava69@yahoo.it
Oggetto: Grazie tante
Commenti:
Egr.
Gran Maestro, Cavaliere Rizzoli, Cavaliere Villa,

Vi sono molto grato delle vostre risposte e dei vostri consigli che cerceherò di mettere in pratica. Penso di amare l'abbigliamento maschile tanto da farmi iniziare a piccoli passi questa nuova strada. Avevo forse bisogno di una vostar "spintarella". Complimenti ancora per il sito e per gli scritti. Trovo quelli del Grande MAestro e del cavaliere Villa rare perle di bellezza.

Grazie ancora
Massimo Fava

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Nome: Massimo Fava
Data: 23-06-2003
Cod. di rif: 319
E-mail: maxfava69@yahoo.it
Oggetto: Camiceria Borrelli. Informazioni
Commenti:
Egr.
Grande Maestro,

non ho parole per il suo scritto e per quello del Cavaliere L.Villa all’interno del suo studio sul dandy. Mi sento piccolo, piccolo. Che parole !
Avrei da sottoporle una umilissima domanda, confidando nel suo ineguagliabile senso estetico : cosa ne pensa delle camicie Borrelli ? Ho appreso che offrono un servizio di su misura. E’ interessante ?

Grazie anticipatamente, ancora umilmente mi congedo.
Massimo Fava da Pavia.


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Nome: Lorenzo Villa
Data: 24-06-2003
Cod. di rif: 320
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Pantaloni e territorio
Commenti:
Inimitabile Gran Maestro,

da una attento “esame territoriale”, emerge l’assoluta necessità di un confronto nella pregiata Lavagna del nostro Castello. La disamina verte sull’uso di bottoni in resina sintetica, o plastica, nei pantaloni. Nelle sartorie padane ho infatti spesso visto confezionare pantaloni con piattine o vaschette quattro fori in plastica. Più opportuno, a mio avviso, l’utilizzo di corozo o corno, ma le posizioni non sono concilianti.
A Lei la parola ed il magistrale giudizio.
Aggiungo al problema bottoni una postilla : nel calzone la tradizione italiana è quasi esclusivamente dominata dalle due pences, quella anglosassone da una o addirittura nessuna. Esistono situazioni ovvero peculiarità fisiche in cui sia meglio preferire una tipologia piuttosto che l’altra ?

Con cavalleresca resistenza,
Suo
Lorenzo Villa


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 26-06-2003
Cod. di rif: 321
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Idealità - Al signor Fava
Commenti:
Egregio signor Fava,
innanzitutto mi compiaccio per lo spirito positivo e propositivo con cui ha accolto gli interventi a Lei indirizzati, peraltro provenienti non a caso da nostri Soci effettivi. Mi auguro che l'influenza di Villa, Rizzoli e la mia stessa possano ridare fiducia a quella parte di Lei che non si sente a suo agio abbandonando le insegne di un'estetica più organica alla vera natura dell'uomo. Non creda a chi lo rappresenta schiavo dei propri appetiti pratici ed economici. Forte è in lui la parte spirituale, pronta ad infiammarsi in un attimo o a sacrificarsi per anni. E' questa idealità che ci parla nel linguaggio della compostezza classica. Seguire i falsi idoli della comodità e del disincanto alimenta la pratica dell'usa-e-getta e favorisce la dispersione di un patrimonio accumulato con fatiche millenarie.
Veniamo a Borrelli.
Non ho alcuna simpatia per questo produttore e vado a spiegare perché. Luigi Borrelli è partito dalle camicie, ma vende ora anche scarpe ecappotti e magari domani ricambi per auto. Lei crede che una simile impresa possa fornirLe qualcosa di veramente artigianale, di veramente su-misura? Io no. Mettiamo bene in chiaro una cosa che non è mai stata detta: il su-misura può nascere solo a seguito di una conoscenza diretta tra cliente e artigiano o almeno tra cliente ed un responsabile diretto. Quando A) prende le misure per trasmetterle a B), il quale non conosce il committente signor C), come potrà mai trattarsi di un vero su-misura? Il cliente perde ore da un artigiano per spiegargli come vuole essere cucito il bottone o ricamata la cifra. A che serve illustrarlo a persona diversa da quella che eseguirà il lavoro, o ne è almeno direttamente responsabile? Quando si sarà ottenuto un risultato non perfetto, come andare a migliorarlo? C'è poi un'altra grave considerazione. Aziende come Borrelli ed altre stanno trascinando il nome di Napoli - il cui valore era nel legame con una forte tradizione artigiana e in un'estetica precisa ed orgogliosa - a legarsi con realtà che tradiscono questi principi. E' un vero e proprio saccheggio incontrollato. Il Made in Naples si è affermato sulla base di una specializzazione estrema, di una manualità esasperata, di una creatività indipendente da un lato e tradizionalista dall'altro. Quando un marchio si identifica con Napoli, ma propone la stessa gamma di Zegna o Corneliani, svuota il nostro patrimonio cittadino di significati e di valori anche venali. Borrelli almeno ha negozi e laboratori in città e quindi usa legitimamente il nome, ma ho fatto esempi come Barba e Kiton che non hanno proprio nulla a che vedere con la città (a parte la residenza personale) e ne utilizzano il nome.


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 27-06-2003
Cod. di rif: 322
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Pantaloni - Allo Scudiero Villa
Commenti:
Egregio Villa,
parto ad esplorare gli argomenti da Lei proposti nel gesso n. 320. Non ho risposto subito, come è mia abitudine, perché impegnato in una campagna cavalleresca all'estero. Ne potrà leggere la destinazione nella Lavagna e nel Taccuino della Gola.
1 - Pantaloni e bottoni.
Posta pari a cento l'importanza che il bottone ha nella camicia, possiamo dire che nella giacca essa scenda a venticinque e nel pantalone a dieci. Nulla va trascurato, ma va anche tenuto presente che la bottoniera dei pantaloni è lontana dai fuochi centrali che abbiamo chiamato gli "occhi" della tenuta classica. Errori in materia sono dunque perdonabili. Un bottone di plastica potrà qui passare inosservato, mentre su una camicia rappresenterebbe una condanna inappellabile. Dobbiamo ricordare che l'effetto finale deve guidarci più del piacere del paricolare. In questo specifico caso, i bottoni piatti a quattro fori fresati, insomma quelli tipici dei pantaloni, sono quasi indistinguibili. Va fatta però una considerazione: il bottone in questione ha una forma specifica: è piatto per ridurre l'ingombro e tagliente ai bordi per facilitarne l'inserimento nell'asola. Questa forma si giustifica alla patta e in tutto il complesso sistema di cinturini e bottoni interni che chiudono un classico pantalone maschile di fattura artigianale. Non ha senso invece al cinturino, dove andrebbe meglio sistemato un bottone tradizionale, ben cucito a croce, in armonia con peso, colore e natura del tessuto. Andrà abbinato alla giacca se si tratta di un completo. La presenza di questo bottone anteriore influenza anche i due posteriori alle tasche, che completeranno un terzetto in materiali naturali. Qui infatti non ci si potrà esimere da un corno o da un corozo. A chi abbia dubbi circa la comodità dei bottoni tradizionali alle tasche posteriori posso aggiungere che nella seduta essi non rappresentano alcuna differenza con quelli piatti, perché si trovano comunque ad un'altezza che non incontra la sedia. Il bordo tagliente del bottone da pantalonaio è anzi molto più facile ad incastrarsi in qualche sedia di vimini o comunque ad incepparsi sulle diverse superfici, andando via prima di quello con una tazza più sferica e un bordo più alto.
2 - Pinces.
Gli inglesi le portano rivolte all'interno, noi all'esterno. Possono essere una, due o tre coppie, ma la seconda soluzione è la più usata. Le pinces rendono più ampio il "grembiule" ed evitano, o dovrebbero evitare, che nel piegarsi, sedersi, alzare il ginocchio, una gamba troppo stretta dia fastidio sfregando sulla coscia. Dico dovrebbero perché molto gioca il taglio del pantalone, che deve scendere libero e nascondere le gambe così bene e con tanta disinvoltura che esse non devono più nemmeno immaginarsi. Naturalmente chi è di fisico magro potrà vestire con un flat-front senza avere i problemi che avrebbe un soggetto la cui circonferenza della vita e della coscia è molto superiore. Quanto agli abbinamenti, credo che l'abito completo vada con le pinces. Due è il numero normale, ma la pince singola non è male e contribuisce a creare un'aria executive di uomo sicuro e determinato. E' consigliabile l'uso di una sola pince su tessuti pesantissimi, da 30 once per intenderci, dove la pince piccola esterna resterebbe un pò legnosa.

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Nome: Franco Forni
Data: 28-06-2003
Cod. di rif: 323
E-mail: Gonfal@tin.it
Oggetto: Pinces
Commenti:
Caro Magnus Magister,
di ritorno da una breve vacanza ho letto la tua risposta.
Fino ad una ventina di anni fa, se ben ricordo, si vedevano, ancorché rari, pantaloni con tre pinces; io stesso ne ho fatto uso quando il tessuto lo permetteva e volevo dare all'abito quel che di antiquato e desueto da sembrare ereditato dal nonno. Anche Indro Montanelli mi pare le portasse così.
Adesso che antiquato e desueto lo sono io, l'eliminazione della terza pince mi ha consentito di allargare i pantaloni e recuperare qualche vestito.
Qual'è la tua opinione in merito?
Con affetto.

Franco Forni


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 29-06-2003
Cod. di rif: 324
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Le pinces nel minimalismo neosavonaroliano
Commenti:
Caro Franco,
il tuo gesso non contiene solo una domanda, ma un particolare edificante. Il recupero di un pantalone o di qualsiasi altra cosa è un lavoro meritorio per il suo contenuto morale e la storia delle tre pinces che diventano due è degna di nota in sé stessa.
Quanto alle tre coppie di pinces, ho ancora nell'armadio qualche pantalone cucito con questo sistema. Anche se dovrei dimagrire quindici chili per indossarli li ho conservati come cimelio. Posso quindi confermare l'esistenza in un passato non remoto di questa tecnica, peraltro dai notevoli risultati estetici. Le tre pinces girate all'interno con un fisico piuttosto asciutto e una vita non troppo alta sono splendide, forse troppo ricche in questi tempi di minimalismo neosavonaroliano, in cui si è riusciti a far credere che la purezza e la salvezza risedano nella sottrazione di qualcosa. Meno zucchero, meno grassi, meno alcool, meno nicotina, meno sesso, meno velocità, meno calorie, inevitabilmente: meno pinces.

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Nome: Cancelleria dell'Ordine
Data: 02-07-2003
Cod. di rif: 325
E-mail: cavalleresco.ordine@noveporte.it
Oggetto: Differimento Laboratorio di Luglio
Commenti:
L´ultima edizione dei Laboratori ha generato un tale numero di presenze che non risulta opportuno convocarne un altro per una data presumibilmente disagevole. La nostra fede ci impone di intervenire agli eventi, cavallereschi o meno, in giacca e cravatta. A Luglio, in ambiente non condizionato, rischiavamo di fare un cattivo servizio ai nostri Soci ed a quanti stiano seguendo i Laboratori. Era comunque necessario fissare un incontro a Luglio per quanti, caduti vittima dell'arte e della simpatia dei Maestri Solito, abbiano abiti in lavorazione. Si tratterà quindi di un incontro tecnico, che però non sembra di scarso interesse, visto che interverranno comunque in parecchi. Nell'occasione saranno graditi tutti gli interessati a conoscere i Solito e De Paz e a far loro domande pertinenti alle relative competenze. Interverrà nuovamente anche il giovane pantalonaio Salvatore Ambrosi. Onde permettere la presenza di Dante De Paz, in vacanza intorno alla metà del mese, la data dell´appuntamento è differita dal 16 al 23 Luglio. Poiché l'appuntamento è informale e il programma di cui potete prendere visione alla pagina Eventi non andrà ufficialmente avanti, l'orario è ridotto all'intervallo dalle 12 alle 15. Buon divertimento.

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Nome: Pietro Pellegrino
Data: 02-07-2003
Cod. di rif: 326
E-mail: pppilgrim@iol.it
Oggetto: Florilegio...di drapperia.
Commenti:
Gentilissimo G.M.,
l'articolo sulla drapperia - riletto voluttuosamente nel Florilegio - è veramente impagabile.
Non desidero - nè potrei - aggiungere altro commento.
Mi si passi solo una considerazione.
Anzi, un'emozione.
La foto del Maestro De Paz che sfoglia una "mazzetta", con alle spalle una delle scaffalature del Suo negozio, desta fortissima ammirazione e (commovente) rispetto.
Grazie.
Pietro Pellegrino.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 03-07-2003
Cod. di rif: 327
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Teorie bestiali
Commenti:
Insigne Gran Maestro,

nel tardo pomeriggio di ieri ho misurato il nome di una camiciaia, segnalatomi, dopo lunga ricerca, da un piccolo drappiere di Parma. Se il buon giorno si vede dal mattino, l’indirizzo mi sembra virtuoso : sarò più preciso e ricco di dettagli dopo l’esecuzione dell’opera prima. Riporto con piacere nella nostra Lavagna un suo racconto :
“Pochi mesi or sono un nuovo cliente, durante la prima prova, ha sostenuto con forza la superiorità di un collo incollato per quel che concerne la stiratura. La camiciaia, irritata ed amareggiata dalla bestialità, ha immediatamente preso in mano il pesante ferro da stiro ed eseguito una doppia prova : collo naturale – collo adesivato. Il risultato è stato tanto inclemente che l’avventore, al suo ritorno a casa, ha fatto il lavaggio del cervello alla “responsabile” della disgraziata teoria…”

L’interessante serata, iniziata con l’incontro di camiceria, è proseguita con la visione del primo, leggendario, 007. Un particolare mi ha colpito : Bond indossava camicie con cannolo. Quale il Suo parere su questa scelta ?

Nel mio continuo consumare le pagine di Monsieur dedicate alla drapperia, non sono riuscito a ricordare il tessuto dei Suoi pantaloni beige che indossava durante il primo Laboratorio d’Eleganza. Non Le nascondo che mi colpì alquanto.
Mi sembra quasi di sentire il profumo di questi 20 campioni intrisi di storia virile …

Suo fedelissimo
Lorenzo Villa


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 04-07-2003
Cod. di rif: 328
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Pitecantropi e cinocefali - A Pellegrino e Villa
Commenti:
Innanzitutto un ringraziamento, così di sfuggita, al signor Pellegrino. Oggi ho consegnato all'editore un nuovo compito a casa, in cui ho esplorato, ingrandito, interpretato, la stanza da bagno maschile. E' un affresco dominato da grandi pennellate di un maschilismo sereno e convinto, fisiologico e matematico, alieno da polemiche. Il tutto ho pertanto sentito come intimamente dedicato ai nostri Soci e comunque alla mentalità che emerge dalla Carta dei Principi, dallo Statuto e dalla storia del nostro incrollabile sodalizio. I Cavalieri hanno accettato con entusiasmo di vivere e pensare con questo patrimonio genetico e culturale. I Visitatori che ne siano restati contagiati e vogliano disintossicarsi potranno farlo solo con una lunga astinenza dalla frequentazione della mia penna e di questo castello. Lo dico subito, perché devo far uso di argomenti pericolosi nel prosieguo.
Quanto al gesso dell'instancabile Villa, mi ricorda un episodio che ho raccontato nel mio pezzo sulle camicie in cui un pitecantropo disprezzava le piegoline delle asole fatte a mano, ritenendole difetti. Il cliente della camiciaia parmense sembra essersi ravveduto, ma ci lascia fare una considerazione: attenti ai commenti muliebri in materia di abbigliamento maschile. Le donne e in particolare le mogli sono talvolta accecate dalla facilità di stiro e comunque per una innata tendenza il loro occhio vuole riposare su superfici liscie e lucenti, piuttosto che arrampicarsi su pieghe e difettucci, ruvidezze e rusticità. Il protagonista della storia parmense si era fatto certamente influenzare da una vocina che vantava la facilità e docilità con cui una tela incollata riprendeva la forma, sempre la stessa e per questo sempre sbagliata. Credo che anche nel caso citato da me sia stata una corte femminile a emettere la condanna fatta propria dallimprovvido cinocefalo. Pardon, pitecantropo.

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Nome: carmelo pugliatti
Data: 04-07-2003
Cod. di rif: 329
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto: sartoria italiana
Commenti:
Ho trovato estremamente interessanti gli articoli sull arte sartoriale pubblicati nel vostro sito.Personalmente i miei gusti vanno alla "linea italiana",cioè a quel particolare stile fatto di giacche monopetto a tre bottoni dai revers e dai pantaloni di linea snella con cui la sartoria del nostro paese si affermò nel mondo negli anni tra il 1950 ed il 1965 ,contrapponendosi a quel taglio inglese piu massiccio e modellato,che aveva ed ha in Caraceni uno dei piu convinti alfieri nostrani.Noto con piacere che dopo anni di oblio la linea italiana anni 50-60 è tornata.Vorrei sapere chi,a vostro giudizio tra i sarti attuali è il migliore interprete di questo stile (Gallo?)

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 04-07-2003
Cod. di rif: 330
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Italian Style
Commenti:
Egregio Signor Pugliatti,
effettivamente all’alba degli anni 50 si affermò un Italian Style semplice, morbido e pastoso. I rever si snellirono solo con la fine del decennio e ai primi anni sessanta erano ridotti al loro minimo storico. In quegli anni furono proprio Domenico Caraceni come sartoria e Brioni come stilista i capofila di un movimento che destava ammirazione (e fatturato) nelle settimane fiorentine di moda. Lei forse saprà dal mio pezzo sulla sartoria pubblicato da MONSIEUR che considero oggi tre tipologie generali: inglese, napoletana ed internazionale, ma questo riguarda solo la sartoria e non la moda pronta. Non riesco però a scorgere in sartoria questa rinascita di uno stile italiano, atteso che tutto il mondo maschile sembra ora guardare verso Napoli. Quello che non è napoletano e non è inglese, anche se nato come italiano, è da considerarsi a mio avviso internazionale, cioè uno stile senza frontiere che trova campioni a Milano, Parigi o altrove. Se ho ben compreso quello che Lei intende come Italian Style, fu proprio il napoletanissimo Angelo Blasi il campione di questo stile semplificato nella linea, teso a dare innanzitutto l’idea di un uomo dinamico. Oggi non saprei indirizzarLa meglio che da Giovanni Celentano, che lavora a Roma ed ha origini partenopee. Questa doppia natura gli consente di utilizzare certe citazioni napoletane senza connotare troppo fortemente la sua giacca, che resta quindi quanto più vicina possibile al modello che credo Lei abbia in mente. Ha il laboratorio in Roma, Via di Vallarsa n. 13, tel. 06.8181909.


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Nome: gino miriti
Data: 05-07-2003
Cod. di rif: 331
E-mail: miriti@hotmail.com
Oggetto: splendido sito
Commenti:
complimenti vivissimi.

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Nome: carmelo pugliatti
Data: 05-07-2003
Cod. di rif: 332
E-mail: carpu@hotmail.com
Oggetto: la ringrazio per l esauriente risposta
Commenti:
Caro signor Maresca,la ringrazio per l esauriente risposta.Ricordo un articolo su un vecchio numero di "epoca" della fine degli anni 80" che riportava un intervista all anziano (e aihmè ormai ,temo, defunto)Angelo Blasi.Tempo dopo chiaccheravo con un attempato gentiluomo napoletano (cliente di Rubinacci dalla fine degli anni 30).Al nome di Blasi il mio interlocutore storse un pò il naso:lo considerava un pò troppo commerciale,e con un occhio eccessivamente attento alle mode del momento,per questo molto apprezzato dai nuovi ricchi (e questo agli occhi di quel simpaticissimo nobiluomo partenopeo risultava imperdonabile).Personalmente le confesso che pur apprezzandone il taglio,non ho mai amato moltissimo lo stile "caraceni".Per i miei gusti i revers sono troppo ampi e le spalle troppo rigide.Ne risulta una figura virile un pò squadrata;di certo un taglio che non dona a tutti (ma ripeto,sono gusti personali;mi sento idealmente piu vicino alla scuola di ispirazione napoletana).Detto questo approfitto della sua gentilezza per chiederle un parere.Da sempre sono affascinato da certi figurini di "Esquire" anni 30"che reinterpretano a mio parere con molto gusto,ed in maniera molto moderna lo stile inglese dell epoca.Gran parte (per non dire quasi tutti)di quegli elegantissimi disegni mostrano personaggi vestiti con doppiopetto "london lounge",ossia una giacca doppiopetto a quattro bottoni,con allacciata la coppia piu in basso,e con un asola sul revers in corrispondenza del bottone piu alto non abbottonato.è la giacca del Duca di Windsor,e del fratello duca di Kent (ed infatti tale indumento è chiamata nel gergo sartoriale britannico anche "Kent doublebreasted").é una linea morbida e pastosa che secondo il mio giudizio si sposa molto bene con lo stile napoletano.Ora le chiedo,secondo lei è appropiato farsi confezionare una tale giacca,o un corretto due petti dovrebbe essere sempre è soltanto a sei bottoni?

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Nome: Franco Forni
Data: 06-07-2003
Cod. di rif: 333
E-mail: Gonfal@tin.it
Oggetto: Abito Bianco
Commenti:
Caro Gran Maestro,
Estate. Abiti chiari di shantung, cotone e lino e una domanda: in occasione di feste, incontri formali - non cerimonie ovviamente - è lecito indossare un doppiopetto di lino bianco? O, meglio, è equiparabile ad un abito scuro?
Fino a una ventina di anni fa, quando in luglio accompagnavo mia madre all’Arena di Verona, le signore, soprattutto straniere, indossavano abiti lunghi ed i loro accompagnatori erano vestiti di bianco e ad una festa molto elegante tenutasi a Porto S. Stefano il principe Corsini indossava un doppiopetto di lino bianco con scarpe bicolori marrone (boh…) e così via in tante altre occasioni.
L’abito bianco in città richiede coraggio, disinvoltura onde non sembrare un fazendero brasiliano e devozione perché si sporca facilmente, ma il risultato è impagabile.
Il Gentiluomo, abbandonato per una volta l’understatement, si staglia sulla massa e rivela al mondo che lui può: può indossare abiti bianchi senza sembrare un gelataio come spesso insinuano mogli e fidanzate che lo vorrebbero vestito come un cremino; può reggere pieghe e stazzonature che, anzi, danno quell’aria di vissuto che i managerini, leccati nei loro tasmanian fumo di Londra temono come la peste e, soprattutto, è suo agio con la giacca perché il suo abbigliamento è in sintonia con la stagione.
In questo mondo, in cui esiste un’armonia prestabilita, un accordo sinfonico unisce uomini e cose: tutto corrisponde a tutto e credo che il ciclo stagionale, nel suo significato reale e simbolico, stia alla base anche del vestirsi: come nella vita, in natura e nella storia, ogni periodo è regolato da forze specifiche, tutte indispensabili e diversamente distribuite che corrispondono ad una tappa di questo ciclo.
Ero partito con una domanda ed ho terminato con una divagazione.
Numquam servavi.

Franco Forni

Bologna, 6 luglio 2003


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Nome: andrea lupo
Data: 06-07-2003
Cod. di rif: 334
E-mail: lounge60@yahoo.it
Oggetto: stile italiano 50-60
Commenti:
Inanzitutto complimenti per il sito,mi ci sono imbattuto per caso,e l ho trovato estremamente interessante.Volevo inserirmi nela discussione circa lo "stile italiano" degli anni 50-60.Tale stile nacque in effetti intorno al 1950-52 probabilmente sia per il desiderio di alcuni "giovani leoni" della sartoria italiana di creare una linea che si differenziasse da quella inglese fino ad allora dominante,sia per reazione agli anni della guerra,caratterizzati da massicce giacche a doppiopetto e pantaloni ampi dagli alti risvolti.Il nuovo stile si caratterizzò per una nuova siluettes maschile piu snella,dinamica e giovanile:la giacca era monopetto,tre bottoni,revers moderatamente stretti (circa 8 cm nel punto più largo),spalle naturali arrotondate,due spacchetti posteriori.I pantaloni erano aderenti al corpo,spesso ad una sola pences,quasi sempre senza risvolti,sopratutto nel caso di completi da pomeriggio (strano a dirsi,ma allora l abolizione dei risvolti fu accolta dalla maggior parte degli uomini come una liberazione,forse come reazione ai giganteschi risvolti-raccattapolvere degli anni 40").Il fondo dei calzoni si restringeva leggermente,ed era tagliato a "scalino" in modo da scendere dritto senza formare pieghe sul davanti della scarpa.Gli accessori erano ,camicie in popeline o seta bianche o a righine dai polsini doppi , cravatte sottili scure a piccoli disegni geometrici,o tinta unita in maglia di seta,fazzoletto da taschino di lino bianco piegato a rettangolo,e scarpe di "linea italiana",ossia leggere,morbide e dalla suola sottile (contrapposte alle massicce scarpe di linea inglese in voga nell anteguerra).La versione piu "volgare e plebea" di questo stile prevedeva giacchette corte,a fior di sedere (per accomodarsi piu agevolmente sulla vespa)e abominevoli scarpe a punta,ma era roba da bulli stile "poveri ma belli",o da garzoni di barbiere in libera uscita.Nella sua versione piu nobile lo "stile italiano" era decisamente elegante disinvolta e piacevole a vedersi.Grandi estimatori di questo stile nel vestire furono attori come Walter Chiari o Alberto Sordi,o divini mondani come il conte Rudi Crespi (uno dei personaggi piu celebri della "dolce vita" romana).Nel periodo primaverile ed estivo gli abiti " all italiana" erano declinati in tessuti ingualcibili come il fresco di lana,o lievemente brillanti (ma non lucidi)come il mohair e lo shantung di seta.Nei primi anni sessanta i revers delle giacche si fecero piu sottili,ma in Italia non si arrivò mai alle misure striminzite adottate i Americao in inghilterra mantenendosi tra i 7 cm e mezzo e gli 8 nel punto piu largo.

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Nome: andrea lupo
Data: 06-07-2003
Cod. di rif: 335
E-mail: lounge60@yahoo.it
Oggetto: stile italiano anno 50-60
Commenti:
Vorrei aggiungere soltanto che la città di riferimento per la "linea italiana"era sicuramente Roma,con sartorie come Datti,Zenobbi,Cifonelli,Nicola Pellegrino,e la produzione piu convenzionale e meno eccentrica e "modaiola" di Litrico e Brioni.Lo stile del quale ci siamo occupati iniziò a declinare intorno al 1966-67 sotto la spinta combinata delle nuove mode provenienti da oltremanica e di una decisa tendenza al ritorno agli anni 30 nell ambito della sartoria.Di sicuro in tempi recenti,almeno nel campo della confezione,si è registrato un netto ritorno allo stile sartoriale italiano degli anni 50 e 60 (il primo ad innaugurare questo ritorno fu Piombo,alla fine degli anni 80).Finito il mio breve e mi auguro non troppo noioso escursus storico vorrei porre al signor Mareschi due domande.Nello smoking dal collo a scialle,mono o doppiopetto che sia,va posta o meno l asola nel rever? Vi sono dei sarti che affermano che tagliare l asola su di un rever a scialle è un errore,in quanto tale tipo di collo va "scivolato" e liscio il piu possibile,altri affermano che anche il rever a scialle può essere ingentilito da un fiore infilato nell apposita asola.Chi ha ragione? infine,in che tessuto conviene farsi confezionare la giacca bianca dello smoking estivo,fresco di lana,shantung,gabardine,o che altro?

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Nome: andrea lupo
Data: 06-07-2003
Cod. di rif: 336
E-mail: lounge60@yahoo.it
Oggetto: rettifica e scuse
Commenti:
Mi Scuso col signor Maresca per averlo inavvertitamente chiamato Mareschi nel mio precedente intervanto.L orario tardo e la stanchezza mi hanno giocato un brutto tiro.

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Nome: Franco Forni
Data: 06-07-2003
Cod. di rif: 337
E-mail: Gonfal@tin.it
Oggetto: Smoking estivo
Commenti:
Caro Gran Maestro,
sarei intenzionato a farmi confezionare uno smoking estivo (intero) con in aggiunta una giacca bianca e colgo l’occasione dell’intervento del sig. Lupo per rivolgerti a mia volta qualche domanda.
1. Nero o blu midnight? So che quest’ultimo non incontra i tuoi gusti e nemmeno i miei, ma il blu in estate dà un idea di fresco…
2. La giacca bianca. Il mio sarto racconta di un lino satin, scomparso da decenni e sconosciuto ai più; in un tuo gesso tu parli di lino raso e lino prunella: sono solo per donna o potrebbero andar bene? In alternativa c’è lo shantung, forse troppo pesante. Comunque dove si potrebbero trovare?
3. Revers sciallati. Non mi piacciono, mi ricordano un arbitro di boxe; sono validi i revers a lancia con il gros grain anziché il raso?
4. Fascia. Con lo smoking invernale porto il gilet, quello sì con il collo sciallato, ma per l’estate occorre la fascia, e quelle in giro sono orribili. Scrivesti una volta che è possibile farle fare su misura: a Napoli forse Halston, ma altrove?
Come tu ben sai il piacere di un vestito è tutto qui. Nasce da un’idea; visto con la fantasia, viene elaborato con l’immaginazione; prosegue con la ricerca del tessuto; con i dubbi e le macerazioni che ogni scelta comporta: occorre vincere le lusinghe dell’abile venditore che ci propone panni che al momento non servono, ma ci piacciono e non è facile resistere, perché siamo deboli ed usi a cedere alla dolce violenza di un astuto mercante come una bella donna di fronte ad un maliardo seduttore; continua con il Maestro Sarto, grande educatore, al quale chiediamo la perfezione pur sapendo che mai ci soddisferà del tutto; e non appena tutto è pronto, via con nuove idee, nuovi progetti e relative difficoltà.
Sì, direi proprio che il farsi un abito è una scuola di vita e che solo dopo molti vestiti si può affrontare il matrimonio.
Numquam servavi.

Franco Forni

Bologna, 6 luglio 2003


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Nome: carmelo pugliatti
Data: 06-07-2003
Cod. di rif: 338
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto: smoking estivo
Commenti:
Egregio signor Forni,L esimio gran maestro mi compatirà se oso inserirmi nella discussione,ma la voglia di parlare dell appassionante argomento è troppa.Smoking estivo dicevamo;Quando negli anni 30 quando questo capo comparve nel nostro paese (precedentemente era indossato nei paesi anglosassoni soltanto in colonia o nelle zone calde tipo Miami)esso era composto dai pantaloni di barathea di mohair dello smoking invernale e da una giacca in lino o piu frequentemente in gabardina (come si diceva allora) bianco latte.La stagione d oro dello smoking estivo con giacca bianca furono gli anni 50.Nella mia città,Messina,si teneva allora un importantissimo festival cinematografico con la partecipazione delle più importanti star dell epoca (da Cary Grant a Gregory Peck).Per l innaugurazione e la serata finale era previsto lo smoking,e Messina fu (forse con un pò di esagerazione) definita dalla stampa "la città dei 10.000 smoking bianchi".I piu eleganti erano confezionati dall incommensurabilmente bravo Giocchino Pirri,e secondo la moda dell epoca erano doppiopetto con i revers a scialle (non è vero che il collo a scialle sia brutto,dipende da come è tagliato ;Gianni Agnelli ad esempio ne era un grande estimatore)ed i pantaloni,neri confezionati in fresco di lana.Il tessuto di quelle elegantissime giacche da sera era un finissimo gabardine di seta,o (decisamente piu freschi) una tela di seta,o ancora una tela di mohair.MAI E POI MAI i revers erano ricoperti di raso o gros grain (regola valida ancora oggi),come per gli smoking invernali,ma rimanevano nello stesso tessuto della giacca.All inizio degli anni 60 il primato della giacca bianca d estate fu insidiato da smoking in tussor o mohair neri o piu spesso blù midnight (colore secondo insuperabilmente elegante,purchè effettivamente midnight e non bluastro come talvolta si vede,e purchè anche i revers e le bande dei pantaloni siano blù midnight e non neri).Dal 1966 in poi assistemmo al "cupio dissolvi" culminato nel 68.Per quanto riguarda l oggi mi permetto di darle i seguenti suggerimenti.Se intende farsi confezionare uno smoking estivo piu una giacca da smoking bianca,scelga come colore il nero;giacca bianca e pantalone blù midnight è un accostamento orribile.Si faccia confezionare la giacca bianca (mai bianco "puro",ma un color uovo o latte) in tela di seta (ovviamente opaca) o in mohair,o ancora in un pastoso shantung ricco di fiammature.Personalmente eviterei la giacca da smoking in lino,ma sono gusti personali non da tutti condivisi.Mai revers ricoperti di raso o di gros con la giacca bianca:fa Pippo Baudo al gran galà.Per il taglio io adoterei il classico doppiopetto quattro bottoni con revers a lancia,o anche il monopetto,sempre con petti a lancia (anche se mi rifiuto e sempre mi rifiuterò di considerare negativamente il collo a scialle) . Se invece rinuncia alla giacca bianca allora un blue midnight scurissimo ,piu nero del nero sotto le luci artificiali,a mio parere è una scelta elegantissima ,purchè ripeto siano blù midnight anche i revers (assolutamente in gros grain o nell introvabile cannetè,non in raso)e le bande dei pantaloni.Cravatta e fusciacca al contrario vanno assolutamente nere.

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Nome: Franco Forni
Data: 06-07-2003
Cod. di rif: 339
E-mail: Gonfal@tin.it
Oggetto: Smoking estivo
Commenti:
Caro signor Pugliatti,
Le sono grato per il Suo intervento e per i consigli elargiti con tanta franchezza e competenza in questo luogo di incontro e di lavoro.
I miei ricordi di smoking estivi risalgono alla Riccione degli anni ‘50 e primi ’60; da allora il nulla, almeno a Bologna, dove da maggio a ottobre cessano gli eventi mondani.
Nelle mie fantasie avevo pensato alla giacca bianca ed allo smoking blu midnight senza riflettere sull’accostamento giacca-pantalone, che è veramente orribile; per quanto riguarda i revers si tratta di ignoranza vera e propria.
Come vede, anche dopo la Sua risposta i dubbi sono tanti: mi piacerebbe lo shantung e mi piacerebbe il doppiopetto a quattro bottoni, ma temo che l’uno e l’altro rendano la mise un po’ pesante; rimane inoltre il non facile problema del reperimento del tessuto.
La ringrazio ancora e, vista la Sua esperienza in merito, mi piacerebbe conoscere il Suo parere sull’utilizzo dell’abito bianco in occasioni formali.
Cavallereschi saluti,

Franco Forni

Bologna, 6 luglio 2003


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Nome: carmelo pugliatti
Data: 07-07-2003
Cod. di rif: 340
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto: smoking estivo
Commenti:
Caro signor Forni,il gran maestro Maresca saprà sicuramente rispondere in maniera ben piu autorevole ed esauriente di me ai suoi interrogativi,specie a quelli relativi al reperimento della stoffa.Riguardo quest ultimo argomento come accennavo nel mio breve intervento,vi sono diverse "scuole di pensiero".Luigi Settembrini,autore alla metà degli anni 80 di un impagabile manuale sul ben vestire sostiene l assoluta ed inarrivabile eleganza della giacca da smoking estiva in lino "ecrù"o bianco latte,tagliata a doppiopetto (quattro bottoni).Non vi è dubbio che il pregio del lino sia l ineguagliabile stazzonatura paragonabile per fascino soltanto alle rughette intorno agli occhi di una splendida donna di quaranta anni (per gli incolti un difetto,per gli amanti della vera bellezza un valore aggiunto),tuttavia ritengo che una giacca da smoking dovrebbe essere un pò più "stiff" anche per non contrastare troppo con i pantaloni in fresco di lana (e,voglio essere onesto con lei fino in fondo,per non apparire agli occhi degli incliti troppo simile alla stazzonata giacca in cotone di un cameriere). ovviamente tratta,ripeto ancora una volta ,di opinioni personalissime.Il gabardine è considerato da molti la stoffa più corretta per farsi confezionare un simile tipo di giacca da sera,ed infatti ancora oggi è impiegata per le giubbe bianche da gala estiva degli ufficiali dell esercito (equivalente militare dello smoking bianco).Se questo tipo di stoffa le piace,potrà agevolmente ordinarla presso una sartoria militare (avendo cura di specificare che vuole il tipo più fine,e non la versione misto terital).Personalmente tuttavia considero questo tessuto troppo pesante e rigido per l estate.Consiglierei quindi una bella seta opaca,shantung o meglio ancora tela.Tuttavia ammetto che potrebbe essere di difficile reperimento (ne faceva di splendide Bocchese,insuperabile nello shantung,ma ora a quanto mi dice il mio drappiere questa azienda non esiste più) C è una soluzione,ardita lo ammetto,ma ritengo sia mio dovere prospettargliela.Vada nella migliore sartoria ecclesiastica della sua città,ed ordini della stoffa bianca del tipo usato da monsignori e principi della chiesa in africa.Si tratta di una tela di lana finissima,areata,ingualcibile e pastosa di un bel color latte.A mio giudizio tale stoffa è perfetta per un "dinner jacket",sia doppiopetto quattro bottoni (diffidi del sei nella giacca da smoking)sia monopetto dai revers a lancia.Un mio conoscente ha adottato questa soluzione con risultati splendidi.Per quanto riguarda l abito bianco in occasioni formali,non c è dubbio che i nostri nonni lo avrebbero considerato un errore.Tuttavia bisogna distinguere.Vestirsi in lino bianco ad un matrimonio in comune una mattina di luglio o agosto,o indossare tale abito ad un cocktail pomeridiano o serale per l innaugurazione di una barca è assoltuamente appropiato .Completo di lino bianco latte doppiopetto o monopetto tre bottoni,camicia in lino bianco,cravatta scura nei toni del blù a piccoli disegni (eviterei il regimental ,a mio giudizio troppo caratterizzato con tale mise)fazzoletto bianco da taschino in lino a trama grossa piegato a spuma nel taschino,scarpe nere (anche mocassini,perchè no,dipende dall occasione),e si è all onore del mondo.Con quest abito mi asterrei da cose tipo "vorrei vivere negli anni 30,ma non posso", scarpe bicolori,pagliette,cravatte a farfalla e simili.Sareste vistosi,e questo è la negazione di ogni eleganza.Per occasioni più formali (quelle che fino al 1965 avrebbero richiesto lo smoking bianco)suggerirei in alternativa all odioso "tasmanian" (perdonatemi signori,non voglio offendere nessuno,ma onestamente non se ne può più di questo ORRIBILE tessuto,personalmente non lo "reggo")un abito di lino irlandese blù (non scurissimo),mono o doppiopetto.Secondo me è elegantissimo,fresco,e disinvolto.Spero di non averla annoiata,e cavallerescamente (anche se non sono cavaliere,ma solo un ospite in questo bel maniero)la saluto.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 07-07-2003
Cod. di rif: 341
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Alta qualità
Commenti:
Vedo che la discussione, alimentata da un nome classico come quello di Forni e da new entry come Pugliatti e Lupo, si scatena in discussioni e considerazioni molto complesse. Per il fine settimana sono stato un pò lontano dal castello e rientrando ho trovato questa Porta quasi consumata. Mi metterò presto in pari, intervenendo laddove sollecitato. La qualità dei gessi e delle questioni proposte è elevatissima e richiede un minimo di riflessione.

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Nome: carmelo pugliatti
Data: 07-07-2003
Cod. di rif: 342
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto: dello "stile italiano" e d altre cose.
Commenti:
Caro signor Lupo,inanzitutto mi complimento con lei per aver cosi esaustivamente ricostruito la storia del cosidetto "stile italiano",volevo solamente aggiungere per completezza poche cose a quanto da lei detto.Al suo apparire lo "stile italiano" (che trovava i suoi santuari nelle sartorie romane dell epoca da lei citate ,ed a quanto riportato dal gran maestro Maresca nella bottega napoletana di Angelo Blasi)suscitò enormi consensi.Dal 1955 al 1965-66 ,tranne un irriducibile minoranza di anglofili,tutti gli italiani adottarono entusiasticamente questa linea fatta di asciutte giacche a tre bottoni,revers contenuti,pantaloni snelli spesso senza risvolti (il risvolto scomparve da tutti i pantaloni tra il 1955 ed il 1957,riapparve sul fondo dei calzoni dei completi sportivi e da mattina alla fine degli anni 50,per poi riprendere piede anche nei completi da pomeriggio,meno che in quelli più formali che ne rimasero sempre privi).Il successo di questa linea fu tale che ben presto iniziò ad essere esportata.In america fu accolta a braccia aperte,anche in virtù di una vaga somiglianza con un popolarissimo stile autoctono,detto della "ivy league" e dei completi a sacchetto in flanella di Brooks Brothers.Dai film e dalle foto dell epoca possiamo accorgerci che per gran parte degli anni 50 e 60 gli americani portarono una versione "esagerata"della linea italiana (esagerata nel senso che le dimensioni di revers e cravatte da asciutte che erano nell originale divennero striminzite,ed i pantaloni si fecero stretti senza pences)Alfiere di questo stile negli Stati Uniti fu il sarto Sy Devore autore (o forse sarebbe piu esatto dire responsabile) dei guardaroba di Frank Sinatra e dei suoi amici del "Rat Pack" (Martin,Lawford,Davis Jr,ecc).Ma allo stile italiano riuscì anche l impensabile:conquistare l inghilterra.Fin dai tempi di Lord Brummel il mondo aveva guardato a Londra per gli abiti da uomo,ora improvvisamente il baricentro si era spostato di nuovo sull "Bel Paese".Tra il 1957 ed il 1963 Londra si popolò di giovanotti che dichiaravano di "vestirsi alla romana",e chiedevano ai loro sarti abiti con giacche a tre bottoni dai revers stretti e pantaloni senza risvolti.Erano i "mods" ossia "moderni",ragazzi appartenenti alla piccola borghesia urbana pazzi per il "mady in italy" non soltanto per quel che riguardava la moda,ma anche per gli scooter (la mitica Vespa) ed il caffè espresso.Questa connotazione "lower class" inizialmente nocque molto alla linea italiana,tant è che da molte storiche sartorie si tuonò contro uno stile "brutto e volgare",ma presto anche Saville Row dovette adeguarsi,e all inizio degli anni 60 lo stile italiano si anglicizò.Gli abiti che Antony Sinclair realizzava nella sua sartoria di Conduit street per Sean Connery alias James Bond sono inglesi soltanto per alcuni particolari (il 2 bottoni,il punto vita,la linea delle spalle),per il resto recepiscono pienamente nelle dimensioni dei revers ,nella leggerezza dei tessuti e nelle proporzioni la lezione dello stile italiano .Come lei giustamente ricordava questa bella linea declinò a partire dal 1966-67 circa,I motivi forse sono da ricercarsi in un obiettivo impoverimento dovuto alla ricezione anche in Italia di alcuni brutti particolari che questo stile aveva acquisito all estero (revers troppo stretti,abbottonatura troppo alta,pantaloni sempre piu stretti)e nel fatto che esso era stato inflazionato dalla nascente industria della confezione.è sempre cosi,uno stile nasce ,arriva al vertice della sua parabola per poi venire imbruttito ed involgarito,ed infine decade .La stessa cosa accadde al "taglio modellato" inventato da Frederick Scholte per il duca di Windsor negli anni 30.Tocco l azimut verso il 1939 per poi degenerare nel "bold look" americano ed essere abbandonato (meno che da Caraceni).Effettivamente oggi ,come da lei ricordato ,la linea degli anni 50-60 è stata recuperata dalla confezione ,a partire dalla sua riscoperta effettuata alla fine degli anni 80 da quell interessante personaggio che è Massimo Piombo.Le vetrine sono piene di giacche a tre bottoni con revers stretti e pantaloni a sigaretta,ma a mio modesto avviso le proporzioni di gran parte di quegli abiti sono quasi caricaturali,e le stoffe tremende (tasmanian e simili;ricordo che negli anni 50-60 questi abiti venivano invece realizzati con la miglior drapperia inglese,era italiano solo lo shantung e neanche).L unico modo di poter avere un abito in questo bello stile è rivolgersi al sarto.Per quel che riguarda il problema dell asola sul rever sciallato dello smoking,rimando al signor Maresca una risposta definitiva,ma per quel che ne so non esiste a tal proposito una regola,nel senso che la cosa dipende dalla tradizione della sartoria,dalla scelta del cliente,dall abitudine o meno di portare un fiore all occhiello.Personalmente ritengo più completo questo rever con l asola,ma il non tagliarla affatto non è un errore è conferisce,sopratutto nel caso di revers sottili,una maggiore pulizia.Da notare che il rever a scialle deriva non tanto dal collo delle vestaglie o delle giacche da fumo ottocentesche,ma dai baveri della giubba da sera (adottata negli anni 70 del XIX secolo ,e da allora poco cambiata)dagli ufficiali di sua maestà britannica.Tali rever non hanno l asola.

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Nome: Franco Forni
Data: 07-07-2003
Cod. di rif: 343
E-mail: Gonfal@tin.it
Oggetto: L'abito formale estivo
Commenti:
Egregio signor Pugliatti,
altro che tediarmi, con i Suoi consigli mi illumina! Ho letto anch’io a suo tempo “Vestiti e usciamo” di Luigi Settembrini e forse da lì proveniva la mia propensione per il lino, specie se avvolto da un manto di mistero come quello satin ricordato dal Maestro sarto.
Concordo con Lei: per una giacca bianca è meglio qualcosa di più rigido del lino ed il gabardine è troppo pesante; la tela di lana usata dai Principi della Chiesa in Africa mi sembra perfetta: il clero raramente sbaglia e inoltre il tessuto ben si adatta a quello del pantalone.
La decisione è dunque presa: doppiopetto a quattro bottoni nella stoffa dei Monsignori; la caccia è aperta.
Per quanto riguarda l’abito di lino blu, non le nascondo qualche perplessità: associo questo meraviglioso tessuto all’Egitto, alle tuniche dei sacerdoti, ad un sole abbacinante; nei colori scuri mi da l’idea di qualcosa di polveroso, che assorbe la luce e stinge. L’ideale sarebbe lo shantung, che, come detto, non si trova più.
Approfitto della Sua disponibilità per attingere al Suo sapere su un’altra tenuta estiva che ho avuto modo di ammirare l’anno scorso. Ad una festa di matrimonio, di sera sul mare, un gentiluomo napoletano indossava pantaloni bianchi senza risvolto ed una giacca nera da smoking; ho visto un’analoga “mise” in un figurino del 1935.
La Sua profonda competenza e l’originalità delle soluzioni che propone mi spingono a rivolgermi a Lei ancora una volta.
Mi rallegro di averLa incontrata e rinnovo i miei cavallereschi saluti.

Franco Forni

Bologna, 7 luglio 2003


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Nome: carmelo pugliatti
Data: 08-07-2003
Cod. di rif: 344
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto: abiti da sera estivi
Commenti:
Egregio signor Forni,la sua domanda mi da occasione di parlare della nascita dell abito da sera estivo.Cominciamo col dire che i primi a sostituire la giacca in panno scuro con una in tessuto leggero bianco furono gli ufficiali di sua graziosa Maestà la Regina Vittoria,nei territori tropicali dell impero.é vero che in nella prima metà del XIX, nei mesi piu caldi i pantaloni del frac (o marsina ,come allora si diceva)venivano spesso sostituiti con pantaloni bianchi di piquet,ma parliamo di un epoca anteriore alla nascita del moderno abito da uomo,quindi accenneremo alla cosa senza considerarla un precedente.Fino agli anni 20 del XX secolo l esempio degli ufficiali britannici nelle colonie rimase inimitato.In occasione di eventi mondani estivi gli uomini indossavano gli stessi abiti da sera in panno fine portati in inverno.Come ci riuscissero in mancanza di impianti di aria condizionata,egregio signor forni non lo so,non me lo chieda,non voglio neanche immaginarlo.A partire dal 1920 prese sempre piu piede come abito da società lo smoking,detto "dinner jacket" in Inghilterra, e "Tuxedo" negli Stati Uniti.Si trattava allora di un capo nuovo,meno soggetto del frac ad un rigido codice e quindi suscettibile di esperimenti.Si diffondevano nuove danze e nuove abitudini;ed è evidente che ballare un charleston e bere un cocktail ,ad agosto indossando uno smoking di panno non è il massimo del confort.Così accanto ad un nuovo tessuto per l abito da società tocourt,la barathea di mohair,venne introdotto anche l uso di "spezzare"durante l estate lo smoking con un capo bianco,leggero.In quei giorni la scelta non cadde immediatamente sulla giacca;vi era infatti anche una versione estiva del tuxedo (popolare sopratutto in america)che prevedeva giacca nera e pantaloni bianchi.Ricordo di aver visto una bellissima illustrazione di una festa tenuta a Miami nei "roaring 20";le signore presenti avevano splendidi abiti corti alla "maschietta",gli anziani gentiluomini sudavano dignitosamente nei loro smoking neri di lanetta,ed i giovanotti ballavano il charleston equamente divisi in giacche bianche-pantaloni neri e giacche nere-pantaloni bianchi.Questa moda declinò verso la fine degli anni 20 con la vittoria della giacca bianca per motivi facilmente intuibili;è una soluzione più razionale e fresca.Lo smoking con pantaloni bianchi vivacchiò ancora per qualche anno,sopratutto accostato ad occasioni marinare (feste su jacht,crociere,circoli nautici,ecc)ma già a metà degli anni 30 era piuttosto raro incontrarlo.Sempre a proposito dell abito da sera estivo con giacca bianca è divertente ricordare che questa è sopratutto un usanza americana e dell europa continentale (Francia,Italia,ecc).Per gli inglesi e gran parte degli abitanti del commonwhealt una simile tenuta è appropiata solo in colonia o in zone a clima tropicale o considerate tali (ad esempio l Italia).Ecco a tal proposito un divertente aneddoto assolutamente vero.Nel 1960 a Roma si tennero le olimpiadi.Prima dell apertura delle gare una delegazione italiana del CONI,accompagnata da un ministro si recò in visita di cortesia nei vari paesi partecipanti.In Australia venne dato per gli ospiti un ricevimento,e all intera delegazione parve naturale,data la stagione,parteciparvi in smoking bianco.Gli australiani si offesero a morte pensando che con quella tenuta gli italiani volessero deliberatamente disprezzarli considerandoli una colonia inglese! ne nacque un piccolo incidente diplomatico subito rientrato (ne andò di mezzo solo il capo del cerimoniale della nostra ambasciata che si era dimenticato di avvertire gli ospiti).Peccato,perchè rammento di aver letto che il ministro (non ne ricordo il nome) aveva uno "splendido smoking con giacca bianco avorio in seta,confezionata a Napoli (chissà in quale sartoria).A proposito della stoffa per il suo dinner jacket mi permetto di darle un un suggerimento .Lei se non sbaglio è di Bologna,ora mi risulta che nella sua città vi sia un favoloso drappiere, De Paz se non erro .Potrebbe provare a cercare lì una stoffa adatta,magari una tela di seta inglese appositamente destinata allo scopo,Altrimenti sotto con le sartorie ecclesiastiche.Circa il lino blù,temo di non essere daccordo con lei.La tinta estiva alla quale mi riferivo può essere descritta solo con le parole di Luigi Settembrini:"blù scurotto,ma non troppo".Questo blu medio è un colore splendido tutt altro che polveroso.Quanto allo stingere,il lino irlandese tutt al piu col passare degli anni si impreziosisce assumendo una tonalità piu dolce,ma comunque uniforme.Per rendersene conto chieda al suo drappiere di mostrargliene una pezza,lo tocchi,lo assapori.Comunque se visitando De Paz dovesse trovare un ultima pezza di shantung (mai lucido,opaco con leggere "fiammature" cioè piccole strisce in rilievo dovute alla tessitura del bozzolo)non se lo lasci scappare per nulla al mondo.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 08-07-2003
Cod. di rif: 345
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: London lounge/English drape - Risposta al gesso 332
Commenti:
Egregio signor Pugliatti,
questo Suo gesso è particolarmente ricco di spunti ed alla fine introduce un problema interessante, sul quale darò un’opinione suscettibile di ulteriori interventi e pareri. Andiamo con ordine. Blasi è scomparso pochissimi anni fa, ben ultranovatenne. Fu effettivamente molto attento agli sviluppi commerciali della sartoria ed il primo sarto napoletano a creare un’impresa da confezionista. Può darsi che questo dettaglio abbia infastidito il gentiluomo di cui Lei parla, ma non può negarsi che Angelo Blasi fosse un Maestro con tutti i crismi, anche se il meno napoletano dei napoletani. Condivido la Sua visione dello stile Caraceni, anche se quello cui Lei fa riferimento è più quello “ministeriale” praticato a Milano che quello del caracenismo romano.
Quanto al taglio “london lounge”, esso non identifica solo la giacca doppiopetto a quattro bottoni, ma un’idea di maggiore pulizia partita da Londra per aggiornare la giacca dal taglio modellato. Quest’ultima, nota come “english drape”, venne talmente copiata fino a darle spalle troppo larghe e un petto da gorilla. Da Londra ripartì nel 1935 una rivisitazione in termini di purezza stilistica che previde un “prosciugamento” di quelle lentezze che erano state distintive dell’ english drape, affermatosi cinque o sei anni prima. Il taglio london lounge si applicava quindi anche ai monopetto, proposti spesso con il peack lapel e si concentrava nel conferire comodità e morbidezza lasciando le superfici più rette possibile. Una reazione a quei mostri che vediamo in alcuni figurini americani contemporanei e che in realtà continuarono nella mutazione genetica sino a diventare nei 40 delle vere e proprie caricature, spesso apparse nei film. Questa lotta alla piega restò poi un must della sartoria inglese, che ne distinse definitivamente la strada da quella napoletana o da una parte importante di essa. A mio avviso, il doppiopetto a tasche tagliate resta più bello a sei bottoni. Non c’è motivo di rinunciare ad una certa teatralità che questo modello ispira e che – contrariamente al Suo parere – lo lascia come il preferito dei sarti napoletani di tradizione. La morbidezza e pastosità non derivano dal taglio, ma dalla lavorazione dei petti, del collo, dei davanti e possono restare tali anche sul sei bottoni. Non dimentichiamo che la giacca napoletana si presenta più lunga delle altre e che pertanto riesce a dare gran linea anche al doppiopetto sei bottoni Se parliamo di doppiopetto a tasche applicate, occorre essere molto alti per ottenere un sei bottoni di cui la coppia alta non sia geometricamente ad un’altezza tale per cui il sinistro finisca per dover essere cucito sul taschino, il che è impossibile. Per questa tipologia prende allora vigore il quattro bottoni, ma un capo con l’abbottonatura in basso richiede una perfezione di taglio non comune, altrimenti sembrerà troppo aperto e invece che al Duca di Windsor si rischia di assomigliare ad un cantante di piazza. Il capo che Lei descrive resta un pezzo di bravura destinato a pochissimi clienti di poche sartorie.
Mi compiaccio della Sua competenza e spero di rileggerLa ancora. Se in qualcosa l’ho contraddetta, non la prenda come una competizione. Dio non voglia che in queste Lavagne si ingeneri una lotta per una stupida supremazia a chi ne capisce di più. Per evitare questo, Le riconosco tutti i Suoi meriti. Le rimprovero un pò quel “caro”, incipit riservato a chi si conosce personalmente (e da tempo) e in questo caso assolutamente inadeguato al rigido formalismo che protegge questa fortezza.


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Nome: carmelo pugliatti
Data: 08-07-2003
Cod. di rif: 346
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto: ancora sugli abiti da sera estivi
Commenti:
Visto che l argomento la interessa,caro signor Forni mi permetto di tediarla con un ultima cosa.Lo smoking bianco conobbe una straordinaria stagione di successi prima che negli anni 50- inizio 60 (la sua autentica epoca d oro,sopratutto da noi)nell America della seconda metà degli anni 30.Gli Stati Uniti non hanno fama di essere un paese elegante,l immagine dell America è quello d una nazione potente,ricca,ma poco raffinata.Non è stato sempre così.Vi fu un tempo in cui l America trasmise al mondo un immagine di eleganza ad altissimo livello;dalla fine degli anni 20 all inizio degli anni 40.Erano gli anni della Hollywood di Clark Gable,William Powell (ricorda l impagabile serie "l uomo ombra"),Fred Astaire (probabilmente con il duca di Windsor l uomo piu elegante del XX secolo),Cary Grant.Erano gli anni di una meravigliosa rivista: "Esquire",che proponeva attraverso i suoi meravigliosi figurini una moda derivata da quella inglese,ma resa più leggera attraverso un uso più creativo degli accessori e del colore.In questo irripetibile ambiente si ebbe,nella seconda metà degli anni 30 la nascita del moderno abito da sera estivo con giacca bianca.Prima di allora il tuxedo bianco consisteva nel gilè e nei pantaloni di barathea (quando non di lanetta) dello smoking invernale,ed in una giacca bianca di lino monopetto dai revers a lancia.Dalla metà degli anni 30 tutto cambia,e viene applicato al tuxedo estivo una straordinaria innovazione: il doppiopetto.Il dinner Jacket a due petti inventato a quanto si dice dall attore inglese Jack Buchanan , consacrato e lanciato da Edoardo VIII,il futuro duca di Windsor,venne immediatamente accolto dagli eleganti di tutto il mondo.Il due petti (a quattro bottoni,perchè il duca portava esclusivamente doppiopetti in questa foggia per slanciare la sua figura) si prestava particolarmene alla disinvoltura di una giacca da sera estiva,cosi come particolarmente "cool"venne considerato il collo a scialle ispirato dai baveri delle jacket di gala degli ufficiali britannici. Al posto della camicia con sparato e colletto in piedi venne adottata una camicia in seta con il moderno e morbido collo rivoltato (altra novità imposta dal Duca di Windsor).Per confezionare i pantaloni si scelse la fresca tela di lana (o come si chiamava negli Stati Uniti in quei giorni "Palm Beach cloth").La giacca era realizzata in tela di lana bianca,seta,o piu spesso in un tessuto freschissimo e bellissimo che oggi non esiste piu:una misto di seta e rayon celanese.Mi sembra di vedere la sua faccia signor Forni,ma ho detto RAYON e non Terital.A differenza di quest ultimo che è una fibra sintetica,una plastica derivata dal petrolio il Rayon molto usato prima della guerra era una fibra ARTIFICIALE ricavata dalla cellulosa.Orbene le misture studiate di rayon celanese (la migliore qualità) e seta davano tessuti per giacche da sera di una leggerezza e di una bellezza mai viste.Ecco poche righe tradotte dall inglese sotto ad un figurino di un vecchio numero del 1938 di "apparel Arts" (rivista gemella di "esquire" di cui anni fa uscì im italia una bella ristampa anastatica):"Le occasioni mondane estive sono la prova piu difficile per un gentiluomo.Ovviamente deve apparire elegante ed appropiatamente vestito "..."portare un capo formale invernale per un evento sociale estivo può divenire una tortura degna della fantasia di un Torquemada.Ma il gentlman di oggi ha finalmente trovato una soluzione a questo dilemma.Quella che presentiamo in queste pagine garantisce di avere un aspetto brillante senza per questo bruciare e porsi in uno stato d animo antisociale.Il dinner jacket bianco che vi suggeriamo è confezionato in una perfetta stoffa estiva,tela Palm Beach,tropical di lana,oppure una delle varie freschissime misture di rayon e seta.i pantaloni sono neri in fresco di lana,la camicia dal morbido colletto è in seta freschissima"...per la cronaca,sono rimasto non poco stupito quando ho scoperto che il figurino che corredava queste note è esposto in questo sito!si trova nella pagina degli eventi,in basso nella sezione dedicata alla "profumeria maschile e barberia".Diavolo d un Maresca,che la ristampa di "apparel arts" faccia parte anche della sua collezione?

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Nome: carmelo pugliatti
Data: 08-07-2003
Cod. di rif: 347
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto:
Commenti:
Egregio Signor Maresca,dirò allora che cari,particolarmente cari, mi sono i suoi interventi ed i suoi articoli che ho avuto il piacere di leggere su "monsieur" e su questa lavagna.Non sono così infantile da volermi impegnare con lei in una "competizione a chi ne capisce di più",anche perchè se lo fossi non vi è alcun dubbio che perderei (non lo dico per piaggeria,ne sono più che convinto).Sono molto lieto di ascoltare il suo parere,per me prezioso.La domanda che le ponevo riguardava un tipo di giacche a doppiopetto di modello classico a cui erano stati tolti la coppia di bottoni piu in alto,quelli detti nel gergo sartoriale delle mie parti "di mostra".Parimenti veniva abbottonata la coppia più in basso ,a filo delle tasche,ed i revers "rollavano" fino a quest ultima coppia lasciando in bella mostra l asola piu in alto.Un simile doppiopetto è,credo,quello portato dal duca di Windsor,ed anche indossato spesso dal defunto avvocato Agnelli (che per tutta la vita rimase commoventemente fedele allo stile della sua giovinezza,la seconda metà degli anni 30).Ricordo di aver visto con un simile doppiopetto (evidentemente confezionato a Napoli;da Attolini-Rubinacci?)Edoardo De Filippo in foto risalenti agli anni 50.Credevo,ma evidentemente mi sbagliavo,che a questo tipo di giacca potesse darsi il nome di "London Lounge"(nella sua versione doppiopetto ovviamente;Ero già a conoscenza del fatto che vi fossero London lounge monopetto a due bottoni con revers a lancia).Solo ora mi accorgo che evidentemante la locuzione non si riferisce ad una maggiore apertura della giacca,bensì alla sua costruzione.Ritengo che i figurini di "Esquire" fossero ispirati al tipo di giacche cui mi riferisco piu sopra,e che per la moda proposta da quella rivista non si possa parlare di "mostri" ,per lo meno fino a dopo il 1942 (diverso è il discorso riferito ai figurini pubblicitari di moda pronta di quel periodo).Ma queste ovviamente sono opinioni personali. Sul vero e propio doppiopetto a quattro bottoni sono d accordo con lei,e mai ho pensato che questo modello ,e non il più classico a sei fosse il preferito dai sarti napoletani.Tuttavia ricordo di essermi non poco stupito nel vedere fotografie del solito avvocato Agnelli (in un arco temporale che va dagli anni 50 ai primi 80),ma anche di David Niven e di Douglas Fairbanks JR con una simile giacca.Segno questo che prima di essere screditata dagli stilisti della "milano da bere"questa era un alternativa perfettamente accettabile al sei bottoni.Mi accorgo leggendo le vecchie pagine della lavagna di avere delle opinioni in comune con lei su molti argomenti (ad esempio i tessuti),e molto da imparare.In tutta sincerità devo però dirle che più che una giacca napoletana con tutte le sue morbidezze preferisco una giacca con spalle alla napoletana ma con superfici leggermente più rette.In questo senso Blasi,"il meno napoletano dei napoletani" avrebbe forse fatto al caso mio.La saluto cordialmente e spero di tornare a dialogare con lei.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 08-07-2003
Cod. di rif: 348
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Abito bianco e forze universali
Commenti:
Caro Franco,
la tua dissertazione sull’opportunità di una corrispondenza tra l’abbigliamento ed il ciclo stagionale non semplifica il fenomeno, riducendolo alla temperatura, ma lo iscrive in una dimensione universale. Mi piace. A questo punto nulla si può eccepire sulla validità dell’abito bianco. Lo hai già detto tu, non può e non deve figurare ad una cerimonia, cui aggiungerei le situazioni formali di lavoro, ma altrove resta criticato senza motivo. Io suggerisco di indossarlo nel tempo libero ed in situazioni dove non vi siano grandi concentrazioni di persone, a prescindere dal motivo della riunione. Perfetto per passeggiare, per andare in una piccola comitiva o sorbire l’aperitivo in un bar di prima qualità, al circolo eccetera.


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 08-07-2003
Cod. di rif: 349
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Risposta a Forni
Commenti:
Il gesso qui in calce risponde al n. 333 di Franco Forni

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 08-07-2003
Cod. di rif: 350
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Al sig. Lupo - Risposta gesso 334
Commenti:
Egregio signor Lupo,
innanzitutto mi compiaccio per la competenza con cui ha dato qualche altra pennellata all’affresco che stava venendo fuori sugli anni italiani del vestire tra i 50 e i 60. Completerei il tutto ricordando che in quegli anni confezione e sartoria non si erano ancora separati troppo. La prima aveva bisogno della seconda per guadagnare un’autorità che non aveva ancora. Dopo l’ascesa e decadenza degli stilisti maschili nel settore del classico, vedo di nuovo la moda bussare alla porta dell’eleganza in cerca di un passaporto che ha perso, di un capitale che ha dilapidato. Nessuno sembra rendersi conto di questo squallido fenomeno: né gli artigiani, che cedono alla tentazione di legare il loro nome insieme a quello di industriali, né la clientela, che preferisce credere alla favola del sartoriale. Meno di tutti la stampa, prosseneta interessata alle percentuali su questa relazione pericolosa, tutta a vantaggio del più forte.
Quanto alla questione dell’asola sul rever a lancia, io sono contrario. Se si vuole mettere un fiore, si indossi un altro smoking. Non è infatti obbligatorio averne uno solo. L’asola nasce da una vaga funzione di abbottonatura del collo, che ancor oggi su certe giacche sportive viene permessa da una fettuccia con bottone sotto al bavero destro. Non potendo nel collo a scialle nemmeno simboleggiare questa funzione, l’asola resta bocciata. A ben vedere vi è anche un altro motivo genetico: lo smoking a scialle deriva dalla giacca da camera, che non si orna di bouttonierre, mentre quello peak lapel, come magistralmente ricordato da Lei stesso o dal signor Pugliatti, venne introdotto dal Duca ed aveva origine dalle sue giacche-simbolo, quasi sempre a doppiopetto. Vi sarebbe anche la soluzione di bucare il petto, accettando però di non lasciarvi mai l’asola nuda.


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Nome: Pietro Pellegrino
Data: 08-07-2003
Cod. di rif: 351
E-mail: pppilgrim@iol.it
Oggetto: Caracenismo.
Commenti:
Stimatissimo G.M.
Non ho certo la competenza e la facilità di penna di quanti, specie visitatori, hanno redatto con rara acribìa i ricchissimi gessi - vere vette di grande scuola - di questi ultimi giorni.
Per questo chiedo a LEI, ove ne avesse ancora voglia, di darmi qualche indicazione sul Caracenismo nella sartoria italiana (quanti sono, chi sono, sono tutti parenti, cosa li distingue...).
Mi ha sempre attratto ed incuriosito questo grande nome, ma temo di fare un pò di confusione a proposito del materiale umano che, ormai così diversificato, ne è alle spalle.
La ringrazio davvero sinceramente.
Pietro Pellegrino.

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Nome: carmelo pugliatti
Data: 08-07-2003
Cod. di rif: 352
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto: "caracenismi"
Commenti:
Mi associo alla richiesta del signor Pellegrino,e spero che il gran maestro Maresca ci dia lumi sui dettagli della costruzione degli abiti di Caraceni,e sulle differenze tra le varie sartorie che portano questo nome ;ad esempio Maresca accennava in una sua risposta al "caracenismo" romano di Tommy e Giulio contrapposto a quello ministeriale milanese (immagino quello di Ferdinando,che per altro nulla ha a che fare con la famiglia, e del Caraceni in San Babila,ormai propietà dello stilista Gianni Campagna,e non alla sartoria di Agostino in via Fatebenefratelli).Su Caraceni conosco soltanto pochi dati aneddotici.So ad esempio che il capostipite della "casata",Domenico Caraceni nacque ad Ortona a Mare in Abruzzo alla fine nel 1880 e si trasferì a Roma a 15 anni,lavorando nella allora rinomata sartoria Ottolenghi di via Frattina prima come "scaldaferri",poi come apprendista,infine come tagliatore.Caraceni passò quindi a lavorare col sarto Comandona (altra celebrità dell epoca) per aprire un propio atelier in via del Corso (successivamente si trasferì in via Boncompagni)intorno al 1915,chiamando a Roma dal paese i fratelli Augusto e Galliano (che si occupava di amministrazione).Ricordo di aver letto molti anni fa che se Filippo Mattina fu l ultimo sarto dell ottocento,Caraceni fu il primo ad aprire il novecento.La sua giacca fu moderna,morbida (rispetto a quelle in voga all epoca),aperta su camicia e cravatta,i revers elastici,larghi,pastosi.La sua fu una linea piu comoda ed ampia rispetto alle giacchette segnatissime in vita,ai pantaloni stretti ed alle imbottiture del completo da uomo inizio 900.Il nostro fu anche il primo sarto a rendersi conto dell importanza della pubblicità e delle pubbliche relazioni.Ad esempio si racconta che negli anni 20 si fece presentare all allora famosissimo divo del cinema Douglas Fairbanks senior regalandogli un abito confezionato per lui senza prendergli le misure,basato solo sull impressione che Caraceni ne aveva avuto vedendolo sullo schermo.Fairbanks stupito accetta l omaggio,e si prova il vestito.La giacca ha qualche difetto,ma l attore non fa in tempo ad accorgersene,con una scusa gli viene sottratta e quando il mattino dopo gliela riconsegnano è un "pennello".Fairbanks ammirato ordina al sarto altri 30 vestiti,e Caraceni passa la notizia alla stampa alimentando la sua leggenda.Un altro aneddoto riguarda addirittura la tentata scalata a Buckingham Palace alla fine degli anni 20.A quel tempo Londra è il centro della moda maschile,e Edoardo principe di Galles,futuro Re,e futuro duca di Windsor è l icona dello stile inglese.Tramite un amico frequentatore della corte britannica,Herbert Haseltine,Caraceni ottiene i contatti sperati,e nell aprile del 1929 riceve una lettera di St.James Palace che lo convoca in gran segreto a Londra.Caraceni tuttavia tradisce la promessa di riservatezza e passa la notizia ai giornali.A Saville Row è tumulto,L Augusto cliente è perduto,ma il nome di Caraceni fa il giro del mondo.Negli anni 30 Domenico Caraceni apre una sartoria a parigi,affidandola al fratello Agostino,e veste alcuni tra i nomi più famosi dell epoca:l attore Gary Cooper,presentatogli dalla contessa Dorothy Dentice di Frasso,Il ministro degli esteri Galeazzo Ciano,Gli Agnelli che gli resteranno fedeli per generazioni,"tutta la vita ed oltre"(in un attaccamento che confina nella mancanza di fantasia).Domenico Caraceni muore nell estate del 1940 a soli 60 anni.Negli stessi giorni chiude la sartoria di Parigi a causa della guerra.Il conflitto lascia indenne la leggendaria sartoria,che tuttavia nel 1946 subisce una scissione.Agostino Caraceni,figlio di Augusto si trasferisce a Milano insieme al tagliatore Mario Donnini,e qui apre la sartoria Caraceni di via fatebenefratelli (successivamente ereditata da Mario Caraceni e Mario Pozzi).gli altri eredi rimangono a Roma dove oggi è attiva la sartoria di Tommy e Giulio Caraceni (vi era un altra sartoria Caraceni a Roma,alle spalle dell hotel excelsior,gestita da ex tagliatori e lavoranti della bottega madre).Sempre a Milano,in piazza San Babila,apre un altra filiale che credo facesse capo alle nipoti NIcoletta e Maria Grazia (ma non vorrei sbagliare). Questa sartoria,dopo aver dato alla fine degli anni 80 il propio nome ad una sfortunata (e pazzesca)operazione commerciale,una collezione di abiti confezionati "gli argomenti di Domenico Caraceni",prodotti dal gruppo gft sulla base di fantomatiche "formule segrete del nonno" (sic)è stata rilevata dalla ditta Gianni Campagna,emergente sarto di origine siciliana con velleità di stilismo.Non ha nulla a che fare con la famiglia,ma è soltanto un omonimo Ferdinando Caraceni,autore delle corazze a doppiopetto indossate dal presidente del consiglio Silvio Berlusconi (che non deve essersi mai accorto d essere andato dal Caraceni sbagliato).Maresca saprà parlarci con dovizia di particolari dei dettagli di costruzione tecnica della giacca di Caraceni,a questo proposito io so soltanto che una caratteristica della sartoria sono le spalle imbottite (che a me non piacciono),il giro manica molto stretto per ovviare al formarsi di pieghe sul petto,l imbottitura sempre sul petto con rinforzi di crine e fusto di lino.i revers vanno dagli 11 cm nel doppiopetto agli 8 e mezzo nel monopetto,i pantaloni hanno una larghezza di gamba di 25 cm.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 08-07-2003
Cod. di rif: 353
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Caraceni Roma-Milano - Al sig. Pellegrino
Commenti:
La dottissima ricostruzione del prof. Pugliatti mi esime da un gravoso compito. Confermo anche la versione data con qualche beneficio del dubbio sulla gestione di San Babila, che è effettivamente nelle mani femminili citate. Mi chiede ora il signor Pellegrino di formulare una differenza stilistica tra il caracenismo milanese (quello di Via Fatebenefratelli) e quello romano (di Via Campania). In via generale si tratta in entrambe i casi di Maestri che lavorano nello stile che io definisco Internazionale, in quanto privo di connotazioni regionali, di morfologie estremizzate, di dettagli appariscenti. Scendendo ad una maggiore definizione, troviamo una differenza su un piano concettuale, più che stilistico. Questi presupposti astratti, nondimeno influiscono in misura imponente sul risultato estetico. La sartoria di Mario Caraceni, vista la veneranda età di quest'ultimo, è gestita oggi in realtà dal genero Carlo Andreacchio, ex rappresentante di tessuti. Non sarto, non imprenditore, ma marito di figlia di sarti. Ho parlato sempre molto bene di loro, perché la loro storia merita rispetto e si tratta comunque di una realtà autenticamente artigiana, che risponde quindi ai canoni difesi dal Cavalleresco Ordine, ma posso dire di non essere mai stato nemmeno ringraziato. Questo particolare non è uno sfogo personale, ma la dimostrazione che questa bottega non ha un taglio umanistico. Non ha il cliente, ma se stessa, al centro della propria attività. Il risultato cui si tende è un risultato assoluto ed indipendente dal committente. Il loro impegno è il seguente: faremo una bella giacca, che durerà a lungo e che in molti ammireranno. Tommy e Giulio Caraceni rifuggono i riflettori, mi hanno esplicitamente chiesto di non parlare di loro se non in contesti come questo, rivolti ad appassionati e non su tribune stampa. Essi mettono il cliente al centro del lavoro e pensano in questo modo: faremo una giacca proprio come la vuole il committente e come gli si addice, perché quando la vedano ammirino lui e non la giacca stessa. I risultati di questi diversi temperamenti sono altrettanto diversi. Cosa dobbiamo dire? Si tratta di grandi nomi, che è impossibile sbriciolare tra le dita come molliche da offrire ai passerotti. Gianni Agnelli, però, vestiva a Roma.

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Nome: andrea lupo
Data: 08-07-2003
Cod. di rif: 354
E-mail: lounge60@yahoo.it
Oggetto: revers
Commenti:
Volevo ringraziare i signori Pugliatti e Maresca per aver risposto alle mie domande sulla correttezza della presenza dell asola nel collo a scialle dello smoking.Tuttavia mi rimane un dubbio.Il signor Pugliatti afferma che il collo a scialle deriva dalle giacche da sera degli ufficiali inglesi,il signor Maresca invece sostiene che è un eredità delle vestaglie e giacche da fumo dei gentiluomini ottocenteschi,chi ha ragione?.In tutta sincerità potete consigliarmi di chiedere al mio sarto di confezionare uno smoking con questo collo?sono un pò indeciso.Un ultima cosa.posseggo una vecchia giubba militare appartenuta ad uno zio.La giubba è da ufficiale,bianca estiva.é confezionata con un tipo bellissimo di seta a tela in trama larga.sapete dirmi di che tipo di stoffa si tratta,e se esiste ancora? grazie.

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Nome: carmelo pugliatti
Data: 08-07-2003
Cod. di rif: 355
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto: revers
Commenti:
Gentile signor Lupo,sono lieto di esserle stato utile dividendo con lei quel poco che so.La spiegazione del signor Maresca sulla non necessità dell asola sul rever a scialle mi convince e mi piace.Sono assolutamente d accordo con lui.Pure,ho visto molte volte revers sciallati ornati da un fiore portato all occhiello (uno che ne faceva grande uso era David Niven,come si può vedere in molti suoi film,un altro era Cary Grant che si vestiva prevalentemante a Londra presso la rinomata sartoria Kilgour French and Stanbury di Saville Row).Desumo quindi che per quanto il collo a scialle vada senza occhiello,alcuni sarti forse per scelta stilistica, forse per esplicita richiesta del cliente tagliavano l asola. Per quanto riguarda l origine dei revers a scialle penso che sia io che il signor Maresca abbiamo ragione,nel senso che l una cosa non esclude l altra.Negli anni 70 del XIX fu introdotta per alcuni reggimenti dell esercito britannico una nuova tenuta da mensa ("mess jacket")consistente in una giubba corta di colore rosso dai revers sciallati in colore reggimentale.A partire dalla fine degli anni 80 del ottocento fece la sua apparizione anche quel capo che italiani e francesi chiamano smoking.Si dice che sia apparso la prima volta nel 1886 negli Stati Uniti ad un ballo al "Tuxedo Park",un raffinato club a 50 km da New York (donde il nome americano di "tuxedo"),indossato dall eccentrico milionario Griswold Lorillard.La tenuta derivava per la verità da una giacca detta "cowes"tagliata dal sarto Poole,ed indossata da Edoardo VII (figlio della Regina Vittoria)quando era ancora principe di galles ai pranzi sul suo Yacht ancorato presso la cittadina di Cowes,appunto.Fatto sta che la nuova giacca venne rapidamente recepita dai circoli europei e comparve quasi contemporaneamente in Inghilterra portata da Lord Sutherland.Gli ex ufficiali dei reggimenti per i quali era prevista la "mess Jacket" con collo a scialle,allora iniziarono a far tagliare un collo di medesima foggia anche sui loro "dinner Jacket"(nome con il quale venne ribattezzato in inghilterra il nuovo capo).parallelamente era abitudine dei gentiluomini inglesi indossare dopo pranzo una giacca di pannino nero o di velluto chiamata "giacca da fumo" (to smoke vuol dire fumare).serviva a proteggere gli abiti da sera dall odore appunto del fumo,quando allontanandosi dalla sala da pranzo e dalle signore fumavano un buon sigaro e bevevano un bicchierino.Questa giacca aveva i revers sciallati (ignoro se anche questi ad iniziativa di ex ufficiali o per una evoluzione parallela).Anche questa giacca influenzò la linea degli "smoking" (cosi chiamati nei paesi latini perchè confusa con la giacca da fumo).Che vi sia un indubbia derivazione dalle "smoking jacket"usate nei club d Albione è incontestabile anche perchè in taluni casi la citazione diviene sfacciate,come ad esempio nel vezzo di portare alle maniche dello smoking dei piccoli e stondati paramani ricoperti dalla stessa seta dei revers,vezzo popolare sopratutto negli anni 60 in inghilterra (si vedano gli smoking di Connery-Bond nei primi film di 007),ma ripresa anche da noi ad opera di Litrico e Brioni.In conclusione penso che si possa propendere per una doppia origine del revers sciallato,o in un unica se si scoprisse che anche i baveri della giacche da fumo derivarono dalle "mess jacket" degli ufficiali di sua Maestà.Quanto a farsi confezionare uno smoking sciallato,lo faccia solo se è piu che sicuro della bravura del suo sarto in questo campo.Un buon collo a scialle è molto più difficile da ottenere di quanto si pensi;se tagliato male la ingrasserà o le conferirà un aria equivoca da biscazziere (per lo stesso motivo per i revers eviti il raso e scelga del cannetè di seta).Comunque lo smoking piu elegante che io abbia mai visto in vita mia aveva i revers a scialle.apparteneva al padre di un mio caro amico,era stato confezionato in uno scurissimo "blue midnight" in tessuto di mohair e lana dalla sartoria Zenobi di Roma.Per quel che riguarda il tessuto della giubba di suo zio,sembrerebbe trattarsi di una particolare tela di seta impiegata dalle sartorie militari negli anni 30 per confezionare l uniforme ordinaria estiva degli ufficiali dell esercito e dell aereonautica.Per tale uniforme (monopetto,revers a "dente",quattro bottoni dorati amovibili,quattro tasche tagliate e profilate da un gallone di raso sagomato)era previsto il rasatello di cotone,ma molti ufficiali se la facevano confezionare fuori ordinanza in tela di seta,perchè si trattava tutto sommato di un capo "da società".Ricordo di aver visto ad una mostra una giubba fatta con la medesima stoffa bianca(o con una simile),si trattava però di una sahariana da gerarca del PNF.Che io sappia una simile (favolosa) stoffa non è piu in produzione da decenni,attualmente per le giubbe da sera estive degli ufficiali dell esercito si usa un tessuto di gabardine di lana bianco.Tuttavia se è di Roma potrebbe provare a fare una ricerca (che però temo infruttuosa) presso la sartoria militare che si trova nei pressi del Quirinale (non ne ricordo il nome,ma non le sarà difficile trovarla)un amico collezionista mi disse anni fa che nei magazzini conservavano ancora delle pezze di stoffa risalenti a prima della guerra (lui aveva trovato un cordellino grigio.verde).Buona fortuna.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 09-07-2003
Cod. di rif: 356
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Cadì e barathea. Lo smoking bianco,
Commenti:
Il prof. Pugliatti si rivela un serbatoio di scienza che ci sarà - spero - di immenso aiuto quando l'anno prossimo apriremo la Porta dell'Abbigliamento e dedicheremo spazi ben più grandi di questo e per di più bilingui all'argomento che ci appassiona. Null ho da aggiungere alla sua prolusione, dalla quale anzi apprendo molti particolari. Quanto al tessuto per lo smoking bianco, aggiungo anche in risposta a qualcuno che lo chiedeva che trovo il gabardine poco confortevole, anche se perfetto come vestibilità. Conservo nel guardaroba uno smoking bianco che usavo qualche chilo fa e che feci confezionare in un cadì pesante. Forse è ancora reperibile, ancorché in laneria femminile e posso certificarne estreme doti di vestibilità per il drappeggio (ricco come quello del gabardine) e di traspirazione (in questo, molto superiore ad esso). So per certo che Massimo Piombo ha delle riserve di barathea fatta tessere su suo specifica ordinazione. In caso ne avesse di bianco, su richiesta di eventuali interessati potrei intercedere per ottenerne qualche taglio. Piombo è Uomo di Gusto, certamente propenso ad un'operazione che favorirebbe la Bellezza.

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Nome: carmelo pugliatti
Data: 09-07-2003
Cod. di rif: 357
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto: caraceni e campagna
Commenti:
Su gianni campagna e la sartoria Caraceni di piazza san Babila si vedano le informazioni contenute nel sito:http://www.campagna.it

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 09-07-2003
Cod. di rif: 358
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Volontà e personalità - Ai gessi 337 e 338
Commenti:
Incommensurabile Franco,
continuo la rimonta del mio arretrato e ti rispondo sovrapponendo la mia risposta sull’enigma dello smoking a quella già data dal prof. Pugliatti col gesso n. 338, di cui inevitabilmente questo risulta un prosieguo ed un commento.
Procedo con gli stessi punti in cui era articolato il tuo gesso
1 - Conoscendoti, ti spingo verso il midnight, anche con revers neri. In questo mi distacco dal purissimo parere di Pugliatti, per due motivi. Non è vero che il bleu midnight non mi piaccia e in un mohair di questo colore feci confezionare nel 1979 il mio primo smoking dal sarto sorrentino Tonino Miccio, quello che cuciva i pantaloni a tre pinces e che credo sia tuttora attivo. Anche le bande ai pantaloni erano nere e il tutto mi piacque molto. Sono passati ventiquattro anni e il mio gusto ha subito le stesse trasformazioni che ho subito io stesso, ma sono convinto che apprezzerei ancora l’effetto. Ribadisco l’ovvio concetto, non per questo meno importante e sotolineato anche dal Pugliatti, che il bleu deve essere così scuro e profondo da confondersi col nero alla luce artificiale.
Il lino raso esiste tuttora. Sembra incredibile, ma l’ho riscoperto nell’antica bottega di Clento a Napoli, attività che vanta duecentoventitré anni di storia ed una solidità inattaccabile. Tra l’altro il sig. Ugo Cilento entra oggi nel Cavalleresco Ordine, militando nella prefettura napoletana.
3. I revers sciallati sono validi se sagomati riccamente. I più belli hanno un profilo a pera ed una sezione importante, che si raccoglie improvvisamente all’abbottonatura. Nulla di più difficile e quindi da ordinare solo se il proprio sarto può esibire qualcosa di adeguato o si disponga di un modello da ricalcare che soddisfi pienamente. Gros grain? Ancora meglio del raso.
4. La fascia da smoking può essere confezionata su ordinazione da un buon sarto. Su ordinazione di un Cavaliere di Parma lo sconosciuto e bravo Maestro Domenico Pirozzi (quello di Via Chiaia, non quello di Piazza S. Nazzaro) ne ha confezionata una splendida. Ancora meglio a mio giudizio una lunga fusciacca da avvolgere come quella di un torero e che qualunque sartina potrebbe realizzare. L’ho immaginata, ma mai vista o avuta e quindi confesso trattarsi di un’ipotesi. Interessante, non credi?
In conclusione, concordo con l’idea progressiva di un vestito che non nasce da un acquisto, ma da una concezione lungamente maturata, che soffra le modifiche di un impatto con la realtà, che si arricchisca delle idee dell’ultimo momento e che alla fine somigli a noi più di quanto somigli all’abito che volevamo. E’ una gloriosa lotta della volontà che cerca di affermarsi e dignitosamente soccombe – alla fine di tutto – alla personalità.



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Nome: carmelo pugliatti
Data: 09-07-2003
Cod. di rif: 359
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto: Massimo Piombo
Commenti:
Esimio gran maestro,lei è troppo buono anche nel burlarsi di me chiamandomi "professore",in questo campo un onore che non merito neanche per scherzo.Se qualcuno può avere trovato il tono delle mie rispote un pò saccente me ne scuso moltissimo,Ma esse erano viziate dall entusiasmo di trovarmi tra persone con interessi comuni,e dal desiderio di dividere quel poco che so sull argomento e che ,ammetto, è derivato piu da letture e conversazioni con vecchi gentiluomini che da frequentazioni di sartorie internazionali (mi servo da un bravissimo artigiano di Messina la cui bottega da generazioni lavora per la mia famiglia).Ma lei tocca nel suo ultimo intervento un argomento che mi interessa molto:Massimo Piombo.Premetto che negli scorsi giorni ho cercato di mettermi in pari leggendo le passate "lavagne",ho quindi seguito la sua polemica nei confronti del cosidetto "su misura industriale",in specie per quello che si spaccia impropiamente per "sartoriale" ed usurpa titoli che non gli competono.Sono d accordo con lei sul giudizio,anche se mi riprometto di tornare successivamente sull argomento con una provocazione:il fenomeno esiste,e posto che presto o tardi le sartorie artigiane spariranno non sarebbe il caso di "pilotarlo"verso un autentica sartorialità,non so magari promuovendo leggi che impongono a chi vuol fregiarsi del titolo di "sartoriale" maggiori interventi artigianali nella lavorazione? E veniamo all oggetto del mio intervento:come giudica lei il fenomeno Massimo Piombo? Seguii con estremo interesse le vicende di Piombo dal suo apparire alla fine degli anni 80,mi entusiasmai per la linea delle sue giacche,derivata dal famoso stile italiano degli anni 50-60 di cui parlavamo.Ricordo che a Firenze rimasi estasiato davanti ad una vetrina di "principe" che esponeva abiti di Massimo Piombo,corredati da cravatte in saxony dai colori stupendi.Trovai molto chic persino la sua prima collezione donna in cui lampeggiavano ricordi di Audrey Hepburn,Jackie Kennedy,Grace Kelly.Ma sopratutto mi piaceva il recupero effettuato da Piombo di vecchi ,splendidi,tessuti corposi come il fresco di lana a tre capi,la barathea,il lino massaua,il mohair,la yellow flannel,accantonati in anni recenti per tasmanian e pettinati super 100.Di Piombo oggi non so molto,pur continuando Egli la sua attività c è chi dice che il "fenomeno"è esaurito,che scelto ha un approccio più da "stilista" alla linea dei suoi abiti.Non so se questo è vero perchè di lui si sente parlare molto poco.Ma anche se ciò non rispondesse a verità resta il fatto che i suoi sono vestiti confezionati,o tutt al piu "su misura industriale"Allora le chiedo,alla luce dei suoi giudizi del fenomeno "produzione sartoriale"che opinione ha di Massimo Piombo e del suo lavoro?

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 09-07-2003
Cod. di rif: 360
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Piombo
Commenti:
Egregio signor Pugliatti,
nel chiamarLa prof. non mi burlo affatto di Lei. L'ironia non è molto usata qui al castello, in quanto si è dimostrata il veicolo principale, il cavallo di Troia che ha permesso alle forze nemiche della dignità maschile di invadere la nostra antica città e saccheggiarla nottetempo. Le abbiamo aperto il portone sdrammatizzando e dissacrando e al mattino ci siamo ritrovati con le torri crollate, templi e palazzi in preda alle fiamme e nessun rifugio per la saggezza della tradizione. No, non è più tempo di ironia tra uomini quali noi siamo, che vogliano difendere e ricostruire l'immaginazione virile. La chiamo prof. perché riconosco in lei lo slancio e la capacità didattica, l'amore per il dettaglio e il disprezzo per la fatica di scrivere. E' caso mai un modo goliardico, tra compagni di banco, per indicarLa. Ci rinuncerei malvolentieri, ma lo farò se la cosa non Le fa piacere.
Quanto a Massimo Piombo, lo consultai come esperto della materia nella stesura del mio Vestirsi Uomo sui tessuti, ma non conosco abbstanza il suo lavoro per farne una critica all'altezza di questo contesto. Mi sono intrattenuto molte ore al telefono in più riprese ed ho potuto constatare in lui una ferma e profonda competenza nel tessuto, proprio lì dove altri confezionisti restano quasi totalmente privi di vera cultura. Un simile patrimonio non si accumula scherzando e quindi mi sono fatto di lui un'idea positiva, ma non so se le intenzioni che certamente sono buone si siano tradotte in realtà nelle sue collezioni. Sono propenso a crederlo, ma attendo di verificarlo.
Quanto alla sartoria, avrà letto dai miei numerosi gessi sull'argomento che la mia idea è che essa permarrà sempre, anche se mutata nelle persone, nel rapporto sarto-cliente e nei sistemi produttivi. Poiché questo mondo continuerà ad esistere e comunque certamente esiste oggi, io mi dedico ad esso e quanto al fenomeno del su-ordinazione mi limito a fare quanto in mio potere per aprire gli occhi altrui sulla realtà del loro prodotto e sulla falsità delle loro affermazioni.


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Nome: Filippo Loretoni
Data: 09-07-2003
Cod. di rif: 361
E-mail: filippo@clab.it
Oggetto: Nomi celebri e loro abuso
Commenti:
Egr. Cavalieri e frequentatori del Castello,

Il livello degli ultimi interventi e' stato talmente elevato che un semplice appassionato come me non puo' fare altro che guardare, leggere e tentare di apprendere il piu' possibile.
Il mio intervento vuole essere quindi una sorta di "pausa" di ristoro da tanta fatica.

Mi ricollego ad una discussione, gia' da tempo avviata, circa l'abuso che nel mondo si fa del nome di Napoli.
Spinto dalle disquisizioni di questi giorni ho fatto alcune ricerce sui sarti di Savile Row, che tanto hanno dato e continuano a dare al mondo dell'eleganza maschile, ed ho potuto scoprire come anche questo nome sia oggetto di un saccheggio senza ritegno.

L'esempio piu' singolare ho potuto rinvenirlo sul sito di un sedicente sarto su misura, Maurice Sedwell, con sede al numero 19 della celebre via.
Il sito suddetto, dopo aver a lungo cantato le lodi del vero su misura, propone un interessante "modulo d'ordine" on-line per prendersi le misure in casa e poter successivamente commissionare un abito senza doversi recare presso l'atelier del sarto.
Per chi di voi avesse confidenza con la materia, il modulo ricorda vagamente il "Manuale delle Giovani Marmotte" alla voce "come costruire una tenda da campeggio con un fazzoletto".

Posso capire che la spietata legge di mercato costringa a volte a dei compromessi, se non si vuole soccombere alla concorrenza, ma quanto ho visto ha del grottesco.

Riporto qui in calce il collegamento alla pagina in questione e chiedo un vostro parere circa il sarto Sedwell: un vero Maestro caduto in disgrazia o uno dei tanti che tentano di approfittare dell'altrui ingenuita'?

http://www.savilerowtailor.com/orderform.html

Vien proprio da dire che tutto il mondo e' paese e che se Napoli piange, Londra certo non ride!

Cordiali saluti,
Filippo Loretoni

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Nome: Carmelo Pugliatti
Data: 09-07-2003
Cod. di rif: 362
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto: saville row e dintorni
Commenti:
La domanda del signor Loretoni mi fornisce l estro per porre un interrogativo.Si può ancora parlare,nell anno 2003,di una genuina attività sartoriale ad alti livelli in Gran Bretagna,oppure le varie facciate di Saville Row nascondono dei ben camuffati opifici di "abiti su ordinazione",non molto diversi dai nostri Kiton e Zegna? E c è ancora un altro problema che non può essere sottaciuto.Quando guardo le vecchie foto di Noel Coward,Rex Harrison,Laurence Olivier,o anche di fred Astaire e Cary Grant,insomma di un gentiluomo vestito a Saville Row tra gli anni 30 e gli anni 50,rimango estasiato per la straordinaria ed inimitabile linea dell abito.Quando guardo le immagini di completi cuciti oggi da sarti inglesi vedo soltanto giacche e pantaloni non molto dissimili da quelle che potrei trovare nel negozio di abbigliamento sotto casa (e fors anche addirittura peggiori).Nel migliore dei casi (ad esempio il Principe Carlo D Inghilterra) vedo degli abiti corretti,dei compitini ben svolti ma nulla di diverso da ciò che potrebbe fare un sarto italiano di media bravura.Si deve quindi dedurre che a parte qualche nome (butto lì,Anderson and Shepard)la grande tradizione sartoriale inglese è storia del passato?

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Nome: Franco Forni
Data: 09-07-2003
Cod. di rif: 363
E-mail: Gonfal@tin.it
Oggetto: Il viaggio
Commenti:
Caro sig. Pugliatti,
gemme preziose sgorgano dalla Sua sapienza a formare un tesoro al quale l’appassionato si accosta con voluttà, faticando però a discernere le pietre di cui adornarsi alla bisogna; proverò pertanto a risponderLe con ordine.
Curiosamente tutto è nato da una diatriba proprio con l’amico De Paz (che tra l’altro è uno dei fondatori del Cavalleresco Ordine) che, di fronte a un vecchio lino da lui vendutomi tanti anni fa, sosteneva l’opportunità di confezionarlo doppiopetto con tre tasche applicate e doppia impuntura, onde evitare la banalità del solito abito bianco. A questo punto sono stato preso dal desiderio di affrontare in maniera organica l’argomento dell’abito formale estivo e in questa ricerca gli interventi Suoi e del Gran Maestro, specie per l’approfondimento storico che reputo la base per ogni ricerca seria, hanno grandemente contribuito a chiarirmi le idee.
Dunque niente pantaloni bianchi con giacca da smoking nera, anche se l’insieme è estremamente affascinante; niente shantung, perché il sommo Dante, più a suo agio con tessuti rustici e gessati, non ne trova più, tanto meno di pesante e fiammato; niente gabardine, troppo “stiff” e niente lino. Anche per la giacca bianca a questo punto sono perplesso, ma l’idea del tessuto per ecclesiastici in missione africana mi tenta moltissimo, fosse solo per la ricerca che comporta.
Lascerò decidere al caso: se trovo questa “benedetta” stoffa, smoking intero nero da alternare con la giacca bianca, altrimenti solo dinner jacket blu midnight; in ogni caso doppiopetto bianco a sei bottoni con tasche tagliate.
La ringrazio e cavallerescamente La saluto con questi versi di Kafavis, poeta molto amato anche dal nostro Gran Maestro:
“Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga
fertile in avventure e in esperienze “…”
Soprattutto non affrettare il viaggio;
fai che duri a lungo, per anni e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare”.

Franco Forni

Bologna, 9 luglio 2003


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Nome: Carmelo Pugliatti
Data: 09-07-2003
Cod. di rif: 364
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto: kafavy
Commenti:
Nell Alessandria di Costantino Kafavis il lino bianco era di casa.Personalmente del buon Kafavy preferisco la poesia che fa:"Come vedrai d un tratto a mezzanotte passare un invisibile corteo tra musiche mirabili e tra canti,cambia la tua fortuna,le tue opere divengono illusioni"....

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 10-07-2003
Cod. di rif: 365
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Fuori tema: Kavafis ed il Piacere
Commenti:
... m'abbeverai dei più gagliardi vini,
quali bevono i prodi del piacere.

Mai, nel diuturno lavoro che mi vede alla guida di un gruppo di personaggi uno per uno indomabili e nel complesso indefinibili, mai dico c'è stato un momento in cui non abbia tenuto presente questi versi di Kavafis. Sto sconfinando dal mandato di questa porta a danno di quella dell'Arte, ma mai volemmo noi Fondatori essere altro che questo: i Prodi del Piacere. Non è facile accettare un atteggiamento dinamico in un'attività che gli incolti e chi parla a loro o per loro vedono come statica. Sappiano costoro una volta per tutte che il divertimento non cade dagli alberi, non si riceve come un ospite al fine settimana, ma si conquista in campo aperto. Il vero piacere, quello dei prodi, non viene di porta in porta, non ha né residenza né indirizzo, ma corre veloce e si ferma a far due chiacchiere solo con coloro che parlino la sua lingua.


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Nome: Carmelo Pugliatti
Data: 10-07-2003
Cod. di rif: 366
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto: Bond,James Bond.
Commenti:
é tempo di repliche,e ieri sera la televisione ha trasmesso il film "dalla russia con amore,secondo capitolo delle avventure di James Bond (che per quel che mi riguarda si conclude con il divertente ,ma chiassoso "si vive solo due volte",anche se "al servizio di sua maestà" ,che Connery fece male a lasciarsi sfuggire ,è a mio giudizio un film da rivalutare ).Posseggo sia in DVD che in VHS l intera serie dei film di 007 interpretati dall attore scozzese dal 62 al 67(piu gli ultimi due Connery e il già citato "al servizio segreto"..) ,ma come ubbidendo ad un riflesso condizionato non ho potuto esimermi dalla visione.Cosa si può dire degli abiti che Bond-Connery indossa nei suoi film,e che a suo tempo fecero autentico scalpore? Inanzitutto che sono confezionati dal sarto londinese Anthony Sinclair,la cui bottega sorgeva in Conduit Street.Sinclair era il sarto di Terence Young,regista del primo Bond e di "thunderball",ed autentico "bon vivant".Young vestiva da Sinclair,e gli parve cosa naturale far ordinare il guardaroba dell elegantissima spia al propio sarto.Sinclair apparteneva a quella categoria di sarti inglesi che era stata pronta a recepire la lezione dello stile italiano dell epoca.I suoi abiti erano di linea asciutta,pantaloni quasi a sigaretta,con risvolti ma senza cintura (al suo posto erano tagliate delle fettuccie regolabili in vita,espediente adottato anche da qualche sartoria nostrana negli anni 60) , giacche dai revers lunghi e sottili.Di inglese rimangono le spalle,la sciancratura al punto vita,gli alti spacchetti,e certi vezzi (a mio parere un pò discutibili) come paramani di raso e spacchi sullo smoking,gilè da "valletto"(ovverosia tagliato dritto in fondo senza punte).Negli anni 60 Bond ,insieme al presidente Kennedy, contribuì a lanciare la moda del due bottoni,da sempre un classico della sartoria inglese.Quelli di 007 erano spesso corredati da panciotto (si ricordi il "principe di galles" a tre pezzi che il nostro beniamino sfoggia in "missione goldfinger",e che di recente è stato oggetto di una affettuosa citazione nel divertente "prova a prendermi" di Spielberg).Di alcune autentiche bricconate (ad esempio le calze corte) è responsabile il solo Connery.Nel 1965 un giornalista italiano condusse un inchiesta sul modo di vestire di 007.Tra gli altri intervistò anche "il sarto Caraceni" (ignoro se Agostino o Tommy e Giulio).La bocciatura fu implacabile "si tratta di un modo di vestire pacchiano,volgare,all americana".Ritengo il giudizio un pò severo.Ben altri orrori sartoriali ci attendevano di lì a poco dietro l angolo.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 11-07-2003
Cod. di rif: 367
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Ode al Bond inglese
Commenti:
Stimato Pugliatti, professore esimio,
una delle particolarità del nostro sodalizio è nell'essere forse l'unica associazione al mondo a non ammettere la categoria dei Soci Onorari. I motivi sono troppo complessi per esprimerli in questa sede senza uscire dal tema della Lavagna. Abbiamo invece un Albo dei Grandi, dove figurano persone o personaggi che avremmo voluto avere nelle nostre fila e che sono di ispirazione per il pensiero cavalleresco. Si tratta di uomini scomparsi o mai esistiti, tra cui figura il nome di James Bond. Io e molti tra i più antichi fondatori dell'Ordine siamo feroci appassionati di Fleming e del suo personaggio, attenzione condivisa anche dalle leve successive. Per anni, con il Primo Guardiano Salvatore Parisi, abbiamo mantenuto la tradizione di presenziare alla prima dello spettacolo a Roma, in altissima uniforme. L'usanza venne meno solo con l'avvento, insieme a Brosnan, di un Bond vestito in Italia, peraltro da mani approssimative. Il povero Brioni fa del suo meglio per restare nella banalità, almeno quanto faceva Sinclair per sfuggirle. Le sue sagliettine lucide mi hanno intristito non poco e non posso evitare di paragonarle alle flanelle, ai tagli ed ai tessuti fortemente caratterizzati del "periodo inglese". Lei giustamente nota qualche guizzo in direzioni discutibili, ma questo capita sempre, quando si sta facendo la storia.

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Nome: Francesco Polenchi
Data: 11-07-2003
Cod. di rif: 368
E-mail:
Oggetto: dal sarto
Commenti:
Signori cavalieri, non sono mai stato da un sarto in vita mia, se non una volta, all'unico scopo di farmi adattare un abito vecchio che mi era troppo grande, ma al quale ero troppo affezzionato per lasciarlo morire seppellito nella polvere.
Mia intenzione è farmi confezionare ora un vestito su misura, ma devo ammettere di non sapere assolutamente da che parte incominciare; questo non riguarderà me, forse, ma certamente più il sarto. Però mi interessavano sapere due cose su tale processo, e credo che sarebbe meglio saperle, nonostante io non abbia che da stare in piedi a farmi misurare. Ebbene, chiedo a loro stimatissimi cavalieri se un pantalone confezionato normalmente da un sarto è adatto ad essere portato con le bratelle, dato che è mia abitudine portarle; dovrei specificare al buon artigiano la mia propensione per la bratella? Il pantalone cambierebbe radicalmente?
E, se permettete, ancora una domanda: una giacca concepita per essere indossata sopra ad un panciotto, dovrà avere due o tre bottoni? Ho vecchi completi in tre pezzi nel mio armadio (di miei antichi parenti) che hanno giacche a due bottoni, ma vedo ora solo in giro giacche a tre bottoni. E' solo una questione di moda, o che altro?
Ringrazio già per la risposta che seguirà questo mio breve messaggio.

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Nome: Cancelleria dell'Ordine
Data: 11-07-2003
Cod. di rif: 369
E-mail: cavalleresco.ordine@noveporte.it
Oggetto: Anonimato
Commenti:
Egregio signor Polenchi,
è doveroso qui al castello lasciare un proprio recapito. Prima che si possa prendere in considerazione la Sua, dovrà comunicare un indirizzo di posta elettronica, ovvero motivare la sua mancanza. Diversamente, il gesso verrà rimosso entro sette giorni. Nel frattempo, ogni eventuale risposta verrà oscurata.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 12-07-2003
Cod. di rif: 370
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Pochi giorni tanta scienza
Commenti:
Carissimo Gran Maestro, frequentatori di tanto pregiata Porta,

pochi giorni lontano dal Castello mi fanno trovare le nostre stanze dense di preziosi quanto scientifici gessi.
Assolutamente appropriato il titolo di “professore” al nostro Sig. Pugliatti che con i Suoi scritti ha illuminato zone oscure del mio sapere. Complimenti per la conoscenza e l’acume.
Mi trovo poi assolutamente d’accordo con Lui sulle corazze del Presidente del Consiglio che ogni giorno sembra sempre più “imbustato”, a tutto danno della naturale eleganza. Ferdinando Caraceni e sua figlia Nicoletta non mi sembrano così ispirati …
Proprio quest’inverno sono entrato nella boutique/show-room di Massimo Piombo a Milano, in via della Spiga. Leggevo spesso i suoi sagaci commenti sul costume maschile, contenuti all’interno di Capital nel periodo fine anni ottanta - primi anni novanta, da cui si riusciva sempre a trovare spunti interessanti. Ebbene, nello spazio milanese, in cui è contenuta la sua collezione uomo/donna, sembra tendere più al vestire moda che al vestire uomo. La fattura dei capi esposti è tutt’altro che accettabile, livellata a quella delle tante griffes che infestano le vie meneghine. Non metto in dubbio la perizia di Piombo sulla drapperia e sullo stile, ma sembra che non riesca a trasferirla nelle sue collezioni.
L’estate, al mercoledì sera, ci appare un po’ più fresca se allietata da un buon Martini e dalla visione di 007. Nel mio gesso 327 notavo la presenza nelle camicie di Bond del cannolo. Era tipico della camiceria inglese dell’epoca ? Se è assolutamente certo che il sarto era Sinclair, chi era la camiceria del nostro agente segreto ?
Sempre a proposito di shirtmakers, ho letto tempo addietro un articolo sulla camiceria Truzzi di Milano, trasferitasi da poco in via S. Eufemia e sempre nella mani di Luigi Ballini. Nell’ultimo numero di Monsieur un ampia pagina pubblicitaria reclamizzava la camicia Truzzi, prodotta e distribuita da un azienda di cui non ricordo il nome. L’incongruenza delle informazioni mi porta alla fantomatica interpellanza : il solito imbroglio in cui un prodotto dal glorioso passato “rinasce” in vesti industriali sinistre ?

Ristorato dalle fresche mura del maniero,
con osservanza, cavallerescamente saluto.

Lorenzo Villa


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Nome: Francesco Polenchi
Data: 12-07-2003
Cod. di rif: 371
E-mail:
Oggetto: recapito
Commenti:
Sono spiacente di non poter lasciare un recapito, ma la mia posta elettronica qualche mese fa è stata soggetta agli sgradevoli attacchi di un virus. Per evitare altre spiacevolezze, l'ho dovuta rimuovere, considerando anche il fatto che ormai non era più in grado di ricevere né spedire lettere.
Presto o tardi la dovrò reinstallare, ma al momento, ed ancora per un lungo periodo, ne sarò del tutto sprovvisto. Oltretutto in questi mesi di calura non si riescono a trovare tecnici disponibili!
Spero di essere stato eloquente, e mi rendo conto che era certo più opportuno che io scrivessi questo già nel primo gesso, per giustificare la mancanza. Ma, come vedete, non ci posso fare nulla.
Distinti saluti - ed attendo ancora una magnanima risposta, grazie mille.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 12-07-2003
Cod. di rif: 372
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Camnicie e Camicerie - A L. Villa
Commenti:
Egregio Villa,
la camicia col cannolo è ancor oggi la tipologia più diffusa, ancorché quella liscia sia a mio giudizio immensamente più bella. Quanto alle attribuisce in qualche romanzo dice che il nostro si servisse da Charvet a Place Vendome, un indirizzo che consiglio tuttora. La camicia costa 300,00 Euro e se ne può ordinare anche una sola. Tutto a mano, in un ambiente internazionale al più alto livello. Si pensi che il nostro Finollo ne chiede 570,00 per una camicia con asole meccaniche, esigendo peraltro che si ordinino almeno tre pezzi. Buone notizie mi giungono però dal famoso negozio di Genova, dove recentemente qualche acuto occhio mi ha detto che la proposta delle camicie sembra aver abolito l'asola fatta a macchina in favore di quella a mano. Forse in questo ha avuto una parte anche il nostro lavoro divulgativo e il mio significativo silenzio nel numero di MONSIEUR dedicato alla camicia.
Quanto a Truzzi, ha colto nel segno. Ballini è un grandissimo, se non il maggior competente di camicie in Italia, ma attualmente non ha alcun potere e comunque non confeziona lui il prodotto. Truzzi è stato ceduto e riceduto un paio di volte ed il bel marchio con la croce sabauda non significa più niente.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 12-07-2003
Cod. di rif: 373
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Camicie e camicerie
Commenti:
Questo gesso sostituisce quello in calce col n. 372, nel quale ho fatto un pò di confusione tagliando ed incollando delle frasi nel testo.
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Egregio Villa,
la camicia col cannolo è ancor oggi la tipologia più diffusa, ancorché quella liscia sia a mio giudizio immensamente più bella. Quanto a quelle di Bond, non ricordo in quale punto, ma mi sembra di ricordare che in uno dei romanzi Flemin ci riveli che il nostro si servisse da Charvet a Place Vendome. Un indirizzo sempre valido, anche per le cravatte e gli inarrivabili farfallini. La camicia costa 300,00 Euro e se ne può ordinare anche una sola. Tutto a mano, in un ambiente internazionale al più alto livello. Si pensi che il nostro Finollo ne chiede 570,00 per una camicia con asole meccaniche, esigendo peraltro che si ordinino almeno tre pezzi. Buone notizie mi giungono però dal famoso negozio di Genova, dove recentemente qualche acuto occhio mi ha detto che la proposta delle camicie sembra aver abolito l'asola fatta a macchina in favore di quella a mano. Forse in questo ha avuto una parte anche il nostro lavoro divulgativo e il mio significativo silenzio nel numero di MONSIEUR dedicato alla camicia.
Quanto a Truzzi, ha colto nel segno. Ballini è un grandissimo, se non il maggior competente di camicie in Italia, ma attualmente non ha alcun potere e comunque non confeziona lui il prodotto. Truzzi è stato ceduto e riceduto un paio di volte ed il bel marchio con la croce sabauda non significa più niente.


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 13-07-2003
Cod. di rif: 374
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Giacche e gilet - Al signor Polenchi
Commenti:
Egregio signor Polenchi,
dovrà comprendere la rigidità delle nostre procedure. Questo castello è dedicato alla tutela ed allo studio di argomenti complessi, ma è retto da principi molto semplici, anzi da uno solo: la dignità. Se conosce altri siti interattivi, potrà verificare che in essi le discussioni non sono veramente tali, nel senso che non tendono all'approfondimento di un argomento oggettivo, ma sono costituite quasi esclusivamente da affermazioni astratte che tendono solo ad affermare una posizione soggettiva. Polemica-spettacolo, che soddisfa animi mediocri e che quindi alimenta le cliccate. Qui non badiamo alla quantità dei Visitatori, ma alla qualità del loro interesse e quindi delle persone. Il fenomeno dell'approssimazione è alimentato dall'impersonalità di chi interviene sotto pseudonimi, sistema infantile che mira ad intavolare un gioco di ruolo che non ci interessa. Ben altra e ben più alta è la nostra posta e non possiamo scommettere con chi non mostri le proprie carte. La sua motivazione sulla mancanza di indirizzo è per il momento sufficiente e quindi passo ad esaminare il Suo gesso. La Sua "verginità" nella materia sartoriale La porta a presentare argomenti e domande di singolare interesse. Non me ne volgia se criticherò qualche Sua posizione. Lei si dichiara immediatamente fuori da qualsiasi conflitto di competenza ed in realtà qui scrivono molte persone molto dotte senza mai scontrarsi in un'inutile lotta per la supremazia dottrinale.
Inannzitutto direi che l'abito riguarda Lei molto più del sarto e molto più di quanto attualmente creda. Se come credo ci troverà gusto, non resterà molto tempo fermo a farsi prendere le misure, come ci dice. La via maestra per divertirsi è scegliere uno scopo e perseguirlo in modo convinto. Pensi a lungo al capo che Le serve. Non a quello che Le piace vedere, quanto a quello che si intona con la Sua attività, età, censo. Stia tranquillo, se sarà sincero con se stesso - è qui il difficile - non sbaglierà. L'errore sarebbe quello di voler replicare un abito o una persona che ha già visto. L'abbigliamento è arte e quindi creazione. Si senta libero e non si faccia consigliare troppo. Tenga presente che questa sola decisione può prendere alcuni mesi. Non abbia fretta, è normale. Quando avrà deciso, non torni indietro per nessun motivo. Quello di dirigere è il grande rischio ed il primo piacere di chi si serve da artigiani. Dovrà natralmente fidarsi dei pareri tecnici finché non avrà gli strumenti per intervenire sui dettagli costruttivi, ma l'obiettivo finale è nella sua mente e non deve cedere di un millimetro. Se c'è qualcosa che non le quadra, si esprima con la stessa semplicità che ha qui usato, ma faccia sentire la Sua voce.
Secondo punto: scelga un tessuto classico. Eviti per ora qualsiasi misto, il cachemire e i super-super-qualcosa costosissimi.
Terzo punto: controlli ad ogni prova di muoversi bene nell'abito. Per ora non avrà la giacca più bella, ma non rinunci ad averla comoda.
Dopo questa messa apunto, passo ai quesiti che enuncia direttamente.
1 - Il pantalone destinato ad essere sostenuto da bretelle è in genere a vita più alta, montato posteriormente (cioè più alto dietro), deve essere privo di passanti e recare uno spacco posteriore nel bustino. Quest'ultimo, finito con un cinturino, sarà leggermente irrigidito da una tela e recherà all'interno le tre coppie di bottoni piatti di ancoraggio. Questi dettagli fanno di un pantalone un lavoro specialistico, ma se è abituato a portare le bretelle sa già che qulsiasi pantalone può reggersi con esse. In un lavoro su misura, soprattutto su un abito completo, non rinunci però ad eliminare i passanti e a farsi confezionare lo spacco posteriore, utilissimo nei cambi di taglia e quando - avendo un pò di pancetta - ci si siede.
2 - La giacca non cambia con o senza panciotto. Il taglio a tre bottoni è più abillée e da preferire per il semplice fatto che un uomo sa più di uomo quando è ben coperto ed il tre bottoni risulta quel tanto più accollato da donare un pizzico di drammaticità che non guasta. Il gilet, piuttosto, avrà sei bottoni, di cui l'ultimo in basso da lasciare aperto. Sarà piuttosto corto, in modo da non coprire la parte dove si allargano le pinces. Su un capo non decisamente formale, avrà quattro tasche.

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Nome: Francesco Polenchi
Data: 13-07-2003
Cod. di rif: 375
E-mail:
Oggetto: Ancora una domanda
Commenti:
Ringrazio molto il signor Maresca per la sua risposta, molto particolareggiata e che mi sarà senza dubbio di grande utilità.
Ma, già che ci sono, amerei porre ancora una domanda, sempre che la mia mancanza di recapito non estingua altre possibilità di risposta.
Ho una vecchia fotografia ritraente un mio parente negli anni '20. Vedendola, mi sono immediatamente innamorato del taglio del suo abito: panciotto molto accollato, revers larghi e dalla forma curiosa, certo non molto alla moda, ma è una cosa che mi è indifferente. Lei crede che portanto solo la fotografia al sarto, questa basti per dargli un'idea sufficiente del prodotto che voglio?
Il fatto è che ho già sperimentato la cosa in altri campi, e con esiti negativi: dal barbiere, ad esempio, ho già portato diverse fotografie ma mai una volta essi sono riusciti (poiché ne ho provati molti e sempre con foto differenti) a riprodurre lo stesso taglio.
Ora, questo era solo un esempio, però sognificativo per esprimere i miei timori...
Attendendo risposta, ossequiosi saluti.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 14-07-2003
Cod. di rif: 376
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Truzzi
Commenti:
Pregiato Gran Maestro,

l’articolo sulla camiceria Truzzi, contenuto in un numero di Io Donna allegato al Corsera e scritto da Paolo Bagnara, parla inequivocabilmente di un trasferimento del laboratorio da corso Matteotti a via S. Eufemia e di come la maison milanese sia ancora la stessa dell’anno di fondazione, il 1890. Si parla del grandissimo Ballini come di un “consulente factotum” e regista della camiceria dove il tempo non sembra trascorrere mai. Le fanfaluche continuano, essendo ormai un prodotto del tutto industriale …
Il lettore che si avventura nelle due pagine del pezzo esce con un idea completamente fuorviata della realtà delle cose, come Lei in maniera acuta ha sottolineato.
Arrivo alla spietata quanto scomoda domanda : servizi come questi sono completamente pagati dalle aziende, rappresentando subdola propaganda dell’inesistente ?

Suo,
Lorenzo Villa


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 14-07-2003
Cod. di rif: 377
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Camicie ideali - A L. Villa
Commenti:
Egregio Villa,
brani come quello che Lei ha letto sono detti "redazionali" ed in genere fanno parte di un pacchetto di promozione concordato con l'editore. L'impresa paga alcune pagine di pubblicità all'anno, ma esige che vi sia anche qualche pezzo culturale che ne metta in luce il prodotto. Il trucco si svela quando sulla stessa testata compaiono articoli e pubblicità con lo stesso oggetto, anche se ovviamente le cose vengono sfalsate nei tempi. Parlai con Ballini ad un Pitti di qualche stagione fa, quando la Truzzi, appena rilevata (ma mi risulta che dall'epoca già sia stata rivenduta), sembrava volesse rivitalizzare un laboratorio su-misura. La nuova proprietà mi sembra poco propensa ad una simile operazione e adopera Ballini come Habanos fa con Robaina: lo porta in giro come un'icona. Parlando di quest'uomo simpatico e dotatissimo, mi veniva in mente la camiceria ideale:
La competenza di Ballini.
La sede di Battistoni.
L'atmosfera di Merolla & De L'Ero.
Il tocco internazionale di Charvet.
La volontà della Sabatini.

I tessuti pesanti di Turnbull & Asser e quelli leggeri di Finollo (di origine quasi esclusivamente francese)
I prezzi della media di tutti loro.


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 14-07-2003
Cod. di rif: 378
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Anni 20 - Al signor Polenchi
Commenti:
Egregio signor Polenchi,
non sono favorevole all'operazione che Lei immagina, troppo complessa per il Suo attuale livello cognitivo. Riprodurre un capo, antico o moderno che sia, richiede una sua comprensione stilistica, tecnica e linguistica. Il sarto può aiutarla parzialmente nella prima e nella seconda fase, ma non nella terza. Lei non dovrebbe solo mostrare l'abito che Le piace, ma essere in grado di chiarire a se stesso e ad altri perché le piace e cosa in particolare l'ha colpita, in cosa si differenzia da capi simili e quale significato ha per Lei il dettaglio o i dettagli che lo individuano. Queste considerazioni non possono prescindere da una conoscenza dei materiali, perché la stessa giacca in flanella o in occhio di pernice, ancorché dello stesso colore e peso, ottiene un effetto completamente diverso. Figuriamoci cambiando i pesi. Un grande abito non nasce dal sarto, ma dalla combinazione tra sarto e cliente. Non parta con cose così difficile e non si esponga al rischio di una facile delusione. Del resto, anche qualora ottenesse l'abito come illustrato, forse Le piacerebbe, ma non rispnderebbe al criterio verso il quale l'ho indirizzata: commissioni quello che Le serve, e tra questo scelga ciò che Le piace, ma non vada subito e solo a soddisfare il gusto immediato, altrimenti si ritroverà sempre al punto di partenza. La difficoltà di replicare un'atmosfera estetica degli anni 20 viene poi aumentata dalle differenze enormi di taglio e dei tessuti. Il primo era in quei tempi molto rozzo, ancora in gran parte ignaro delle conquiste geometriche che già cominciarono negli anni 30. L'aspetto degli abiti era piuttosto grezzo come linea, ancorché un frac nero ed uno sparato bianco, ovvero una tenuta ordinata ed accollata, fermi in un disegno artistico, facciano sembrare un gentiluomo anche un tossico. I tessuti erano molto più pesanti, matti e per questi due soli motivi arricchivano la figura di una dignità che oggi si deve significare con altri mezzi.
Qui le Colonne d'Ercole da un lato del buon senso e dall'altro della scienza di un uomo che certo non conosce (mi chiama signor Maresca), ma in materia, mi creda, la sa molto lunga. Oltre, vi è il gran mare del piacere personale, svincolato da ogni regola. Ricordi, se vuole navigarlo, che esso ospita il gorgo del ridicolo ed il leviatano del cattivo gusto. Se riesce ad arrivare in qualche porto, mi faccia sapere.

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Nome: Carmelo Pugliatti
Data: 14-07-2003
Cod. di rif: 379
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto: agitato,non mescolato.
Commenti:
Esimio Gran Maestro Maresca,Signori.Mi accorgo che molti di noi scriventi di questa lavagna lavagna condividono la passione per le gesta di un irresistibile personaggio entrato ormai a buon diritto nella storia del costume,il comandante della Reale Marina Britannica James Bond,distaccato presso l MI 5,sezione doppiozero,con il numero 007.Altri racconteranno di come le sue gesta abbiano più volte salvato (in ordine di importanza) il Commonwhealth Britannico,la civiltà occidentale,il mondo.Altri parleranno delle sue avventure galanti e delle sue doti amatorie e seduttive ,non comuni in un cittadino di Sua Graziosa Maestà.Altri ancora disquisiranno dottamente delle sue abitudini raffinatissime in fatto di coktails e vini.Noi ci occuperemo di un altro aspetto non meno importante dell interessantissima vita dell agente 007:il suo guardaroba.Qui occorre distinguere tra le due incarnazioni di Bond;il personaggio uscito dalla penna di Fleming,e quello magistralmente interpretato da Sean Connery sullo schermo (Moore,Dalton,Brosnan non mi interessano;e quanto a Lazenby,egli ha recitato dignitosamente la parte di Sean Connery impegnato ad impersonare Bond).Fleming nei suoi romanzi si dilunga molto su cocktail (vodka martini),auto (la Bentley 4 litri e mezzo)il giusto tempo di cottura per un uovo (tre minuti e mezzo),persino lo shaampo giusto (pinaud elixir),ma è molto parco nel descrivere il guardaroba dell agente.Di lui sappiamo soltanto che veste abiti leggeri,in saglia o lana tropical monopetto blù scurissimo,camicie in seta pesante, bianche o color crema,con doppi polsi, cravatte in maglia di seta nera,e calza scarpe leggere (spesso mocassini sfoderati)quando non,addirittura nelle zone tropicali "sandali neri impunturati".Nessun accenno a fornitori (tranne che per i cattivi,in "thunderball" da un ispezione della valigia apprendiamo che il conte Lippe veste da "Anderson and Shepard",porta "camicie di Charvet"e cravatte "Turnbull & Asser").Lasciamo adesso il personaggio dei romani e passiamo all altro 007,Connery.Fu,come dicevamo in un precedente intervanti,il regista Terence Young,gran signore ed ex ufficiale delle "Irish Guards" ad assumersi il compito di guidare l attore scozzese per creargli un guardaroba degno di sì tanto personaggio.Young mandò Connery da propio sarto,Anthony Sinclair,il cui atelier si trovava a Londra in Conduit Street,una traversa di Saville Row.Nel marzo del 1965,propio mentre erano in pieno svolgimento le riprese di Thunderball" Sinclair ebbe a dichiarare alla rivista "Tailor and Cutter":"Non voglio nessuno dei fronzoli della moda,ma ciò non mi impedisce di inserire nel guardaroba di Bond particolari di attualità,in modo che esso rappresenti una versione moderna dello stile di Saville Row".Il sarto scelse per Connery vita attillata,giacca lunga dagli alti spacchetti,i pantaloni di linea sottile amati dai militari (e proposti dalla linea italiana).Particolari di attualità erano il gilè "da valletto",a sei bottoni con l orlo dritto,foggia resa popolare nel 1964-65 da "jaeger for men"negozio di abbigliamento in Regent Street (ma Bond lo indossa solo nella scena iniziale di "thunderball"),i baveri sretti della giacca con "noch alto,i polsini rivoltati di raso nel "dinner Jacket" (ma Litrico e Brioni li proponevano già dalla metà degli anni 50).I tessuti erano pettinati leggeri,del tipo piu fine proposti dalla drapperia inglese degli anni 60,sopratutto freschi di lana,tele ritorte a tre capi.Le fantasie si limitavano ai quadretti Glen Urquhart o principe di Galles,trionfando per lo più il blù o il grigio a tinta unita.-SEGUE-

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 14-07-2003
Cod. di rif: 380
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Redazionali
Commenti:
Eccellente Gran Maestro,

conosco la prassi dei redazionali; su varie riviste del settore in cui pubblicizziamo i prodotti della nostra azienda, vengono proposti articoli tecnico-informativi sulle imprese reclamizzate. Il punto è che qui non vi è nulla di tecnico da presentare, ma solo creazione di un immagine e di un allure mendace.
Devo cominciare ad avere sinistri sospetti anche su Monsieur … !?

Sotto un cielo plumbeo e denso di “dubbi”
Cavallerescamente Suo
Lorenzo Villa



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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 14-07-2003
Cod. di rif: 381
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Monsieur - A L. Villa
Commenti:
Egregio signor Villa,
una rivista non potrà mai essere totalmente obiettiva. Ogni pagina ha un costo e sempre aleggia la tentazione di coprirlo o di trarne un utile. Quanto a MONSIEUR, che ovviamente conosco bene, posso dire che non è la rivista ideale, ma senz'altro la migliore possibile oggi. Ho avuto una sola volta la richiesta di realizzare un redazionale, ma ho accettato solo - come fu per Tanino Crisci - perché ne valeva la pena. In altri casi mi sono serenamente rifiutato di fare nei miei articoli nomi che non ritenevo opportuni e posso dire di godere di una totale libertà nelle mie scelte. Se qualcosa mi viene suggerito, accetto solo se ritengo che il nome sia congruo al discorso, come è stato recentemente per Barbera e Zegna. Molti altri erano i nomi in un lista di "suggerimenti", la cui citazione avrebbe giovato alla rivista. Senza che la cosa rappresentasse un problema io ho ridotto il tiro a questi due soli bersagli, oltre Hermes. Forse altri collaboratori non sono così severi nei propri giudizi o non riescono a dire no al direttore, ma se ciò fosse vero non sarebbe che un altro motivo per apprezzare una rivista che ha accettato di pubblicare un progetto ardimentoso e scabroso come Vestirsi uomo, peraltro con un autore inafferrabile come il sottoscritto. Il progetto infatti è tutto mio personale, ancorché ne discuta spesso con Botré per i tempi. Quanto agli argomenti, mai egli mi ha incoraggiato in una direzione o rimproverato per averne preso un'altra. E' vero che le ultime puntate di Vestirsi Uomo, essendo diventate un pò il centro della rivista, aggiungono immagini che ammiccano a prodotti in commercio, mentre nelle prime ci si limitava alle illustrazioni artistiche, ma è anche vero che mentre MIlano diluisce con le foto io da Napoli concentro i testi e in tal modo mantengo la formula con lo stesso gusto. Lo constaterà nel prossimo numero, dedicato alla Profumeria, dove leggerà un Maresca più cavalleresco che mai, rivolgersi ad un uomo senza mezze misure.

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Nome: carmelo pugliatti
Data: 14-07-2003
Cod. di rif: 382
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto: agitato non mescolato parte II
Commenti:
-Continuazione della lavagna precedente- Spesso Bond indossava completi a tre pezzi,nell inghilterra degli anni 60 simbolo di valori tradizionali,solidità economica,ed irriducibile attaccamento alla sartoria su misura.Le giacche sportive (favolosa quella sfoggiata in "Goldfinger" ,ed accompagnata da pantaloni in cavallery beige)erano in tweed,con tasche e "pocket ticket" leggermente obliqui, e alti spacchi,derivate da analoghe giacche da cavallerizzo.I pantaloni confezionati per Bond dalla sartoria Sinclair erano di linea sottile ,con due o una pincez,risvolti,e nessun passante per la cintura in vita.Essi erano tenuti su da due linguette cucite ai lati e fissate a bottoni ,sempre laterali (un sistema di chiusura caro anche a molte sartorie italiane degli anni 60;io stesso ne posseggo un paio e posso assicurare che sono molto comodi e piacevoli da portare) Per quel che riguarda lo smoking,naturalmente 007 ne possiede piu d uno.In "licenza di uccidere" indossa un dinner jacket nero ,con collo a scialle,di ispirazione militare e polsini rivoltati foderati di raso.In "Goldfinger eccolo impegnarsi in una dotta disquisizione sul brandy,con M (l ammiraglio Sir Miles Messervy)ed il colonnello Smithers,alto funzionario della Banca d Inghilterra,con uno smoking nero dagli inconsueti revers a dente.Sempre in "Goldfinger avevamo assistito al suo emergere dalle acque in tuta da sub nera (di speciale e morbidissimo tessuto sintetico)sotto alla quale è celato e protetto un elegantissimo smoking con giacca bianca dai sottili revers a lancia.L anno successivo ,in "thunderball,eccolo ballare con la splendida Dominò Derval,sotto gli occhi di uno spietato Emilio Largo in giacca bianca (il messinese adolfo celi)indossando uno smoking blù midnight in lana-mohair dai sottili revers sciallati.Il cravattino portato sotto tutti gli abiti da sera è sempre lo stesso,uno "Slim Jim" stretto di ispirazione militare,popolarissimo negli anni 50-60.A proposito di cravatte,come per il personaggio di Fleming anche quelle del Bond cinematografico sono blù marin o midnight,sottili,in fitta maglia di seta dalle estremità squadrate.Le cravatte di Connery provengono,come le sue camicie,da "Turnbull& Asser.Le camicie dicevamo;bene,come per il sarto anche per il camiciaio Connery fu guidato da Terence Young.L attore scozzese era seguito nella scelta dei tessuti,nella foggia,e nelle prove da Michael Fish,che all epoca lavorava per "turnbull & Asser (aprirà poi il celebre negozio "Mr Fish").Per Bond,Fish e Young scelsero un classico degli anni 60,una camicia con polsini doppi,stondati,non fermati da gemelli ma con due minuscoli bottoni,mentre il polsino stesso si allargava rispetto al polso come il collo di una camicia.I tessuti erano seta,popeline bianco,azzurro o a righine sottili su fondo chiaro.Queste camicie sono tuttora prodotti dalle celebre ditta britannica (chi è interessato può dare un occhiata al sito della camiceria).Scarpe:Bond non porta scarpe di linea inglese,con suola spessa,ma di modello italiano (pur se costruite in Gran Bretagna),di linea sottile,leggerissime,sfoderate.Mocassini lisci,scarpe a pantofola con elastici laterali,oxford morbide dalla suola sottile.Calze:Connery impose di poter indossare deprecabili calzini corti.Siamo in attesa di edizioni dei film in cui la scelleratezza venga corretta dalla grafica computerizzata.cappelli:Il celbre feltro che Bond lancia sull attaccapanni è un particolare tipo di "trilby" chiamato "Sandown",morbidissimo e dall ala stretta.abbigliamento sportivo:Nei film degli anni 60 il Bond di Connery indossa vari tipi di abbigliamento sportivo;per il golf porta pantaloni di flanella,un pullover con sotto una polo Fred Perry,un cappello di paglia "pork pie" stile Sinatra (in contrasto con la sgargiante e ridicola tenuta di Goldfinger stile "golfista anni 20").In situazioni informali vengono scelte camicie in cotone "sea island",polo,pantaloni a sigaretta privi di risvolti,mocassini.Per quel che riguarda i soprabiti su tradizionalissmi "chesterfield" monopetto dal collo in velluto,di linea un pò più asciutta e leggermente più corti rispetto ai modelli più classici.Concludiamo dicendo che Bond-Connery porta quasi prevalentemante giacche monopetto a due bottoni.Il due bottoni è un modello classico della sartoria inglese,portato ed apprezzato sin dagli anni 30.Tutte le giacche di David Niven sono a due bottoni,così pure quelle che portava Ian Fleming,e così tutti i rarissimi monopetto del Duca di windsor.I film di Bond contribuirono a diffondere anche nell Italia della metà degli anni sessanta la moda del due bottoni,spesso con gilè.Per quel che riguarda la predilezione per i modelli monopetto,dobbiamo ricordare che nella Gran bretagna post bellica ai reduci veniva fornito un completo sempre uguale,doppiopetto sei bottoni tagliato in una foggia ampia e realizzato in una limitata gamma di tessuti pesanti.Tutto questo ebbe l effetto di screditare il taglio a due petti per una trentina d anni,così il monopetto ,a due o tre bottoni,con o senza gilè divenne la scelta preferità dall uomo moderno degli anni 50-60.

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Nome: Gianluca Chiusa
Data: 15-07-2003
Cod. di rif: 383
E-mail: gchius@libero.it
Oggetto: Mocassini con nappe e doppia fibbia
Commenti:
Ill.mo Gran Maestro,
dopo una lunga e per me dolorosa assenza torno ad occupare queste lavagne,il cui spessore ed approfondimento si fanno sempre maggiori.Ieri sera,desideroso di rilassarmi dedicandomi al purificante rito del cirage,ho pensato di approfittarne per dare un ordine razionale alla mia scarpiera,suddividendo le calzature in base al livello di "formalità" delle stesse.L'operazione,all'apparenza semplice, si è rivelata in realtà più difficile del previsto,stante la presenza di alcuni modelli che io adoro,ma di difficile collocazione stilistica.Ho immediatamente pensato di rivogermi a Lei ed alla Sua immensa conoscenza e disponibilità per aiutarmi a risolvere il pernicioso rebus.Sulla bicolore mi aveva già risposto tempo addietro in modo completo ed esaustivo.I miei interrogativi riguardano oggi il mocassino con nappine (tassel loafer) in cordovano burgundy di Alden e la classica doppia fibbia (William) color whisky di Lobb.Lei come collocherebbe queste splendide calzature?Le vede adatte a un utilizzo formale (ovviamente diurno) e a un'abito scuro (blu/grigio/gessato) o le vede più a loro agio associate ad un abito dalla vocazione più sportiva (principe di Galles) se non addirittura allo spezzato?Approfitto dello spazio per una breve riflessione sul Suo interessantissimo gesso di ieri relativo alla camiceria ideale. Concordo pienamente su tutto, soprattutto su Charvet che ho avuto il piacere di frequentare di recente in modo piuttosto assiduo,aggiungerei solo che l'antica casa Finollo,più che una brava maestra ricamatrice in grado di realizzare asole cucite a mano dovrebbe ricercare un pò di cortesia con gli avventori sconosciuti e forse non giudicati degni di varcare cotanta porta.

Cavallereschi saluti,
Suo scudiero
Gianluca Chiusa

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Nome: Francesco Polenchi
Data: 15-07-2003
Cod. di rif: 384
E-mail:
Oggetto: Esperienza-Conoscenza
Commenti:
Mi scuso immediatamente con l'avvocato Giancarlo Maresca, dal momento che non lo avevo immediatamente riconosciuto come il Gran Maestro di questo Cavalleresco Ordine, nè come Presidente del Parlamento dei Fumatori; pertanto, la prego di accettare le mie scuse.
Nella corso del nostro breve scambio di 'opinioni' (anche se era più una sorta di dialogo socratico), mi sono chiesto se lei, gentile Maestro, ha imparato tutto ciò che sa sulla sartoria esclusivamente dall'esperienza diretta sul campo o se questa è stata sostenuta dalla lettura di libri o quant'altro. O forse anche lei ha avuto un Gran Maestro a sua volta che le ha insegnato i 'trucchi' del frangente...
Mi rendo conto che la mia domanda può apparire ingenua, ma è posta allo scopo di farmi direttamente consigliare un buon "manuale" o che altro mi possa istruire, che possa dettarmi almeno in parte quelle regole e quei dettagli tecnici e stilistici che possono non essere esclusivamente tratti dall'esperienza. Una sorta di Bignami dell'"apprendista elegante", se così posso esprimermi - ma non pretendendo certo di imparare tutto soltanto con la teoria!
Ringrazio e porgo ancora le mie sincere scuse a colui dal quale attendo risposta.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 15-07-2003
Cod. di rif: 385
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Sartoria Brioni ?
Commenti:
Caro Gran Maestro,

lungi da me ogni perplessità sugli articoli di Vestirsi Uomo. Conosco la Sua penna e la so intoccabile dai venti sinistri che alitano su molte riviste. Le dirò di più : solo a Lei potevo porgere con naturalezza quella domanda, ben consapevole di una Sua risposta autentica e senza peli sulla lingua.
Sono un estimatore di Monsieur e, per quel che ho visto finora, in pieno accordo con la linea editoriale di Botrè.
A tal proposito, l’articolo sulla nuova sartoria attivata a Milano da Brioni, mi trascina alcuni interrogativi. Lodando l’iniziativa della scuola superiore per sarti, mi chiedevo innanzitutto se in questa l’allievo apprenda tutte le fasi di lavorazione di un abito, come un qualunque sarto artigiano. La Brioni appartiene a quelle aziende che propongono il su-ordinazione e lavorano con criteri parcellizzati; gli allievi-sarti che vengono cresciuti nella scuola, una volta inseriti in azienda, seguono una sola fase di lavorazione : chi taglia, chi cuce i colli, chi asola, etc…
E’ corretto educare un giovane all’arte sartoria per poi indirizzarlo solo ad un compito ben specifico ? Nel nuovo spazio milanese ci sarà spazio per figure complete, ma sarà davvero così ?

Con stima,
Lorenzo Villa


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 15-07-2003
Cod. di rif: 386
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Abbinamento scarpe - Allo Scudiero Chiusa
Commenti:
Gentilissimo scudiero,
vedo che ha scarpe di prim'ordine. Complimenti. Il mocassino ha un campo di utilizzo molto ampio, che giunge al semiformale. Bene quindi anche con abiti completi e paletta rossa solo per cerimonie, serate e occasioni di alto impegno. Le scarpe con fibbia sono da considerarsi più sportive e non le vedo bene sotto i completi, a meno che non siano di tipologia "da esterno" come grossi ritorti o velluto. Bene, anzi benissimo, anzi ottimali, le Sue doppia fibbia color whisky con il blazer e qualsiasi spezzato. Sia mocassino che doppia fibbia figureranno benissimo nella semplice tenuta pantalone-camicia.
Quanto al Suo commento su Finollo, si iscrive in un coro di voci critiche sul comportamento della ditta nei confronti del cliente. Si dice che il pesce puzza dalla testa e in questo caso il signor Linke, principe consorte in quanto marito di una Finollo, è decisamente una persona eccessivamente piena di sé. Io l'ho sentito un paio di volte al telefono e mi ha trattato maluccio. Sono stato a visitare l'atelier e non si è fatto trovare. Considera tutti al di sotto non solo della sua ditta, ma di sé stesso. Il buon Luca, bravissimo e competente commesso, ha cominciato ad assumere qualche modalità dal capoccia ed il cerchio si chiude. Entro qualche anno, chiuderà (o meglio, cederà) anche la baracca, che in questo modo si condanna ad una decadenza inesorabile. Nessuna azienda resiste a lungo, quando comincia a sentirsi più importante e più forte della clientela.

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Nome: Franco Forni
Data: 16-07-2003
Cod. di rif: 387
E-mail: Gonfal@tin.it
Oggetto: Mocassini e scarpe con stringhe
Commenti:
Carissimo Gran Maestro,
quando ti assenti per il mondo la tua mancanza si sente, eccome.
Per una volta però non sono d'accordo sull'utilizzo del mocassino.
Secondo me il mocassino, o meglio la pantofola perché il mocassino ha una fattura completamente diversa, è un capo assolutamente sportivo anche se foderato come tutte le calzature dovrebbero essere.
Certo, può essere indossato con un completo - purché sia di taglio sportivo e d'estate - soprattutto da un giovane come lo scudiero Chiusa, ma la Scarpa prevede le stringhe, la suola più o meno grossa e deve brillare.
Il tuo dettato, apre inoltre la porta a dubbi avventurismi che purtroppo sono già in atto. Tre anni fa ad un matrimonio veramente importante, con lo sposo in tight e tutto il resto, ho dovuto assistere al poco edificante spettacolo di numerosi invitati di una certa età che indossavano pantofole sotto un impeccabile abito scuro.
D'accordo, tu ne hai escluso l'utilizzo in caso di cerimonie et similia, ma accettarlo con l'abito seminformale crea un pericoloso quanto errato precedente.
Potrò sembrare troppo rigoroso e anacronistico, ma l'aspetto e il simbolo ritrovano precisi riferimenti e stimoli nell'abbigliamento e nei segni. L'uso di adottare un determinato codice costituisce infatti un sistema di segni ed anche in questo aspetto si manifesta la radice cavalleresca del nostro Ordine.
Il Cavaliere rappresenta non solo se stesso, ma un ruolo, una funzione; sente, quasi per induzione, che ripete e perpetua un senso ereditato da una tradizione antica; in questa accezione, l'anacronismo è funzionale a questa consapevolezza, ha una forte capacità di evocare il legame con essa, e di portare a riflettere sul senso reale delle apparenze, sulla necessità di ricuperarne ogni volta la radice più autentica.
In sintesi, l’abbigliamento aiuta il Cavaliere a capire chi, come e dove è, riportandolo alla sua natura e funzione senza staccarlo dal proprio quotidiano.
Ti saluto con affetto, ci sei mancato.

Franco Forni

Bologna, 15 luglio 2003


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Nome: Franco forni
Data: 16-07-2003
Cod. di rif: 388
E-mail: Gonfal@tin.it
Oggetto: Finollo
Commenti:
Per quanto riguarda Finollo, mi duole ammettere che hai ragione su tutto, mi meraviglia solo che non abbia già venduto da qualche anno.
Il fatto è che grazie a Luca, che più che un commesso è un direttore - tiene in piedi il negozio con un tratto ed una cortesia di altri tempi, fa le prove con la tela e con il tessuto, intrattiene i clienti (siamo stati anche a pranzo insieme), telefona per invitarti a Milano eccetera - gode ancora dei favori di una clientela ricchissima ed internazionale che fa ordini telefonici di una dozzina di camicie per ogni colore. Ho sentito con le mie orecchie l'ordine di cinque dozzine di camicie da parte di un Agnelli (non l'Avvocato). Sono sempre sessantasei milioni di vecchie lire in cinque minuti.
Quando i ricchi cominceranno a comportarsi da signori per loro sarà la fine.

Franco Forni

Bologna, 16 luglio 2003


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Nome: ferdinando grassotto
Data: 16-07-2003
Cod. di rif: 389
E-mail: grassotto@katamail.com
Oggetto: e se il denaro non è molto?
Commenti:
Dovete perdonarmi,ma trovo che sia facile,molto facile, parlare di eleganza indicando il meglio del meglio in fatto di abbigliamento maschile,di sartorie,di camicerie.Oh,so perfettamente che non è il denaro a fare l uomo elegante,e che spesso i più ricchi sono anche coloro che vestono con meno grazia e stile,tuttavia senza cospicue somme di denaro è impossibile servirsi da un Rubinacci da un Panìco o da un Caraceni.Dovrà dunque rinunciare all eleganza chi non può permettersi scarpe e camicie su misura prodotte da grandi laboratori,chi non può farsi confezionare un abito al prezzo di cinque,sei,otto milioni di vecchie lire ? Mi permetto quindi di porvi una domanda: è possibile vestire con eleganza con un budget mensile di 1600 euro al mese? Posto che i templi del su misura sono fuori portata,quali caratteristiche dovrà avere un buon abito di confezione,e con quali criteri andrà scelto? su quali scarpe,su quali camicie di produzione seriale indirizzarsi?

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 16-07-2003
Cod. di rif: 390
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Legge Chiusa o del Mocassino - A F.Forni e G.Chiusa
Commenti:
Caro Franco,
il Tuo gesso n. 387 perfeziona non poco il mio precedente. Con esso non intendevo tanto assumere una posizione, quanto dare una prima risposta. Speravo in altri interventi e con questo chiarisco ancora una volta il ruolo di queste Lavagne, dove non devo essere considerato il Deus ex Machina, l'interlocutore unico. Queste sono le mura che proteggono un'accademia, non quelle del labirinto dove vive un solo minotauro. Il tuo richiamo alla posizione ed alla responsabilità etica dei cavalieri è particolarmente importante e richiama i nostri a vigilare. Ricordiamo sempre che noi siamo sotto un'insegna che reca la chiave della conoscenza e la spada che ci impegna a difenderla. Un gentiluomo ed un guerriero si sentono costretti a vigilare severamente sui propri comportamenti, ma mentre il primo persegue solo un fine morale ed estetico, il primo deve tenere in considerazione anche il bene di una bandiera. La cavalleria e la fede sono una cosa sola.
Tornando al discorso etimologico sui linguaggi del mocassino o pantofola, credo che bisogna tener presente che uomini di grande talento, rigore e autorità estetica, come il Principe Carlo e il Principe Antonio De Curtis, facevano o fanno grande uso di calzature senza lacci, anche sotto completi. Ho mancato nel generalizzare la mia risposta a Chiusa, senza sottolineare distinzioni e sfumature. Quella con nappine descritta da Chiusa è certamente scarpa inadatta a salire a livelli in cui si debba utilizzare un registro grave e anche minimamente impegnativo, ma altre tipologie danno qualche chance in più. Potremmo affermare che la pregiudiziale è la scollatura. La calzatura senza lacci tende spesso ad avere un'apertura larga e quindi scollata. Se lo è in modo deciso, non potrà reggere giacca e cravatta, mentre man mano che la murata laterale sale, il peso della pelle e della suola pure, e con esse soprattutto la scollatura si chiude, avremo possibilità di un utilizzo nel semiformale, come direi è possibile fare con un penny loafer.
Attendo qualche tua o altrui rifinitura su questa nuova Legge del Mocassino (o Legge Chiusa), prima di pubblicarla in gazzetta.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 16-07-2003
Cod. di rif: 391
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Assoluto e relativo - Al signor Grassotto
Commenti:
Gentilissimo signor Grassotto,
Lei che trova facili i discorsi sull'eleganza che tanto ci impegnano, non avrà certo esitazioni nelle scelte. La Sua domanda è quindi sicuramente a beneficio di altri che si trovino nella condizione da Lei descritta. Credo che dalla lettura dei testi qui prodotti chi abbia passione possa ricavare quelle norme estetiche che lo guideranno nella scelta del prodotto adatto alle possibilità del momento. Noi non siamo un'organizzazione a scopo sociale e siamo umanisti più che umanitari. Il discorso economico, che è relativo, non può riguardare chi studia l'assoluto. Le leggi dell'assoluto possono invece essere utilizzate in qualsiasi contesto, come un prncipio di fisica è valido a livello di grandi masse o di corpi più piccoli. Le cose a livello subatomico cambiano e in questo fenomeno deve esserci un insegnamento che lascio dedurre senza verbalizzarlo. Il Cavalleresco Ordine studia e difende il lavoro artigiano, destinato all'uomo dai gusti fortemente personali. Noi parliamo, ipotizziamo, cerchiamo un "meglio" che non fine a se stesso, mero status symbol. Studiamo e discutiamo alla ricerca dei criteri che un capo - o una barca - debba avere e cerchiamo, scambiandoci opinioni, chi sia in grado di rispondere a tali criteri. L'interesse che molti dimostrano verso questa investigazione è spesso puramente estetico o scientifico e non presuppone una reale militanza come acquirente. Ho visitato molte cantine prestigiose nelle quali non ho acquistato vino. Anche se non me lo posso permettere, mi fa piacere sapere come lavorano. Credo che parecchie persone siano andate a vedere le cascate del Niagara o le Piramidi senza pensare di acquistarle. Noi abbiamo fatto la scelta di approfondire certi temi, ma come uno studioso di arte classica può non avere in casa nessuna scultura di Lisippo, così un giovane desideroso di prepararsi sui linguaggi estetici potrà nel frattempo vestire con mezzi modesti. Nella sua coscienza, coi comportamenti e con le letture affini il gusto. Il resto viene da sé.


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Nome: Gianluca Chiusa
Data: 16-07-2003
Cod. di rif: 392
E-mail: gchius@libero.it
Oggetto: Legge del mocassino
Commenti:
Stimatissimo Gran Mastro,
oltre a ringraziarLa per la pronta ed interessantissima risposta relativa alla collocazione stilistica della scarpa senza lacci, mi trova in completo accordo con la Sua teoria. Ritenendo in assoluto la scarpa allacciata più formale, credo infatti non si possa però definire sic et simpliciter il mocassino (o pantofola) scarpa informale in senso assoluto, essendo numerose le declinazioni di forma, colore e pellame di questa affascinante tipologia di calzatura, risultandole precluso solo l’uso “after 18” .Spetterà poi all'uomo di gusto interpretarle ed utilizzarle al meglio. Personalmente ritengo corretta una divisione "geografica" del mocassino, evidenziando tre grandi scuole, quella italiana, quella inglese e quella americana. Il mocassino italiano è leggero, sfoderato, dalla forma tubolare, più scollato ai lati, inadatto a completi scuri, personalmente nelle tonalità del marrone lo vedo bene associato al lino nelle tinte naturali o al cotone. L'esempio classico credo sia il vecchio esemplare di Gucci con morsetti di metallo nelle tinte ruggine e marrone, oltre ad alcuni splendidi modelli realizzati nella bottega del maestro Gatto in Roma. La scuola inglese interpreta la scarpa senza lacci in modo differente, realizzando modelli più pesanti, dalle spesse suole con lavorazione Good Year. Lateralmente sono più "accollati" ed il piede risulta più "vestito". Tre sono le grandi famiglie in cui si possono suddividere i mocassini di provenienza britannica: il così detto “norvegese” o Handsewn Moccasin, a sua volta presente nella variante così detta “penny loafer”; il più formale, accollato e rifinito Full Strap Slip-On (esempio lo splendido modello Lopez di Lobb) ed infine il Tassel Moccasin o mocassino con nappine. Il secondo in nero ritengo possa essere egregiamente accompagnato di giorno ad un completo scuro, al principe di Galles o alle grisaglie. Ricordo nel servizio realizzato dall’ Avv: Maresca sull’eleganza maschile e pubblicato su “Monsieur”, una foto di un elegantissimo Principe de Curtis con cappotto, cappello e mocassino nero. La stessa variante con nappe nella interpretazione inglese è completamente differente rispetto alla cugina americana, assumendo una forma più sfilata, leggera ed allungata, oltre ad evidenziare solo una piccolissima porzione di calza. Venendo alla scuola che a mio giudizio ha detto di più nel campo delle scarpe senza lacci, ovvero quella americana, le varianti sono le stesse a cui mi riferivo più sopra, con al sola aggiunta del “beef-roll”, mocassino informale, dai rigonfiamenti laterali simili appunto a due arrosti arrotolati. Tralasciando il beef-roll (bello quello proposto da Sebago e da Allen Edmonds), tipica scarpa da college Ivy League, si può rimarcare come la grande differenza rispetto alle analoghe proposte inglesi, sia un aspetto più “massiccio” e una minore copertura del piede. Le scarpe senza lacci americane risulteranno più pesanti, anche in virtù dell’utilizzo del cordovano, ma contemporaneamente più scollate, sbarazzine, direi chic. Quello che in termini di formalità si guadagna con l’utilizzo di pellami più spessi e strutturati, con la realizzazione di suole più importanti, si perde con una maggiore visibilità della calza.

Sperando di vedere questa mia semplice e probabilmente scorretta teoria migliorata e perfezionata dagli illustri frequentatori del castello, cordialmente La saluto.

Suo Scudiero
Gianluca Chiusa



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Nome: Giampaolo Marseglia
Data: 16-07-2003
Cod. di rif: 393
E-mail: gmarseglia@yahoo.it
Oggetto: Mocassini
Commenti:
Egregio Gran Maestro,
Egregi Partecipanti alla Lavagna dell'Abbigliamento,
in riferimento alla discussione sui mocassini – intendendo per tali le scarpe senza lacci, ma con cucitura classica suola/tomaia, diverse dai veri mocassini “alla pellerossa” – penso che per semplificare la questione sarebbe utile distinguere tra mocassini sportivi (tipo Tod’s et similia, oppure tipo “college”), mocassini semi-eleganti (quelli più accollati, ma con fibbie o nappine) e mocassini eleganti (quelli di foggia affusolata e tomaia liscia senza vaschetta).
I mocassini sportivi, soprattutto se con suola in gomma o chiodini vari, resteranno inesorabilmente confinati all’abbigliamento informale, meglio se nella stagione estiva.
Quelli semi-eleganti saranno ben coordinati appunto ad un abbigliamento semi-formale, ad esempio con abiti “spezzati”.
I mocassini eleganti sono soltanto un passo indietro alle scarpe classiche stringate, quindi saranno utilizzabili anche con completi formali (beninteso se di colore adeguato), ma per essi resterà comunque invalicabile la soglia delle cerimonie e delle occasioni più importanti, come già chiaramente sancito dal Gran Maestro e ribadito dal Cavaliere Forni (forse al matrimonio da questi ricordato erano presenti molti manager statunitensi, che pare siano usi abusare delle suddette calzature).
Per leggere un’interessante opinione proprio su questa tematica, segnalo infine l’articolo “Les mocassins noirs” di Marc Guyot, a suo tempo pubblicato su “Trépointes” - rivista francese di riferimento del mondo della Calzatura - ed oggi disponibile sul sito personale dell’autore (http://membres.lycos.fr/marcguyot/).

Cordiali saluti a tutti
Giampaolo Marseglia

Post scriptum: nel complimentarmi con la volontà di divulgazione di alcuni frequentatori del sito, mi permetterei però di invitare loro, come tutti, ad una più attenta citazione delle fonti utilizzate: un lavoro compilativo, se ben realizzato, può risultare superiore anche ad un lavoro sperimentale, dunque un’articolata ed accurata bibliografia non potrà che accrescerne il valore complessivo.


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 16-07-2003
Cod. di rif: 394
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Testo di Guyot - Al Cav. Marseglia
Commenti:

Egregio Cavaliere Marseglia,
il Suo richiamo alla citazione delle fonti è così pertinente all'opera di ricerca ed approfondimento condotta qui al castello, che volgio essere iù papista del papa e riporto qui in calce l'articolo di Guyot da Lei citato. Invito il Cavaliere Forni, versato nelle lingue, a tradurre il testo e a commentarlo. L'anno prossimo, quando questa Porta verrà dotata di una struttura molto più articolata, la spedizione di testi e foto e la creazione di una bibliografia rienteranno nelle quotidiane attività.
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Les billets d'humeur

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Existe-t'il des mocassins d'hiver fourrés, matelassés, à triple semelle cousue norvégienne?

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La réponse est Non! Pourquoi? Tout simplement parce que le bon sens nous interdit à nous, gens dotés d'un minimum de perspicacité, de porter un mocassin à la montagne. Je connais de bien meilleurs moyens d'affronter un froid sibérien que celui qui consiste à grelotter dans une pauvre paire de mocassins, seulement séparée de mon derme par une mesquine chaussette courte. depuis des générations, certains jeunes hommes ont régulièrement l'intuition, de rendre au mocassin à plateau sa véritable raison d'être, en ne le portant que l'été, sans parler ici des quelques Excessifs qui se mirent systématiquement à arborer les peausseries les plus exotiques comme le lézard, le crocodile, voire l'autruche. Quoi de plus ridicule que de se pavaner sur les plages de la Côte d'Azur chaussé de mocassins en autruche? Pour en revenir à nos jeunes gens cités plus haut, ils ont leurs détracteurs qui considèrent comme sacrilège de gâcher leurs mocassins préférés en les portant pieds-nus et en les associant à une vieille paire de Jeans usés jusqu'à la corde. Ces mêmes empêcheurs de tourner en rond, victimes du chant pernicieux des sirènes de la Mode, semblent à présent découvrir les mocassins à plateau suite à l'achat d'une paire de "Tod's", et dans le même temps le plaisir de les enfiler à même la peau. Sans réaliser que d'autres ne les ont pas attendus, et que l'on peut apercevoir chaque été quelques élégants les pieds nus dans des mocassins Gucci souples ou des Weston en veau velours, accessoirisant des costumes chiffonnés en toile de bâche ou en lin irlandais.

L'un des heureux résultats du phénomène "Tod's" aura été de faire redécouvrir le mocassin à plateau comme une chaussure essentiellement estivale. Et il nous faut aujourd'hui réapprendre au grand public - tâche Ô combien difficile! - à respecter les saisons et les variations climatiques dans la manière de se chausser, voire de s'habiller. Que ceux qui n'ont jamais porté, par un jour d'hiver rigoureux, un costume gris anthracite en laine "super 100" et une paire de mocassins noirs (si!...) lèvent le doigt. Gageant qu'ils ne se présenteront pas par kyrielles, je peux leur offrir sans risque de banqueroute personnelle, un abonnement au club des gens sensés. Pourtant, n'est-t'il pas plus agréable, dès que les frimats arrivent, d'avoir les pieds au chaud et au sec dans une honnête paire de Derbys à double semelle plutôt que de patauger dans des mocassins détrempés? Les Indiens Navajos et Mohicans ne prenaient pas le risque de garder aux pieds leurs mocassins souples lorsqu'arrivait la saison des neiges: ils les troquaient alors contre des bottillons de peau fourrés. Prendre exemple sur ceux qui respectaient le rythme des saisons et devaient continuellement s'adapter aux contraintes de leur environnement, sera peut-être l'action qui réconciliera les fabricants et les puristes de leurs clients. D'un point de vue strictement mercantile en effet, où réside l'intérêt pour les premiers de promouvoir un produit pouvant se porter toute l'année et en toutes circonstances?

L'idée qu'à chaque période de l'année et à chaque occasion spécifique, correspondent un style, une forme et une couleur bien précis, est peut-être l'une des clés de l'art de vivre. Malheureusement, comme l'a écrit Balzac: "On devient riche, on naît élégant". Il nous reste du pain sur la planche...

Marc Guyot



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Nome: Carmelo Pugliatti
Data: 16-07-2003
Cod. di rif: 395
E-mail: carpu65@hotmail,com
Oggetto: scarpe formali senza lacci
Commenti:
Interessantissima questione quella delle scarpe prive di lacci portati con abiti formali.Sono del parere che i mocassini,nella versione più accollata,possano essere portati con spezzati,abiti chiari da mattina,Principi di Galles.Meno felice è l accostamento a completi scuri in situazioni formali.Devo tuttavia ricordare l esistenza di particolari tipi di scarpe senza lacci destinate ad abiti da pomeriggio e "mezza sera" ,un tempo un modeli classici della calzoleria italiana,poi per molti anni cadute nel dimenticatoio ed ora timidamente riproposte da alcune grandi calzaturifici.La prima è una versione della francesina con inserto bilaterale in materiale elastico,che pur lasciando la parte centrale fissa,facilita l apertura della scarpa e quindi l introduzione del piede.Esiste poi un modello a "pantofola",accollata,con tomaia e mascherina liscissima che termina con linguetta appena accennata ed ha ,a volte, una fascetta trasversale (è davvero un peccato che non si possano inserire immagini nelle lavagne,perchè avrei delle scansioni molto interessanti di questi modelli).So per certo che entrambi i tipi di scarpa venivano proposti dalla calzoleria Orio di Milano, da Gatto di Roma,e da altri calzolai italiani.Personalmente i miei sentimenti davanti a questo tipo di scarpe sono ambivalenti.Da un lato mi paiono bellissime,e dotate di un ampio grado di pulizia formale,dall altro ne diffido come di oggetti un pò troppo "leccati",e difficilmente le sceglierei.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 16-07-2003
Cod. di rif: 396
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Mocassini
Commenti:
Eccellente Gran Maestro, tenaci Cavalieri,

in merito ai mocassini, calzatura che utilizzo esclusivamente nel periodo estivo, esprimo il mio amore per quelli inglesi, Tricker’s su tutti. La suola pesante, la costruzione inequivocabilmente virile, li rendono un validissima alternativa estiva ad una stringata full brogue.
La regola che seguo per l’abbinamento è semplicissima : solo in abbinamento a spezzati o nel semplice camicia-pantaloni.
Posseggo in realtà anche un vecchio paio di Tod’s primi anni novanta, che il tempo ha reso affascinanti nell’uso sportivo. Mai con giacca. Oggi non li acquisterei più.
Se pantofola deve essere, che sia inglese. E qualcosa di americano …

Lorenzo Villa


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Nome: Giampaolo Marseglia
Data: 17-07-2003
Cod. di rif: 397
E-mail: gmarseglia@yahoo.it
Oggetto: Sito Internet di Mariano Rubinacci
Commenti:
Egregi Cavalieri e Simpatizzanti,
non molto tempo fa si è dibattuto in questo Castello (nella Posta del Gran Maestro)dei siti Internet dei Grandi dell'Abbigliamento.
Per quanto concerne Mariano Rubinacci, si era ipotizzato che avesse scelto di non dotarsi di tale mezzo di comunicazione.
Ciò in realtà era già parzialmente errato, in quanto esisteva da tempo il sito giapponese di questa maison (www.rubinacci.co.jp), ma è tanto più non vero oggi che risulta attivo il sito www.marianorubinacci.it, che mi permetto di segnalare alla Vostra attenzione.
Cordiali saluti da Napoli
Giampaolo Marseglia

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 17-07-2003
Cod. di rif: 398
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Piccole note
Commenti:
Esimio Gran Maestro, stimati Cavalieri,

nel gesso 396 ho mancato di precisare che i miei modelli preferiti di Tricker’s sono quelli della linea “Country”, seguiti dai più manierati “St.James”.

E’ sempre difficile riuscire a presentare su internet il proprio lavoro; lo è ancora di più per una persona che si chiama Mariano Rubinacci. Il sito mi è parso discreto, ma incapace di ritrarre cosa significhino le due parole “London House”. Chi ha visitato via Filangieri capisce cosa voglio dire.

Assolutamente Vostro
Lorenzo Villa


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 17-07-2003
Cod. di rif: 399
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: De sitibus - A Marseglia e Villa
Commenti:
Il sito di Rubinacci è mediocre. Poco lavoro di concetto, poco contenuto, tutto lasciato a qualche effetto grafico. Vorrebbe affermare un magistero per cui risulta esserci storia e capcità, ma non la cattedra. Manca una via originale ed un pensiero forte che riempia il gran vuoto delle ambiziose impalcature.

Del resto anche quello di Marinella www.marinellanapoli.it è incongruo. Non è affatto scadente in sé, ma ha un registro sbagliato. Marinella vende classica bellezza, mentre il sito fa apparire il suo come un mondo labile di sofisticazione.

Se ci si affida ad informatici e non ad umanisti, non si può fare meglio di così.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 18-07-2003
Cod. di rif: 400
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: L'ombrello resuscitato
Commenti:
Nuntio vobis gaudium magnum.
In occasione del primo Laboratorio d'Eleganza, tenutosi il 29 Settembre del 2000, consegnammo al Maestro Talarico la Patente di Fornitore dell'Ordine (vedi foto alla relativa pagina nella colonna degli Eventi). In tale occasione promettemmo che avremmo fatto rivivere l'ombrello in seta, vanto della tradizione napoletana ed immortalato anche da Edoardo de Filippo in uno dei suoi più celebri lavori. Nel Natale in casa Cupiello si parla di un ombrello di seta di San Leucio e fu da lì, dalle antiche manifatture borboniche, che cominciai la mia ricerca. Le seterie di Antonio Alois produssero un primo prototipo, ma poi non credettero più nell'iniziativa. Dopo qualche mancato appuntamento cancellai i numeri dalle mie agende e dalla storia che volevo scrivere. Non sapeva il desso che il Cavalleresco Ordine non demorde di fronte a èiccole difficoltà. Parlai allora del prodotto nel servizio su MONSIEUR l'Oro di Napoli (vedi Rassegna Stampa) come se fosse già disponibile e questo scatenò una ricerca senza precedenti. A questo punto, ancorché con un innocuo artifizio, avevamo generato la cosa più difficile: la domanda. Potendo contare su numerose prenotazioni, venne cercata una seta a Como, ma quelle in produzione non andarono bene. Un primo prototipo, sottopostomi dal Maestro, venne bocciato dopo qualche tempo di collaudo per le insufficienti caratteristiche tecniche di resistenza e tenuta all'acqua. Con un piccolo investimento - grande però, per una ditta artigiana - Talarico ordinò un prodotto specifico, replicato su un vecchio campione. Io posseggo un rarissimo taglio d'epoca della migliore produzione e posso dire che quella oggi realizzata è quasi all'altezza. Ha la tenuta e la resistenza, ma manca del sostegno che manteneva erto il tessuto anche con il laccio sbottonato e generava un'elica precisa e bellissima quando l'ombrello era chiuso, ma non arrotolato. Non si può avere tutto. Non subito, non in tre soli anni, in un mondo di numeri che procuce tutto in Estremo Oriente. Dopo adeguate prove possiamo dire che da oggi è tornato al mondo l'ombrello in seta, ancorché in produzione limitata. E' una vittoria di particolare significato per la nostra bandiera, che vede un altro territorio strappato all'oblio. Dirò infine che da quando talarico è diventato nostro fornitore ha cambiato completamente registro ed ha puntato decisamente sul prodotto di nicchia, quello che soddisfa cliente ed artigiano. Attendevo questo momento per parlare dell'ombrello, cosa che farò nella puntata di Vestirsi Uomo di Ottobre (in edicola a fine Settembre). In quella che uscirà tra pochi giorni, già consegnata da tempo, parlerò della toeletta maschile.
In calce rispondo a chi penserà: ma Brigg's produce ancora un ombrello in seta. No voglio parlare male di qualcosa di inglese, con una storia come quella di Brigg's, ma in realtà non c'è paragone, né per la qualità della seta, né per la lavorazione interamente manuale e la scelta dei manici. Chi sa scegliere un ombrello pitrà ora avere qualcosa di veramente emozionante.

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Nome: Franco Forni
Data: 18-07-2003
Cod. di rif: 401
E-mail: Gonfal@tin.it
Oggetto: De sitibus
Commenti:
Cari Cavalieri,
sono laureato in ingegneria elettrotecnica e telefonia, ma dal 1983 mi occupo di informatica, non come tecnico però, ma come gestore di tecnici o come consulente di acquisto. Parecchi conoscenti mi hanno chiesto consiglio per i loro siti, presentandomi progetti fatti da ditte specializzate o da tecnici.
Lasciando per un attimo da parte i tecnici, che in fondo sono tenuti a realizzare al meglio quanto viene ordinato, non potete immaginare - forse solo il Gran Maestro, giurista e progettista di uno dei MIGLIORI SITI DEL MONDO, DICO DEL MONDO e in più tecnico che morirà umanista, ne ha una idea - di quanto siano sofisticati i loro modi di agire.
Queste aziende si presentano bene, con ottime referenze, prodotti tecnicamente ben costruiti e prezzi tutto sommato abbordabili e congrui; vanno dai clienti con fotografi preparati e si occupano anche di presentazioni e brochure. Quello che c'è dietro sono i contratti, con foro competente Londra o qualche località degli Stati Uniti, spesso oscuri anche ad un legale, che consentono loro di godere degli effetti collaterali del marchio per moltissimi anni, di raccogliere "cookies", biscottini con tutte le caratteristiche del consultatore, compreso gli indirizzi, e “least but not last”, di impadronirsi in pratica nel mondo anche se in un tempo abbastanza lungo, del marchio della ditta alla quale hanno venduto il servizio. Il “business” è di molte decine di volte il fatturato delle ditte in questione, fa paura.
La loro promessa è far vendere di più, ed ogni commerciante, anche il più puro, rimane affascinato dalla prospettiva. Il risultato è di snaturarle, globalizzarle, schiacciarle.
Con l’avv. Maresca abbiamo discusso più volte sulla materia e devo confessare che non so dare né un parere né una soluzione; posso dire che, come cliente, gli unici siti che mi danno una moderata soddisfazione sono quelli degli alberghi austriaci e delle Ferrovie svizzere.
I siti di cui stiamo dibattendo non sono orientati al cliente che li ha fatti grandi, ma al potenziale cliente generico, quello che li ucciderà. I sarti di Saville Row sono l’esempio.
A questo punto i signori Marinella, Rubinacci ed altri, dovrebbero rivolgersi, anziché ad un esperto di marketing o di siti, prima di tutto a se stessi per sapere quale sono gli obiettivi di vita loro e della loro azienda, poi ai clienti, quindi a un sociologo per definirli, quindi a degli umanisti con competenze tecniche. Stese le specifiche con la consulenza di un tecnico ben guidato, si potrà procedere alle gare di appalto e alla commessa. Credo che basti un centinaio di milioni in più.
L’alternativa di non apparire, a suo tempo prospettata dal Gran Maestro, ha una forte valenza etica ed è in gran parte condivisibile; forse ha ragione; personalmente non so quanta vita possa avere una ditta artigiana senza apparire su internet, per certo di più di quanto durerà con siti di questo genere. Faccio un esempio: volevo far confezionare al maestro Talarico un ombrello da montagna in tela di loden; ho consultato il sito di Homburg, ditta di Salisburgo che so produrre una stoffa atta a questo scopo: ebbene mi hanno proposto di tutto, mi hanno mandato una serie di depliant e mi hanno indirizzato ad uno show room di Milano; ci sono andato: inaccessibile ai privati, eppure la stoffa c’è, esiste.
Attenzione a questi discorsi! Il Nostro potrebbe abbandonarci e, in qualità di tecnico-umanista, dedicarsi alla ben più remunerativa attività di progettatore di siti.
Numquam servavi.
Franco Forni
Bologna, 18 luglio 2003


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Nome: Franco Forni
Data: 18-07-2003
Cod. di rif: 402
E-mail: Gonfal@Tin.it
Oggetto: Superior stabat lupus, longeque inferior agnus
Commenti:
Caro Giancarlo,
Eh no, è troppo! Stavo scrivendo un ponderoso gesso sui siti e tu, lupus, mi hai preceduto con gli ombrelli.
Ebbene l'agnus questa volta si ribella, solo un poco, però.
In marzo a Cortina, reduce dall'incidente, ho comprato in un negozietto un bastone in bambù a cannocchiale dal quale si può estrarre un sottilissimo ombrello in seta che ha qualche buchetto. Dopo il tuo annuncio ritengo sarà tuo dovere morale convincere Talarico a cambiare la seta del mio ombrello. Così vedremo se riuscirà a farla entrare nel cavo al posto di quella vecchia.
Facile sfidare i Briggs con la loro grossima tela, vediamo con quella dei vecchi setaioli comaschi.
Con affetto,
Franco


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Nome: Franco Forni
Data: 18-07-2003
Cod. di rif: 403
E-mail: Gonfal@tin.it
Oggetto: La buona vita
Commenti:
Caro signor Grassetto,
In quanto semplice Cavaliere vorrei risponderLe in maniera meno diplomatica del Gran Maestro e sgombrare gli equivoci una volta per tutte.
Non mi nasconderò dietro l’ipocrisia che è sufficiente un sigaro al mese, una grande bottiglia all’anno ed un bel vestito ogni tre; quest’assunto risulta veritiero solo per chi culturalmente accetta il concetto dell’apprendistato e della selezione, e non mi pare il suo caso.
Un detto spagnolo recita: “la buona vita è cara; ne esiste un'altra più a buon mercato, ma non è vita”. E chi di noi può, cerca di perseguire una buona vita, non lunga, non di lusso, ma intensa e raffinata; senza rimorsi e senza ipocrisie.
La buona tavola costa, i buoni sigari hanno un prezzo elevato, così come l’abbigliamento e i buoni alberghi e le belle auto (ho detto belle, non potenti), anche i libri; ed è evidente che tutti questi piaceri, concessi contemporaneamente e in qualità illimitata, non sono per tutti, anzi per pochissimi.
Noi non siamo di destra o di sinistra, abbiamo dei valori, ma sono individuali e ce li teniamo per noi; ci piacciono le differenze, gli odori, i sapori, le scelte autonome ancorché controcorrente e anacronistiche; non siamo democratici e ci siamo dati una struttura gerarchica e piramidale che ci piace e che desideriamo continui.
In sintesi non siamo buoni né buonisti.
Per quanto La riguarda tutto dipende da quelli che sono i Suoi obiettivi di vita e da come intende realizzarli, al di là del contesto nel quale il suo reddito si colloca.
Il fatto è che fino a qualche anno fa, i primissimi ’90 per l’esattezza, esisteva in Italia la possibilità del lusso a buon mercato: un ossimoro reso possibile da una situazione anomala che ha violentato ogni regola economica instillando il concetto di diritto tralasciando quello di dovere.
Per esempio lei non ha nessun diritto di pretendere di vestire in un certo modo o di gustare un puro dell’Avana: se non vuole spendere vada a funghi che non costa nulla.
Le ripeto quanto ho già avuto modo di dire più volte in altra sede: il nostro è un Ordine Iniziatico, Cavalleresco, e Monastico in cui è giusto che ognuno provi ad entrare e, se non si trova a suo agio, se ne possa tranquillamente andare.
- Ordine perché l'Ordine è una regola a cui gli uomini si sottomettono volontariamente per libera scelta per uno scopo comune; l'Ordine è anche l'organizzazione di questi uomini liberi.
- Iniziatico perché accetta e dà la possibilità ed aiuta ad arrivare alla conoscenza.
- Cavalleresco perché formato da uomini elevati esclusivamente per le loro potenzialità e meriti, nobili non per diritto di nascita, ma per personale investitura di un titolo non trasmissibile.
- Monastico perché, pur nel rapporto del comune sentire, strumento di stimolo e aiuto, ciascuno è solo nella sua ricerca, come ciascuno è solo nella sua crescita.
Nel medio evo gli scudieri percorrevano un lungo apprendistato fatto di sacrifici e di rinunce per poter divenire cavalieri e permettersi un cavallo, uno scudo ed una spada; lo stesso i Moschettieri del Re e i cadetti dell’otto-novecento e Lei?
Cavallereschi saluti.

Franco Forni

Bologna, 18 luglio 2003


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 18-07-2003
Cod. di rif: 404
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Profondità dottrinali - Al Cavaliere Forni
Commenti:
Caro Franco,
la Tua presentazione dell'Ordine nella lettera al signor Grassotto è ammirevole per incisività e visione sintetica. Supera per aggiornamento e profondità dottrinale lo stesso testo di presentazione che figura dietro il logo che corona la porta principale di questo castello. Forse il nostro Visitatore non meritava un trattamento così duro, atteso che se all'esordio ci taccia di lavorare sul sicuro, dichiarando facili i nostri discorsi, nel finale del Suo gesso - il n. 389 - egli abbandona le critiche per rivolgerci una domanda che appare sincera e non dettata da vis polemica. Orbene, l'ospite è sacro, ancorché la domanda non sia pertinente e impertinente chi la pone. Riprendo il discorso già fatto nel rispondergli, dichiarando che noi non vogliamo e non possiamo per Statuto indirizzare alcuno verso prodotti di massa. Noi ignoriamo la produzione industriale in ogni luogo dove ve ne sia o ve ne possa essere una artigianale. Lo studio cavalleresco è ruivolto all'investigazione del bello ed alla sua difesa, ma anche ad aiutare l'incontro tra gusti individuali e prodotti fatti per l'individuo, come sono appunto gli ogetti artigianali, su commissione o su misura. Le leggi valide per l'eccellenza guideranno però anche nella scelta del più accessibile. Facciamo un esempio. Se si giunge alla conclusione che una grande camicia deve avere una lista alta per ipotesi tre centimetri e mezzo o i polsi arrotondati, queste caratteristiche potranno essere ricercate sia andando da Charvet che al mercato. Quando si parla di colori, di pesi, di congruità tra capi e situazioni, si configurano principi validi per ogni capacità di spesa. Se indirizzassimo verso un prodotto industriale rinnegheremmo i nostri principi di difesa dell'artigianato e dell'individualità estrema. Si dirà che questa individualità è un lusso, ma qui mi riporto integralmente alle posizioni del cavaliere Forni, che, come si dice in gergo forense: abbiansi qui per riportate e trascritte. Ho letto anche la bella lettera che hai indirizzato in risposta al ventunenne che scriveva nella mia Posta magistrale. Anche in questa occasione la tua scrittura e la tua capacità di interpretazione sono ammirevoli. La forza che ha portato le pietre sin su questa rocca, l'estremismo cavalleresco, risuona in te teso come un colpo di piatti ad un concerto.



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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 18-07-2003
Cod. di rif: 405
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Ombrelli - A Franco Forni
Commenti:
Caro Franco,
la grande differenza tra una seta moderna e quelle classiche da ombrelli è nell'altezza della pezza. Poiché alla fine ho abbandonato la direzione delle operazioni, che sono state condotte dal Talarico stesso e restando io semplice consulente, la transigenza dell'artigiano e la volontà di economia ha portato ad avere una seta alta 150 cm. Questo comporterà un prezzo più accessibile dell'oggetto, ma lo priva di una caratteristica importante. I tristi ombrelli di Brigg's, peraltro in una seta grossolana, ci hanno abituato ad un orlo cucito, mentre la tradizione dell'ombrello italiano - più raffinato. Intendiamoci: Brigg's è stato grande e ci ha insegnato molto, come tutta l'ombrelleria inglese, ma da tempo quest'ultima ha svenduto fin l'ultimo pezzo di digniotà e presenta boccole in plastica, balene di produzione orientale, cuciture sommarie, manici insufficienti e spesso scurvati. Un disastro, massimamente per chi come me li aveva tanto ammirati. Lo stile adottato per il recente ombrello di Talarico è - quanto alla copertura - di impostazione inglese. L'ombrello di seta italiano ha sempre avuto l'orlo a cimosa. La mancanza della cucitura permetteva che il tessuto, una volta arrotolato, formasse un cono molto sottile, che su fusti in metallo ricordava addirittura una spada, per non dire uno spillo. Ipotizzo che il tuo ombrello, per entrare in un bastone, abbia asta di metallo da 8 mm e coperta in seta cimosata. In quest'ultimo caso non ci sarebbe nulla da fare, almeno per il momento. Se invece è orlato, possiamo ormai rimediare con facilità. Animato da te e da altri onrellofili, potrei anche tornare alla carica e chiedere al signor Turconi della Mantero di montare un telaio per un migliaio di metri di seta alta settanta cm. Lasciamo che Talarico smaltisca i primi cinquecento metri di seta in doppia altezza, peraltro di gran qualità e poi potremmo lanciare una sottoscrizione per avviare una seconda fase, che ci restituisca completamente l'ombrello italiano in seta cimosata. Il mio lo farò confezionare con fusto in metallo o carbonio, insomma sottilissimo, per ottenere quella sagoma a spillo che metta nel massimo risalto le caratteristiche di sottiglieza del nobile materiale.


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Nome: Gianluca Chiusa
Data: 18-07-2003
Cod. di rif: 406
E-mail: gchius@libero.it
Oggetto: Al N.H. Cav. Franco Forni - smoking in Emilia
Commenti:
Illustre Cavalier Forni,
complimentandomi con Lei per la qualità,la profondità e l'emozione dei Suoi scritti, sono a domandarLe un consiglio, confidando nella Sua disponibilità e gentilezza. Sono intenzionato a farmi confezionare uno smoking su misura ed avando letto alcune sui interessantissime indicazioni al proposito, vorrei qualche consiglio sul tema, oltre se possibile a qualche nome di sartorie in Emilia in grado di soddisfare richieste di questo tipo. Premetto che a Parma domandare una cosa di questo tipo è come ricercare neve in un deserto.
RingraziandoLa sin d'ora, cavallerescamente La saluto

Scudiero
Gianluca Chiusa

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Nome: ferdinando grassotto
Data: 18-07-2003
Cod. di rif: 407
E-mail: grassotto@katamail.com
Oggetto:
Commenti:
Egregi Signori,evidentemente non mi sono spiegato bene.Io non sto rivendicando il diritto ad un capo di alta sartoria per tutti,nè proposte di legge per abbassare i prezzi dei migliori sarti,camiciai,calzolai.Non mi scandalizzo neppure per il costo di una giacca di Caraceni,o di una camicia di Finollo:sono prodotti di altissima qualità,ed è giusto che il prezzo sia commisurato.Il mio interrogativo era un altro.Posto che,avendone i mezzi, riuscirei a vestire come e meglio di molti di voi,la mia domanda (evidentemente a beneficio non mio,ma di altri nelle mie condizioni,come ha sagacemente fatto notare il Signor Maresca)era:" si può,a vostro giudizio,vestire elegantemente ANCHE con un abito confezionato? e con quali requisiti di taglio,linea e costruzione sceglierlo? Un vecchio adagio dice che "domandare e lecito e rispondere è cortesia".

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Nome: Filippo Loretoni
Data: 18-07-2003
Cod. di rif: 408
E-mail: filippo@clab.it
Oggetto: Eleganza a buon mercato - al Sig. Grassotto
Commenti:
Egr. Sig. Grassotto,

Noto che la sua vena polemica non si esaurisce.

Le rispondo in modo lapidario. Lei afferma che avendone i mezzi potrebbe tranquillamente vestire come se non meglio dei frequentatori di queste pagine.

Benissimo. Perche' mai allora chiede il nostro consiglio. Da gran conoscitore dell'eleganza maschile sapra' certo individuare i tratti che distinguono un abito confezionato di ottima fattura da uno confezionato di fattura infima o mediocre.

Il suo interrogativo, se sia possibile vestire bene con abiti confezionati, non necessita quindi della nostra risposta.

Faccia appello alle sue vaste conoscenze in questo settore e trovera' da solo la risposta.

Mi scuso con Cavalieri e Simpatizzanti per questo piccolo sfogo. L'ira e' un sentimento che non mi appartiene ma ancor meno tollero la spocchia.

Cavallerescamente
Filippo Loretoni

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Nome: Marco Clerici
Data: 18-07-2003
Cod. di rif: 409
E-mail: dwxcle@tin.it
Oggetto: Orologio da tasca !
Commenti:
Egregio Gran Maestro,

la mia crescente voglia di apprendere sempre più e di approfondire il linguaggio dell’eleganza e del buon gusto mi spinge nuovamente a rivolgermi a Lei.
Pur non essendo un appassionato di orologeria mi piacciono molto gli orologi da tasca. Devo dire che sono attratto dall’aspetto estetico più che da quello tecnico, nonché e soprattutto dai valori e tradizioni che essi richiamano.
Per questo motivo vorrei chiederLe, rivolgendo la richiesta anche ai preparatissimi frequentatori che ultimamente hanno animato questa ricchissima lavagna, quali sono i modi più opportuni per portare l’orologio da tasca.
La mia curiosità è rivolta in particolare alle modalità di portare l’orologio nel taschino del gilet, sia a due che a quattro tasche, essendo questo il tipo di abito che preferisco indossare in inverno, periodo nel quale porto con maggior frequenza l’orologio.
Mi scuso per la banalità della richiesta, ma non avendo ottenuto informazioni di particolare interesse né da orologiai né da persone che si definivano cultori della materiai non mi resta che rivolgermi ad una fonte sicura ed inesauribile di informazioni.

Nel congedarmi vorrei rivolgere i miei complimenti al Gran Maestro per aver creato questo castello ed ai preparatissimi frequentatori che arricchiscono la lavagna con argomenti molto interessanti nonché con pezzi molto ben scritti.

Cordialmente
Marco Clerici


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Nome: Carmelo Pugliatti
Data: 18-07-2003
Cod. di rif: 410
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto: confezione ed eleganza
Commenti:
Stimato Signor Grassotto.Lei solleva un problema interessante.Prima di risponderle tuttavia sappia che mi trovo perfettamente d accordo con il Gran Maestro Maresca quand egli afferma che l interesse mostrato verso i temi del bel vestire "spesso è puramente estetico o scientifico e non presuppone una reale militanza come acquirente".Frequento con passione molti siti e forum dedicati all astronautica,ma mai ho avuto intenzione o desiderio di acquistare un modulo di comando Apollo o uma tuta lunare modello A7L (anche perchè ritengo che lo scafandro gemini modello G3G con rivestimento non alluminizzato sia esteticamente molto piu bello).Detto questo sono del parere che in realtà l interrogativo che lei pone sia un pò superato.Oggi un decente abito di confezione (stiamo parlando di un abito "bell e fatto" non di "su misura industriale")costa tra 900 1.200.000 di vecchie lire.Vi sono ancora in quasi tutte le città d Italia degli artigiani in grado di confezionare un buon abito allo stesso prezzo,o addirittura a meno.Nella mia città,Messina, il costo di un ottimo abito di sartoria non supera ,o supera di pochissimo, quello di un completo di confezione.Come vede non è vero che la bottega del sarto sia fuori portata.Lei potrebbe ribattermi che la "sartoria Rossi" non potrà cucirle un capo paragonabile a quello uscito dall atelier Rubinacci o dalle mani di un Solito;Non sono d accordo.Inanzitutto un abito di sartoria nasce grazie alla collaborazione tra il cliente e l artigiano,spetta al cliente il compito di "far crescere" il sarto.Se lei è,come afferma, un intenditore potrà senza alcun dubbio ottenere il massimo da un buon artigiano.Ma voglio fin in fondo rispondere alla sua domanda.Poniamo il caso che nella località nella quale lei vive vi siano soltanto grandi e costosissime sartorie e nessun artigiano di livello medio;si può essere eleganti con un abito di confezione,lei chiede,ed a quali parametri attenersi?Bene,prima di tutto eviti giacche dal taglio rigido e squadrato,fugga come la peste le spalle imbottite e l allacciatura a due bottoni.La sua scelta cada piuttosto su giacche a tre bottoni,possibilmente non troppo chiuse,ed allacci sempre e soltanto il bottone centrale.Abbia cura di scegliere spalle naturali o poco imbottite (Malgrado sappia di attirare sulla mia testa ogni tipo di contumelie dirò che una delle giacche più comode ed eleganti che abbia mai posseduto è una "Brooks Brothers"in tweed,di confezione americana ,acquistata di seconda mano a 18 anni in un negozio dell usato a Roma,bellissima con spalle naturali e nessuna imbottitura interna).Stia attentissimo alla giusta lunghezza di maniche e pantaloni (non c è nulla di più brutto dell effetto "mutilatino").Ingentilisca il taschino della giacca con un fazzoletto di lino bianco piegato a "spuma" o a tre punte.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 18-07-2003
Cod. di rif: 411
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Da un pianoforte all'orchestra
Commenti:
Frequentatori della Lavagna,
questo è un luogo di studio e di approfondimento. Delle sollecitazioni esterne, purché formalmente corrette, dobbiamo prendere il meglio. Ai Cavalieri, poi, compete di seguire la propria strada senza sprecare energie nella polemica. Ovviamente mi riferisco all' "affaire Grassotto". Il nostro Visitatore pone una domanda alla quale in buona parte si è risposto dicendo che i criteri validi per ciò che è esclusivo lo sono altrettanto per quanto sia a più buon mercato. Ora il nostro precisa ancor meglio la domanda ed è mio dovere rispondere. Anche se i suoi toni lasciano a desiderare, è proprio ignorandoli e continuando a svolgere il nostro mandato che dimostreremo di che pietra è fatto il castello e di che acciaio le nostre spade. Giocando in casa ed in molti contro uno, non c'è gloria nel vincere o piacere nel battersi. La questione si è ridotta all'essenziale: se sia possibile essere eleganti con un abito di confezione. Risponderò con una metafora. Un gran musicista che suoni una grande musica, arrangiata per solo pianoforte, fornirà senz'altro un esempio d'arte compiuto. L'esperienza dell'ascoltatore, cionondimeno, risulterà immensamente più gratificante se la stessa partitura sia riprodotta nella versione originale, da un'orchestra sinfonica.

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Nome: Francesco Polenchi
Data: 18-07-2003
Cod. di rif: 412
E-mail:
Oggetto: gesso 384
Commenti:
Egregio Gran Maestro,
al gesso numero 384 lasciai tempo fa un breve messaggio di scuse da parte mia, ma che conteneva anche una domanda; questa, sebbene ingenua e forse fuori luogo, vuole comunque la conferma d'essersi fatta udire. Mi rendo conto che "L'affaire Grassotto" possa distrarre, ma sono tentato dal ritenermi offeso dal fatto che si risponda ad un uomo che insulta, e non ad un altro che candidamente domanda. Ringrazio ancora cortesemente.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 19-07-2003
Cod. di rif: 413
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Vestire e Letteratura - Al signor Polenchi
Commenti:
Signor Polenchi,
l'immenso volume di testi dispiegato nelle varie aree, l'impegno concettuale ed organizzativo che c'è dietro il sito e l'associazione, gli eventi, la gestione di un'organizzazione con centinaia di soci, non sono nè presso di lei, né presso altri una garanzia sufficiente della mia buona volontà. Nulla, men che meno i fatti, può impedire a chi vuole pensare male di farlo e così, vista la mia omissione, si accomodi pure tra i banchi di chi mi detesta. Li troverà così affollati che forse guarderà con invidia ai pochi che siedono comodi di fronte. Lei ha tempo di offendersi e possibilità di ritirarsi, io sono impegnato in un combattimento che non lascia respiro e che prevede ferite e nemici. Ho mancato e giustificarmi non mi darà cammelli in ricompensa.
Veniamo quindi al dunque. Nel gesso che ora richiama mi chiedeva dove e/o da chi avessi appreso. La mia generazione, come dice il saggio Parisi, nostro Primo Guardiano, non ha avuto maestri. Dio sa quanto avrei voluto avere qualcuno che ne sapesse più di me e credesse che io credessi. Per il sigaro ho avuto qualche maestro, ma tutto ciò che so sulla sartoria e sull'abbigliamento l'ho appreso da me. Ho avuto degli esempi, questo si. Mia madre, Dante De Paz, mio zio Antonio nesi, questi ultimi Fondatori dell'Ordine. Per il resto, ho speso tempo e denaro senza limiti, perché nessuna sosta inutile o dannosa mi è stata risparmiata. Dalla letteratura ho tratto qualcosa, ma per lo più dati storici, rifiniture dottrinali. L'anno prossimo, all'apertura della Porta dell'Abbigliamento, con vaste aree ad esso dedicate, avremo una bibliografia ed un'antologia che la soddiferà. Per ora non posso che darLe un elenco breve e quasi inutile, perché si tratta di testi introvabili, dai quali ho tratto molto. Ho guardato per mesi senza stancarmi i disegni di Longfellow ed altri su Apparel Art, ristampato parzialmente da Electa nel 1989 in tre volumi che costituiscono una bibbia. Ho letto almeno trecento volte il Trattato della Vita Elegante di Balzac, che parla così poco di abbigliamento da far capire la sua rilevanza al negativo, ma non si trova più tradotto in Italiano. In un'area cui stiamo lavorando e che tratterà del Dandy, ne pubblicheremo una tradizuone privatamente fatta da un nostro cavaliere, l'avvocato Fulvio Foti. Ottimi sono il libro della Tatiana Tolstoij e quelli di Luigi Settembrini. Quasi tutti gli altri sono manualetti inutili. Quello che Lei ipotizza, un Bignami dell'Eleganza, non esiste e non può esistere. Essa è arte e scienza. La parte artistica ha una componente di talento ed una di tecnica, che richiede studio ed osservazione. La parte scientifica fonda su un sapere di tipo iniziatico, che si trasmette solo in minima parte con l'esempio e per il resto va assimilata personalmente.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 21-07-2003
Cod. di rif: 414
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: A presto
Commenti:
Da Lunedì a Venerdì sarò fuori. Per qualche giorno non potrò rispondere con la consueta sollecitudine, ne ho dato avviso nella mia Scrivania e lo ripeto qui, dove sono spesso sollecitato in prima persona.
A proposito di risposte, se il signor Polenchi quasi si offendeva per un'omissione, io quasi mi rammarico per averlo contrato ed ora mi rivolgo a lui. Non sieda in quei posti di cui dicevo. Non ci starà comodo. Si procuri piuttosto un indirizzo, perché senza continuerà a fare la figura dell'extracomunitario senza permesso di soggiorno. Troverò comunque un computer per dare uno sguardo a quello che accade al castello.

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Nome: ferdinando grassotto
Data: 21-07-2003
Cod. di rif: 415
E-mail: grassotto@katamail.com
Oggetto:
Commenti:
Vorrei ringraziare i Signori Maresca e Pugliatti per la loro cortese risposta alla mia domanda.Prima di lasciare definitivamente questo alto consesso di gentiluomini ed aspiranti tali,volevo soltanto precisare che non mi è parso di offendere nessuno,nè questa era la mia intenzione.Ho soltanto posto un interrogativo,e mi ritengo pienamente soddisfatto dalle risposte ottenute.Vi lascio volentieri ai vostri ombrelli di seta,alle discussioni sui sarti di james bond,ad importantissime questioni di asole e maniche.

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Nome: Roberto Gasparri
Data: 21-07-2003
Cod. di rif: 416
E-mail: Gaspy51@hotmail.com
Oggetto: cimosa
Commenti:
Ma cos è mai una cimosa?

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Nome: andrea lupo
Data: 21-07-2003
Cod. di rif: 417
E-mail: lounge60@yahoo.it
Oggetto: cimosa
Commenti:
la cimosa è il bordo delle stoffe.

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Nome: roberto gasparri
Data: 21-07-2003
Cod. di rif: 418
E-mail: gaspy51@hotmail.com
Oggetto:
Commenti:
Grazie per l informazione.Ma perchè mai un ombrello dovrebbe essere fatto di seta? è un materiale più impermeabile rispetto ai tessuti sintetici? e se poi lo si perde o lo rubano? non è meglio un normale ombrello a scatto da poche decine di euro?

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 21-07-2003
Cod. di rif: 419
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Oggetti rari e preziosi - Al sig. Gasparri
Commenti:
Egregio signor Gasparri,
i tessuti con cui si ricoprono gli ombrelli migliori presentano percentuali di seta, dal 10% in su. Migliori dettagli sulla composizione li troverà sul sito dell'ombrellaio Talarico, raggiungibile dal nostro Libro dei Fornitori. Le caratteristiche di impermeabilità e lucentezza sono infatti superiori alle fibre sintetiche. Non di molto e certo un bel nylon svolge il suo lavoro e dura a lungo. La differenza principale è nella sottigliezza del tessuto, che si presta ad ottenere risultati estetici da sempre apprezzatissimi. Nonostante ciò, sembra di capire che la Sua perplessità sia da ricercare nella possibilità che sia rubato o smarrito. Accade lo stesso con le penne, le auto e gli accendini. L'aspirazione all'eccellenza non è una patologia rara e non tutti coloro che ne soffrono si ritengono per questo sfortunati. Sono in realtà pochissimi gli oggetti funzionali cui la civiltà non abbia conferito valori aggiuntivi: piatti e bicchieri (che si rompono con gran facilità) ad esempio. Dovremmo forse ritenere che gli sforzi per passare da una terracotta ad una porcellana smaltata furono inutili? Penso, al contrario, che sapere che altrove vi sia chi produce, chi conserva e chi usa prodotti unici di ogni natura e ne goda, contribuisca a mantenere quel registro di differenze che è alla base del piacere di tutti e - prima ancora - della vita stessa. L'ombrello, poi ha una micidiale valenza di oggetto di arredamento. In casa, senza mai nemmeno uscire, solgerà nel portabastoni un silenzioso ruolo, paragonabile a quello di un quadro o di una scultura

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Nome: Filippo Loretoni
Data: 21-07-2003
Cod. di rif: 420
E-mail: filippo@clab.it
Oggetto: Smarrimenti e furti - al sig. Gasparri
Commenti:
Egr. Sig. Gasparri,

Comprendo appieno il suo timore per i furti di oggetti a noi cari. Sono stato (ahime') spesso vittima di episodi di questo tipo. La sola cosa che posso dire e' che non c'e' antidoto ed il consiglio che le do e' quello di non lasciarsi influenzare.

Separarsi (forzatamente) da un oggetto bello ed a noi caro e' certo una cosa spiacevole, ma almeno le restera' la consolazione di averlo potuto possedere per un certo lasso di tempo.

Quanto agli smarrimenti, per esperienza personale ho constatato che gli oggetti di qualita' quasi mai vengono smarriti. Un accendino od un ombrello che siano veramente "nostri" saranno oggetti a cui dedicheremo tutte le attenzioni possibili e non finiranno mai in un angolo del nostro guardaroba o del nostro bagaglio per poi andare smarriti per sempre, ma saranno ben presenti alla nostra mente in tutto il loro splendore.

Cordiali saluti,
Filippo Loretoni

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Nome: Andrea Lupo
Data: 21-07-2003
Cod. di rif: 421
E-mail: lounge60@yahoo.it
Oggetto: lo shantung è fresco?
Commenti:
Esimii Signori,mi rivolgo a voi per una parola finale su una questione dibattuta a lungo con amici ,in queste lunghe sere d estate.Conviene farsi confezionare un completo di shantung di seta da indossare nei mesi estivi,o questo bellissimo tessuto è in realtà,come sostiene un mio amico,caldo,non traspirante e facilmente (oltre che indelebilmente) macchiabile col sudore? inoltre c è una differenza terminologica tra lo shantung lucido (che trovo osceno) e quello opaco,appena brillante, ravvivato solo da fiammature?

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Nome: carmelo pugliatti
Data: 21-07-2003
Cod. di rif: 422
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto: L incredibile Sy Devore
Commenti:
Tempo fa in uno dei miei precedenti interventi accennai ad un sarto piuttosto noto nella Hollywood degli anni 50-60,la cui bottega vestiva quasi tutti gli attori piu famosi del periodo,ed in special modo Frank sinatra e i membri del suo "rat pack" ("branco di topastri"),Dean martin,Sammy Davis JR,Joe Bishop,Peter Lawford.Quella di Devore è una storia che forse merita d essere raccontata.Figlio e nipote di sarti ,ebreo Newyorkese di origine russa (il suo vero nome era Devoretsky),Sy Devore iniziò a lavorare fin da piccolo come tagliatore in molte sartorie di Brooklyn,iniziando dalle piu piccole ed infime fino ad approdare alla fine degli anni 30 ad un laboratorio tutto suo nel famoso Theater District del cuore di New York.Dopo aver servito il suo paese durante la II guerra mondiale,nel 1944 Devore si trasferi ad Hollywood aprendo un atelier con annesso negozio in Vine Street,e qui iniziò la sua leggenda.Ben presto la sua clientela si arricchì di nomi come Bing Crosby,Spencer Tracy,Bob Hope,Desi Arnaz (celebre coprotagonista di "I love Lucy"),Rock hudson,Nat King Cole,David Niven,Richard Wagner,Bobby Darin,Elvis Presley,I presidenti John F.Kennedy (che tuttavia di preferenza vestiva a New York,a Londra,ed in Italia da Litrico)e Lyndon b.Johnson,Richard Burton e Eddy Fisher (evidentemente i due avevano gusti in comune non soltanto in fatto di donne).Uno dei piu grandi clienti di Devore fu jerry Lewis che ordinava anche 30 completi l anno.Come sarto Devore era "camaleontico" nel senso che riusciva ad interpretare alla perfezione i gusti del suo cliente;tagliava abiti vistosi (ed un pò pacchiani) per Jerry Lewis ed Elvis Presley,e completi dall irreprensibile gusto inglese per David Niven e Peter Lawford.Il suo stile venne a definirsi intorno al 1955 essenzialmente come una variante dello "stile italiano" allora imperante e di cui molto abbiamo parlato.Le sue giacche erano per lo piu monopetto a due o tre bottoni,con revers sottili e spalle moderatamente imbottite.i pantaloni erano snelli,spesso a sigaretta,sempre coi risvolti e con una sola pence (o nessuna).In quest ultimo caso le tasche erano tagliate "alla carrettiera".I tessuti erano di provenienza Britannica o italiana;specialità della casa erano abiti in shantung,o Kid-Mohair,brillanti sotto i riflettori di Hollywood e Las Vegas.Devore come si è detto, a volte indulgeva nel particolare vistoso,ma tutto sommato non piu dei contemporanei colleghi (e concorrenti) italiani Litrico e brioni.Un giorno il pianista liberace gli chiese uno smoking in lurex dorato ornato di lustrini,ed il sarto bruscamente gli consigliò di rivolgersi ad una bottega specializzata in costumi teatrali.Devore era (per gli standard dell epoca) costosissimo;Una famosa battuta del comico Bob Hope era:"In un momento particolarmente fortunato della mia carriera mi trovai a poter scegliere tra un panfilo,una villa a Beverly Hils ed un vestito di Sy Devore" (oggi purtroppo questo motto di spirito potrebbe applicarsi alla maggior parte delle migliori sartorie italiane).Nella sua bottega si trovava anche una linea di abiti confezionati,ma segno del successo e dell affermazione personale era poter dribblare la rastrelliera con i completi "bell e fatti" ed entrare nel retrostante atelier ,dove i vestiti venivano tagliati e cuciti interamente a mano (per lo piu da sarti di origine italiana,molti i siciliani e napoletani,e britannica).Devore,gran "viveur" ed amante del sesso femminile e dello champagne morì nel 1966 per un infarto.due i suoi grandi rimpianti:non essere riuscito a vestire nè Fred Astaire,nè Cary Grant."non sono riuscito neppure a vendergli un fazzoletto",dichiarava mestamente.Le due leggende dell eleganza maschile vestivano solo a londra.

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Nome: Giampaolo Marseglia
Data: 22-07-2003
Cod. di rif: 423
E-mail: gmarseglia@yahoo.it
Oggetto: Seymour Devoretsky: cui prodest?
Commenti:
Egregi Partecipanti alla Lavagna dell'Abbigliamento,
in riferimento al gesso 422, mi permetto di segnalare a coloro ai quali interessasse approfondire l’argomento “Sy Devore” il sito www.sydevore.com.
Detto sito è in verità mediocre ed anche inutile, fatta eccezione appunto per la storia del sarto Devore (cliccare il pulsante “Hollywood History”) descritta mediante la riproposizione di un articolo comparso sul “Los Angeles Times” il 7 dicembre del 2001: “The man who dressed the Rat Pack”.
Il medesimo articolo è anche reperibile negli archivi Internet del “L.A.T.” (www.latimes.com/archives), ma per accedervi occorre prima registrarsi, sia pur gratuitamente, come utenti.
Per concludere però mi permetto di osservare che non mi risulta che il sarto Devore abbia lasciato particolari eredità all’Abbigliamento maschile, al di là dell’interesse che potrebbe, o meno, suscitare la sua cronistoria mondana.
Cordialmente
Giampaolo Marseglia


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 22-07-2003
Cod. di rif: 424
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Shantung e fibre estive - Al signor Lupo
Commenti:
Egregio signor Lupo,
quando preparo la mia valigia per l'Avana, non manco mai di inserire un blazer per le frequenti serate al Nacional, la cui storia ed atmosfera giustificano - ancorché non tutti sembrino trarne le mie stesse conseguenze - una tenuta degna del suo passato. In queste zone calde, a volte torride, niente mi ha mai servito meglio dello shantung. Nego nel modo più assoluto che si tratti di un tessuto delicato, atteso che la mia giacca mi ha servito per molti anni ed è tuttora perfetta. Nego anche che non sia traspirante, purché sfoderato, naturalmente. Soffre le macchie, questo è vero, come tutte le sete, per cui bisogna avere pazienza e toglierle con sistemi antichi. Io rigenero il collo inumidendolo e poi applicando del talco, che resta ad assorbire per almeno trentasei ore prima di essere rimosso. Ragioniamo poi per esclusione: il cotone non è abilitato ad essere portato di sera. Il lino può reggere il confronto ed il ruolo, ma è fresco solo se vecchio e comunque la sera può essere indossato in abito in tinta unita, perché un blazer di lino sa di poco, di abito scompagnato. Quando si viaggia, dunque, occasioni in cui bisognba scegliere capi ad ampio spettro, una giacca blu di shantung coi bottoni in metallo bianco mi sembra un capo altamente strategico e valido per le temperature non proprio confortevoli di esterni tropicali. Il mohair, che non tutti sopportano, svolge la stessa funzione, così come un ritorto a due o tre capi, che rappresentano una valida alternativa. Resto però dell'idea che lo shantung sia più fresco. C'è una cosa da dire al riguardo di questi tessuti: diversamente dalle lane, che sono stabili, la seta e il lino invecchiando diventano più freschi, perché si allentano, perdono l'appretto, rilasciano il colore e quindi in definitiva traspirano ogni giorno di più. In conclusione, sono fibre che premiano chi le ama e le usa veramente.

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Nome: Carmelo Pugliatti
Data: 22-07-2003
Cod. di rif: 425
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto: Sy Devore
Commenti:
Gentile signor Marseglia,naturalmente conosco il bruttissimo sito degli eredi di Sy Devore,e condivido il suo severo giudizio sui suoi contenuti.Mi risulta che dopo la morte del loro famoso zio l azienda sia divenuta nè piu nè meno che un negozio di confezioni di lusso,come ce ne sono tanti a Los Angeles.Mi permetto di non essere d accordo con lei sull importanza del Devoretsky sulla scena sartoriale.Fu un artigiano che ai suoi tempi,negli Stati Uniti,fece epoca.Il suo stile può piacere o meno,tuttavia almeno dal punto di vista della storia del costume è interessante.Posseggo alcune riviste d epoca che parlano di lui,e posso assicurarle che si tratta di materiale interessante.

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Nome: Carmelo pugliatti
Data: 22-07-2003
Cod. di rif: 426
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto: Longfellow,Apparel art,ed altro.
Commenti:
Ho letto con estremo interesse i riferimenti del Gran Maestro Maresca ad "Apparel art",ed al suo disegnatore principe Longfellow.Anch io ho la fortuna di possedere la ristampa anastatica della rivista,edita da "electa" nel 1990,e tempo fa in un negozietto dell usato a Roma ebbi modo di acquistare a vile prezzo un ulteriore copia del I volume contenuto nel cofanetto (ignoro che fine abbiano fatto gli altri due).Mi risulta che Longfellow abbia lavorato anche su "Esquire".Questa bella rivista Americana era acquistata in Italia,fin dagli anni 30,dagli appartenenti elites piu colte e sofisticate della nostra società.Avere in bella mostra un numero di "Esquire" nel propio salotto era anche un segno di irrisione verso quel fascismo che aveva fatto dell opposizione alle "demoplutocrazie borghesi dell occidente" la sua cifra distintiva ("lo smoking è il pigiama della deboscia",è l impagabile battuta di un film di regime del 1940).é pertanto probabile che le biblioteche di molti tra i piu importanti circoli d Italia conservino preziose raccolte di quella rivista.Mi permetto di fare appello al Gran Maestro Maresca perchè compia una piccola ricerca presso il Circolo Savoia del quale è socio.Credo che le scansioni di quegli straordinari elegantissimi figurini figurerebbero più che degnamente nelle future sezioni iconografiche di questo sito.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 23-07-2003
Cod. di rif: 427
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Esquire - Al prof. Pugliatti
Commenti:
Egregio Pugliatti,
il Savoia ha costituito da pochi anni una propria biblioteca e gli altri circoli cittadini non l'hanno punto. Anni fa ho cercato Esquire all'emeroteca della Biblioteca nazionale senza risultati, nemmeno parziali. In pratica, nessuna rivista che parli di abbigliamento e cultura maschile è mai stata ivi raccolta, nemmeno l'italianissima Arbiter. Ho cercato un paio di volte di penetrare all'Emeroteca dell'Ordine dei Giornalisti, che dicono a Napoli essere piuttosto fornita, ma l'ho trovata chiusa. Cercherò con rinnovato vigore, spinto dal Suo invito, ma temo che le istituzioni non abbiano mai ritenuto importante il linguaggio del vestire, ma solo la sua incidenza sul PIL. Dall'altro lato, il sistematico saccheggio operato dalle case di moda e da quelle che raccolgono materiale professionale per esse, ha spazzato ogni angolo del pianeta. Un numero di Esquire, che è introvabile, avrebbe oggi un valore venale di almeno cinquecento volte un numero di altre riviste, anche belle,come il NewYorker (se fosse esistito nei '30, cosa che non so. Non dimentichiamo che questa rivista pubblicava anche le Pin Up di Vargas, anch'esse copiate dai disegnatori di tutti i tempi successivi e di ogni nazione. Essa è quinsi stata fatta segno di una ricerca collezionsitica e professionale incrociata, che non ha lasciato speranza. Io ne ho un numero del 40, con tanto di Pin Up in ultima di copertina. Le sole pubblicità sono una fonte di ispirazione e conoscenza importantissima. Rilancio l'esortazione che mi proviene da Lei per girarla ad altri cavalieri ed appassionati che vivano in città importanti o vi trascorrano lunghi periodi, anche all'estero, per continuare questa ricerca. Anche qualora questo tesoro venisse individuato, non sarà un momento di trionfo, perché messo di fronte alle cronache di quegli anni il nostro homunculus braghicortus riconoscerebbe nei documenti di un passato nemmeno lontano una dignità che più non gli appartiene ed un patrimonio di bellezza che ha contribuito a distruggere. E' uno specchio in cui è difficile guardare.

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Nome: Giampaolo Marseglia
Data: 23-07-2003
Cod. di rif: 428
E-mail: gmarseglia@yahoo.it
Oggetto: Devore & Co.
Commenti:
Egregio signor Pugliatti,
in riferimento al sarto Sy Devore, sono d’accordo con Lei sulla risonanza che quest’ultimo ebbe ai suoi tempi, tant’è vero che viene anche citato da James Ellroy, il noto autore di ”L. A. confidential”, nel suo libro “Sei pezzi da mille” parlando appunto di Frank Sinatra), purtuttavia rimango dell’avviso che egli, a differenza tanto per fare un nome di uno Scholte, non abbia lasciato particolari eredità sartoriali.
Ammetto di essere forse troppo influenzato da un particolare, ma non posso fare a meno di considerarlo significativo e “imperdonabile”: Devore è stato il sarto di Elvis Presley, il quale anche se fondamentale nella storia della musica Rock non mi pare sia idoneo a figurare nella storia dell’Abbigliamento (a meno di non volerlo inserire nei grandi esempi negativi).
Da ciò nasce un interessante dilemma: fino a che punto un sarto (ma la problematica è generalizzabile ad altre figure dell’artigianato) deve assecondare i desideri del suo cliente? Un grande sarto cucirà, su richiesta, un abito da avanspettacolo oppure dovrà rifiutarsi in nome dei canoni classici, il cui tradimento svilirebbe innanzitutto il suo nome? Se il cliente e il sarto, come più volte dibattuto in questa Lavagna, sono co-autori dell’abito non saranno anche all’occorrenza correi?
Cordialmente
Giampaolo Marseglia

Post scriptum: i figurini di Esquire e di Apparel Arts sono effettivamente oltremodo affascinanti: in ognuno di essi si trovano spunti tali da fare galoppare a briglia sciolta la fantasia. Mi permetterò di inviare al Suo indirizzo elettronico, e per conoscenza alla Segreteria dell’Ordine, un “petit cadeau” che spero non sia già in Suo possesso e dunque Le possa fare piacere.



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Nome: Giuseppe Pagano
Data: 23-07-2003
Cod. di rif: 429
E-mail: gpagano@gop.it
Oggetto: l'Importanza del Dettaglio
Commenti:
Egregio Grande Maestro,

partecipo, con questo mio intervento, per la prima volta alle discussioni svolte su queste lavagne per chiederLe lumi sulle regole da adottare al momento della scelta di due particolari imoprtanti del vestire maschile. Nello specifico vorrei conoscere le regole che dovrebbero guidare la scelta del tessuto, della lavorazione ed, infine, del colore delle calze, nonché, se possibile, i nominativi dei produttori più qualificati.

Gradirei, inoltre, sapere quali sono le modalità più appropriate per piegare il fazzoletto da taschino a seconda del tessuto utilizzato per confezionarlo e delle occasioni in cui lo si indosserà.

RingraziandoLa fin da ora per la disponibilità, Le porgo cavallereschi saluti.

Giuseppe Pagano


p.s. Sono ansioso di poter ammirare le scansioni dei disegni presenti sulla mitica rivista "Apparel Arts" i quali, credo, rappresenteranno il miglior supporto iconografico possibile alle interessantissime discussioni presenti su queste lavagne.
Nel frattempo sarebbe possibile vedere sul sito la fotografia, inviataLe dal Professor Pugliatti, del presidente del Circolo Savoia con il suo magnifico doppio petto con tasche applicate?

Grazie ancora

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Nome: Gianluca Chiusa
Data: 24-07-2003
Cod. di rif: 430
E-mail: gchius@libero.it
Oggetto: Calzature bi colori di James Bond
Commenti:
Nobili cavalieri,
per allietare una afosa serata estiva ieri sera non vi era che il Nostro Eroe, impegnato in suolo giapponese. Per l'ennesima volta ho rivisto il film e per l’ennesima volta ho notato che nella prima parte del film Bond indossa un paio di spectator bianche e nere sotto un completo grigio con cravatta di maglia nera. Qualche occhio più acuto del mio sa dirmi qualcosa in più su quelle calzature? In alcuni fotogrammi mi sembrano addirittura senza lacci, con due elastici ai lati o sbaglio? Si tratta forse di calzature da golf private dei chiodini?

Cavallereschi saluti

Scudiero
Gianluca Chiusa


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Nome: Paolo Liberati
Data: 24-07-2003
Cod. di rif: 432
E-mail: p_liberati@hotmail.com
Oggetto: Esquire
Commenti:

Egregio Gran Maestro, Nobili Cavalieri, Frequentatori del Castello,
scrivo con riferimento alla reperibilità della rivista “Esquire”, di cui al gesso del Gran Maestro n. 427. Al riguardo desidero segnalare che i numeri arretrati di quella rivista, in particolari i numeri “storici” dal 1932 al 1939, possono essere acquistati rivolgendosi ai rivenditori americani specializzati nel commercio di riviste d’epoca. Fra gli altri segnalo: Periodissey (www.oldmagazines.com) e Gallagher’s (www.vintagemagazines.com). In particolare quest’ultimo, facendo seguito a una mia specifica richiesta di informazioni, mi ha così risposto:


Re: Esquire magazine

Good morning,
we have actually available a full set of Esquire from 1932 to the 80' and almost complete after that.
the early issues are $75 each (up to 1939), $50 (up to 1979)
Best regards.
Gallagher's


Inoltre, numeri arretrati della rivista “Esquire” sono periodicamente messi all’asta sul sito www.ebay.com .
Sempre con riferimento a “Esquire” credo che valga la pena segnalare l’opera da molti considerata una vera e propria “bibbia” dell’eleganza maschile e cioè “Esquire's Encyclopedia of 20th Century Men's Fashions” di O. E. Schoeffler e William Gale. Si tratta di un volume di 709 pagine riccamente illustrato (dovrebbe contenere oltre 800 immagini fra fotografie e disegni – uso il condizionale perché le informazioni in proposito sono scarse) che ripercorre la storia dell’eleganza maschile dal 1900 al 1971. Edito da McGraw-Hill nel 1973 è probabilmente l’opera più citata nelle bibliografie che si occupano di abbigliamento maschile. Il libro è fuori catalogo da anni ma è possibile acquistarlo presso rivenditori specializzati in libri rari e usati. Attualmente alcune copie sono in vendita presso Barnes & Noble (www.bn.com) e Amazon (www.amazon.com) a prezzi che oscillano fra i 500 e i 1500 dollari a seconda dell’edizione e delle condizioni del volume. Io ne ho ordinato una copia qualche giorno or sono e non appena l’avrò ricevuta saprò dirvi se effettivamente meriti la fama che quest’opera si è conquistata fra gli appassionati.
Infine, sempre con riferimento al gesso n. 427, desidero segnalare che il primo numero della rivista “New Yorker” risale al 21 febbraio 1925.
Cordiali saluti
Paolo Liberati
Roma, 24 luglio 2003


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Nome: Carmelo Pugliatti
Data: 25-07-2003
Cod. di rif: 433
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto: Esquire,New Yorker,Presley,Bond ed altro.
Commenti:
Egregi signori,a proposito delle rivista "Esquire",e sopratutto delle italianissime e bellissime "Arbiter" e "Vestire"vorrei segnalarvi la fornitissima biblioteca della "Ermenegildo Zegna".Al suo interno sono contenute delle rarissime raccolte almeno delle sopracitate riviste Italiane.Sarebbe impresa meritoria scansionare un simile tesoro,o le parti piu interessanti di esso, per riversarlo nel sito.Ritengo che l unico che potrebbe avere l autorità ed i titoli per tentare una simile impresa (degna di essere cantata da generazioni di bardi negli anni a venire)è il Gran Maestro Maresca (sempre qualora i suoi impegni glielo consentano).Se neanche la "Zegna"possedesse una raccolta di "Esquire"credo che l unico modo di procurarsela è compiere ricerche presso biblioteche Svizzere, Inglesi o Americane (ad esempio la "biblioteca nazionale di Washington";è online,ma personalmente non sono mai riuscito a capire come funziona).Segnalo inoltre che figurini di Longfellow sono apparsi quest anno sul settimanale del corriere della sera "io donna".Forse si potrebbe estendere la ricerca al centro di documentazione Rizzoli. Personalmente ho diverse scansioni da "Apparel Art,e da altre riviste del periodo 40-65.Non appena sarà possibile inserirle nel sito sarò molto lieto di condividerle.Sono certo che anche il Gran Maestro Maresca vorrà regalarci le scansioni del suo numero di "Esquire" (sempre chè si possa scansionare senza danneggiarlo).Per quel che riguarda il "New Yorker",ebbene si,la rivista esiste fin dagli anni 20.Ecco un indirizzo presso il quale trovarne tutte le (raffinatissime) copertine:http://www.cartoonbank.com Su Presley,dirò che Sy Devore tagliava per lui soltanto abiti classici (uno era in vendita fino all anno scorso su un sito internet;si tratta di un irreprensibile abito a tre bottoni in mohair grigio,soltanto un pò troppo aderente se vogliamo trovare un difetto).Il cantante acquistava presso la ditta Devore per lo piu abiti di confezione,e soltanto negli anni 1960-1965,il periodo piu "sobrio" della sua carriera.Ripeto,non sto dicendo che Devore fosse uno dei migliori sarti del mondo,dico che il fenomeno fu interessante per la storia del costume (e poi francamente a me certi abiti del Frank Sinatra primi anni 60,vedasi il guardaroba sfoggiato nel film del 63 "alle donne ci penso io", non dispiacciono).Sulle scarpe sfoggiate da Bond in "si vive solo due volte" mi riservo di rispondere piu dettagliatamente quando avrò visionato il DVD.Per il momento posso soltanto ricordare che Connery-Bond calzava scarpe di linea "moderna" (per i primi anni 60)di ispirazione italiana.Leggere,sfoderate,suole sottili,affusolate.Spesso i modelli erano mocassini lisci,senza mascherina,e oxford a pantofola,accollate con inserti elastici ai due lati.

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Nome: carmelo pugliatti
Data: 26-07-2003
Cod. di rif: 434
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto: eleganti gli anni 30?
Commenti:
Mentre compongo questo intervento ho davanti agli occhi due fotografie entrambe tratte da riviste.La prima,a corredo di un articolo rievocativo delle campagna d africa orientale mostra una strada di Roma nel 1936.Una colonna di truppe con uniforme coloniale sta sfilando all estremo lembo della foto,mentre intorno si accalca una numerosa folla di civili.osserviamoli.la maggior parte è senza cappello e mostra capelli imbrillantinati pettinati all indietro,chiaro segno che questo capo di abbigliamento maschile aveva iniziato il suo inarrestabile declino fin da allora.Quasi tutti indossano abiti scompagnati;non veri e propi spezzati,ma giacche e pantaloni raffazzonati alla meno peggio:calzoni gessati su giacche chiare e viceversa,righe su quadretti,due tonalità di tinta unita e cosi via.La maggior parte delle giacche sono monopetto due bottoni,con revers larghi.Le camice hanno il collo floscio con lunghe punte e le cravatte sembrano striminzite e ciancischiate.i pantaloni sono larghissimi,quasi grotteschi da clown,con risvolti giganti e le scarpe massicce sembrano quasi avere la tripla suola.Alcuni portano completi a doppiopetto con giacche molto chiuse,quasi al nodo della cravatta, Anche questi di taglio mediocre.La cosa che più stupisce è che benchè siamo già in luglio (come recita la didascalia),tutti sembrano portare abiti molto pesanti,taluni addirittura giacche di panno (!)L effetto complessivo non risulta molto elegante,anzi tutt altro.Seconda foto.Anche qui siamo a Roma,in via del corso nel 1958.La folla segue incuriosita il passaggio della bellissima Anita Ekberg a spasso per la città eterna.Gli astanti appaiono abbigliati con completi monopetto a tre bottoni dal taglio snello,camicie bianche,cravatte scure.Tutti sembrano ben vestiti,alcuni decisamente eleganti.Nessuno porta il cappello ,tranne un uomo anziano,in compenso due hanno completi a tre pezzi con panciotto.molti i "principe di galles.L effetto è piacevole,elegante.Più eleganti gli anni 30 o i 50 ?

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 26-07-2003
Cod. di rif: 435
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Età dell'oro
Commenti:
Fino alla ripresa ed al boom economico, il nostro Paese non aveva certo il prestigio - anche culturale - che ha guadagnato successivamente. Basti pensare che negli anni 30 noi si aspirava ad un Impero, mentre c'era chi lo aveva da tempo: immenso, ricco, potente. Insomma in quegli anni contavano solo, nell'ordine: Londra, Parigi e New York. La misurazione comparativa va fatta quindi su questo scenario e non su quello romano, che subì variazioni sociali molto più forti. La questione è comunque interessante, ma resto della mia opnione che per la combinazione di vari elementi, gli 30 furono gli anni d'oro dell'abbigliamento maschile, come i 50 e i primi 60 lo furono per quello femminile. Nel nostro caso, si raggiunse un equilibrio tra la vecchia impostazione aristocratica e quella emergente borghese, in quello femminile scomparve l'eccessiva drammaticità della femme fatale alla Dietrich e si trovò l'equilibrio tra nuovi e vecchi ruoli. Nelle gonne a ruota, nei cappottini corti, c'è una nota di incontenibile gioia per le immense possibilità che si andavano aprendo per la donna stessa e per il suo rapporto col maschio e col mondo.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 26-07-2003
Cod. di rif: 436
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Biblioteca e bibliografia
Commenti:
Stiamo già da tempo lavorando ad una bibliografia dell'abbigliamento maschile e tutti i suggerimenti giungono utili. Attendo dal signor Liberati di sapere se l'Encyclopedia è davvero meritevole, mentre raccoglierò il suggerimento di Pugliatti e chiamerò la Zegna, con la quale intrattengo un ottimo rapporto, per sapere qualcosa sulla loro biblioteca. Suggerisco un prodotto fresco: Dressing the Man (dovrò stare attento in caso di edizione italiana, si tratta infatti di un titolo che potrebbe tradursi come il mio ciclo su MONSIEUR: Vestirsi Uomo). Nel testo, il cui autore americano non ricordo, fa da mattatore il nostro Luciano Barbera, che appare più volte in foto . Un riconoscimento di uno stile stupendo e sincero. In ogni caso, non potremo accelerare il lavoro e la Porta dell'Abbigliamento, con nuove aree ed un taglio internazionale, non potrà aprire prima del Giugno 2004.

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Nome: Gianluca Chiusa
Data: 28-07-2003
Cod. di rif: 437
E-mail: gchius@libero.it
Oggetto: Dressing the man
Commenti:
Ill.mo Gran Maestro,
l'autore del volume intitolato "Dressing the man" è Alan Flusser, autore anche di un'altra interessante pubblicazione intitolata "Clothes and the man". Si tratta di due ottimi volumi, riccamente illustrati, soprattutto il primo con splendidi figurini e foto anni 30/50. A chi fosse interessato all'acquisto consiglio di effettuarlo tramite Amazon.co.uk, si risparmia infatti qualcosa in costi di spedizione rispetto al sito americano. Vivamente sconsigliato è rivolgersi a librerie italiane.Il volume da me acquistato tramite Amazon a circa 45 Euro in alcune librerie specializzate è in vendita a circa 90 Euro. Se non è furto..

Cavallereschi saluti

Scudiero
Gianluca Chiusa


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Nome: Armelli Luca
Data: 28-07-2003
Cod. di rif: 438
E-mail: armellisys@yahoo.it
Oggetto: Sarto parmigiano
Commenti:
Spettabile Gran Maestro dell’Ordine Cavalleresco,

mi permetta di presentarmi : mi chiamo Luca Armelli vivo e lavoro a Parma, ho 31 anni.
Sono sempre stato attento all’abbigliamento, scelto classico e con stile.
Vorrei complimentarmi con Lei per gli articoli di Monsieur e proprio grazie a questi mi è venuta la voglia di avvicinarmi al su misura.
Ed è approfittando delle Sue immense conoscenze che sono a chiederLe un consiglio per una sartoria nella mia città. Da chi provare ?
Ammiro sempre gli articoli e lo stile del mio concittadino Andrea Grignaffini. Sono indiscreto se Le chiedo dove veste ? Indossa sempre mise molto interessanti e ricche di fascino parmigiano.

Nella speranza di non avarLa tediata,
distintamente La saluto.

Luca Armelli
28/07/2003


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 28-07-2003
Cod. di rif: 439
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Un lavoro umanitario
Commenti:
Cavalieri, Visitatori,
per riuscire ad offrire qualcosa di valido ad un pubblico così selettivo e selezionato quale quello che frequenta un sito specialistico come questo, il lavoro editoriale che precede l'apertura di un'area può durare anni. La Porta dell'Abbigliamento presenterà tra l'altro una bibliografia dell'Uomo che aspira all'Eleganza ed un florilegio di opere in argomento, spesso tradotte dall'inglese. Questo lavoro sembra già essere presagito e richiesto da molti, ma non può essere completato in breve tempo. Le molteplici spinte mi convincono dell'opportunità di pubblicare qui di seguito una lettera proveniente dal mio personale carteggio col dr. Italo Borrello, romano, Curatore della futura Biblioteca della Porta dell'Abbigliamento. Egli sta lavorando tra l'altro alla scannerizzazione di opere qui più volte citate ed alla traduzione dei testi che le accompagnavano. La sincera passione dimostrata da parecchi Simpatizzanti e Cavalieri potrà tradursi in un aiuto concreto al Curatore, che in tal modo si sentirà meno solo in quest'improba fatica. Esorto in modo particolare il signor Liberati a contattarlo, privatamente o qui sulla Lavagna, per avere informazioni sull'Encyclopedia, che personalmente non ho mai sfogliato. Qualora si renda opportuno un lavoro su testi rari, in nome del Cavalleresco Ordine mi rendo garante per eventuali danneggiamenti ai libri che fossero prestati al dr. Borrello e dichiaro che l'Associaione rifonderà eventuali danni senza discutere. So bene che i libri vengono prestati malvolentieri, ma qui si tratta di un lavoro di alto valore umanitario, che potrà sciogliere anche i cuori più duri e vincere con una motivazione morale un attaccamento moralmente nato.

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Da Italo Borrello
borrello.italo@insedia.interbusiness.it


Illustre Gran Maestro,

scorrendo la Lavagna dell'abbigliamento, noto il crescente interesse e l'attenzione che molti Cavalieri e appassionati manifestano per le pagine di Apparel Arts e di Esquire. Come già dicevamo in una conversazione telefonica di qualche settimana fa, ciò rende urgente il lavoro di scansione e di traduzione di quel poco che Electa rese disponibile della prima Rivista. Per parte mia, mi sto avventurando nella traduzione dell'articolo "The New London Lounge", originariamente apparso nel volume VI, n. II, Winter 1935-1936, p. 120-122 e, successivamente, nel primo dei tre volumi editi da Electa. Credo che il passo successivo sarà la traduzione della "Apparel Arts Chart of Correct Dress for The Occasion", anch'essa pubblicata nel volume VI, n. II A, Advanced Spring 1936, pp. 62-68, e ristampata nel primo dei volumi Electa. In questo caso, occorrerà accompagnare al testo la riproduzione degli splendidi figurini. Mi auguro che il grande entusiasmo
riesca a sopperire alle molte lacune del mio pessimo inglese.

Spero inoltre di poter contare sull'aiuto dei nobili Cavalieri e degli appassionati per reperire ulteriori documenti. In particolare, sono anch'io curioso di sentire il parere del sig. Liberati circa l'Esquire's Encyclopedia of 20th Century Men's Fashions. Essendo anch'egli romano, sarei felice di conoscerlo personalmente, per discutere con lui dell'impresa.
Attendo inoltre di conoscere l'esito dei Suoi contatti con la Zegna e, se meditasse di organizzare una visita alla loro biblioteca, sarei immensamente felice di accompagnarLa.

Sto inoltre procedendo a "isolare" molte pagine dei volumi che a suo tempo selezionai per un'ideale bilbioteca del Castello. Credo che possano rappresentare un (sia pur minimo) punto di partenza.
Tra questi:
a) gli articoli introduttivi di Luigi Settembrini e di Bruce Boyer nella ristampa Electa di Apparel Arts, intitolati, rispettivamente, "L'American
Dream" e "L'abito maschile 1930-40";
b) l'introduzione e alcune parti di Tatiana Tolstoj, "Manuale di eleganza maschile", SugarCo, Milano, 1988;
c) almeno i capitoli sull'arte di combinare i disegni e sulla giacca sportiva del libro di Alan Flusser, "Dressing the Man", New York, 2003
(anche questi da tradurre in italiano);
d) le pagine sull'abito intero e sullo spezzato tratte da R. Villarosa e G.Angeli, "Homo elegans", Idealibri, Milano, 1992;
e) le pagine di Luigi Settembrini e quelle sui grandi eleganti italiani del passato (da Giacomo Puccini a Luigi Pirandello, da Vittorio de Sica a Totò) pubblicate in Aa.Vv., "La regola estrosa - Cent'anni di eleganza maschile
italiana", Electa, 1993.

A proposito di quest'ultima pubblicazione, ricordo ancora con commozione l'omonima mostra che ebbi occasione di ammirare a Firenze oltre dieci anni fa. Essa accese definitivamente in me la fiamma della passione per l'abbigliamento maschile. Crede sia possibile ipotizzare l'organizzazione, da parte del C.O., di qualcosa del genere, nei tempi necessari - però - a
farne un evento destinato ad essere ricordato per sempre?

Attendo ulteriori consigli, suggerimenti, indicazioni da Lei o dagli altri abituali frequentatori della Lavagna, affinchè l'impresa di costruire una Biblioteca ideale dell'Uomo Elegante possa beneficiare del patrimonio di
straordinaria cultura e competenza che sta arricchendo la mia quotidiana frequentazione del Sito.

Con i più cordiali saluti

Italo Borrello



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Nome: Lorenzo Villa
Data: 29-07-2003
Cod. di rif: 440
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: La giacca Maremmana
Commenti:
Carissimo Gran Maestro, eccellenti Cavalieri,

riemergo dalle profondità di un oceano di lavoro e respiro la purissima aria delle stanze del nostro Castello. L’immensa mole di impegni mi ha fatto purtroppo mancare l’appuntamento di mercoledì 23 a Bologna di cui spero di leggere il dettagliato resoconto nella nostra pagina degli Eventi : per un intera settimana sono stato nella provincia di Lodi a seguire il collaudo e l’avvio di un nostro nuovo sistema.
Visto che scrivo all’interno della Lavagna dell’Abbigliamento dirò subito di un capo che mi ha colpito. Il presidente del nuovo stabilimento di trasformazione pomodori, un agiato tenutario, indossava spesso una giacca maremmana per girare tra impianti di concentrazione, caldaie, vasche di selezione e quant’altro di sporchevole ci sia. Se per mia esperienza è inopportuna in situazioni di questo tipo l’accoppiata giacca-cravatta, ho trovato la giacca dei pastori mandriani ricca di personalità, di “sapore” e adatta a preservare signorilità all’interno di una fabbrica di produzione in aperta campagna.
Siamo soliti pensare alla giacca sportiva inglese in ruvido tweed; la maremmana può essere considerata un autentica giacca informale italiana ? Il suo rimando alla macchia della Maremma, alle sue acque, ai cavalli, al vino, a questo selvaggio angolo di Toscana, sembrano rendere questo capo affascinante e intriso come pochi altri di prepotente “terroir”.

Lorenzo Villa


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Nome: Paolo Liberati
Data: 29-07-2003
Cod. di rif: 441
E-mail: p_liberati@hotmail.com
Oggetto: Esquire's Encyclopedia of 20th Century Men's Fashions
Commenti:
Egregio Gran Maestro,
Sarò lieto di mettere a disposizione del Cavalleresco Ordine e in particolare del sig. Borrello, Curatore della Biblioteca dell’Ordine, l’ “Esquire's Encyclopedia of 20th Century Men's Fashions”. Sarà mia cura prendere contatto diretto con il sig. Borrello non appena avrò ricevuto il volume. Normalmente quando acquisto libri negli Stati Uniti me li faccio spedire via corriere, un mezzo certamente più costoso ma enormemente più rapido e sicuro. Tuttavia in questa occasione la spedizione via corriere non era disponibile, per cause che mi sono ignote. Ho dovuto quindi affidarmi ad una semplice spedizione via posta aerea internazionale e i tempi di consegna previsti sono di 2 – 4 settimane. Quindi, tenendo conto del fatto che il libro è stato spedito dagli Stati Uniti il 17 luglio, dovrebbe essere recapitato al più tardi intorno alla metà di agosto. Purtroppo precedenti esperienze mi hanno insegnato che questi tempi di consegna sono spesso disattesi quando ci si affida alla posta ordinaria. Staremo a vedere.
Cordiali saluti,
Paolo Liberati
Roma, 29 luglio 2003


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Nome: M. Alden
Data: 29-07-2003
Cod. di rif: 442
E-mail: Aldenm112@aol.com
Oggetto: Traduzioni
Commenti:
Egregio Borrello,

Io mi presento. Sono Michael Alden, un inglese con un gran passione per tutte le nove porte. Se mai io possa, essendo di lingua materna inglese, aiutarla nella traduzione di un testo o rispondere a qualche sia domanda, io mi metto a
vostra disposizione.

Lei potra enviarmi per email tutte le domande che abbia, ed io farei del mio meglio di rispondere. Io so bene che la traduzione non e molto facile. Ricorda forse Paul Valery, poeta francese, che disse: "Una traduzione e come una
donna. Se Lei e fedele, probabilmente non e bella. Ed se, invece, Lei e bella, non
e certo fedele."

Lui stava, certo, parlando della poesia, ma tutte le traduzioni sono assai difficili, specialmente quando si tratta di termini technici sartoriali. Io potrei sempre chiedere a qualche amici sarti di origine italiano che lavorano qui a Savile Row, se mai incontriamo difficolta a trovare la parola giusta.

Si, magari, ci sono tanti sarti italiani anche qui a Savile Row! Ed Savile Row anche se a cambiato molto, ed anche se non e il Savile Row della perioda 1930, e sempre un gran bella cosa se uno sappia dove andare.

Cordiali saluti,

M. Alden


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 29-07-2003
Cod. di rif: 443
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Ringraziamenti - Ai signori Alden e Liberati
Commenti:
Mr. Alden, Signor Liberati,
a nome del Cavalleresco Ordine Vi ringrazio per il generoso gesto.
Non mancheremo di contare su di Voi, perché presto alcune aree verranno tradotte e comincerà ad esserci circolazione di testi in inglese. Quanto ad Alden, che si dichiara appassionato di tutte le nostre Porte eppure è la prima volta che scrive, sono lieto di scoprire, ogni tanto, qualcuno dei tanti Visitatori che ci seguono silenziosamente.
Ho per lui anche una domanda, relativa a Savile Row. Dice di trovarla ancora molto interessante, purché si sappia dove andare. Ciò lascia immaginare che sia aggiornato su questo straordinario bacino inglese. Se è così, perché non ci scrive qualcosa in merito?
Grazie e cavallereschi saluti da Napoli.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 29-07-2003
Cod. di rif: 444
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: De parmensis sartoribus
Commenti:
Egregio Signor Armelli,

non voglio in alcun modo sostituire la magistrale risposta del nostro Gran Maestro, armato custode di conoscenze imprendibili.
Da Suo concittadino Le consiglio di visitare la sartoria di Aimi&Gigliotti in via Farini, 82/A oppure la sartoria Ghirardi-Kingdom via XX Marzo, 9 . Non ne ho esperienza diretta, ma faccia una visita anche alla sartoria di Franco Parmelli, str. Repubblica 42.
Mi faccia sapere e mi consideri a Sua disposizione qualora desiderasse ulteriori informazioni.

Buona fortuna.
Lorenzo Villa



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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 29-07-2003
Cod. di rif: 445
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Le lavagne - A Villa e Armelli
Commenti:
Egregio Villa,
La ringrazio del Suo intervento risolutore, che ha anticipato la domanda che infendevo farLe in proprosito. Ricordo al signorArmelli la Sua scheda della Sartoria Aimi & Gigliotti presente nel notro Portico dei Maestri. Sottolineo che chiunque è libero di rispondere alle domande qui poste, anche se spesso sono rivolte al Gran Maestro per motivi di cortesia. Lo scopo delle Lavagne è quello di formulare opinioni e domande rivolte sempre a tutti i Visitatori, a prescindere dalla formulazione. Diverso il caso della Posta del Gran Maestro, dove tutti possono intervenire, ma la prima parola spetta alla massima carica dell'Ordine.

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Nome: Gianluca Chiusa
Data: 29-07-2003
Cod. di rif: 446
E-mail: gchius@libero.it
Oggetto: Calzature Berluti
Commenti:
Nobile Gran Maestro,
ricorro alla Sua scienza e saggezza, oltre al Sua estrema franchezza ed obiettività di giudizio per avere un parere sulla linea Berluti così detta pret à soulier, causa di un acceso dibattito tra amici intenti a degustare dell’ottimo gelato nella mia veranda. Io ne posseggo un paio, più precisamente modello Olga One e non posso dirne che un gran bene, sia dal punto di vista della comodità, sia da quello estetico e della qualità dei pellami. Qualcuno sosteneva invece come tali calzature non reggano il confronto con case come Alden, Edward Green, più tradizionalmente radicate nel mondo del pronto e vero ultimo stadio di eccelsa qualità prima del su misura. Berluti sarebbe in sostanza grande nel su misura, ma non così nel pronto. Personalmente come dicevo non condivido tale opinione , avendone avuto esperienza diretta, anzi paragonerei Berluti alle camicie Chravet, ugualmente grandi tanto nel à mesure, quanto nel pronto.
Un Suo competente parere al proposito mi sarà prezioso…ci sono in gioco un paio di kg di ottimo gelato artiginale…

P.S. per il signor Armelli consiglierei anche una visita dai Maestri Cravedi a San Giorgio Piacentino, non troppo distante da Parma, di cui può leggere nel taccuino di viaggio.

Con sempre maggiore stima
Cavallereschi saluti
Suo scudiero
Gianluca Chiusa


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Nome: Lorenzo Villa
Data: 29-07-2003
Cod. di rif: 447
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Maremmana atto II°
Commenti:
Pregiatissimo Gran Maestro,

la stanchezza di giorni sul campo potrebbe aver tolto sicurezza ai miei occhi ma la giacca maremmana mi è parsa cucita in un pesante lino cachi finestrato.
Quale a Suo avviso i migliori tessuti per la realizzazione di questo capo ? In inverno non mi allontanerei da un pesante corduroy ovvero da un moleskin nei colori del sottobosco, ma nella bella stagione non ho ferme convinzioni. Trattandosi senza alcun dubbio di una giacca campestre e molto rustica, toglierebbe la cravatta ? Il fazzoletto al collo da buttero mi sembra eccessivo …

Assolutamente Suo
Lorenzo Villa


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Nome: Franco Forni
Data: 29-07-2003
Cod. di rif: 448
E-mail: Gonfal@tin.it
Oggetto: Giacca Maremmana
Commenti:
Egregio Scudiero Villa,
la cravatta va sempre, dico sempre, messa nelle occasioni campestri che prevedono la giacca.
A caccia, a pesca, al tirassegno e in passegiata, quando si indossa una giacca occorre la cravatta.
Esistono precisi codici in merito: pensi solo che il disegno del tessuto da camicie per queste occasioni, il Tattersall, prevede addirittura un finestrato per la caccia, uno diverso per lo "shot", un altro per la camminata e così via. Si figuri il resto.
Quanto alla giacca penso che il fustagno marrone scuro sia il più adatto.
In materia naturalmente De Paz sa tutto.
Pronto ad essere smentito, Cavallerescamente Suo,

Franco Forni


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Nome: Lorenzo Villa
Data: 30-07-2003
Cod. di rif: 449
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Le Berluti di un amico.
Commenti:
Stimato Chiusa,

per combattere il canicolare clima, mi trovavo ieri sera a sorseggiare un Daiquiri con un caro amico, felice possessore di un paio di Andy Warhol testa di moro.
Acquistate pret-a-porter nella boutique di via Verri, si segnalano per una buona comodità e, a quanto mi riferisce, per la bassissima durata della suola.
Mi risulta, e qui attendo conferma, che le scarpe Berluti pret à soulier sono realizzate dall’azienda “Manifattura Ferrarese”, che produce anche StefanoBi, entrata nell’orbita LVMH due anni or sono.
Ovviamente tutt’altra storia e prodotto per il su-misura di Olga : a prezzi da qui alla luna, arte e poesia da calzare.

In attesa di ulteriori commenti,
Le porgo cavallerescamente i miei saluti.
Lorenzo Villa


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Nome: Giacomo Adorni
Data: 30-07-2003
Cod. di rif: 450
E-mail: gadorni@yahoo.it
Oggetto: Berluti
Commenti:
Stimatissimo Cavalier Chiusa,
torno dopo mesi di lontananza a scrivere su queste lavagne per dare ragione al Suo mico sostenitore della bassa qualità in rapporto al prezzo delle Berluti linea pronta in vendita ad esempio a Milano in Via Verri. Si tratta di scarpe dozzinali, dai pellami rigidi e soprattutto dalla pessima calzata. Trovo anzi scandaloso che siano proposte con un marchio dalla così illustre storia. A circa 800 Euro, la maison Berluti o chi per loro potrebbe fare uno sforzo maggiore, basta confrontarle con proposte dal prezzo analogo di altre case come appunto Alden o Edward Green per rendersi conto della differente qualità, nettamente più scadente. Non basta proporre belle foto su riviste compiacenti per altro di proprietà del gruppo (Monsieur) o presentare in boutique le calazature perfettamente lucidate (ecco sulle cere nulla da eccepire) per ingannare che di qualità un poco ne mastica. Dal mio punto di vista con questa operazione Berluti ha perso tutto quel fascino che aveva anche nel su misura. Aggiungo che se il sig. Chiusa trova valida la propria francesina probabilmente ciò è dovuto al fatto che è stata acquistata qualche anno fa quando ancora Manifattura Ferrarese non produceva il pret à soulier per conto di Berluti. Sbaglio forse?

Con stima
Piacenza 30/07/03
Giacomo Adorni



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Nome: M. Alden
Data: 30-07-2003
Cod. di rif: 451
E-mail: Aldenm112@aol.com
Oggetto: Savile Row e le trattorie di Venezia
Commenti:
Egregio Gran Maestro,

Samuel Johnson a detto "Chi si stanca di Londra, si stanca proprio della
vita." Si potrebbe dire la stessa cosa di Savile Row dove ancora oggi i veri
passionati possono trovare inspirazione. Pero, ed purtroppo, i tresori di questa
tremenda strada sono spesso nascosti ed la entrata nel mondo del bello molto
difficile.

Oggi ci sono infatti diverse Savile Row. C'e un Savile Row per ogni tipo di
cliente. C'e uno turistico per visitatori. C'e un altro per la clientela
internazionale. C'e il Savile Row del mondo del "entertainment" che serve stars di
cinema, musica ed sport. Ed poi che il Savile Row tradizionale per la
clientela nazionale inglese. Questa diversita rende confuso la visione che uno di
fuori puo avere del vero Savile Row.

Uno che a mal mangiato in una trattoria nel cuore del centro turistico di
Venezia potrebbe concludere che si mangia molto male in Italia, che la cucina e
banale ed senza gusto. Pero noi sappiamo chiaramente che non e vero. Uno che
visita il Savile Row turistico e che ci vede il "pret a porter" di gusto orrendo
in quasi ogni posto, anche nelle grande case, potrebbe conludere anche di
peggio rispetto a la sartoria inglese, ma avra torto.

La clientela internazionale, certo, e il motore di Savile Row. Americani,
Giapponesi, Arabi, Europei vengono da tutte le parte vestirsi dalle grande case
et poi sono serviti da sarti viaggiatori nell loro paese. La clientela di
show biz, non e il show biz dell 1930. Non ne parleremo piu.

Rimane il cliente inglese che e molto particulare. Se uno vede spesso a
Londra abiti "banali" da sartoria (forse meglio dire abiti banali per il peggio ed
abiti molto discreti per il buono), uno puo imaginare che non ci sono sarti
bravi. Ma non e vero che ci sia una altra spiegazione: che ci sono sarti bravi
pero che il cliente non chiede cose brillante?

Se uno deve trovare una parola per definire la DNA dell Savile Row inglese,
la parola giusta sarebbe "discrezione." Un gentiluomo a una certa moralita
rispetto alla sartoria. Lui vuole essere vestito da sarti bravi, ma vuole che
nessuno se ne renda conto, che non si veda, che la personalita della sua
persona supera sempre quella dell abito ed non vice versa. Il desidero di
discrezione, di "understatement" , essendo piu forte di quello dell brillante, il
motore principali per il cliente inglese e quello. In consequenza il taglio della
giacca rimane molto discreto, sobrio, sempre con tessuti belli, sempre con
misure giuste, colori discreti, tasche tagliati mai oblique nella citta, spalla
lungha naturale. I interni sono spesso il ocassione per il cliente inglese di
subire la tentazione di fare un po di fantasie. Ma occure solo la stoffa
migliori che ci stia a colore discreti per favore.

Discrezione. Non vedra mai un gentiluomo inglese con bottone della manica
slanciati. Perche e un peccato mortale ed una invitazione di passare eternita
nella bolgia piu profonda dell inferno dell senza gusto!

Bisogna sapere che un gentiluomo inglese non deve mai dare l'impressione che
si interessa al suo apparenza, neanche per un attimo. Perche interessarsi al
apparenza e considerato prezioso, debole ed femminile. Nota bene che io ho
detto "dare l'impressione." Perche il buon cliente inglese da sartoria s'interessa
molto al suo apparenza, ai suoi abiti ed e anche molto sicuro nel suo gusto.
Ma non deve mai mostrare una interessa particolare in pubblico. Se uno deve
agiustare camicia o cravatta in pubblico siamo insegnati di non farla ed
aspettare di essere a casa. E vero una contradizione, ma e cosi.

Le diverse case di Savile Row hanno tutti loro preferenza di taglio pero
sopratutto sono li per soddisfare il desidero del cliente. Il sarto non e li per
imporre un taglio ma per ascoltare ed realizare. Clienti passionati sono
benvenuti. Tanti italiani si vestono a Savile Row ed il cliente italiano a un
reputazione per essere molto educato sartorialemente parlando, molto sicuro di se
nella suo scelta di tessuti ed taglio, ed molto esigente.
Il cliente italiano a una brava reputazione di conoscente ed passionati come
si puo confirmare ogni giorno qui sulla Lavagna dell Abbigliamento di
Noveporte.

Oltre le grande case di Savile Row, ci sono due specie di sarti nel ambiente
della grande strada. Ci sono picolle case di misura industriale tipo Kiton per
cui non abbiamo interesa. Ed ci sono artigiani privati. Questi artigiani
privati sono il tresoro nascosta dell Savile Row di oggi. Sono cutter, coat maker,
pant maker che hanno lavorato tanti anni a un casa di Savile Row ed che sono
dopo messo a loro proprio conto; o sono persone che sono in pensione ed che
lavorano per qualche clienti selezionati. Certi di questi uomini hanno talenti
immensi, hanno studiato con i grande sarti del passato ed hanno fatto abiti
per tra gli uomini piu eleganti del secolo passato. Ma ci sono pochi ed loro
servizi sono molto ricercati. E una grande fortuna di essere loro cliente.

Arriviamo al problema. Ogni anno ci sono meno artigiani di questo genere.
Ognuno di questi artigiani a una lista di attesa di anni per diventare cliente.
Ed bisogna un modo di introduzione particolare. Non sono sull internet, non
sono nelle pagine gialle, ma esistono ed fanno cose daverro molto bello.

Io ho trovato accidentalmente anni fa. Quando il coat maker che faceva il
meglio per me andava in pensione dopo 35 anni a Anderson & Sheppard, io ho
continuato di lavorare con lui. Un giorno ero in ristorante a Londra ed ho visto mio
sarto a pranzo con dei suoi amici. Erano tutti anziani della grande epoca
che si reuniva ognitanto bere un bichiere di birra ed a parlare del loro
occupazione. Ero colpito da sentire che lavoravano sempre. Certi lavorano per fare
abiti 1930 per il cinema come per Sean Connery nel film di Indiana Jones.
Purtroppo e quasi finita loro epoca che non si rinovelera mai. Loro competenze ed
loro capacita di rendere stoffa indimenticabile per loro CLASS sera perso per
sempre.

Ma le grand case sono ancora capace di soddisfare clienti cercando il bello.
Anderson & Sheppard e certo la casa piu tradizionale ed migliore. Non ci trova
confezioni, ed non c'e sitio internet. Niente di tendance in questa superba
angola! Tessuti di pregio ed un grande selezione di tweed di Scozia ed
specialmente un collezione di Shetland tremenda. Sceglia sempre il worsted della casa
H. Lesser ed specialment loro "Lumbs Golden Bale" per abiti (Ble, grigio o
gessato per favore nella City.)

La giacca di Anderson & Sheppard e il piu commodo ed direi il piu Napoletano
di tutte le case. Loro notch e bellisima. Bisogna soltanto che sia montato
alto, con baveri ampie, tre bottoni strappato a due e mezzo (in inglese: "three
button roll through".) La cucitura tra bavero ed collo e sempre dritta come
deve essere ad un angolo perfetta. La spalla e naturale. Attenzione al collo che
spesso vogliano fare troppo lungo. Attenzione anche a una punta vita spesso
un po troppo basso. Bisogna chiedere anche che la positizione delle tasche sia
piu alta, uguale per i spacchi laterali. La giacca e un buon compromesso tra
commodita ed estetica, ed e molto maschile. Non dimenticare il famoso
doppiopetto alla Prince Charles. Splendida!

Se uno italiano viene farci un abito a Savile Row, io penso che lo fara per
curiosita, per il gusto di conoscere ed godere di un tradizione ed un ambiente
pieno di storia. I sarti in Italia ed sopratutto a Napoli sono impressionanti.
Dunque non e necessario venire qui per altri motivi. Ma forse per un bella
giacca di tweed Saxony a 500 grammi? Per portare..quando???

Io spero che una visione un po anglosassone della abbigliamento abbia avuto
un valore aggiunto. Perche i suoi contributi, amici Cavallieri, qui sulla
Lavagna sono sempre interessante ed un conforto per me.

Mille scusi per i danni provocati sulla bella lingua di Dante! Se in non
avevo scritto prima, era per non offendere vostre sensibilita con della
ital-inglese.

Con cordiali saluti,

M Alden

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 30-07-2003
Cod. di rif: 452
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: La patria della civiltà
Commenti:
Mr Alden,
non sarà Dante a dolersi del Suo italiano e tanto meno noi, perché pur usando una lingua che non maneggia è riuscito ad accedere a profondità che al Sommo non sarebbero dispaciute. Forse, stimolato dal contesto, ha fatto il contrario dei sarti che Lei con copernicana visione ipotizza essere bravi artigiani oscurati dalla banalità della domanda. L'inglesità (non imiti quest'aggettivo, per carità...) del suo punto di vista inglese è così perfettamente inglese che suona come un balsamo per me e per tanti di noi che hanno sempre guardato al Suo paese come alla vera patria della civiltà dopo che essa aveva lasciato nell'ordine la culla di Atene, la casa di Roma e gli studi fiorentini.
Sono commosso. Grazie.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 30-07-2003
Cod. di rif: 453
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Sentenza Chiusa/Mangiatori gelato - R.G. 01/03
Commenti:
Egregio Scudiero,
la questione Berluti non può essere liquidata in poche battute. Si tratta di una dinastia che ha saputo creare uno stile che è senz’altro oggi molto più copiato di quanto siano o siano stati i grandi calzaturifici inglesi o italiani. Questi ultimi, anzi, hanno saccheggiato il patrimonio modellistico Berluti sino a giungere alla causa che un paio di anni fa vide soccombere Gucci, che dovette rifondere al gruppo LVMH circa duecentomila Euro a titolo di danni e ritirare migliaia di paia di scarpe. Aveva copiato anche lui. Non saranno i magistrati a fermare questo passaggio da Berluti ad altri marchi, prova direi fisica di un dislivello artistico incolmabile e che per semplice caduta porta linee e idee dall’alto verso il basso. La derby tre buchi, ad esempio, creata nel 1895, è ancor oggi imitata quanto la pizza napoletana. Ad Aprile ero a Londra all’inaugurazione della collezione tatuata e con facilità posso predire che sarà scopiazzata in malo modo da molti paesi, anche se probabilmente non in Italia. Non posso dire che le pelli tatuate facciano per me, ma fu comunque un successo strepitoso, ottenuto nei confronti di un pubblico di grandi mezzi e conoscenze. Questi fenomeni creativi hanno condotto la ditta ad un incremento del fatturato di oltre il 60% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Non sono i soldi la verità assoluta, ma i consensi di larghe aree di un mondo internazionale vanno considerati come una cosa seria, anche se magari chi frequenta solo ambienti nazionali e/o di lavoro non si rende conto degli scenari planetari del gusto. Lei sa bene come la penso e quanto sia rigoroso il mio giudizio, ma il problema è già complesso con le variabili impostate e non le abbiamo ancora finite. C’è infatti da tenere in conto il genio di Olga, che traspare da ogni creazione. Non tutte sono riuscite allo stesso modo, ma in ogni caso si tratta dell’unico caso al mondo in cui si possa sapere con certezza chi abbia disegnato la scarpa, chi ne abbia creato le forme. Lei. La piccola signora che io considero un Maestro. Gli inglesi hanno canonizzato la scarpa maschile, Berluti ha santificato il calzolaio. La condizione di questi artigiani, a livello mondiale, deve tutto all’immagine di artista che i Berluti hanno dato all’attività artigiana e che finché la scarpa era restata in Inghilterra era restata oscurata dai nomi degli imprenditori che gestivano le aziende produttrici. Detto questo introduciamo l’ultimo tema. Indipendentemente da Berluti, l’uomo può calzare scarpe meravigliose. Io tuttora mi servo da Peron&Peron e non dubito che il classicismo estetico dei cavalieri ne porti la gran parte ad orientarsi al gusto più severo della modellistica di impostazione inglese. Una scarpa Berluti ha però forme, nel senso di modelli su cui sono adattati i volumi, assolutamente ineccepibili. Guardate l’invenzione con cui ha reso asimmetrico il tacco di uno dei suoi mocassini, supportando l’arco interno e risolvendo il problema di poter alzare la “murata” laterale anche nella scarpa non allacciata, senza che per difetto di appoggio e tenuta si apra sguaiatamente. Attualmente risulta anche a me, che non lo voglio sapere, che sia realizzata da StefanoBi. Ammettiamo che le faccia invece il mio portiere, anzi la figlia sedicenne. Resta il fatto che le forme sono realizzate in modo perfetto, la progettualità è quella di chi ha una manualità appresa dall’infanzia. Si sollevino pure i critici sparagnini che vorrebbero sentir dire che la miglior scarpa è quella da venti sloti che il babbo aveva comprato alla svendita di Cracovia nel 1939. Tutti coloro che hanno provato la calzata Berluti concordano sulla comodità del prodotto e anche qualora vi fosse una percentuale di dissensi, aprendo un referendum su qualsiasi marca non si raggiungerebbe mai un plebiscito unanime. Sinora più che rispondere alla domanda ho ridisegnato i suoi presupposti. Riassumendo, dobbiamo mettere sul primo piatto della bilancia: 1) La storia, fatta di veri personaggi e di grandi clienti, che può anche pesare poco per alcuni e molto per altri. 2) Il significato che la dinastia ha avuto nell’evoluzione sia del gusto della calzatura che nel prestigio del calzolaio. 3) Una modellistica straordinariamente inventiva. 4) Forme tecnicamente ed anatomicamente perfette. 5) Invenzione a ritmo continuo, che potremmo anche non considerare un valore se non fosse così prontamente imitata dappertutto, dimostrando di avere visione del futuro piuttosto che stanchezza del presente. 6) La scoperta del gusto del colore, attribuibile senz’altro a Berluti. Non mi riferisco solo ai colori bizzarri, ma alle sfumature di lustratura. Proprio la qualità della lustratura è stata il cavallo di battaglia della maison, cavallo che oggi trovo in verità un po’ imbolsito. Dall’altra parte pesano gravemente: 1) Una fattura piuttosto banale da un punto di vista della lavorazione. 2) Un gusto forte, che resta sullo stomaco a parecchi. 3) Incostante qualità dei pellami e delle lustrature. Insomma è un po’ come per i sigari avana: il prezzo è sempre lo stesso, la qualità no.
Il fulcro su cui poggiano i piatti è la stessa Olga, indiscutibile, dotata di una conoscenza della vita e dell’uomo e di una visione delle superfici e delle profondità che ne fanno un Oracolo, una Sibilla.

Tutto ciò premesso e ritenuto, nel giudizio tra Gianluca Chiusa ed ignoti amici amanti del gelato, avente ad oggetto il pronto di Berluti, emetto in primo grado la seguente sentenza. Essa non è opponibile ad Olga, in quanto questo Giudice si dichiara incompetente a pronunciarsi su un’autorità più elevata.

Ritengo nel caso di specie irrilevante la provenienza del prodotto, atteso che ciò che importa è da un lato la validità del disegno e dall’altro la carenza costruttiva. Altri marchi le scarpe le fanno lavorare in estremo oriente. Per disegno e forma della calzata i modelli sono ineccepibili da un punto di vista calzaturiero e generano una comodità pari alla media della concorrenza inglese. Quest’ultima si distacca, sempre mediamente, per pregio intrinseco della lavorazione, ma non per i materiali. La qualità della manifattura, considerata la banale tecnica costruttiva a black, sconsiglia l’acquisto di una Berluti a chi miri ad una durata assoluta del prodotto. Ciononostante, è emerso dall’istruttoria che molti uomini dal gusto indiscutibile amano questa scarpa, sicché essa si configura adatta ad uomini dall’atteggiamento particolarmente e dichiaratamente dinamico, intellettuale, artistico. Chi si sente un’ostrica, che vive immobile e nasconde tesori, calzi inglese o all’inglese. Chi si sente farfalla, che vola leggera e si posa solo sui fiori, calzi con gusto italiano. Chi si sente gabbiano, che vive sempre controvento, calzi Berluti. Saggiamente le parti non hanno posto domande sul rapporto prezzo/qualità. Non mi pronuncerò quindi ultra paetitum, ma se avessi dovuto farlo avrei valutato generosamente il valore aggiunto dato dalla storia e dalla ricerca incessante di molte generazioni. Ritengo infine discriminante la riconducibilità del prodotto ad una singola persona. Risulta a questa corte l’esistenza di un accordo tra Arnaud e Berluti per cui fino alla morte di Olga o al suo ritiro nessun altro potrà disegnare calzature o altri oggetti che portino questo marchio. Quanto alla domanda principale, tanto basta ad un Tribunale Cavalleresco per dichiarare la parità del prodotto Berluti rispetto alla concorrenza inglese di pari prezzo. Non si tratta di una parità qualitativa, ma comparata e complessiva. Condanno quindi gli ignoti amici a pagare in favore del ricorrente Scudiero Chiusa due chili di gelato. Tenuta presente la parziale vittoria dei resistenti sul piano della qualità meramente tecnica, condanno altresì Gianluca Chiusa a pagare loro un secondo giro. La sentenza è immediatamente esecutiva, ma in qualunque momento ricorribile in appello


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 31-07-2003
Cod. di rif: 454
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Maremmana - A Villa e Forni
Commenti:
Lodo innanzitutto e sottoscrivo il parere di Forni di cui al gesso n. 448, come sempre implacabile, preciso, alieno da compromessi, insomma in pieno spirito cavalleresco. La cravatta nelle occasioni sportive è stata dimenticata da poco tempo e proprio lo stesso Forni mi testimoniava che fino agli anni ottanta non era raro vedere qualche signore di una certa età praticare lo sci di fondo in cravatta. Oggi anche i più anziani preferiscono le tute aderenti e squillanti, ma il lavoro che si sta svolgendo entro queste mura potrebbe col tempo spingere qualcuno a riguardare le foto di Curzio Malaparte sulla neve o di suoi contemporanei meno celebri. Nelle loro lane e fustagni sembrano lontani quanto un personaggio degli affreschi di Piero della Francesca, ma non è come sembra. Nulla è perduto e non c'è bisogno che siano tutti a vestire in classico. E' proprio il contrario. L'uomo in cravatta è il vero no-global e vedere tutti alla stessa maniera sarebbe una sconfitta comunque, perché ciò che è giusto in questo campo lo è per il singolo e attraverso il singolo.
Quanto alla giacca maremmana di cui chiede Villa, la vedo in tessuti a trama larga, possibilmente a tela. Se in cotone, un canvas grosso. Favolosa sarebbe in un bel canapone come quello che ancora si trova solo nei mercatini bolognesi. In lana, niente di meglio di un bell'harris, ma ancora forse esiste quella lana seminfeltrita tipica della toscana che era il materiale originale del modello. Il lino lo vedo un pò troppo raffinato se nuovo, ma dopo un'abbondante stazzonatura, magari in parte artificialmente condotta con lavaggi brutali, l'effetto dovrebbe essere consono allo stile della maremmana.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 31-07-2003
Cod. di rif: 455
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: 007-70'
Commenti:
Indefettibile Gran Maestro,

è incredibile come anche la sartoria, con passo cauto ma implacabile, si adegui alla moda. Non mancavo di notare in “007 Una cascata di diamanti”, film del 1971 che allietava la serata del giorno scorso, come la giacca dell’inafferrabile Bond sia inequivocabilmente diversa da quelle indossate nei primi films. Revers, pattine delle tasche, cran, linea, assolutamente anni 70.

Consapevole dei profondi appassionati che visitano questa sala del Castello, chiedo ratifica.
Vostro
Lorenzo Villa



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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 31-07-2003
Cod. di rif: 456
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Vette ed abissi degli anni '70 - A L. Villa
Commenti:
In attesa di un parere del bondologo Pugliatti, non posso che concordare con Lei. Solo le camicie, quelle bianche, erano immutate, ma già occhieggiavano i pullover sotto le giacche, anche per il nostro fedelissimo agente. In effetti gli anni '70 hanno prodotto una quantità strabiliante di musica di altissimo livello e qualche bella automobile nelle categorie sportive, ma sotto il profilo dell'abbigliamento e degli oggetti di arredamento siamo ai minimi storici.

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Nome: Carmelo Pugliatti
Data: 01-08-2003
Cod. di rif: 457
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto: una cascata di diamanti
Commenti:
Sono del parere che gli anni dal 1968 al 1980 siano stati,sotto moltissimi profili, i più abominevoli del XX secolo (I e II conflitto mondiale a parte).Se soffermiamo la nostra attenzione al campo dell abbigliamento e delle acconciature maschili, la condanna dell infame decennio non potrebbe essere più totale ed inappellabile.Scorrendo l album dei ricordi di quei tempi infausti troviamo orrori indicibili come il borsello da uomo,il maxicappotto collo napoleonico,il pellicciotto di pecora bianco sporco ,stile pastorello afgano chic,la terrificante camicia a rigoni dal collo a punte lunghissime,l ineffabile completo in lino celeste (naturalmente due bottoni , baveri enormi e pantaloni scampanati;graditi con questo insieme una cintura con maxi fibbia ed un abbondante spolverata di forfora sul bavero),la maxi cravattona extralarge,gli stivalini con la zip ed il tacchetto,le giacche a quadroni,la zampa d elefante,ecc ecc. Il tutto naturalmente accompagnato da baffoni alla Saddam,basettoni,capelli lunghi sul colletto. Solo rievocando le nequizie dei disgustosi 70"possiamo valutare correttamente il guardaroba di Connery in "una cascata di diamanti" (1971).Gli abiti sono ancora,e per l ultima volta,di Anthony Sinclair (a proposito,chissà se il nostro amico Britannico,Mr Alden,saprebbe dirci qualcosa di più sulla sartoria Sinclair,ad esempio se esiste ancora,sia pure affidata ad altre mani ).I completi di Bond hanno ancora l inconfodibile linea ammirata in "dalla russia con amore",ma i revers sono molto più larghi (10-11 cm nel monopetto,contro gli 8 1/2 del 1962 ed i 7 1/2 del 1963-66).Le cravatte adesso hanno il nodo Windsor e non sono piu in maglia di seta,ma in una corposa ,serica ,saglia;la loro ampiezza è sugli 11-12 cm circa,mentre nei beati 60" era di 7 cm (8 nel 62).Tutto sommato rispetto alle "sahariane" ed alle mostruose cravattone di Roger Moore,siamo ancora nell ambito del buon gusto,anche se la camicia azzurra con il dinner jacket bianco,lo smoking di velluto,la camicia da sera con sparato a pizzi e merletti sono delle bricconate intollerabili.

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Nome: Carmelo Pugliatti
Data: 01-08-2003
Cod. di rif: 458
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto: Rule Britannia
Commenti:
Vorrei associarmi all insigne Gran Maestro nel dare il benvenuto in queste pagine al nostro gradito ospite Britannico Mr Alden.Ancora una volta,come spesso mi accade, mi trovo d accordo con un giudizio di Maresca,quello che attribuisce ad Albione la palma della civiltà in epoca moderna. Dirò di più,sono del parere che la fine dell impero Britannico,faro di ordine,progresso e civile convivenza tra le genti, sia stata una delle piu grandi iatture del secolo appena trascorso.Apprezzo la difesa che Mr Alden fa di Saville Row;Nessuno certo ha inteso denigrare o sminuire il valore degli attuali sarti Britannici.Pure resta il fatto che ,a mio sommesso avviso,Nella maggioranza dei casi ci troviamo di fronte ad abiti corretti,ma raramente "brillanti".Ripeterò un concetto espresso in uno dei miei precedenti "gessi";quando guardo la foto di un abito tagliato a Saville Row tra il 1930 ed il 1965 rimango spesso incantato.David Niven o Noel Coward in doppiopetto,I favolosi completi di Sir Lawrence Olivier (tagliati da Huntsman),gli abiti di Anderson & Sheppard sfoggiati da Fred Astaire (insieme al Duca di Windsor il più grande "elegante creativo" del XX secolo),quelli di Kilgour French & Stansbury portati da Cary Grant,le immagini di Anthony Eden,John Profumo (e persino il povero Stephen Ward) sono l incarnazione dell eleganza virile.Quando osservo le foto di abiti tagliati oggi a Saville Row vedo nel migliore dei casi dei vestiti di buon taglio,la cui linea non è dissimile da quella degli abiti in mostra in molte vetrine della mia città,nulla di più.Ovviamente potrebbe anche darsi che del lavoro dei sarti migliori non vi sia,per cosi dire,testimonianza sui media.Mi hanno molto colpito le parole di Mr Alden su Anderson & Sheppard.Concordo con lui sulla vicinanza di stile della leggendaria sartoria Londinese con la scuola napoletana.Non vi è alcun dubbio che La sartoria Italiana e quella Inglese siano sempre state le migliori del mondo,e che gli eleganti D Italia abbiano sempre avuto un occhio a Londra,in molti casi (questo Mr Alden me lo consentirà)superando i loro modelli.Ricordo un gustoso aneddoto riguardante un elegantissimo gentiluomo napoletano dall anglofilia a tutta prova.Recatosi per la prima volta nella capitale del Regno unito e del "Commonwhealth",il nostro, chiuso nella sua stanza d albergo e preda del timore di non essere all altezza dei suoi venerati modelli inviò in avanscoperta il propio valletto con l incarico di riferirgli come fossero vestiti gli Inglesi.Seguì oltre un ora di trepida attesa.Al suo ritorno il maggiordomo cosi si rivolse all apprensivo padrone:"Eccellenza,quà l unico Inglese siete voi").

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 01-08-2003
Cod. di rif: 459
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Gli anni delle cipolle - A C. Pugliatti
Commenti:
Egregio Pugliatti,
la Sua rievocazione degli anni bui mi ha dato i brividi. Il pellicciotto afgano è veramente esistito e chi è giovane - forse anche Lei - non potendo dire "IO c'ero" non potrà comprendere le sensazioni che una rievocazione del genere comporta. Anche molti che c'erano non ricordano, o negano. In un recentissimo evento da Don Alfonso, organizzato dal Maledetto Toscano e dal Parlamento dei Fumatori, ho preso la parola ricordando i vecchi tempi del prestigioso ristorante, quando negli anni 73/74 lo stesso Alfonso serviva ai tavoli e c'era la televisione accesa. Dissi anche che ricordavo di averglielo visto fare con una canottiera celeste. Alfonso ha negato e la moglie Livia si è inferocita. Erano senz'altro in buona fede, perché chi non ha uno specifico culto del vestire dimentica i capi che hanno fatto parte del guardaroba perché non li ha amati, non ha mai chiesto né avuto nulla da loro. Io ho più indulgenza per il mio passato, perché, come nel caso di Bond, un giudizio di questo tipo non deve tener presente le leggi aggiornate, ma quelle dell'epoca del fatto. Tempus regit actum. Ricordo la giacca con la quale andavo al quinto ginnasio: un vago colore blu con un motivo piuttosto grande che riproduceva tre vasi stilizzati sovrapposti, in colori sfumati. Ho usato negli stessi anni (69/71) le camicie strettissime e ricamate dai colli lunghi, ho calzato un paio di stivaletti, ho tentato senza successo il borsello. Solo ad una perversione sono sfuggito: all'uso del color cipolla. Esso ha ora su di me lo stesso effetto dell'iprite ed anzi definisco quegli anni come quelli delle cipolle, ma all'epoca devo esserci andato proprio vicino. Probabilmente, se ne fossi stato contaminato, oggi non sarei quello che sono.

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Nome: Italo Borrello
Data: 01-08-2003
Cod. di rif: 460
E-mail: borrello.italo@insedia.interbusiness.i
Oggetto: Biblioteca dell'Abbigliamento.
Commenti:
Stimatissimo Gran Maestro,
sono contento di sapere che, grazie alla Sua autorevole intermediazione, potrò contare su un valido aiuto nella costruzione della Biblioteca. Ho già provveduto a ringraziare personalmente i signori Alden e Liberati e
ora ringrazio Lei, con particolare, sincera commozione, per essersi fatto garante per me nei confronti di coloro che vorranno mettere a mia
disposizione testi e materiali. Per parte mia, posso dare ai Cavalieri e agli Appassionati le più ampie assicurazioni circa la cura e l'attenzione con cui ogni documento sarà trattato. Nutro un amore smisurato per i libri e
coltivo il piacere e il gusto che essi danno. Sono cresciuto tra i libri. Molti dei miei ricordi sono associati alla casa del nonno materno e, in particolare, all'affascinante susseguirsi degli scaffali di legno della sua
immensa biblioteca, che ho successivamente ereditato, all'odore e al calore
di quelle pareti interamente ricoperte di volumi. Vivo oggi circondato da
migliaia di libri e ciò mi consente di comprendere benissimo i sentimenti e
i timori di chi venga chiamato al prestito.
Grazie ancora, quindi, e a presto risentirLa.
Cordialmente

Italo Borrello

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Nome: M. Alden
Data: 01-08-2003
Cod. di rif: 461
E-mail: Aldenm112@aol.com
Oggetto: Il nostro idolo
Commenti:
Egregio Gran Maestro,

Dovrei prima dire a Lei ed a tutti i Cavalieri qui presenti, che io ed i miei
amici abbiamo un ammirazione senza limiti per la straordinaria facilita con
cui il creatore italiano, secolo dopo secolo, ci rivela il bello ed il
elegante. Ogni visita in vostro paese e pieno di momenti di emozioni ed di pura
delizia. Stiamo noi, cittadini del mondo, a ringraziare.

Chiedendo vostra pazienza mi piacerebbe riprendere un attimo il filo della
discussione di Savile Row perche mi sembra di non essere stato sufficentement
chiaro nel mio gesso precedente. Non avevo l'intenzione di difendere qualche sia
cosa nel mio descrizione della Savile Row di oggi. Ero, in realta, invitato
di scrivere qualche righe sulla tema.

Con Sgr. Pugliatti siamo d'accordo a cento per cento sulla decadenza
generale di Savile Row rispetto a 1930, e abbastanza ovvio. Pero abbiamo un visione
diversa della causa. I foto delle grande personalita del secolo passato ed
LORO abiti servono molto bene a sostenere piutosto il mio parere. Mi sembra
primordiale di capire che la giacca portato da il Duke di Windsor non e la giacca
di Anderson & Sheppard, ma e la giacca di il Duke di Windsor. Il completo di
Olivier, non e il completo di Huntsman, ma e il completo di Olivier. Le grande
case sono i operai che hanno realizate queste opere belle per questi uomini eccezionali segundo loro instruzioni. Ed se questi abiti sono brillanti o belli, si puo immaginare due cose: prima, che i istruzioni forniti per loro
fabricazione erano anche brillanti ed a punto ed che i artigiani erano capace, come
stanno sempre oggi, di realizare a base di queste istruzioni.

Sgr. Pugliatti che ha una conoscenza della storia di Savile Row immensa, sa
benissimo che i clienti che erano citati (Duke di Windsor, Cary Grant, Fred Astaire, Anthony Eden etc.) sono conosciuti nella storia di Savile Row per essere "mostri" di esigenza. Erano uomini che avevano conoscenze comprehensivi della sartoria. Loro spingevano i artigiani quasi brutalmente di andare all di la
della banale o bello per accedere all brillante. Cary Grant a fatto quasi tutti i suoi disegni ed si dice di lui che se non fosse attore di cinema sarebbe diventato disegnatore di moda. Infatti al fine della sua vita, ha fatto questo mestiere. A questo punto si capisce quanto questi uomini erano implicati nella
creazioni dell LORO abiti. E perche erano persone brillante, loro abiti erano
anche. Possiamo mettere sulla lista il Prince Charles. Il mio sarto a fatto dodieci abiti doppiopetto di seta per il Prince, ed dopo avere sentito le storie, potrei dirla che non e un timido.

Proseguiamo a un analiso logico dell soggetto. Se era come e sostenuto che la belleza era l'opera delle case, si vedra tutto un populazione di uomini vestiti da Dio. Si vedra nelle foto del epoca un generazione di dandy portando abiti brillanti. E invece non e cosi. Il livello era molto piu alta rispetto all
periodo triste 1965-ad oggi. Pero,in realta, pochi uomini sono arrivati al livello veramente strepitoso. E perche?

Perche uomini cambiano la storia ed non isituzioni. Isitutzioni sono organi
tramite il uomo di genio agisce per realizare il suo destino. Per quanto riguarda la sartoria, come mai sarebbe possibile fare brillante per clienti che non ne hanno la DNA? Se la condizione della moda e caduta, io mantengo la
risponsibilta della cliente e non il sarto. Diciamo da noi "it's a sad craftsman, who
blames his tools."

La moda feminile e tutto diverso. Forse Sgr. Pugliacci sta pensando a questo.
Una signora va comperare a Chanel, l'abito di Chanel realizato a sua misura. Se la giacca e brutta avra forse diritto di essere scontenta. Ma per i uomini e completamente diverso. Uno no va in sartoria a Savile Row per comperare la
giacca di Huntsman or KFS ma per farci SUA giacca. Se non e bello, il cliente ne assuma la responsibilta. Punto. Qui a fallito, il cliente o il sarto? La prova sara abbastaza semplice.
Prendete un foto del abito che voglia ed va in sartoria a Savile Row. Se siete capace di communicare in minuzioso dettaglia la cosa che vogliate, vi lo faranno. Via, e cosi semplice. Per questo lavoro, io andrei KFG dove il cutter e considerato, dal punto di vista dagli altri sarti, come il meglio attuale sul Savile Row. Richard James, anche se fa un taglio suo che e brutto, e un cutter favoloso capace di fare ogni tipo di abito. Sara anche incantato di fare un abito 1930.

Per quanto riguarda il discorso di quale e meglio la sartoria inglese o italiano? Se i abiti realizati in Italia da modelli inglese sono superiori al originale? Veramente non saprei dire. Infatti, questo e piutosto un discorso degna di un match di calcio ma non di un soggetto nobile che ci interesa qui. Ed il
mio livello di testerone e caduto troppo basso al mio eta per lanciarmi a un tal dibatitto.

Posso solo dire che la meta della mia guardaroba (invernale, tweed, worsted, flanella) e fatto a la mia misura in England segundo il modello che io ho disegnato. L'altra meta (camicie, qualche pantaloni, abiti sfoderati estivi) sono
realizati in Italia.

Come a detto il vero idolo per i inglesi della mia generazione (che non e James Bond!!):
"Io ho gusti molto semplici, solo il migliore mi va!"

----Il indimenticabile tresoro maschile del secolo passato, fontana di inspirazioni per tutti che amano le noveporte della bella vita ed grande cliente di Savile Row, nostro sublime Sir Winston Churchill.

A punto, un buon Churchill sembra un eccelente idea!

Con amicali saluti,

M. Alden


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Nome: Marco Clerici
Data: 01-08-2003
Cod. di rif: 462
E-mail: dwxcle@tin.it
Oggetto: Orologi da tasca 2 !
Commenti:
Egregio Gran Maestro, Stimatissimi frequentatori,

tempo fa avevo avanzato in questa lavagna una mia richiesta di informazioni circa gli orologi da tasca nel gesso n° 409. Comprendo che il ritmo frenetico con il quale questa lavagna continua nella sua crescita rende difficile rispondere a tutti in tempi brevi, ma la competenza dimostrata in materia fra coloro che scrivono su questa lavagna mi spinge a non demordere.
Scusandomi per l’insistenza, desidererei ricevere una risposta.

Cordiali saluti
Marco Clerici


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 01-08-2003
Cod. di rif: 463
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: La cipolla
Commenti:
Egregio Clerici,
effettivamente il suo gesso n. 409 era restato inevaso, ma poniamo subito rimedio. Gli orologi da tasca sono favolosi, ma da maneggiare con molta cura. Non mi riferisco all'oggetto ed alla sua delicatezza, ma all'immagine di chi lo porta, che può facilmente passare il segno e cadere nel grottesco, nel ridicolo, nell'ostentazione o in altre zone patologiche. La conoscenza e la passione per un oggetto sono la difesa sicura contro questi mali, ma danno i loro effetti col tempo. Alle prime sortite, qualcuno potrà prodursi in qualche battutina cui non bisogna dar peso. Un termometro estetico implacabile e sempre ben tarato è rappresentato dai commenti femminili e dalla loro mancanza. Ancorché l'uomo che si riconosca in questa Lavagna vesta in realtà al sessanta per cento per sé stesso e per il restante quaranta per gli altri uomini, il parere delle donne può indicarci se un oggetto appaia come adeguato, come una cosa veramente nostra o meno. L'abbigliamento dell'uomo vestito con proprietà specifica, cioè secondo le sue vere inclinazioni e non tenendo qui conto di regole astratte, viene da esse, streghe intuitive, totalmente ignorato: sia che si tratti di berretti texani fosforescenti che di gessati di Caraceni. Il commento che deve temere, devo averlo già detto, è il "com'è carino...". Se si ripete parecchie volte in un giorno, non c'è proprio speranza e bisogna riconsiderare le proprie scelte, magari i dettagli. C'è qualcosa che non va. Quanto alla cipolla, va portata nel taschino basso a destra. La catena passa nella quinta asola del gilet e termina. Per motivi di praticità deve essere piuttosto lunga e fermata da un arnese a forma di T che impedisca che fili attraverso l'asola. Questo terminale viene riposto nell'altro tascino, quello sinistro. Tirando fuori l'orologio ed avvicinandolo al volto per guardarlo bene (una volta si usavano poco gli occhiali da presbiopia), la catena veniva richiamata sino al fermo e poi riportata simmetricamente in posizione di riposo. Un'arco a destra ed uno verso sinistra. da notare che sembererebbe più comodo portare l'orologio a sinistra, ma inanzitutto il gesto di scostare il lembo della giacca per accedere all'orologio è più teatrale e poi, se immaginate il gesto così come lìho descritto, vedrete che risulta più razionale per un destro (l'opposto per i mancini) irare nel modo descritto. Ciò permette inoltre al fermo, in genere pesante e ben lavorato, di non nascondersi. L'abbottonatura da uomo, sovrapposta da sinistra verso destra, farebbe infatti in modo che il fermo tirato dal lato opposto vada a nascondersi dietro l'asola invece di fermarsi davanti ad essa, esponendosi alla pubblica ammirazione.
I più begli orologi da atsca sono quelli detti savonnette, completamente lisci. Non ci sarebbe bisogno di dirlo, ma devono essere del nobile metallo. Si, perché mentre l'orologio da polso può essere in altri metalli, quello da tasca se non è d'oro sembrerà con alta probabilità da ferroviere.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 02-08-2003
Cod. di rif: 464
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: W iva Churchill
Commenti:
Preziosissimo Mr Alden,
il Suo ultimo gesso mette una volta per tutte in chiaro, con maggior forza di quanto abbia saputo fare io stesso, che la responsabilità di una decadenza ed il merito di una crescita non possono mai essere attribuite ad una sola parte. Penso che lo stesso che Lei ha detto della sartoria valga per l'arte, la gastronomia, il vino. La banalizzazione di quest'ultimo è causa della volgarizzazione della committenza e della critica più di quella dei produttori. In più occasioni, concordando col Suo pensiero, ho dichiarato che un abito è frutto di collaborazione tra sarto e cliente e che proprio in questo risiede la magia di questo mondo. Richiamo quindi i veterani e le matricole ad assumersi i loro doveri, che per quanto riguarda chi aderisca al pensiero qui e nelle altre aree ed opere cavalleresche da sempre rigorosamente espresso è nell'intransigenza. Rifiutiamo l'approssimazione ed esercitiamo il dovuto rigore innanzitutto con noi stessi. Impariamo a chiedere a noi stessi e facciamo lo stesso con gli altri. Ovviamente la salvezza non è nel comandare in sé stesso, ma nel sapere cosa chiedere, quando, perché.
Sono commosso dall'omaggio profondo che ha saputo tributare a Winston Churchill. Era facile sentire nella Sua celebrazione un'intera nazione, un'epoca non conclusa e il riconoscimento corale ad una personalità che in molti abbiamo forse poco compreso. Questo grande personaggio, di cui certo conosciamo i vasti meriti in molti campi, è per noi italiani un pò come quelle parole difficili e meravigliose che non si pronunciano perché sembrano poco comprensibili e quindi restano nel vocabolario senza essere usate. Le abbiamo sulla punta della lingua, ma le rimandiamo alla prossima occasione. Insomma, Lei ha guadagnato un nuovo churchilliano.
Mi rifaccio ora al Suo primo intervento per chiedere cosa intenda per tweed Saxony. Noi dividiamo il tweed in Harris, Donegal e Scottish, ma riserviamo il nome Saxony alla flanella pesante, cardata, in genere usata per il Principe di Galles (quello che voi inglesi chiamate Glen Urquhart).
Infine una domanda di carattere generale. I Suoi dati non risultano dal Registro degli ospiti e quindi nulla sappiamo di Lei, se non quanto basta. Che è persona sensibile e colta, che è inglese. La Sua nota sui livelli ormonali ci fa ora capire che ha sorpassato da tempo l'età media dei navigatori di Internet. Mi farebbe quindi piacere sapere come ha saputo del cavalleresco Ordine, della sua attività e del suo castello. Non è una curiosità oziosa, ma poiché ci prepariamo ad aprire aree anche in inglese sono interessato a quello che si sa e si dice di noi.

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Nome: Filippo Loretoni
Data: 02-08-2003
Cod. di rif: 465
E-mail: filippo@clab.it
Oggetto: sulla gestualita' dell'orologio da tasca
Commenti:
Stimati frequentatori di questa lavagna,

leggendo il gesso 463 dell'Egregio Gran Maestro, sono stato colpito in particolare dal cenno alla "teatralità" di alcuni gesti legati all'orologio da tasca.

La frase ha evocato in me un ricordo particolare di una lezione universitaria in cui uno sventurato studente si presento' con diversi minuti di ritardo. La lezione era gia' iniziata e l'ingresso provoco' una certa distrazione ed un leggero mormorio.
Il nostro Professore non fece altro che abbassare gli occhiali, estrarre con studiata lentezza l'orologio dal taschino e studiare il quadrante per pochi secondi. La classe sprofonfo' in un silenzio di tomba, interrotto solo dalle parole sconnesse del ritardatario che cercava di accampare qualche scusa.

Credo sinceramente che, se il nostro docente si fosse limitato a consultare un orologio da polso, l'effetto sarebbe stato molto meno drammatico ed il risultato sicuramente diverso.

Una curiosita': il professore in questione vestiva spesso senza panciotto ed in tali occasioni portava l'orologio nel taschino della giacca utilizzando l'asola del bavero per far scorrere la catena. Non ho mai visto altri fare lo stesso e mi domando se sia pratica diffusa nel caso di un due pezzi.
Nella fattispecie, poiche' il professore era Sergio Romano (nostro ambasciatore a Mosca, insigne storico e vero Gentiluomo) credo si possa perdonare qualche piccola sbavatura.

In attesa di un vostro parere porgo i miei piu' cordiali saluti,

Filippo Loretoni

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Nome: M. Alden
Data: 02-08-2003
Cod. di rif: 466
E-mail: aldenm112@aol.com
Oggetto: Una giacca di Savile Row
Commenti:
Saggissimo Gran Maestro,

Che siamo capiti, ho sentito bene nella sua bellisima prima paragrafo. Lei e riuscito in qualche parole di communicare, comme disse il gran poeta inglese Alexander Pope, “what oft was thought, but ne’er so well expressed.”

Per quanto riguarda il lavoro di squadra fra cliente ed sarto, io penso spesso al mondo di golf. Non e un sport individuale, ma un sport di squadra tra golfista ed caddy. Anche uno comme Hogan, Player, Nicklaus o Woods, non vincera senza che ci stia un buon caddy accanto per dare informazione, consiglie ed sopporto. Ma per non rompere la concentrazione nell momento sportivo o creativo, un caddy, come un grand sarto, sappia intervenire solo quando una cosa e chiesto da lui. Ed quando risposta, lo fa in modo concreto ed succinto. Un sarto che vuole fare sua abito ed non quello del cliente deve essere cortesemente ma immediatamente lasciato. Non accontentera mai il cliente di gusto. Mai.

La banalizzazione di nostra cultura moderna e molto evidente nel mondo di arte ed soppratutto nel mondo di cinema. Dagli anni 70 et poi, la donna americana diventata feminista, e il cliente principale di Hollywood. Questa clientela non sopportava piu attori maschile ed virili. Il Gable, Burton, Cooper, Bogart, Wayne etc erano buttati via per il uomo soft, “androgynous” , tipo Tom Cruise ed Tom Hanks. Mettere una parrucca sulla testa di Tom Cruise ed si vedra una ragazza, anche abbastanza carina. Se facesse la stessa cosa con Clark Gable, avrei un risultato un po diverso. Questa stessa clientela non accetava, anche di meno, di vedere sul schermo donne feminile. Allora via le angeli tipo Rita Hayworth, Hedy Lamar, Marlena Dietrich. Meglio una donna mezzo uomo tipo Glenn Close o ancora Charlies Angels. Non e peccato, e crimine! Ed questo ha avuto un impatto mortale sulla cultura vestimentaria.

Il presidente americano Reagan a detto che quando aveva un decisione difficile a prendere, cerchava di immaginare che avrei fatto John Wayne nella situazione. In funzione di questo, sapeva come agire. Per noi inglese, almeno per me, io immagino lo stesso del nostro Sir Winston Churchill. Anche se dopo ocurre che sono sbagliato, ho almeno sbagliato con CLASS. Lei, Gran Maestro, a guadagnato una botteglia di Pol Roger “Cuvee Sir Winston Churchill” (88, 89, 90 o 95)

Mi scusi per favore, volevo dire “una giacca Saxony di tweed.” (Sono abituata di scrivere con la penna, lo sa?) Sarebbe un Cheviot tweed con un “plaid” stile Glen Urquhart come sono prodotti ancora oggi a Hawick in Scozia. 500 grammi sono ed anche di piu. Principalmente sono utilizate per abiti di caccia. Il mio nonno ne a offerto uno grigio scuro ed grigo medio al mio padre in 1936 quando e andato all’universita. I interni rifatti per Anderson & Sheppard, ho offerto la giacca al mio figlio alla stessa ocassione. Prima il mio figlio lo portava solo quando ritorava a casa, per far piacere a me. Adesso che e un po piu grande, non si separa mai di questa giacca. Una giacca che trascorre adesso quattro generazioni. Che cosa vuole che dica di piu sulla fascino di Savile Row?

Con cordiali saluti,
M. Alden






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Nome: Marco Clerici
Data: 02-08-2003
Cod. di rif: 467
E-mail: dwxcle@tin.it
Oggetto: ringraziamenti
Commenti:
Egregio gran Maestro,

La ringrazio per la sua pronta ed esaustiva risposta.

Cordialmente, Le porgo i miei saluti.
Marco Clerici

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 05-08-2003
Cod. di rif: 468
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Committenza e salvaguardia
Commenti:
Il nostro eccellente Sir Alden punta il riflettore su di un elemento fondamentale e di notevole peso all’interno dell’equazione dell’eleganza. Il suo studio, che necessita l’abbandono della meccanica classica in favore di quella quantistica, in quanto formata da troppe “particelle” per una trattazione individuale di esse, non può tralasciare l’interazione delle forze cliente-artigiano. Come ha più che correttamente asserito il nostro Gran Maestro, l’importanza della committenza è fondamentale per ogni forma d’arte e per il suo naturale progresso. La sartoria, così come altri magisteri, non evolverà la sua storia, non affinerà la sua perizia, senza un bacino di clienti che ne metterà alla prova i limiti. E’ ovvio, e qui mi sovvengono varie esperienze passate, il maestro dovrà essere capace di “cum prehendere”. Quest’ultimo si trova infatti di fronte al difficilissimo compito di capire quello che spesso è inspiegabile. Deve pensare con le mani, vedere con il cuore, sentire con gli occhi. Inutile negare che molti di essi non ne sono capaci. Così come di pari passo pochissimi clienti detengono la capacità di produrre innovazione materiale con un genio feerico. Quante volte ho sentito citare la frequentazione di blasonate sartorie come se ciò bastasse per essere considerati latori d’eleganza. L’interazione con l’artista è la più intelligente forma di protezione delle arti, un forma di mecenatismo attuata da individui coltissimi e raffinatissimi capaci con le loro richieste spesso fuori dagli schemi, di avanzare l’intero sistema. A vantaggio del futuro di tutti. Tutti vedono l’orizzonte. Qualcuno vuole vedere cosa c’è dietro. Quando viene a mancare questo delicatissimo meccanismo, il declino è già scritto, la fine vicina.

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Nome: Giuseppe Pagano
Data: 04-08-2003
Cod. di rif: 471
E-mail: gpagano@gop.it
Oggetto: Rimando al gesso n. 429
Commenti:
Egregio Grande Maestro,

dopo la mia richiesta di chiarimenti, contenuta nel gesso n. 429, ho cercato di approfondire l'argomento sui testi, ahimè alquanto sintetici e non convincenti sul punto, a mia disposizione. Per fugare ogni residuo dubbio non mi resta che reiterare la mia richiesta, conscio che solamente il Suo intervento potrà gettare piena luce sul punto.

Grazie ancora per la disponibilità

Cavallereschi Saluti

Giuseppe Pagano



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Nome: Carmelo pugliatti
Data: 04-08-2003
Cod. di rif: 472
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto:
Commenti:
Gentile Mr Alden,lontanissima da me l idea di stabilire un primato tra la sartoria Inglese e quella Italiana.Si tratta ,come ho detto,delle scuole artigianali migliori del mondo,ritengo assolutamente a pari merito.I miei gusti in proposito sono trasversali:adoro la costruzione della giacca di Anderson & Sheppard e la scuola napoletana,mentre il taglio modellato di un Huntsman o di un Caraceni,per quanto assolutamente meravigliosi,mi lasciano più freddo.D accordo anche sulla sinergia cliente-sarto;Un cliente "dandy" riuscirà ad ottenere il meglio dall artigiano da cui si serve. Tuttavia ritengo che la bravura di un sarto si misuri sopratutto dall effetto che riesce a raggiungere su un cliente "medio".Un sarto che cuce abiti elegantissimi per pochi intenditori e capi dal taglio anonimo per tutti gli altri,a mio giudizio non è un buon sarto.Perfettamente d accordo nell inserire HRH il Principe di Galles nella lista degli uomini più eleganti del mondo.HRH deve servirsi presso diverse sartorie,non soltanto da Gieves & Hawkes,perchè a volte,pur nel solco di uno stile perfettamente riconoscibile,i suoi doppiopetto sembrano avere un taglio un pò discontinuo.Nella maggior parte dei casi si tratta di giacche davvero favolose.Mi piace il suo vezzo di farsi stirare con la riga anche le maniche della giacca,e adoro i suoi pantaloni senza passanti per cintura o bretelle,ma con un cinturino nella stessa stoffa cucito in vita .A volte per il gusto italiano Egli risulta un pò troppo "colorato",nel senso che un completo color avana con garofano rosso all occhiello accoppiato ad una camicia a rigone rosa ed a una regimental blù a bande rosse e gialle risultano un pò eccessivi al nostro occhio (curioso,un tempo eravamo noi italiani,in specie i meridionali,ad essere accusati di vestire in modo "squillante"),ma bisogna ammettere che il Principe riesce ad indossare questi insiemi in modo superlativo.Sono contento di apprendere che HRH abbia ordinato dei completi in seta (suppongo in shantung),da sempre un classico della sartoria meridionale italiana (Un tempo da noi il miglior produttore di shantung era la ditta "Bocchese",da quale azienda tessile britannica viene prodotta la seta ordinata dal Principe)? Infine sono grato a Mr Alden per aver ricordato l immenso Sir Winston Churchill,indimenticato statista e grande "bon vivant".Ricordo di aver visto tempo fa una fotografia scattata a Londra durante i terribili giorni del "Blitz".Sir Winston indossava una sorta di tuta,simile a quelle portate dai meccanici (presumo per poter visitare più agevolmente i luoghi bombardati),ma la tuta era realizzata in tessuto di flanella gessata.Elegantissimo!

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Nome: Carmelo Pugliatti
Data: 04-08-2003
Cod. di rif: 473
E-mail: carou65@hotmail.com
Oggetto: alpaca
Commenti:
Gentile Gran Maestro Maresca,Nel bel libro di John Le Carrè "il sarto di Panama",il protagonista canta più volte le lodi dell alpaca ("vi lascio tutti i freschi di lana ed i tasmanian del mondo;nulla è migliore dell alpaca per freschezza e lucentezza").Cosa pensa di questo tessuto;è effettivamente il "non plus ultra"? P.S.Nel 1979 avevo 14 anni,e i "nefandi 70" li ricordo bene anch io.Rammento ancora certi "completini" portati dagli adulti...roba da far venire i brividi ! Nell estate del 1975 uscì nei cinema la replica del ciclo dei film di James Bond girata da Sean Connery nel decennio precedente.Per quanto avessi solo 10 anni ricordo chiaramente di aver percepito che la moda degli anni 60" ,con la sua linea asciutta,fosse infinitamente più elegante e piacevole da vedere dei mostruosi abiti dai colori improbabili,con revers larghissimi e pantaloni scampanati,che si vedevano in giro,e che un taglio di capelli corto ed un viso perfettamente rasato fossero esteticamente ben più accettabili di capelli lunghi,basettoni e folti baffi cespugliosi.

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Nome: Carmelo Pugliatti
Data: 04-08-2003
Cod. di rif: 474
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto: "leoni al sole"
Commenti:
La cosa non è strettamente attinente al nostro dibattito sull abbigliamento maschile e la sartoria su misura,ma il Gran Maestro ed i Cavalieri tutti mi compatiranno per l uso impropio di questo gesso.Venerdì pomeriggio rete 4 ha trasmesso in prima visione TV il bellissimo "Leoni al sole",di e con Vittorio Caprioli.Il film ,del 1961,realizzato da Caprioli con la collaborazione di Raffaele "Dudù" La Capria,narra le vicende di un gruppo di "leoni",ossia di attempati vitelloni di buona famiglia nella Positano dell estate 1961 (splendidamente fotografata a colori da Carlo Di Palma,sembra davvero la terra degli Dei).Nella pellicola recitano degli autentici "leoni" di quegli anni:l elegantissimo Arturo Lonardi,divino mondano della capri anni 50-60,ed il celebre "Scisciò" Morante.Morante fu un personaggio;gran signore,di ottima famiglia e senza una lira,trascorreva le sue estati tra Capri e Positano ospite dei suoi molti amici,e di numerosi ristoranti e locali del golfo.Tornando all argomento vestimentario alcune impagabili chicche del film sono le splendide camicie,spesso azzurre con maglioncino blù sulle spalle ,indossate su pantaloni beige o bianchi ed il vezzo di portare un fazzoletto di lino bianco piegato a spuma nel taschino della camicia,come se fosse quello della giacca.Una scena impagabile è quella in cui un aspirante "viveur" si avvicina al gruppo cercando di far notare le fodere delle tasche dei calzoni in tinta coi sandali suscitando lo scherno generale.A questo punto il malcapitato è sottoposto ad un fuoco di fila di critiche ("pantaloni con vita troppo alta",non "a piede di tavolino",ecc).La stoccata finale tocca a Lonardi che mostrando il suo pantalone "London House" enuncia la giusta lunghezza che questo deve avere sulla scarpa "per permettere al calzino di fare il suo gioco"! Imperdibile,se questo gioiello venisse replicato consiglio a tutti di registrarlo.

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Nome: Carmelo Pugliatti
Data: 04-08-2003
Cod. di rif: 475
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto: Chiton e Himation
Commenti:
Mi permetto di far rilevare un errore ,piuttosto grave a parer mio,in cui è incorso il Signor Mariano Rubinacci nel sito della sua storica e gloriosa ditta.In una delle pagine del sito si legge: ...."la creazione di questa giacca rappresentava un evento rivoluzionario,come quello del primo romano in vacanza a Napoli,che si levò la sua toga per indossare il mantello corto dei greci ,la chlamys". Ora la " chlamis",o "clamide",era una mantellina a ruota portata esclusivamente dai militari,o usata fuori città dai cacciatori.In nessun caso la clamide veniva indossata da civili all interno di mura cittadine,non più di quanto oggi uno di noi indosserebbe un uniforme mimetica con tanto di elmetto, giberne e giubbotto antiproiettile per fare una passeggiata in centro.Rubinacci sembrerebbe riferirsi invece all Himation,il mantello drappeggiato tipico del cittadino Greco.Di forma rettangolare anzichè semisferica come la toga,era al contrario di quest ultima (infernale da portare) estremamente comoda e facile da indossare.Effettivamente è testimoniato dai testi antichi che molti cittadini romani (specie quelli appartenenti ai ceti alti)annoveravano tra le molte delizie di Napoli,città Greca,il piacere di poter abbandonare la scomodissima toga per il più comodo ed elegante himation (completato dalla tunica,detta in greco "chitone",e dai bianchi calzari attici).Come la maggior parte di voi,anch io ritengo che la tradizione e la memoria storica siano cose terribilmente serie.Parte importantissima del nostro retaggio meridionale è l eredità della Magna Grecia e del mondo classico.Non giudicatemi perciò troppo severo se ritengo che confondere un "Himation" con una "chlamys" sia ,per una ditta che fa (giustamente) della tradizione uno dei suoi punti d onore, sia un serio passo falso.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 05-08-2003
Cod. di rif: 477
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Tre punti importanti
Commenti:
Impareggiabile Mr Alden,
Lei tocca nell'ultimo gesso argomenti e oggetti sui quali non posso non soffermarmi.
1 - L'importanza dell'androginismo nella storia e nell'abbigliamento degli ultimi quarant'anni è uno spunto sul quale lavorare ancora. In effetti il meccanismo si è innescato quando la donna ha cominciato ad avere una propria autonomia patrimoniale e decisionale. Diventata acquirente non solo di detersivi e abiti, ha cominciato ad influenzare tutti i prodotti ed attraverso di essi il mondo. Quest'ultimo ha trovato troppo difficile mantenere uomo e donna distinti ed ha cercato di riunirli, per produrre e vendere con meno sforzo. Le donne si sentivano gratificate dalla conquista e gli uomini si sentivano liberati da un ancestrale senso di colpa. Non avendo compreso il meccanismo, l'uomo prese sul serio la cosa come è abituato a fare da sempre. Cominciò a marciare contro la sua stessa bandiera. Non volle più e non vuole tuttora sentirsi liberale per compiacere le donne, ma per compiacere altri uomini, che altrimenti lo taccerebbero di essere troppo uomo. Grottesco, ma è così. Non ho mai riscontrato alcuna critica femminile per aver aperto la portiera dell'auto ad una signora, insistito fermamente per pagare il conto o assunto altre posizioni consone con una posizione virile tradizionale, compatibile con una suddivisione di ruoli non gerarchica, ma ben differenziata. Ebbene, se spesso i giovani restano incuriositi da tali atteggiamenti e discorsi e li accettano, non così accade per altri e per molti uomini di mezza età. Io non ho simpatia per questi caratteri mollicci, che certamente a casa dovranno lavare i piatti e se ne faranno un vanto. L'uomo ha i suoi compiti e ruoli dai quali può uscire in occasioni eccezionali o se si tratta di una persona eccezionale in qualsiasi occasione. Diffidate degli altri che non li rispettano , sono dei rinnegati.
2 - Quanto alla giacca, Lei non deve affato scusarsi per il piccolo refuso linguistico, abbondantemente chiarito. La storia che ci ha raccontato vale un Perù. E' un tesoro che basterebbe a riscattare il rapimento di un sultano, figuriamoci lo scambio di una parola.
3 - Quanto al Pol Roger, ho cenato recentemente con questo Champagne ad una cena al Circolo del Polo di Roma. Non c'erano altri vini. La cuvée Sir Winston era eccellente, ma per il suo carattere riservato (che ricorda La Grande Dame) venne apprezzata solo ai tavoli seniores. Splendido (e androgino) il blanc de blanc, con una notevole acidità che lo rese graditissimo ai palati di accaldati signori e spigliate signorine.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 05-08-2003
Cod. di rif: 481
E-mail:
Oggetto: Finte raffinatezze - A l Prof. Pugliatti
Commenti:
Non so a quale tessuto faccia riferimento Le Carré. L'alpaca mi è nota solo nei pesi da cappotto e credo che sia l'utilizzo nel quale questo pelo e quello della capra del cachemire diano i migliori risultati. Come cappotto l'alpaca è effettivamente il massimo della sofisticazione, in quanto la leggerezza in rapporto al peso conferisce al capo un effetto - mutatis mutandis - paragobanile a quello dell'ombrello di seta. Resta da replicare al Le Carré che i tessuti che lui lascerebbe in cambio dell'alpaca non sono sostituiti da essa in ogni caso ed anzi non sono sostituibili affatto. Un guardaroba è un vocabolario, nel quale bisogna avere verbi ed aggettivi, parole serie e leggere, raffinate e quotidiane. Attenzione alle misture volgarissime mal confezionate a beneficio di finti raffinati dalla tasca gonfia. Sta diventando uno sport planetario la caccia al gonzo, effettuata con fucili dal calibro variabile ogni anno: super 100, poi 120, poi 140, 150, 160, 180 etc. Recentemente un drappiere molto fornito si vantava di aver ricevuto uno dei pochi tagli che Dormeuil aveva distribuito in Italia di un tessuto realizzato con la Pachemina. Io ho aperto la scatola ed esaminato attentamente il prodotto. Una volgarità patologica, senza consistenza, senza drappeggio. Gli ho chiesto retoricamente chi avrebbe mai voluto farsi confezionare una giacca con uno scialle, per di più pagandolo una briscola. Vigilate, quindi. Non Lei, Pugliatti, che la sa lunga, ma altri potrebberoo cadere vittime di imbonitori che vogliano sbolognare qualche taglio a loro dire raffinatissimo.

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Nome: M. Alden
Data: 05-08-2003
Cod. di rif: 482
E-mail: aldenm112@aol.com
Oggetto: Il buon sarto
Commenti:
Estimato Pugliatti, la parola “medio” mi da un febbre che solo un buon dose di Champagne (non dose)potra spegnere. Ecco la scusa che aspettavo per stamparmene una buona botteglia sta sera, per ragioni medicali ed terapeutici ovviamente. La ringrazio.

Mi ricordo la intervista di un journalista Francese molto intelletuale con uno dei piu grande regista di cinema del secolo passato John Ford. Il journalista gli chiedeva “Mr. Ford, perche Lei a fatto questo bel film, quel inspirazione si sentiva nel fondo di Se per creare questa meravigliosa epic etc. etc.” Ford la guardava appena et disse, “Signore, ho fatto questo film con l’inspirazione di mettere cibo sulla tavola della mia famiglia!” Non dimenticiamo che nostro artista, il sarto, ha spesso la stessa inspirazione ed ojettivo.

Per mettere un pasto sulla tavola, il sarto ha i suoi clienti che sono, grosso modo, di due tipi: clienti facili ed clienti difficili. Il Suo stipendio per tutte le due sono uguali, ma il lavoro ed tempo necessario per soddisfarli sono molto diversi. Immaginiamo che il novanta per cento dei suoi clienti sono facili. Da il dieci per cento di clienti difficili sono nove per cento difficili ma senza gusto. Rimane solo uno per cento che siano esigente ed con gusto. Un business di qualche sia tipo non si puo concentrarsi, per mettere cibo sulla tavola, sul un percento della richiesta ma sul novanta.

Il cliente facile o “medio” viene in sartoria chiedendo che la giacca sia giusto per il suo lavoro, non troppo lungho, come quello dell amico o padre, che piacerebbe alla moglia, che abbia bottone che si puo essere slanciati etc. Il sarto prende misure, da un po di consiglia ed assicura il cliente che sara accontentata. Perche non ha ricevuto altri istruzioni, prendera la carta modello della sua giacca standard nella taglia che andra al cliente con un po di agiusti ed via. Dopo qualche visite per misurare, e in grado di consegnare il abito. Il cliente e contento, il sarto e contento. La vita e bella. Si mangia bene sta sera.

Con il tempo recuperato dal cliente facile, il sarto puo ritornare al lavoro per questi signori si esigenti ed difficili! Per fare bello per questi signori bisogna ricuperare il massimo di tempo libero dai clienti facili ed concentrarsi davvero al “challenge” che si trovi. Il buon sarto lo fara per passione, perche ha il orgolio di considerarsi un artista, ma non per motivi commerciali perche non ci siano. Trovare sarti che hanno ed la volonta ed il genio per fare opere belle non e facile. Ma si trovano. Ed noi sappiamo estimare questi sarti parimenti per loro talento ed per loro volonta.

Se, invece, il sarto cercava di fare di ogni di questi clienti facili, un intenditore illuminato ed creativo di tipo Fred Astaire, sara un gran bell spreco di tempo ed di energia. Tempo ed energia che non potrebbe offrire a suoi clienti interesantissimi per quelli di qusto, o quelli noiosi che non ne abbiano. Ed il cliente facile, sarebbe veramente piu contento di trovarsi in un doppiopetto degno di David Niven? Non ne sono sicuro.

Non e il lavoro del sarto di essere un “John the Baptist” dell eleganza convertando anime, mettendoli sulla buona strada di ridenzione estetica. Sarebbe bello. Ma non e cosi. Non e mai stato cosi. Ed non sara mai, sopratutto, mai cosi nel futuro.

Con amicali saluti,

M. Alden








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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 05-08-2003
Cod. di rif: 483
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Piccoli ritardi
Commenti:
Devo ancora una volta lodare le iniziative di Carmelo Pugliatti, il cui dotto gesso sulla moda attica e latina mi offre un atout da usare all'occorrenza con il buon Mariano. Nell'ultimo gesso l'humour squisito di Alden lo inchioda, ma il nostro prof. non se la prenderà. Alden ha ragione, ma Pugliatti non ha torto. Entrambi adottano argomenti che devono far riflettere. Tutto sommato, penso che molti pagherebbero il prezzo di una rivista per leggere testi così ben confezionati come i loro e quelli di molti altri, che qui appaiono quotidianamente senza nemmeno il fastidio della pubblicità. Sono espressione di personalità colte ed appassionate, di un'idea felice che sta man mnao prendendo corpo. Segnalo il gesso sull'estetica della apparso recentemente nella Porta dell'Arte e quello sulle lame nella porta dell'Azione. Grazie anche alla qualità ed al ritmo con cui nuovi personaggi si manifestano, il sito ha riscontrato nel mese di Luglio un incremento delle visite del 30% netto. Ringrazio tutti i nostri Visitatori e mi scuso con quelli che accusano ritardi nelle risposte. Debbo ad esempio rispondere da tempo al gesso n. 429 dello scudiero Giuseppe Pagano, ma le domande sono tali e tante da essere state rinviate. Affronterò presto gli argomenti in questione ed anzi metto la palla al centro nel caso altri vogliano giocarla. Sono un pò in giro e non riesco a fare quelle belle giornate davanti al computer che mi permettono di mettermi in pari con l'immensa mole di lavoro visibile ed invisibile che l'associazione comporta.

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Nome: Giuseppe Pagano
Data: 05-08-2003
Cod. di rif: 484
E-mail: gpagano@gop.it
Oggetto:
Commenti:
Egregio Grande Maestro,

so benissimo che Lei lavora incessantemente, dedicando gran parte del Suo tempo, per rendere sempre più imponente il Castello, arricchendone i Suoi già magnifici torrioni ma non trascurando, al contempo, di rinforzarne sempre più le fondamenta. Quindi,capisco perfettamente.

Cavallereschi Saluti

Giuseppe Pagano

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Nome: Giuseppe Pagano
Data: 05-08-2003
Cod. di rif: 485
E-mail: gpagano@gop.it
Oggetto: Richiesta per Mr. Alden - Ringraziamenti al Grande Maestro e
Commenti:
Egregio Mr. Alden,

in vista di un mio prossimo viaggio a Londra sono alla ricerca di informazioni relative ai luoghi di interesse cavalleresco. Potrebbe essere così gentile da fornirmi qualche indicazione.

Colgo l'occasione, inoltre, (meglio tardi che mai) per ringraziare il Grande Maestro ed il Cavalier Forni rispettivamente per la magnifica descrizione del viaggio alla scoperta degli autentici artigiani napoletani (Loro di Napoli - Monsieur Marzo 2002)e per lo stupendo ed incisivo gesso 158 "Amarcord Anglomania".
Sottocrivo appieno Le parole che il Cavalier Forni dedica al Sommo Dante De Paz. Credo fermamente, infatti, che la frequentazione del Suo "Tempio" negli anni trascorsi da studente universitario a Bologna rappresentino per me, senza timore di esagerare, una tappa importantissima di crescita e di avvicinamento ai Valori Cavallereschi.

Lo scritto del Grande Maestro, invece, mi ha giudiato alla riscoperta di Napoli dopo, appunto, la parentesi universitaria bolognese. Laureatomi nel Marzo 2002 l'ultima cosa che comprai alla stazione di Bologna fu proprio il numero di Monsieur. Mai fu così onirico e rapido il trasferimento in "Eurostar" (indolore perchè mi impongo di non frequentare la carrozza ristorante con i suoi flute di plastica, le paste pre-cotte ed i panini - sandwich proprio non possono definirsi senza disturbare l'eterno riposo dell'omonimo Lord -plastificati) verso Casa.
Fa parte ormai indelebile dei miei ricordi la scoperta, nei freddi ed ultimi giorni del Marzo 2002, dei luoghi e dei personaggi mirabilmente introdotti dal Grande Maestro...l'incredibile e Saggio Mario Talarico con i suoi simpatici ed appassionati nipoti, il vulcanico Toni Rossi, la Napoletanità più pura applicata all'imprenditoria; per non parlare del sapore, dell'aroma, dell'afrore del caffè Harem preparato "con amore", dopo una mirabile scena di cabaret degna di Totò e Peppino con il collega, da Ciro Afelba del "Caffè Mexico" di Via Scarlatti.(Lo stesso alcuni anni prima mi distraeva e tranquillizzava con la sua schietta simpatia e con i suoi corroboranti caffè prima della fatidica prova orale di greco ed italiano dell'esame di maturità...).
L'elenco è ancora lungo...sono tuttora fermamente convinto che, anche grazie al Grande Maestro, fu il miglior modo di "riscoprire" la Mia città.

Grazie ancora.

Cavallereschi saluti

Giuseppe Pagano

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 05-08-2003
Cod. di rif: 486
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Ragione ed Emozione
Commenti:
Esemplare Sir Alden ,

con il Suo inconfondibile english disposition, ci rammenta che il sarto, come qualunque altro artigiano di bottega, deve anche badare a “portare a casa il pane”.
Il nostro sconfinato amore per la sartoria - come per tutto il mondo artigianale, unico porto per l’uomo di gusto - spesso ci allontana da questa realtà e ci fa vedere il Maestro sarto come mitologico artista devoto univocamente al superbo.
Il tailoring, è vero, come ogni altra attività produttiva, mira ad offrire un prodotto per ricavarne un guadagno. Quest’operazione è facile con il novanta percento della clientela, difficile con il nove percento, meravigliosamente impossibile con il restante uno percento.
Non dimentichiamoci però che il sarto deve proprio ringraziare i committenti più estremi e virtuosi per l’affinamento della sua arte. Di ciò ne godranno tutti i clienti.
Il vestire maschile scatena inevitabilmente epiche passioni ed il sarto è chiamato a rispondere ad esse non solo da esecutore ma da “plasmatore d’idee”, da artigiano colto che da un guizzo dell’avventore scatena la mano, gli occhi, l’appetito.
Chi vuol vedere oltre l’orizzonte vuole un Maestro che gli sappia infondere pathos con il suo lavoro, perché solo quando la logica della ragione e la forza dell'emozione operano insieme può nascere l’opera d’arte che chiamiamo Eleganza.

Con stima,
cavallerescamente
Lorenzo Villa


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Nome: Carmelo Pugliatti
Data: 06-08-2003
Cod. di rif: 487
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto: buoni sarti
Commenti:
Gentilissimo Mr Alden,spero che lo Champagne fosse di suo gradimento,e servito alla giusta temperatura.Devo in tutta coscienza chiederle scusa;il simpatico dibattito sul "buon sarto" apertosi in questi giorni tra noi è in gran parte dovuto ad un mio infelice esempio ed a una riprovevole mancanza di chiarezza da parte mia.Ho scritto in un mio precedente intervento che guardando le foto di Fred Astaire,del Duca di Windsor,e di altri ineguagliabili campioni dell eleganza virile riscontravo uno stile degli abiti di Saville Row non più eguagliato in tempi recenti.L esempio è stato foriero di equivoci,e me ne scuso.Avrei più semplicemente dovuto dire che guardando delle foto raffiguranti abiti di Saville Row, tagliati tra il 1930 ed il 1965,vedevo dei capi di linea sensazionale e questo indipendentemente dal fatto che il committente fosse o meno un dandy o una personalità dal gusto eccezionale;viceversa rappresentazioni fotografiche di completi tagliati oggi nella celebre strada non suscitano su di me le stesse emozioni.Esempio:Ho davanti a me una foto tratta da "Tempo",una rivista italiana del 1955.La foto mostra un gruppo di ufficiali delle guardie ,in borghese,che camminano in una strada di Londra.Indossano dei completi a doppiopetto "chalk stripe"di taglio favoloso.La cravatta sporge dall incrocio dei revers nelle giusta misura senza essere troppo coperta da una giacca eccessivamente chiusa,pur essendo la distanza tra le coppie di bottoni non troppo ravvicinata.Altra foto presa da un libro di moda maschile.Ritrae un cliente presso la rinomata sartoria "Gieves & Hawks mentre prova un abito a doppiopetto.Il completo è correttamente tagliato,ma la giacca non è troppo dissimile da un capo di confezione "corneliani",in vendita in molti negozi D Italia.Per quel che riguarda il discorso relativo al "cliente medio" (d accordo con lei,parola orrenda,e mi scuso di averla usata)quel che volevo dire è questo:Se un cliente,dotato di gusto (altrimenti non andrebbe in sartoria) ma tecnicamente non in grado di destreggiarsi tra "costure" e "notch" si rechera da Tommy e Giulio Caraceni,da Rubinacci,da Gennaro Solito,da Panico,ecc otterrà in ogni caso un abito assolutamente incomparabile,inconfondibile con un capo di confezione o "su misura industriale".Soltanto un modesto sartino cucirà un completo mediocre per il cliente non troppo esigente ed un buon vestito per un intenditore che gli è stato "con il fiato sul collo"per tutta la durata delle prove.Colgo l occasione per salutare il Gran Maestro Maresca e tutti i gentili Signori che frequentano queste lavagne.Per alcune settimane celebrerò l antico e civilissimo rito della "villeggiatura".Arrivederci a presto,e buona Estate.

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Nome: Lorenzo Villa
Data: 08-08-2003
Cod. di rif: 488
E-mail: lorenzo.villa@relcoinstruments.com
Oggetto: Pences "rovesciate"
Commenti:
Carissimo Gran Maestro,

aiutata dal caldo torrido, la mia mente veleggiava verso le fresche lande scozzesi quando, all’improvviso, si lasciava incantare da un idea che ben aveva a che fare con l’isola britannica : chiedere al Maestro Ambrosio di cucire il prossimo pantalone con le pences rovesciate, cioè rivolte all’interno.
Tipologia assolutamente british, dovrebbe aiutare la mia predilezione per i pantaloni asciutti. Ovviamente da considerarsi con una sola pence. Appropriato completamento potrebbero essere i due cinghietti laterali nel bustino al posto dei passanti.
Confido nella Sua sterminata perizia per un responso che mi convinca a perseguire il progetto o a lasciarlo fluttuare via nei venti delle Highlands.

Con sempre più stima,
Suo
Lorenzo Villa




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Nome: M. Alden
Data: 08-08-2003
Cod. di rif: 489
E-mail: aldenm112@aol.com
Oggetto: I pantaloni
Commenti:
Raffinato Villa,

Avevo letto con ammirazione il gesso del Gran Maestro sulla estetica ed fabricazione a misura del pantalone destinato ad essere portato con bretelle. Si imagina che in Italia si porta il pantalone un po diverso del modo che noi, inglesi, la portiamo. Ma non, l’esistenza dell’universitalita del uomo di giusto era ancora una volta provato nel Suo gesso. Dopo questa lettura gradevole, mi e rimasto una domada a chiedere. Perche vanno un po sull stesso tema, il pantalone del uomo di gusto, mi permito di aggiungere questa domanda insieme con il Suo al considerazione del Gran Maestro.

Un punto che influisce molto sul l’estetica ed commodita di un buon pantalone e la posizione di porta alta dell pantalone. Per assicurarsi di un buon comportimento delle pences ed una ottima vestibilta, il pantalone deve essere portato sulla vita ed non sull’anca. Questa cosa conosciamo tutti. Ma per realisare la porta alta corretamente, ocurre al inizio tagliare il pantalone in un modo ben preciso.

Cioe, il “rise” (in inglese, “montant” in termini francesi) deve essere abbastanza lungha per permettere la posizione di porta alta desiderata. Se il “rise” non e tagliato sufficentemente lungho, il pantalone rischia di stringere troppo su una parte molto sensitivo della anatomia maschile, dunque sara scommodo. Anche se il “rise” e troppo corto il devante ed pences del pantalone sara deformato et dunque inestetica.

Per un pantalone destinato ad essere porato con il abito ed con bretelle, il “rise” ira da 27 a 30 cm segondo il fisico del cliente. Per pantaloni destinati per situazioni molto formali con Dinner Jacket, per esempio, possiamo andare fino a 32 cm ed piu. Ma siamo li per quasi tutti i clienti. Il “rise” normale di circa 25 cm. Ma il “rise” deve essere tagliato giusto perche se e troppo lungho, intervengono altre problemi di commodita ed di estetica. Yes, e sempre cosi!

Un altra considerazione per il taglio del “rise” del pantalone, e l’equilibrio fisico dal cliente. Pochi sono i uomini che hanno il torso ed le gambe prefettamente equilibrati. O uno a il torso lungho con gambe corti o vice versa. Il elegante con le gambe corti deve dismostrare un attenzione particolare alla porta alta del pantalone ed dunque del taglio del “rise.” L’alta posizione del pantalone servira di dare l’impressione di piu di lunghezza alle gambe ed un presentazione piu equilibrato. Dopo bisogna tagliare la giacca, con una vita piu alta per sostener in equilibrio l’effeto del pantalone. Ma gia a Napoli, si sa da sempre tagliare la giacca in qual modo elegantissimo. E istinto.

Per misurare il rise del pantalone, si prende la misura totale del pantalone, per esempio 113 cm. Dopo si misura la lunghezza della gamba, dal punto del incrocio delle gambe fino al fondo del revers, diciamo 83 cm. La misura del “rise” e la differencia tra queste due misure o 30 cm.

Come se dice “rise” in Italiano? (Forse si dice “cavallo” del pantalone?) Quale sono i punti fondamentali rispetto alla “rise” nel estetica della tradizione italiana del bel vestire? Ecco la mia domanda, troppo lungha.

PS. Per quanto riguarda la scelta direzionale delle pences, ed dato la mia disposizione ben inglese, ha gia indovinato la mia risposta. Non? Sentiamo il Gran Maestro.

Con cordiali saluti,

M Alden


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Nome: M. Alden
Data: 08-08-2003
Cod. di rif: 490
E-mail: aldenm112@aol.com
Oggetto: Gieves & Hawkes
Commenti:
Persistente Pagliacci,

Non scusarsi. Io mi sento sempre un po impoverito nei gruppi dove vanno sempre d’accordo le persone. Ci sembra mancare qualche cosa. La diversita di opinione da dimensione a qualche sia gruppo o discusione.

Sostiene che un abito fatto da uno delle case piu famosi di Savile Row, Gieves & Hawkes (sarti di Prince Charles, uno dei uomini piu eleganti dell nostro tempo) vale solo un abito confezionato di fabricazione industriale Italiana. Malgrado suo grande reputazione, devo dire che non conosco personalemente loro modo di lavorare ni loro prodotti. Come Lei ho visto qualche foto. Pero la referenza di Prince Charles mi fa sospettare che suo dichiarazione sia forse un po troppo duro. Mi faranno la stessa sensazione dubitoso, i dichiarazioni seguenti:

Ho visto un foto della Capella Sistina, e uguale al soffito del mio pub a Londra!
Ho visto un foto della costa Amalfitana, e uguale alla costa vicino a Liverpool!
Ho visto un foto di Roma, Firenze ed Venezi, e proprio Birmingham!
Ho visto un foto di Monica Bellucci nuda, e uguale a Lady Thatcher nuda!
Ho visto un foto della Gioconda, e uguale a Lady Thatcher vestita!

Lei riferisce molto a delle “foto.” Mi fa pensare alla storia delle due cannabali catturati per i militari nel mezzo del giungla di Borneo durante la Grande Guerra. Stanno insieme, questi due cannabali, mangiando foto di belle donne et bambine strappati di una revista di moda. Uno dice all altro “Magari questi razioni militari non hanno per niente il gusto della cucina da noi!” Personalmente, io non mi affido molto alle foto. Preferisco sempre ed piutosto visitare, toccare, anche magari, provare! Ho un educazione molto troppo settecento per pemettermi di assumere un parere senza la fondazione di una profunda esperienza personale.

Io starei molto scontento di sapere che Lei si e trovato molto male con un sarto di Savile Row. Per l’intensita di suo sentimento, qualche cosa di peccato e chiaramente survenuto. Mi dispiace. E facile dire, ma forse faccendo una altra prova di una giacca, per esempio, a Anderson & Sheppard, i suoi convizioni saranno o confirmati o spenti per sempre.

I miei descrizioni della vita sartoriale vengono direttamente delle scene della sua realta. Per esempio, i aggettivi “facili ed difficili” presentati nel “il buon sarto” vengono direttamente del gergo sartoriale di Savile Row, delle scene come quello dell pranzo dei sarti anziani di Savile Row che ho descrito in un altro gesso.

Visto la lista dei clienti di questi anziani, posso assicurarla che non sono sartini di villagio. Ed non e che un sarto fa “mediocre” per il cliente facile. Fanno molto bene ed molto bello rispetto alle aspetattive ed richiesto del cliente. Il concetto di “mediocre” non entra nella discussione. “Mediocre” e un realta paralello che vediamo ogni giorno, ma e un realta che non viveremmo mai.

Con frizzanti saluti,

M. Alden






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Nome: Carmelo pugliatti
Data: 14-08-2003
Cod. di rif: 492
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto:
Commenti:
Gentile Mr alden,Non pretendo certo di essere il detentore della Verità (con la V maiuscola).Le mie sono soltanto opinioni personali,e come tali possono essere condivise oppure no.Lei afferma che le mie deduzioni sulla decadenza dell arte sartoriale in Inghilterra non sono vere.ne prendo atto,e ne sono lieto.Un ultima cosa.il mio nome è PUGLIATTI,non PAGLIACCI.Sarei lieto se la prossima volta prestasse maggiore attenzione al cognome del suo interlocutore.L eleganza non è fatta soltanto di abiti ben tagliati;ed in fatto di eleganza e di buone maniere ho sempre piu l impressione che noi Italiani,malgrado il nostro vizio congenito di sminuirci e denigrarci, potremmo dare lezioni a molti.La saluto cordialmente.

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Nome: M. Alden
Data: 14-08-2003
Cod. di rif: 493
E-mail: aldenm112@aol.com
Oggetto:
Commenti:
Dear Mr. Pugliatti,

I offer you my sincere apology for an ergregious error. That should teach me a lesson not to try to write in Italian and listen to Opera at the same time!

Sincerely,

M. Alden

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Nome: M. Alden
Data: 17-08-2003
Cod. di rif: 494
E-mail: aldenm112@aol.com
Oggetto: Tale of two giacche o Recondita armonia di belleze diverse!
Commenti:
Amici Cavallieri, io cercherei di mantenere la discussione della Sartoria sulla terra firma del vissuto, del toccato, del portato. Per dire, con prove che saranno considerati admissibili segondo le regole del “English common law.” Ecco, mi e venuto l’idee di fare un review di due belle giacche veri, una inglese ed l’altra italiana, per divertirvi.

Ho due giacche di fabricazione sartoriale, una inglese ed una italiana, davanti da me. Le misure delle giacche sono uguali anche il disegno (“three button roll through.”) La giacca inglese e foderato, tasche tagliati, di un squisito tweed Shetland di circa 400 grammi. La giacca italiana e sfoderata, tasche applicati, di lambswool ed cashmere di circa 340 grammi. (Nota Bene: Queste giacche non rappresentano tutto la produzione sartoriale Inglese o Italiano. Erano scelti da un collezione personale solo per motivo di fare un review obiettivo.)

Giacca inglese

Guardando la giacca inglese se sente la portiere di un vecchio Rolls chiudere con il suo ditinto rumore che fa tremare la terra sotto i quattro pneumatici. Tutto come il vecchio Rolls questa giacca e solido, l’espressione pura di masculinita, ed cento per cento British.

Il occhio e invitato di godere alla vista di baveri ricchi ripiegati con una curvatura molto modellata, che si disperde nella prolungata fino in alto dove si incontra un cran “boca di pesce” perfetta. I baveri sono si modellati che quello dell lembo superiore passa proprio sopra quello inferiore curvando et ripieghandosi dopo in alto. Dunque la punta vita e molto lungha. La cucitura tra bavero ed collo e diritto ed a un angolo molto elegante cioe ne troppo perpendicolare ne troppo sceso.

La spalla e rotondo, ed naturale. Ma essendo piu lungo che la spalla naturale si trova una leggera depressione al punto della attacatura con la manica. Fanno cosi certi sarti inglesi per dare piu di commodita nei movimenti, per esempio, quando le due braccie sono davanti di se come quando uno guida la macchina, mani sul volante. Pero puo essere considerato inestetica per certi che prefersicono una spalla pulita. I davanti della giacca si aprono a un angolo discreto ed, un punto negativo, sembrano leggermente statico. Le tasche tagliati sono diritto ed sobrio.

I interni sono realizate con la stoffa migliore ed finite con cura ed attenzione. Veramente bella. Il filo dietro dal bavero per attacare il tronco del fiore e pure bella. Adosso, la giacca e molto piu leggera che sembra al primo vista ed e molto commodo. Si puo fare gimnastica con questa giacca adosso.

Il imagine generale della giacca non e per niente vistoso o “flashy.” Da lontano sembra una giacca molto normale, ma studiando da vicino si rivela, al occhio educato, tutti suoi belleze. Portare questa giacca e come portare un orlogio “tourbillon” di Vacheron Constantin, Breguet o Patek Philippe in platino. Solo i veri intenditori riconoscono la belleza nascosta, individuale, ed sottile. Siamo ascoltando un sinfonia di Haydn o Mozart.

La giacca italiana

La giacca Napoletana e un Bugatti, vecchio Jaguar, o Cord americano. Anche fermi questi deliziose macchine sembrano in movimento, volando, attirando il occhio con una linia a la volta graziosa ed dinamica.

Il occhio va immediatamente alla spalla naturale, un po gonfiato ed ricco, per dopo trovare una manica che cade come un papillon vola, con una leggereza ed morbidezza esemplare. E una cascata di Niagra fatto di aire, luce ed bruma. La spalla a mappina e veramente un capo lavoro.

Le parole chiave sono morbidezza con movimento. Niente e statico qui. La giacca segue chi la porta ed sembra poter anticipare i suoi movimenti. Strappato a due ed mezzo, i baveri sono modellati con discrezione et sono purtroppo leggermente magro. Ma i davanti che corrono in dietro hanno niente di statico nel loro vene. Al contrario, voliamo ancora.

La finizione e retta. Ci sono punti lavorati a macchina che per una giacca da sartoria, presunto a mano, e peccato. Ma non cambia molto ne nella linea ed solo poco probabilmente nella commodita. Questa giacca e anche molto commodo, non ci la senta per niente. Il tessuto leggera sembra essere dipinto sul corpo.

Chi porta questa giacca diventa una pubblicita ambulante per l’artisanat italiano. Si vede son aspetto “sartoriale” da 250 metri ed piu. Vicino uno non puo essere che colpito per sua bellezza fuori norme. Guardando questa giacca si ricorda che essistono posti, come Napoli, dove uomini portano queste giacche ogni giorno, anche in citta. Si immagina, un attimo, nel negozio maschile piu bello del mondo, Marinella, in un momento di ammirazione totale. Purtroppo, per noi inglese, non si immagina a Londra, nel freddo, sul piove, sul neve ed fango, sofferando il sporco della polluzione! Non, questo, non! Si lo portera alla campagna in Estate, al Mare, con amici il Weekend, durante viaggi per fare piacere anche ai cittadini del mondo.

Nella strada, la giacca inglese non fera fermare nessuno, e discreto ed maschile. Solo i intenditori sapranno riconoscere i suoi belleze nascoste. La giacca italiana fera girare le teste come il launch di un Space Shuttle nel centro di Londra. Donne curiosi, uomini invidiosi, donne invidiosi, uomini curiosi, tutti si ritornerano perche troverano questa giacca speciale ed brillante, perche lo e!

Per i tessuti al di la di 400 grammi, avrei una leggera (ma molto leggera) preferenza per la manifattura inglese. Sotto 400 grammi non c’e paragone, la giacca italiana e da scegliere. Come diciamo noi, “Different horses for different courses!”

Ecco un analiso che spero obiettivo et ragionevole di queste due belleze. Diverse belleze come quella della bruna, Tosca, et la bionda con i occhi azzuri!

Con cordiali saluti,

M Alden


Giacca inglese

Punti positivi

Maschile, discreto, lavorazione perfetta, durabilita.

Punti negativi

Davanti statici, costruzione della spalla che non piace a certe persone.

Giacca italiana

Punti positivi

Commodita ed estetica brillante, spalla eccezionale opera d’arte sartoriale

Punti negativi

Punti realisati a macchina, baveri magri, finizione non 100% al livello.











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Nome: Carmelo Pugliatti
Data: 19-08-2003
Cod. di rif: 495
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto: giacche...
Commenti:
Esimio Mr Alden,lasci che le dica che trovo la sua "rewiew" sulle giacche splendida !Potentissima la metafora di paragonare il capo British ad una Rolls e quello Italiano ad una Bugatti o ad una Cord (quest ultima a mio parere una delle auto più belle del XX secolo).Meraviglioso l effetto della manica Inglese,con la leggera depressione all attaccatura ;anche alcuni sarti italiani realizzano un simile accorgimento,o perlomeno lo realizzavano in passato (ad esempio Pirri negli anni 50,cospicuo esponente di una scuola siciliana che fin dall inizio del XIX secolo guardava principalmente a Londra).Ritengo che la bellezza di una giacca stia principalmente nella sua linea,nell effetto complessivo addosso al suo propietario,e che la "pulizia" delle superfici vada posta leggermente in secondo piano.Come diceva un anziano gentiluomo Napoletano di mia conoscenza "una giacca deve cantare".Vi sono giacche dalle linee perfette,nette e pulitissime che però non "cantano",ossia risultano anonime,non comunicano emozioni.Dalle sue parole capisco che Lei,caro Mr Alden preferisce baveri ampi e pastosi;capisco,l effetto è più drammatico.Tuttavia in generale non credo che la giacca sartoriale italiana si caratterizzi per un rever più stretto;la cosa dipende dai gusti del committente o dalla scuola sartoriale (ad esempio mi risulta che anche in Inghilterra,a Saville Row,il rinomato Robert J. Bright,chairman of Wells taglia degli splendidi baveri snelli).Vorrei chiederle quanto secondo lei dovrebbe essere largo il rever nel monopetto,e quanto nel doppiopetto (attualmente in Italia abbiamo circa da 8 cm ad 8 cm e 1/2 nella prima giacca,e circa 10-11 cm nella seconda.Un altra curiosità:se non preferisce mantenere la cosa riservata,potrei avere l ardire di chiederle a quali sartorie appartengono i capi da lei magistralmente descritti? la saluto cordialmente Carmelo Pugliatti

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 21-08-2003
Cod. di rif: 496
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Lunga villeggiatura
Commenti:
Visitatori,
penso che tutti Voi, anche coloro che non intervengano direttamente, riscontriate che la qualità del dialogo sulle Lavagne e nelle altre aree interattive, ma segnatamente in questa, abbia raggiunto un livello straordinario. Gli interventi si susseguono meditati, ricchi di stile, notizie e idee. Per rintracciare passate discussioni in una serie di testi che ormai è diventata piuttosto corposa, suggerisco a chi già non lo faccia, di utilizzare il sistema di ricerca predisposto su vari criteri: nominativo, cronologico, per numero e anche con parole chiave.

Per quanto mi riguarda, da qualche settimana resto poco attivo nello scrivere e rispondere. Sono in villeggiatura con la famiglia, tesoro che non ho meritato e che tuttavia tengo ben stretto. Così mi sto dedicando ai miei ragazzi e intervengo nel sito molto sporadicamente. Qui dove sono dispongo di un dispositivo piuttosto lento, che solo per collegarsi utilizza tutto il tempo che ho a disposizione tra il mare ed una pizza, tra una passeggiata ed un cinema.

Non mi è però sfuggita la splendida serie di gessi che si sono succeduti e che mi impone di dar loro la meritata importanza e qualche risposta.

1 - Il buon Villa mi chiedeva se proseguire coi pantaloni fermati da cinturini laterali e con pinces girate all’interno. Conoscendone l’altezza ed il fisico longilineo, credo che le pinces all’inglese rappresentino una soluzione validissima. Quanto ai cinturini laterali, va considerato che essi servono a sostenere i pantaloni, sostituendo sia bretelle che cinture. Ovviamente vanno senza spacco posteriore. Qualora si voglia invece far uso di bretelle, meglio sistemare un solo cinturino posteriore, poco sotto lo spacco. Io che ho un po’ di pancia e cambio taglia con facilità, trovo lo spacco posteriore indispensabile.

2 – Mr Alden si sta distinguendo per la coerenza e forza del suo pensiero. Molto cavallerescamente, egli offre pochi appigli al compromesso. Inoltre ci ha deliziato con degli affreschi della sartoria inglese. Si tratta di un mondo che non solo è poco noto, ma per quel poco è totalmente travisato o affidato a notizie riportate da fonti poco affidabili. Lo stesso Alden ci offre un esempio meraviglioso della mentalità inglese quando al gesso n. 489 calcola il “rise” dei pantaloni misurando prima la lunghezza totale di quest’ultimo e poi deducendone la lunghezza della gamba. Noi continentali misureremmo e misuriamo direttamente la distanza tra orlo superiore e cavallo, cioè quella parte dei pantaloni che sta al di sopra del cavallo. Approfitto per rispondere ad un’esplicita domanda del nostro Visitatore d’oltremanica: questa misura si chiama in italiano “altezza in vita”. Giustamente Alden ci segnala come la sartoria di qualità la metta in rapporto alla figura, alla posizione, larghezza e conformazione dei fianchi ed all’utilizzo del capo. Aggiungo che la stessa importanza va attribuita anche alla “montatura”, molto meno appariscente ed indispensabile per la calzata e il movimento. Si tratta della differenza tra lunghezza della parte anteriore e quella della parte posteriore, sempre maggiore. Tornando alle delizie delle misure inglesi, nel mio quinto Vestirsi Uomo dedicato ai tessuti segnalavo come in questo campo si sia resa impossibile o almeno difficilissima una conversione globale dei sistemi di misura dei pesi e lunghezze in quanto sino a qualche decennio fa si utilizzava in Inghilterra la “wollen measure”. Questa unità di misura era nata dall’abitudine di misurare le pezze di stoffa con la stecca da una yarda. Il punto sulla pezza veniva segnato col pollice, che restava fermo mentre la stecca veniva posizionata dall’altra parte per andare avanti. In tal modo, ogni yarda misurata comportava un pollice in più. Gli inglesi non dissero nulla agli impiegati, ma per non vendere 101 al prezzo di 100 introdussero questa misura, specifica per il mondo tessile. Un’altra misurazione molto complessa è quella che sta dietro alle numerazioni super100, super120 etc. Ne ho chiesto in giro senza aver ancora compreso veramente da dove derivino e se abbiano ancora senso. Le risposte che ho avuto sono quelle che sono bastate a tutto il mondo, ma non mi soddisfano. Dicono che si tratti della lunghezza che dovrebbe avere un filo per pesare un’oncia o qualcosa del genere. Non mi convince e non giustifica la dizione super. Manca qualcosa, che un giorno scoprirò. Resta un mistero il punto inglese col quale si misura il diametro dei bottoni. Ne ho chiesto a case produttrici, che non hanno saputo rispondermi e hanno creduto di rispondermi e rispondersi fornendomi la conversione in millimetri. Mi sono dilungato sull’argomento perché lo trovo di grandissimo interesse. Noi siamo sempre più limitati dalla convinzione che il modo più giusto per effettuare un’operazione sia quello più semplice e veloce. Non ci si accorge che così si conclude che ciascuna cosa possa essere fatta in un solo modo. E’ per questa via che la ragione da strumento è diventata scopo, sostituendosi alla felicità. Io dico che la ragione applicata per se stessa porta dopo pochissimi passaggi alla perdita totale del senso comune, sicché delle interruzioni, ancorché piccolissime come quelle citate, sono il più alto esempio di civiltà. Del resto, la Vita ed il Cosmo durano perché non scelgono mai le soluzioni più brevi e semplici.

3 – Quanto al mirabile gesso n. 494 sulla comparazione di due giacche, il mio pensiero fu già esposto nella sintetica tripartizione della sartoria in internazionale, inglese e napoletana, enucleata nella prima puntata del vestirsi Uomo (vedi Florilegio). Quanto alla sartoria londinese mi espressi piuttosto brevemente, perché non avevo notizie di prima mano. La sensibilità di Mr Alden mi è ora di grande aiuto nell’arricchire la mia idea in merito e si rivela acutissima nel cogliere la dinamicità e la facilità estetica della giacca italiana, ma io direi napoletana. La giacca inglese è più intima, impassibile. La sua vanità non è diretta, ma indiretta ed è composta in maggior misura da un compiacimento personale che da un giudizio universale. Non si esprime in rime baciate, ma in una prosa rigorosa che soddisfa solo i lettori pazienti. Piace a quanti siano stati capaci di superare l’ostacolo dove scivolano in molti: quello di confondere la bellezza con l’eleganza. Se si ritrova in quella che sembra una crisi creativa è probabilmente perché il sarto inglese ha voluto restare proprio lì, lontano da ogni tentazione di sentirsi stilista. Guardate come quelli che molti credono i migliori marchi artigianali napoletani, cioè Paone e poi Borrelli, stiano percorrendo a grandi falcate la strada dello stilismo poliedrico. Dalle camicie siamo arrivati ai cappotti ed alle scarpe. Dalle giacche alle cravatte. Alla sartoria inglese, che si è sempre sentita la madre di tutte le sartorie, non ha mai interessato imboccare questa strada che porta a produrre le piastrelle.


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Nome: M. Alden
Data: 24-08-2003
Cod. di rif: 497
E-mail: aldenm112@aol.com
Oggetto: Eleganti senza frontieri
Commenti:


Ancora una volta, caro Gran Maestro, si rivela capace di communicare in quattro frase, con una facilita eccezionale, nell paragrafo 3 dell suo ultimo gesso, l’essenza dell eleganza universale.

“La sua vanità non è diretta, ma indiretta ed è composta in maggior misura da un compiacimento personale che da un giudizio universale.” Perfetta. Si potrebbe solo dire che il abito inglese sara riconosciuto per un giudizio molto distinto dei pari del elegante che lo porta. Il abito e anche un modo di communicare il suo livello di educazione ed posto sociale. Balzac a detto. “Dites moi qui Vous hantez, je Vous direi qui Vous-etes.” Potremmo dire anche, “Dites moi comment Vous vous habillez, je Vous direi qui Vous etes.”

“Piace a quanti siano stati capaci di superare l’ostacolo dove scivolano in molti: quello di confondere la bellezza con l’eleganza.” Pura poesia perche potere distinguere il bello del elegante e un lezione primordiale nel buon gusto.

Amici, avete mai visto un uomo vestito in un modo particolarmente bello senza poter distinguere un elemento speciale che sorge al occhio del insieme? Si senta guardando questo uomo un “je ne sais quoi” rispetto al suo immagine che rende difficile di descrivere la fonte dell bello. Il “ je ne sais quoi” sarebbe forse il taglio della giacca, il tessuto, la cravatta, il primo occhio, le scarpe, il colore che gli va bene. Ma ci si rivela niente oltre che il insieme e molto bello? Allora, avete avuto la fortuna di vedere un uomo elegante.

Il momento in cui un elemento, per esempio la giacca bella, prende dell importanza rispetto a un altro o rispetto al immagine globale si puo dire che non e perfettamente elegante. Nel peggio stiamo parlando di affetazione quando una elemento sorge del insieme brutalmente. Mentre se un elemento si staca leggermente si puo invece dire che sia solo un manca di gusto. In ogni modo, non e la colpa del elemento, della giacca che rimane sempre bella, ma da chi la porta male.

Balzac a detto, “ Il brutto si copra, il rico ed il zerbinotto si ornano, l’elegante si veste.”

Un bravissimo esempio ci era fornito nel squisito primo testo sull’eleganza scrito dal Gran Maestro. Si ricorda del immagine del Conte? Si impara che anche il rustico puo essere elegante. Non e solo il abito grigio scuro che sia elegante! Come mai, il Duke di Windsor era capace di portare queste tweed scozese a quadri che su di altri uomini sembrano vistosi ed di un gusto strano? Certo che egli sapeva qualche cosa che scapa a questi “mere mortals.” Egli era maestro della scienza di equilibrare il bello per renderlo elegante.

L’equilibrio e solo uno dei segreti della eleganza, ma e uno dei piu importanti. Avendo imparato il equilibro, l’elegante ha un modo di controllare ed perfezionare suo modo di vestire. Certo che tutti i componenti sono artiginali, tessuti migliori, taglio studiato ed realizato con bravura. Ma non bastano di essere belli.

Un esempio, nel scienza dell equilibrio l’uso della dimensione dell tessuto del abito si rivela di un importanza capitale. Ci sono due aspetti della dimensione, quello di “pattern” (con modelli tipo gessati, quadri, Prince of Wales check etc) ed quello della trama del tessuto (con la flanella, tweed, worsted corposo etc.). Questa dimensione di colore ed di rilievo fornito aiuta di ammortire l’effeto del primo occhio (il insieme della cravatta, camicia ed cornice dal lembo del bavero) per renderla ancora piu elegante perche piu fuso nel immagine globale.

Practico: mettere un abito grigio unito tipo super 120 con una camicia bianca ed cravatta ble con disegni piccoli. Bene. Allora mantenendo la stessa camicia ed cravatta, mettete un Prince of Wales check grigo con una filo azzuro in una flanella di 400 grammi. Tutto cambia, la camicia/cravatta risale meno, e piu fuso nel insieme ed dunque piu elegante. Il bianco delle camicia e bilanciato per il bianco nell check. Il ble della cravatta viene equilibrato dal nero ed grigio ed richiamato dal azzuro. Tutto e in armonia.

In realta, il abito unito non e il piu facile a mettere perche occorre sempre costruire un primo occhio molto dolce, ristretto ed aspettato. Con i tessuti con dimesione si puo dare una forza creativo senza limiti al primo occhio. Ed con combinazione, ed miscele di “patterns” ed tessuti diverse si puo creare immagini con caratterre ed eleganza rara.
Quanti volti vediamo nostri “eleganti” (il Duca, Astaire, Grant etc) vesitito in abiti uniti? Poco. Si vestivano, al contrario, con tre, quattro, cinque “patterns” insieme equilibrando tutti con genio. Nel passato, questo era la forza puro del stile inglese che diventa molto troppo raro.

Riprendiamo il esercizio davanti dal specchio con altre modelli ed pattern. Non guardare nella faccia, avremmo tempo dopo per tranquilizare nostra vanita. Guardare il primo occhio. Come cambia il effeto con varie tessuti. Se non cambia molto, vuole dire che uno abbia forse un collezione un po statico ed che un po di diversita sarebbe un idee interesante.

Normalmente quando uno fa un abito da sartoria, si sceglia il tessuto, si fa il abito ed dopo si sceglia come costruire il primo occhio per accompagnarlo. Suggerisco di fare il contrario. Prima occorre construire une o due prove di primo occhio ed in funzione del effeto desiderato sceglia il tessuto ed la forma del abito.

Il abito di sartoria inglese molto personale ed discreto aiuta nel equilibrare dell bello, perche suo belleza essendo sostenuto si da piu facilmente a combinazioni potenziali molto interessanti.

Equilibrare il bello per renderlo elegante e una spina vertebrale del estetico inglese. Ma in realta non e proprio un concetto inglese perche si lo ritrova in practica adosso i uomini piu eleganti del mondo ed della storia. Dunque deve essere fondamentale nel eleganza universale.

Con amicali saluti,

M. Alden



P.S. Per quanto riguarda la nostalgia, forse il momento piu bello per il abito unito era quello grigio/azzuro portato da Cary Grant nel grande film di Hitchcock “North by Northwest.” Ma attenzione e una flanella inglese di 430 grammi che stava portando.


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 24-08-2003
Cod. di rif: 498
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Equilibrio e Facilità
Commenti:
Ispiratissimo Alden,
La ringrazio per i complimenti, ma ancor più per i contenuti del Suo ultimo gesso. Lei ha fatto per la Sartoria Inglese quanto non si faceva da tempo, svolgendo un'opera divulgativa ed interpretativa condotta saggiamente su un piano puramente teorico e su quello immediatamente pratico. Con una punta di orgoglio mi piace rilevare che il nostro castello si rivela l'ambiente giusto - forse l'unico - per queste ricerche.
Non v'è dubbio che sia l'equilibrio, quello che Balzac definiva come Unità, la pietra filosofale che trasforma la semplice Bellezza in Eleganza: un fenomeno più complesso, dove il valore estetico dell'oggetto viene giustificato dalla Grazia. L'intervento di quest'ultima ci ricorda che perché questa ransustaziazione si compia occorre trasmettere una sensazione di facilità. Qualsasi sforzo riconoscibile condurrebbe al fallimento. La Bellezza è in gran parte un fenomeno, come tale misurabile e studiabile. L'Eleganza non è percepita direttamente dai sensi, ma dallo Spirito. Non appartiene alla realtà fenomenica e quindi non ha senso misurarla. E' una condizione iniziatica che si raggiunge ciascuno per la propria strada. Non si studia, eppure si comprende. Molti dei grandi eleganti che sono fonte continua di ispirazione sembrano non essersi mai applicati alla cosa e che tutto in loro sia naturale. Questa non è la realtà e sono più che convinto che ciascuno di essi abbia riflettuto a lungo e camminato senza sosta, per giungere al trono dove oggi lo collochiamo. Se ad esempio W. Churchill ci appare disinvolto come se avesse sempre scelto il primo abito che gli capitava sulla sedia, non dobbiamo crederci, ma al tempo stesso dobbiamo ammirare la sublime illusione di facilità che un Grande Elegante sa trasmettere.

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Nome: Cancelleria dell'Ordine
Data: 24-08-2003
Cod. di rif: 499
E-mail: cavalleresco.ordine@noveporte.it
Oggetto: Nome e Cognome
Commenti:
Visitatori Egregi,
il sistema di ricerca delle Lavagne prevede anche un Albo dei Presenti, che legge la riga nella quale viene digitato nome e cognome. Inevitabili piccoli refusi hanno fatto sì che i frequentatori più assidui abbiano ora più di una posizione: il Gran Maestro Maresca ne ha addirittura quattro, segue Alden con tre, Forni ed altri con due etc.. La nostra società informatica effettuerà una pulizia dell'area, modificando ed unificando le letture diverse di uno steso nominativo. Vi chiediamo però di digitare sempre il nome e cognome per esteso, nello stesso modo e utilizzando la lettera maiuscola, come previsto dalle norme estetiche e grammaticali.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 24-08-2003
Cod. di rif: 500
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Scelta tessuti - Risposta al gesso 429 - 1 Puntata
Commenti:
Egregio Scudiero,
uno dei motivi per i quali non ho risposto subito alla Sua domanda è che il gesso 429, cui mi ha cortesemente richiamato, contiene più di una domanda e tutte sono di non pronta soluzione. Per dare inizio alla replica, ho deciso di dividere il mio compito in più puntate. Comincio dalla prima e continuerò da dove essa finisce.
1 – Per prima cosa mi chiede dei criteri che debbono orientare nella scelta del tessuto. Alla stoffa per usi maschili ed alla drapperia in particolare ho dedicato la più laboriosa puntata del mio Vestirsi Uomo, la quinta, cui la rimando per le linee generali. Prima di parlare del tessuto da scegliere, parlerei del ruolo e dell’importanza di questa scelta vista di per se stessa. Il tessuto si sceglie in un grande negozio, dove grande si riferisce alla qualità e non alle dimensioni. Occorre visitare quelli dove ci sia qualcosa da imparare e spenderci più tempo che denaro. Chiedere senza vergogna, toccare, chiedere ancora, chiedere a se stessi ed al tessuto non meno che al venditore. Talvolta si sceglie dal sarto, ma in questo caso ci si accontenta delle tirelle, perché pochissime sono quelli che hanno una vasta selezione di tagli e pezze. I criteri da seguire per orientarsi sono i seguenti:
1.1. Preferisca sempre la lana ed il lino quando è possibile. Il cotone tradisce spesso e può anche durare molto poco, rivelandosi un investimento cattivo. Essendo giovane, non potrà che apprezzare un bel completo di cotone blu o in altra tinta, ma segua il consiglio del sarto e non lo scelga in negozio, a meno che non se ne fidi ciecamente.
1.2. Eviti il più possibile i misti. Stranamente l’unico misto valido è quello tra lana e sintetici, mentre lana e lino, lino e seta ed altre mescole generano quasi sempre delusioni.
1.3. Individui con uno sguardo sommario l’uomo meglio vestito in una sala o in una piazza e lo marchi mentalmente. Ora avvicini l’ obiettivo e guardi che tessuti indossa. Scommetto che è vestito un pochino più pesante degli altri. Lo tenga presente sempre.
1.4. Scelga tessuti matti per gli usi diurni e pettinati coperti (cioè non completamente rasati) per le occasioni veramente impegnative. In estate il mohair potrà avere un tocco di luminosità. Alla Sua età eviti i grigi troppo scuri di giorno, ma non ecceda con i colori chiari d’estate. Paradossalmente, questi ultimi stanno meglio, sempre meglio, col passare degli anni.
1.5. Privilegi tipologie e fantasie definite e definibili, ricche di storia. Si rivolga di preferenza alla produzione inglese.
1.6. Non senta i meteorologi, che vestono le divise dell’aeronautica ed avendone solo una invernale ed una estiva sembrano suggerire ai civili di fare altrettanto. Esistono tre stagioni, per non dire quattro. Se non avrà almeno un capo veramente pesante ed uno veramente fresco, uno che Le sembri giusto e Le faccia piacere indossare per la primavera ed uno per l’autunno, non avrà mai un guardaroba.
1.7. Come ho detto altre volte, pensi a ciò che le occorre e dimentichi ciò che Le piace.
1.8. Se il sarto sconsiglia la confezione dell’abito col tessuto che gli ha portato, ha ragione. Lo avrà quasi certamente comprato in qualche svendita o in uno spaccio. Purtroppo è proprio da giovane che dovrà evitare questi luoghi e situazioni, dove solo chi sa perfettamente cosa vuole riesce ad uscire con qualcosa di valido.
Se non ha altre domande in merito, seguendo la Sua stessa scaletta, nella seconda puntata affronteremo la lavorazione e nella terza il fazzoletto.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 25-08-2003
Cod. di rif: 501
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Tipologie - Risposta al gesso 429 - 2 puntata
Commenti:
Carissimo Scudiero Pagano,
il Suo gesso prosegue chiedendomi consigli sulla lavorazione e cioè sulla tipologia. Le fornisco una risposta che forse non La soddisferà completamente, ma un Maestro differisce da una maestrina perché fa leva sui propri allievi più che sulla sua conoscenza.

2 - Quanto al tipo di abito da preferire, i criteri sarebbero molto semplici se fossi io a scegliere per Lei. Valuterei la figura, lo stile, immaginerei cosa mi piacerebbe che sembrasse e mi orienterei in quella direzione, ma questo non significa che sarei in grado di capire cosa vuole veramente essere Lei. Tutto si complica dal momento che l’onere ed piacere di capire cosa Lei voglia dal Suo guardaroba è tutto Suo. Potrei dirLe che deve tener presente l’età, il fisico, l’attività e le condizioni in cui userà i capi che fa confezionare. Bene, l’ho detto, ma non so se serva a qualcosa. I consigli hanno sempre una ruggine da binari morti, un crepitio da canale mal sintonizzato. Lei non deve imparare tanto da ciò che legge, quanto da ciò che vede. La lettura di testi come quelli che io produco è (forse) veramente vantaggiosa solo per quanti già sanno di sé, di ciò che amano. Se io Le dessi la formula per trasformare la mozzarella in oro, domani potrebbe dirmi che la mozzarella Le piace di più e ridere di una scienza presuntuosa e dannosa. In realtà la nostra civiltà è troppo verbale e si basa sempre meno sull’osservazione. Se lei ritiene che io sia un Sapiente nella materia, sappia che mi sono formato da quanto ho veduto di persona. Riflettendo, deducendo, comparando. La scienza è necessaria, anche nell’abbigliamento, ma quando parliamo di tipologie entriamo in un campo troppo intimo. Doppio-petto, spezzati, abiti completi, tenute sportive. In biblioteca potrà trovare manuali che si sono dedicati alla prassi del consiglio ed hanno dettato norme. Il fatto che essi siano inutili non dipende dalla scarsa qualità degli autori, ma dall’insensatezza di quest’attività didattica. Se facessi lo stesso, tutta la mia dottrina non servirebbe a dirLe una sola cosa sensata. Lei vive a Napoli, città dove i codici dell’abbigliamento sono ancora abbastanza praticati perché Lei li conosca. Segua allora quello che sembra istinto e che è in realtà la Tradizione. Posso dirLe che solo la sartoria potrà darLe la soddisfazione che Lei cerca. Trovi un sarto consono alle possibilità economiche di un giovane (se vuole, posso darLe qualche indirizzo), ma ricordi che solo chi ha già speso moltissimo potrà rendere eccelso un prodotto di basso costo. Una borsetta finta apparirà autentica al braccio di una vera signora, il cui portamento è costato ai genitori ed a Lei stessa denaro, tempo e sacrifici. Portata da una popolana, resterà una squallida imitazione. Intendiamoci, non voglio rivolgere contro di lei una lecita domanda, ma solo farLe comprendere che buona parte del lavoro non può essere svolto che da Lei stesso. Lì il difficile, lì il bello. Un giovane sotto la trentina ha moltissime possibilità, perché la gioventù giustifica scelte che in un uomo maturo resterebbero sbagliate o addirittura risibili.
Guardi, senza copiare. Osi, senza presumere.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 27-08-2003
Cod. di rif: 502
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Il fazzoletto - Risposta al gesso 429 - 3 puntata
Commenti:
Egregio Scudiero Pagano,
ritorno sul Suo gesso per esaurirne l'ultimo quesito, riguardo al fazzoletto da taschino, ai suoi materiali e modalità di impiego.
Ho letto qualcuno dei soliti Legislatori dire che il fazzoletto al taschino andrebbe portato solo di sera. Il nostro Solone in erba dava anche un orario: dalle diciotto in poi. Più seguo le regole e meno le tollero, soprattutto questa, priva di ogni fondamento. Dell'abbigliamento maschile vanno scritte le meraviglie, i significati, le origini, la storia, i materiali, le misure e le proporzioni, i luoghi, tantissime altre cose, giammai le norme. L'Uomo che veste, quando segue un principio che sente valido, non obbedisce ad una legge, la ricrea. La regola esiste attraverso l'Uomo, non prima. Poiché rinasce ogni volta, soggiace alla selezione ed evoluzione darwiniana. Essa va tramandata oralmente e tutt'al più suggerita in una conversazione epistolare. Scritta, è comunque una cosa morta, un pesce congelato. Applicata, ha l'energia della fede e l'autorità della tradizione e della cultura.
Eliminato quel fastidioso filo spinato che limitava il movimento del Suo fazzoletto, esaminiamone il linguaggio. I materiali sono tre: cotone (batista), lino (tela o batista) e seta (foulard). Il primo può essere realizzato a macchina, il secondo avrà un orlo a giorno ed il terzo sarà orlato a mano. I sistemi di piegatura sono altrettanti: a sbuffo (punte in basso), a punte in alto e piatto. Il terzo fattore è la quantità di stoffa che fuoriesce: minima, media, massima. L'ultimo è la tinta: bianco, colorato, fantasia. Ciascuna terna ha una propria gradazione espressiva, una propria tonalità. Il risultato finale è dato dalla combinazione di queste ultime. La quantità di permutazioni possibili (3x3x3x3) lascia ampio spazio alla possibilità di creare una sinfonia o un disastro.
Un fazzoletto bianco piatto che sporge appena appena esprimerà compostezza, rigore formale, concentrazione. Man mano che esce più tessuto dal taschino, il fazzoletto simboleggia una maggiore tendenza all'estroversione. La fantasia implica una ricerca e quindi dichiara interesse per l'estetica. Chi lo porta, anche se non lo dice nemmeno a se stesso, è in una competizione (che può essere sanissima) con gli altri uomini sul piano dell'abbigliamento.
La Perofil da decenni produce fazzoletti di una meravigliosa e durevole batista con fantasie in tre varianti di colore. Sono da tasca, ma così belli da poter essere usati anche da taschino, soprattutto quelli con fantasie geometriche. Su una giacca di tweed, un fazzoletto del genere ha un tocco di fresca energia, di voglia di fare.
Ho fatto solo qualche esempio, per accordarLe gli strumenti. A Lei il piacere di comporre la Sua musica.

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Nome: Marco Clerici
Data: 30-08-2003
Cod. di rif: 506
E-mail: dwxcle@tin.it
Oggetto: Ancora sulla cipolla !
Commenti:
Stimatissimo Gran Maestro,

questo mia per chiederLe una delucidazione in merito ad un argomento già trattato. Nel gesso n° 463 Lei rispondeva ad una mia domanda sull’orologio da tasca dicendo che esso deve essere in metallo nobile e non in altri materiali, per evitare di sembrare un ferroviere. Parlando di metallo nobile, penso che intenda riferirsi all’oro giallo escludendo ovviamente l’argento e anche l’oro bianco.
Riflettendo su quanto da lei detto, ho ripensato alla “legge dei metalli” enunciata in questa lavagna. Dovendo rispettare un abbinamento tra orologio e gemelli nel caso si porti un orologio da tasca d’oro giallo dovranno evitarsi gemelli in argento o d’oro bianco?

Contraddicendo quanto detto in apertura, Le rivolgo una seconda domanda. Nel gesso n° 465 il Sig. Lorentoni esponeva un ulteriore modo di portare l’orologio da tasca, chiedendosi se tale sistema fosse accettabile. Si tratta di portare l’orologio da tasca con abito senza gilet, facendo scorrere la catenella nell’asola del bavero della giacca e far cadere l’orologio nel taschino della giacca. Il Sig. Lorentoni dice di aver notato questo uso dall’ambasciatore Sergio Romano mentre teneva delle lezioni in università. Personalmente ho visto anch’io in alcune immagini, che non sono più riuscito a trovare, figurini che indossano l’orologio in tale modo.
Ripropongo il quesito esposto a suo tempo dal Sig Lorentoni, chiedendo a Lei esimio Gran Maestro lumi in merito.

La ringrazio anticipatamente per la risposta in quanto lunedì p.v. devo portare il computer a riparare e non so quando potrò nuovamente visitare questo magnifico Castello.

Cordialmente, Le porgo distinti saluti.
Marco Clerici


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 31-08-2003
Cod. di rif: 507
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Gomez Addams
Commenti:
Egregio Clerici,
la Legge dei Metalli come da me enunciata non voleva essere una norma coattiva che spingesse ad un forzato abbinamento tra i metalli indossati. Si tratta solo di un principio teorico che mette in sequenza i metalli dal punto di vista del significato, del linguaggio, dell'impatto psicologico. Un oggetto come un portasoldi, un paio di occhiali, una fibbia, se realizzato in tartaruga, corno, osso, evocherà aria aperta e quindi situazioni informali. In metalli bianchi sarà formale, compatibile con situazioni di lavoro o formali. L'evidenza dell'oro giallo lo rende paradossalmente più sportivo, anche se di quello sportivo da club e non da spiaggia. La sequenza cambia leggermente coi bottoni, dei quali abbiamo già parlato, ma evidentemente anche con gli orologi. Non credo sia necessario un abbinamento tra gemelli ed orologio da tasca. L'abbinamento è quasi sempre una debolezza, in quanto l'unica cosa alla quale ciò che portiamo addosso deve uniformrasi è la nostra personalità, lo stile individuale composto di tempo e di cultura, di inclinazioni e gusti. Pertanto i gemelli di famiglia, ereditati dal babbo, potrà metterli anche per andare a funghi e senza preoccuparsi d'altro. Tale è la forza della storia.
Lo stesso vale per l'orologio. Se è veramente nostro per qualche motivo (eredità, dono, premio, etc), potrà essere in argento, ferro o parmigiano reggiano. Se lo acquistiamo come ornamento, non potrà che essere d'oro giallo ed è a questa ipotesi che mi riferivo nel gesso da Lei citato.
Non mi piace l'orologio nel taschino della giacca. Ho perso o rotto quasi ogni cosa abbia maldestramente ricoverato in questa tasca ed ormai la considero destinata a contenere solo carte d'imbarco o fazzoletti. Vedendo altri che l'utilizzano in questo modo avverto lo stesso disagio che si prova vedendo una persona che cammina sul cornicione di un palazzo. So che l'orologio è in pericolo, che cadrà appena chi lo porta si china, anche se magari ha un busto di acciaio e la cosa gli è impossibile. La catenella non basta ad essere sicuri come una cintura di sicurezza non basta ad evitare gli incidenti.

Un esempio valido di cipolla nel taschino è quello di Gomez Addams, dandy perfettissimo, che lo porta regolato in modo che l'ora sia determinata dalla media con quella indicata da un altro orologio (che non ricordo dove porti). Ciò ci induce a concludere che anche questa mia condanna non è definitiva.

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Nome: gmv
Data: 01-09-2003
Cod. di rif: 508
E-mail: gmv@fastwebnet.it
Oggetto: 429
Commenti:
Egregio Gran Maestro,

non vorrei con questo mio umile gesso suscitare polemiche e cattivi pensieri, Lei nella Sua risposta la gesso 429 riferisce di poter suggerire al giovane scudiero dei sarti consoni all'età di chi Le ha scritto, io ho 25 anni ed a Milano non riesco a trovare una sartoria che soddisfi sia me che il mio portafoglio: ha Lei qualche suggerimento?

Grazie con stima

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Nome: Cancelleria dell'Ordine
Data: 01-09-2003
Cod. di rif: 509
E-mail: cavalleresco.ordine@noveporte.it
Oggetto: Anonimato al gesso 508 - Nessuno risponda
Commenti:
Gentile corrispondente,
le norme del castello prevedono che chi prenda la parola si presenti con nome e cognome. Dobbiamo chiederLe di riformulare il quesito in tal modo, poiché qui non ammettiamo anonimato. Differentemente, esso non sarà preso in considerazione e tra sette giorni verrà rimosso.
Cavallereschi saluti.

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Nome: Gianmaria Varasi
Data: 01-09-2003
Cod. di rif: 510
E-mail: gmv@fastwebnet.it
Oggetto: 508
Commenti:
Mi scuso per aver omesso il mio nome e cognome nella richiesta al Gran Maestro, ma indirettamente indirizzata a Voi tutti sulla possibilità di avere degli indirizzi a Milano ed hinterlnad di sartorie competenti, che accettino tessuti dei clienti e che siano alla portata della mia età e delle mie tasche.

qui di seguito riporto il gesso precedente:

Egregio Gran Maestro,

non vorrei con questo mio umile gesso suscitare polemiche e cattivi pensieri, Lei nella Sua risposta la gesso 429 riferisce di poter suggerire al giovane scudiero dei sarti consoni all'età di chi Le ha scritto, io ho 25 anni e sono di Milano, purtroppo non riesco a trovare una sartoria che soddisfi sia me che il mio portafoglio: ha Lei qualche suggerimento?

Grazie con stima

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 01-09-2003
Cod. di rif: 511
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Sarti accessibili a Milano. Un vecchio problema
Commenti:
Egregio Varasi,
il problema di una sartoria valida ed a prezzi contenuti a Milano si è già presentata in passato. Il Cavaliere Loretoni trovò una sartoria a Varese, ma il Maestro si era da poco ritirato. Potrà recuperare questo gesso utilizzando il sistema di Ricerca. Digiti Varese e marchi l'opzione testo e certamente tra eventuali altri Le apparirà questo contributo. Forse lo stesso Loretoni, che certamente ci legge, potrebbe comunicarLe il recapito del Maestro perché si provi a convincerlo a rientrare in partita o a fare un'eccezione. Poiché il Maestro non esercita oggi un'attività rivolta al pubblico, suggerisco, per motivi di Privacy, una corrispondenza privata.
Con lo stesso procedimento troverà il nome e l'indirizzo dei Fratelli Cravedi in Piacenza, cui è dedicata una pagina nei Taccuini di Viaggio. Sono certo che vi sia stata in merito almeno un'altra segnalazione, di cui mi sfugge l'autore e il luogo. Come vede abbiamo svolto una certa ricerca e scartabellando nella vastità delle Lavagne e Taccuini potrà trovare molte notizie utili. Non ho su Milano quelle soluzioni che potevo suggerire su Napoli e cui LKei fa riferimento. Il bacino artigianale partenopeo è ricchissimo in confronto a quello meneghino. Forse in futuro organizzeremo a Milano un ciclo di Laboratori come quello che stiamo svolgendo a Bologna e che ha avuto come scopo collaterale quello di portare la grande saroria napoletana più vicina a quanti la desiderano, abbattendo i costi ed i tempi di viaggio. Attendiamo che anche altri ci spingano in tal senso, perché le risorse da impiegare in una simile impresa non sono da poco e devono giustificarsi con obiettivi importanti.

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Nome: Filippo Loretoni
Data: 01-09-2003
Cod. di rif: 512
E-mail: filippo@clab.it
Oggetto: Miracolo a Milano
Commenti:
Egr. Sig. Varasi, Stimatissimo Gran Maestro,

accolgo volentieri la vostra richiesta e mi metto a disposizione del Sig. Varasi per poter comunicare i riferimenti del Maestro Varesino da me a suo tempo rintracciato.

Per quanto riguarda Milano, dopo lunghe ricerche sono riuscito ad individuare un sarto che nulla concede alle mode, ascolta il proprio committente senza imporre il proprio stile ma semmai consigliando garbatamente una soluzione piuttosto che un'altra, ricerca la migliore qualita' e pratica dei prezzi di assoluta onesta'.
Il Maestro in questione e' Vito Curci, i cui riferimenti furono da me pubblicati in un precedente gesso.
Io ho trovato in Curci una persona equilibrata, ragionevole, saggia e disposta a spiegare ed insegnare la difficile arte del Vestire con Gusto ai neofiti. Le consiglio vivamente di fare una visita al suo atelier. Non se ne pentira'.

Chiudo con un commento al gesso 511 del nostro Gran Maestro: se per ottenere una riedizione Milanese dei Laboratori dell'Eleganza e' necessaria la spinta di altri appassionati, ebbene la prego di considerarsi spinto!
Poter assistere ad una "lezione" tenuta dal Maestro Solito sarebbe fonte di gioia per me e per molti altri appassionati che vivono all'ombra del Duomo. Sono piu' che certo che i Cavalieri e gli appassionati di tutto il Nord d'Italia accorrerebbero ad una simile notizia.

Sperando in un suo pronunciamento, le porgo i miei piu' cordiali e cavallereschi saluti,

Filippo Loretoni

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 01-09-2003
Cod. di rif: 513
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Sapere espresso - Al cavaliere Loretoni
Commenti:
Egregio Cavaliere,
interventi come il Suo contribuiscono a rendere uniche queste Lavagne. Sono coloro che sanno e che fanno, che stimano il tempo messo a disposizione degli altri quello meglio speso, che superano i limiti imposti dal nostro rigore formale, a fare la grandezza di questo castello. Con giustificato orgoglio Possiamo dire che non esistono altri luoghi dove si eroghino servizi culturali così specializzati, coerenti, disinteressati. Non basta: sono anche rapidi.

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Nome: Giampaolo Marseglia
Data: 01-09-2003
Cod. di rif: 514
E-mail: gmarseglia@yahoo.it
Oggetto: sito Berluti
Commenti:
Per tutti gli Appassionati,
mi permetto di segnalare la recente comparsa in rete del sito della maison Berluti (www.berluti.com). Come accaduto anche per il sito di Mariano Rubinacci, il sito Berluti è stato preceduto da una versione esclusivamente giapponese - www.berluti.co.jp - nella quale però, per ovvi motivi linguistici, si potevano solo ammirare alcune belle immagini. Attualmente nel sito in versione internazionale (tra l'altro anche in lingua italiana) si può leggere la storia della dinastia Berluti e del Club Swann; si può guardare l'intero catalogo e leggere la descrizione di ogni singola collezione (nota di merito: è presente finanche il listino prezzi); e per finire si possono leggere alcuni concisi ma validi "consigli per la manutenzione" (vedere FAQ).
Cordiali saluti a tutti
Giampaolo Marseglia

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 01-09-2003
Cod. di rif: 515
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Berluti - A G.Marseglia ed a tutti
Commenti:
Egregio Marseglia,
Lei si rivela un esploratore attentissimo e prezioso. In merito a Berluti ed alla sua presenza in rete posso raccontare a Lei ed a tutti i Visitatori del castello una storia recente, anzi recentissima.

Dopo il ricorso al mio giudizio sulla calzatura Berluti proposto dallo Scudiero Chiusa e definito con mia sentenza al gesso n. 453, lo stesso Chiusa mi interrogava ancora nella Posta del Gran Maestro. Intanto erano intervenuti altri Visitatori, chi favorevole e chi sfavorevole. Io cercavo di portare il discorso dove esso si deve svolgere e cioè sul piano dello stile, prima che su quello del prodotto. Chi vede solo la scarpa, o qualsiasi altra cosa, ha delle gerarchie diverse da chi non vede in essa uno scopo, ma uno strumento.

Non volevo però rientrare in questo argomento. Intrattengo ottimi rapporti con Olga Berluti, della quale posso dire solo che sarebbe stata egualmente grande in qualunque campo. Essa conosce tutti i poteri e non ne usa alcuno. La Sua forza è fatta di una visione altissima e di una disciplina inflessibile, che avrebbero potuto dare al mondo una splendida regista, una musicista ispirata, una vigneron completa.
Ebbene, ritenendo che i testi qui pubblicati avrebbero potuto interessarla, li raccolsi e li spedii alla sua attenzione. Olga ritenne di tale interesse il lavoro che svolgiamo nel sito da inoltrare il tutto al vertice più alto. Lo stesso Presidente, attraverso la sua mediazione, mi faceva pervenire i suoi ringraziamenti, da estendere a tutto il Cavalleresco Ordine.

Invitavo allora Olga ad intervenire con la sua stessa penna nel nostro sito, liberamente ispirandosi a quanto già detto di lei, del suo lavoro, delle sue calzature. Alla proposta ho ottenuto un'adesione che non voglio definire entusiasta, ma senz'altro convinta. Poiché Olga non è donna da parlare a vuoto, attendo da un giorno all'altro di ricevere un suo testo.

Olga ha espresso il desiderio di non pubblicare il proprio indirizzo privato, ma sono certo che non avrebbe apprezzato che si facesse un'eccezione Poiché le norme del sito prevedono che chi prenda la parola pubblichi il proprio indirizzo, sarò io - a tanto espressamente autorizzato - a riportare la lettera in un mio gesso. Essa insomma giungerà a a me, ma sarà indirizzata a tutti noi.

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Nome: Giampaolo Marseglia
Data: 03-09-2003
Cod. di rif: 516
E-mail: gmarseglia@yahoo.it
Oggetto: notazioni in riferimento al gesso 439
Commenti:
Non esiste un libro che da solo riesca a compendiare tutta la storia dell’Abbigliamento maschile; tantomeno ne esiste uno che possa trasfondere l’Eleganza.
Tuttavia per l’appassionato la lettura d’un libro che tratti i temi di questa sua passione, e gli consenta dunque di apprendere fatti e aneddoti, e di osservare foto e disegni sull’argomento rappresenterà comunque un piacere a cui non v’è motivo di rinunciare.
Pertanto mi permetto di elencare i seguenti libri pubblicati in Italia sul suddetto argomento dal 1980 ad oggi; per praticità li suddividerò in 4 categorie:
1) Guide omnicomprensive,
2) Saggi su temi specifici,
3) Opere più marcatamente iconografiche,
4) Libri di argomento più ampio.

1
Nel 1981 Longanesi ha pubblicato il libro di Egon Von Furstenberg dal titolo “Il vero signore si veste”: dal titolo è evidente il riferimento al più vetusto e noto libro “Il vero signore” di Willy Farnese (Giovanni Ansaldo) edito dalla medesima casa editrice.
Mondadori ha pubblicato nel 1986 e ‘87 i due volumi di “Vestiti, usciamo” di Luigi Settembrini e Chiara Boni (uno dedicato all’uomo e l’altro alla donna).
Sonzogno ha pubblicato il “Manuale di eleganza maschile” di Tatiana Tolstoj (1988 e poi 1990).
Nel 1990 Idealibri ha pubblicato “Homo elegans” di Riccardo Villarosa e Giuliano Angeli.
Ancora Mondadori nel 1996 ha pubblicato “L’eleganza maschile – guida pratica al perfetto guardaroba” di Giorgio Mendicini.
Nel 1999 l’editore Konemann ha pubblicato “Il gentleman – manuale dell’eleganza maschile” di Bernard Roetzel.
Citerei infine il libro di Lucio Ridenti: “Il Petronio, nuovo saper vivere, guida all’eleganza maschile” edito dalla Omnia di Milano nel 1959; qualche appassionato è per caso in possesso di questa chicca d’antan?

2
La collana “I piccoli piaceri” delle edizioni Idealibri fu inaugurata, per quel che concerne il nostro argomento, dal libro “Elogio della cravatta” (1982), che ebbe un notevole successo. In questa collana troviamo ancora molti titoli interessanti quali “Fior di camicia” (1984), “Maglia, maglietta, maglione” (1985), “Signori, le scarpe!” (1985), “Abito di società” (1986), “Valigia & C.”(1986), “Ma le calze” (1986), “La mano, il guanto” (1989), ecc.
Idealibri ha poi edito numerosi altri titoli: “Uomini e calze” (1992), “Il guardaroba di lui” (1993), “La cravatta” (1993), “La scarpa maschile” (1995), “La cravatta: storia, mito, moda” (1997), “La camicia: storia, mito, moda ” (1999).
Bompiani nel 2000 ha pubblicato il piccolo volume “85 modi di annodare la cravatta” di Thomas Fink e Yong Mao.
Rizzoli nel 2002 ha pubblicato una “Piccola enciclopedia della cravatta” di François Chaille, autore del succitato libro del 1997 sullo stesso tema.
L’editore Konemann ha pubblicato nel 2000 il volume “Scarpe da uomo fatte a mano”.
La casa editrice Zanfi ha pubblicato la collana “Il Novecento – Storie di Moda” con titoli quali: “Vestiti da sera” (1987), “Il cappello da uomo” (1988), “Uomo in pelliccia (1988), “Pantaloni & Co.” (1989), “Il fazzoletto” (1992), “Giacche da uomo” (1994), “Costumi da bagno” (1995), “Bottoni e Bottoni (1995), ecc.
Indispensabile ancora citare Franco Cantini / Octavo Edizioni, che ha pubblicato molti volumi dedicati ai Grandi dell’Abbigliamento, ad esempio i due dedicati alla maison Brioni (1995 e 1998); poi ancora il volume “Moda maschile dal 1600 al 1990” (1994), e nel 1996 il libro “James Bond - eroe con stile: da Goldfinger a Goldeneye”, dedicato appunto all’abbigliamento del noto agente 007 (si tratta della versione italiana del libro “Dressed to kill: James Bond the suited hero”).

3
L’editrice Electa nel 1989 ha meritoriamente dato alle stampe un’ampia antologia dei numeri della mitica rivista statunitense “Apparel Arts”, già di per sé interessantissimi, e ancor di più valorizzati dai saggi introduttivi a cura di noti esperti del settore come Luigi Settembrini, Bruce Boyer e Giannino Malossi.
Quest’ultimo nome ha curato sempre per l’Electa un altro bellissimo libro: “La regola estrosa - Cent’anni di abbigliamento italiano per uomo” (1993).
Anche l’editrice Lupetti ha pubblicato alcuni libri in materia tra cui “L’eleganza dello stile: duecento anni di vestire maschile” (1992), “Jeans” (1992), “Chinos” (2000).
Infine Laterza nel 1999 ha pubblicato il volume “Vestiti - lo stile degli Italiani”.

4
E’ la categoria più esposta ad una valutazione soggettiva e quindi a passi falsi; ritengo indispensabile citare almeno i seguenti titoli:
“Adamo o dell’eleganza” di Filippo de Pisis (SE, 1998),
“Il libro degli Snob” del Duca di Bedford (Sugar, 1985),
“L’ultimo fantasma della moda” di Domenico Rea (Leonardo, 1992),
“Il piacere di vestirsi” di G. Boimond Beer (Lalli, 1992).
Gioacchino Forte ha scritto vari libri in cui tratta, tra l’altro, anche di Abbigliamento maschile, soprattutto ne “La nuova etichetta” (Acanthus, 1984) e “Seduci il prossimo tuo” (Zanetti, 1985).

Cordialmente
Giampaolo Marseglia


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 05-09-2003
Cod. di rif: 517
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Quadripartizione
Commenti:
Egregio Marseglia,
la Sua breve bibliografia è di grande interesse, soprattutto per la semplice ed efficace quadripartizione. Suggerirò al signor Borrello, nostro Bibliotecario, di conservare lo stesso schema anche nel suo lavoro.

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 06-09-2003
Cod. di rif: 518
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Riva del Garda
Commenti:
Ieri sera la TV mandava in onda da Riva del Garda le immagini di una riunione di Ministri, provenienti da tutta Europa. Con la loro presenza e sottolineandolo con la solita rabbia minacciosa, i NoGlobal sembravano gli unici a dare importanza a questo vertice. Per il resto, ci facevano vedere un tavolaccio color faggio intorno al quale giungevano, i ministri, con melensi sorrisi da telecamera, senza giacca e con le maniche rivoltate, le cravatte assenti o allentate. Io non mi sento affatto rappresentato da una simile cialtroneria, ma forse tutto era organizzato perché i NoGlobal potessero stare tranquilli, constatando che là dentro erano tutti proprio come loro.

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Nome: Carmelo Pugliatti
Data: 08-09-2003
Cod. di rif: 519
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto: considerazioni varie.
Commenti:
Rientrato dalle vacanze ho letto con estremo interesse gli ultimi "gessi",come sempre sempre dotti e d alto livello.Molti gli argomenti interessanti che prestano l estro a varie considerazioni.Mr Alden ,ad esempio, nel suo ultimo intervento ha giustamente posto l accento sui diversi abbinamenti di "patterns",ossia di disegni,tipici del modo di vestire degli eleganti del passato.L esempio con il quale il nostro gentile amico Britannico ha illustrato il suo pensiero,ossia il diverso effetto ottenuto ,mantenendo una camicia bianca con cravatta blù a pallini, da un completo grigio scuro tinta unita ed uno principe di Galles è estremamente illuminante e convincente.Oggi pochissimi tra coloro che "vestono classico" (termine orrendo,ne converrete)si concedono il piacere di accostare un tessuto finestrato o un "Glen Urquhart ,con una camicia a righine ed una cravatta a pallini,o un gessato "chalk stripe" con una cravatta a piccolissimi "pied de poulle,questo perchè l effetto al quale si vuol tendere non è l essere eleganti,ma l essere "correttamente vestiti" con una sorta di uniforme da lavoro,un uniforme dalla quale liberarsi non appena possibile per rivestirsi con i piu disparati paludamenti giovanilistici (jeans,felpe,ecc).Qui mi si offre l estro di collegarmi all ultimo intervento dell esimio Gran Maestro Maresca,il quale giustamente lamentava l assenza di stile dal guardaroba degli uomini politici del nostro tempo.Anzitutto bisogna premettere che oggidì il modo di abbigliarsi di un politico non dipende più dai suoi gusti,dalla sua cultura,dalla sua educazione,ma dal consiglio di sedicenti "esperti di immagine" e di "comunicazioni di massa ".Codesti figuri caldeggiano ai loro clienti lo sbraco piu inverecondo allo scopo di "avvicinarsi alle masse";di "veicolare un messaggio " (altra orrenda frase ,oggi molto di moda)di informalità e dinamismo.Ma anche in assenza di simili travestimenti "acchiappacitrulli"l uomo politico,così come la maggior parte degli appartenenti al mondo degli affari e delle professioni,tende a vestire "correttamente" in uniforme.Prendiamo il caso del nostro Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.Egli indossa praticamente sempre e soltanto lo stesso abito:doppiopetto antracite con camicia celeste e cravatta blù a piccoli pallini.é evidente che "essere elegante" è l ultima delle sue preoccupazioni;ciò che probabilmente vuol comunicare (in primo luogo a se stesso)è efficenza,affidabilità,potere.Non fu sempre così;senza andare troppo lontano nel tempo basta ricordare nomi come Giulio Andreotti,o Emilio Colombo per trovare degli uomini politici vestiti con gusto ed eleganza.Per quel che riguarda la dotta bibliografia di Giampaolo Marseglia,noto con personale soddisfazione di essere in possesso della maggior parte dei testi da lui citati (oltre "al vero signore",tutti i volumi pubblicati negli anni 80-90).Ho anche notizie di Lucio Ridenti.Rammento di aver avuto occasione di leggere alcuni suoi articoli sull eleganza maschile pubblicati nel 1963 sul "Giornale di Sicilia" mentre ,per una ricerca, consultavo dei periodici dell epoca in biblioteca.Ricordo alcune "chicche": il Ridenti sconsigliava lo smoking a doppiopetto perchè a suo dire non avrebbe permesso di mostrare adeguatamente la camicia da sera;"lo smoking a due petti è un trucco di chi vuol risparmiare sulle camicie".E qui veniamo ad un altra considerazione;tutti questi testi sono di per sè validi.ma spesso in essi si trovano spacciate per "regole d eleganza" alcune idiosincrasie dell autore.Così alcuni sconsigliano di farsi confezionare un completo principe di galles con giacca a doppiopetto (?) Certi autori bocciano senza possibilità di appello i risvolti ai pantaloni degli abiti da pomeriggio,mentre altri sostengono che ,a parte frac tight e smoking,i risvolti vanno su tutti i calzoni senza distinzioni tra sera o mattina.Sempre meglio prendere queste guide "cum grano salis".

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Nome: Luca Armelli
Data: 08-09-2003
Cod. di rif: 520
E-mail: armellisys@yahoo.it
Oggetto: Sartoria da profano
Commenti:
Egregio Gran Maestro dell’Ordine,

mi sono addentrato nell’affascinante mondo della sartoria con i nomi consigliati da un Vostro Cavaliere, il Sig. Villa, che mi appresto a ringraziare.
Porgo, dopo le mie ripetute visite agli indirizzi, due domande :

1) Il sarto che più mi ha impressionato propone tessuti inglesi provenienti dalle selezioni di una ditta che si chiama “CARNET”. Com’è la qualità ? E’ una azienda distributrice seria ? Vorrei insomma saperne di più…mi è parso strano che un azienda italiana si occupi di tessuti inglesi.
2) Tutte le sartorie che ho visitato sono animate da sarti intorno ai sessant’anni. Nessuna, dico nessuna, sartoria in Emilia-Romagna è condotta da un sarto giovane. Tra dieci-quindici anni al Nord non esisteranno più sartorie, altro che cambiamento. Ho letto con interesse in vecchi gessi la Sua ipotesi sulla trasformazione della sartoria. Ma come fa a trasformarsi una cosa che non esiste più ? Ho iniziato questa strada tardi, presto dovrò tornare al confezionato “aggiustato” . Non vedo alternative. I nuovi sarti non ci saranno mai. Da dove dovrebbero venire dato che nessuno ha intrapreso questa strada ?

Con grande stima, distintamente La saluto.

Luca Armelli – Parma 08.09.2003


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 08-09-2003
Cod. di rif: 521
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Non si scoraggi - Al sig. Armelli
Commenti:
Egregio signor Armelli,
esamino il Suo intervento rispettandone i punti:

1 - La selezione CARNET è di un livello piuttosto elevato. A parte le saglie di alto titolo (c'è un super160), vi sono anche stoffe di tradizione come qualche tweed. Non è affatto strano che un'azienda italiana si occupi di tessuti inglesi. Lo fanno anche Woodhouse (forse un pò più economica come offerta media rispetto alla CARNET) ed il gigante Drapers. Del resto CARNET ha anche cimose italiane, anzi una sola e buona: Guabello.

2 - Da poco è attivo a Milano un nuovo calzolaio, di nome Riccardo Freccia Bestetti, che è un valido esempio di quanto dicevo nei gessi da lei richiamati. Lavora da artigiano, eppure è giovane e proveniente da agiata famiglia. Ha un bel negozio, è gentile ed ospitale. Lavora di preferenza pellami nobili o stravaganti come coccodrillo e rettili vari, lo struzzo, il galuchat etc. In un primo momento produceva solo stivaleria country, poi si è affacciato sul classico con un certo successo. Confermo quindi ogni punto del mio vaticinio e - quando i quindici anni che Lei concede alla sartoria saranno passati - vedremo chi avrà avuto ragione. Naturalmente la modifica del settore interesserà anche il numero degli artigiani, non solo la loro qualità. Ho già detto che l'atout di questa nuova generazione non sarà nella qualità assoluta, ma nella possibilità di personalizzazione e nella cura del cliente. E' però evidente che gli uomini stanno adottando un livello di personalizzazione sempre più terra-terra e si sentono originali con una certa facilità. Ciò comporta che i desideri che resteranno inestinguibili dalla produzione di massa, peraltro sempre più convincente ed aggressiva, saranno in numero minore di oggi e di ieri.
Da dove verranno i sarti, Lei mi domanda. Non certo dalla formazione in bottega avviatasi a otto o dieci anni, come è stato per molti di quelli che oggi ne hanno sessanta. La strada che sembra nessuno abbia intrapreso non resterà deserta, anche perché sarà molto, ma molto più veloce. Il nuovo sarto avrà frequentato le medie superiori, verrà da scuole professionali e si perfezionerà in un laboratorio solo per il tempo necessario a poter completare un capo finito. La formazione completa verrà col tempo e se avrà modo di essere riconosciuta. Ormai i materiali sono diventati dominanti e quindi sarà più facile dirottare l'attenzione su di essi, piuttosto che sulla perfezione di una spalla o di un collo. Quello che finirà tra quindici anni non sarà infatti la sartoria, ma la sartoria come tradizionalmente intesa. Una clientela esigente potrebbe in futuro farla rivivere ancora. Del resto, se si guardano i cartoni di sartoria del diciannovesimo secolo, si vedono tracciati molto approssimativi. La sartoria come geometria di taglio e genio nella lavorazione è nata nel nostro secolo. Prima era esattamente come presto ritornerà: esaltazione di materiali pregiati.

Infine, voglio dirLe che non mi piace sentirla così scoraggiata. Dieci o quindici anni che siano, non sono pochi. C'è ancora tempo per tornare all'ignobile precotto e forse non sarà necessario. Abbia fiducia e nel frattempo apprenda. Domani sarà così anche Lei tra i depositari del sapere e potrà ritrasferire nei giovani che verranno gli obiettivi giusti per passare da un abito bello ad uno elegante.


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Nome: Alberto Conforti
Data: 08-09-2003
Cod. di rif: 522
E-mail: albconf@katamail.com
Oggetto: una domanda per il Signor Maresca.
Commenti:
Gentile Signor Maresca.imbattutomi in questo lavagna dell abbigliamento per un puro caso,ho letto con estremo interesse tutti i precedenti interventi.In particolare mi hanno molto colpito la sua competenza in campo sartoriale e la polemica nei confronti del cosidetto "su misura sartoriale" di ditte come Kiton o Sartoria napoletana.Ho una domanda da porle,e mi appello alla sua gentilezza per avere una risposta esauriente dal punto di vista tecnico.Se le venisse affidata la direzione di una delle ditte sopracitate che forniscono prodotti "sartoriali"( la prego,non mi risponda che non accetterebbe l incarico) quali iniziative prenderebbe per migliorare il prodotto portandolo il piu possibile al livello di un vero capo di sartoria? sceglierebbe un differente tipo di tessuti, diversi dai soliti tasmanian? modificherebbe il taglio delle giacche? ed in che modo? La ringrazio anticipatemente per la risposta che vorrà darmi.

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Nome: Alberto Conforti
Data: 08-09-2003
Cod. di rif: 523
E-mail: albconf@katamail.com
Oggetto: precisazione
Commenti:
P.S. So benissimo che un autentico capo di sartoria artigianale resta cosa diversa da uno "su misura industriale".Tuttavia resto curioso di sapere quali iniziative tecniche e migliorie prenderebbe se si trovasse a diriggere la "Kiton" o "la Sartoria napoletana".

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 09-09-2003
Cod. di rif: 524
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Orti e missili - Al signor Conforti
Commenti:
Egregio signor Conforti,
innanzitutto mi fa piacere constatare attraverso le Sue dichiarazioni che il filo conduttore di questa Lavagna è così solido da averLa potuta accompagnare per un percorso che ormai si snoda su alcune migliaia di schermate.
Quanto al gioco che mi propone, lo trovo divertente e significativo. E' l'occasione per chiarire che da un punto di vista della qualità possibile in un prodotto industriale le ditte da Lei citate hanno già fatto sinora tutto o quasi quello che c'era da fare: segnare e soprattutto alzare il punto vita, dare più volume al petto, sagomare con più forza le maniche. Il tutto rispetto alla confezione tradizionale è stato un grande passo avanti, che ha contribuito a liberarci dalla servitù degli stilisti. Ci troviamo comunque di fronte ad imprese ed una struttura dichiaratamente commerciale deve produrre utili, trovare mercati, il che sta accadendo. Il problema che io denuncio non è nella scarsa qualità del prodotto, ma nell'ambiguità della comunicazione. Essa sfrutta il lavoro e la storia di un'altra categoria, quella puramente artigianale, senza portare nulla ad essa ed anzi sottraendole forza lavoro. Per questo motivo ho voluto introdurre una differenza tra il "su misura", cioè il prodotto della vera sartoria artigiana realizzato sul cliente, e il "su ordinazione", il capo industriale realizzato (spesso con vasti interventi manuali, ma con procedimenti diversi) su taglia e poi adattato.
Posso influire nei limiti del mio piccolo potere sui gusti e sulla consapevolezza della clientela sinché resto un critico, ma se fossi chiamato dall'altro lato dovrei dar conto ad azionisti e ad un consiglio d'amministrazione poco propenso alle questioni culturali. Dove contano i bilanci, si pensa a chiudere in attivo e non a insegnare a vivere. Se dovessi dirigere una grossa società del campo dovrei accettarne le regole e non potrei cambiare molto. Bisogna infatti dire che da un punto di vista commerciale esse hanno saputo muoversi molto bene. Spingere la clientela sul terreno dei tessuti veramente sartoriali rischierebbe di evidenziare più che nascondere le carenze del prodotto industriale rispetto a quello artigianale e quindi sarebbe un errore. L'unica strada che tenterei è quella di una differenziazione di tipo stilistico-storico nell'ambito della stessa tipologia. La stessa giacca di tipo napoletano ha un effetto molto diverso se tagliata un dito più corta. Io dedicherei una linea speciale al Principe de Curtis o a De Sica, illustrando la campagna pubblicitaria con le foto che li ritraggono con giacche appena al sedere. L'effetto, soprattutto su persone alte e magre e segnatamente per i doppi petti, è molto interessante e troverebbe di certo degli estimatori. Segnerebbe anzi la possibilità di rilancio del doppiopetto, oggi poco usato e per questo capace di attirare l'attenzione di nuove fasce di pubblico che intendano riscoprirlo, ma con qualcosa che mostri del nuovo. Lo stesso fatto che si facciano differenze come questa, poi, dimostrerebbe un'ulteriore possibilità di personalizzazione per il cliente e la ricerca estetica da parte dell'azienda. Eviterei inoltre l'espansione in campi molto lontani da quello strategico dell'azienda. Un marchio noto per le camicie non potrà reggere a lungo in quello della calzatura o del capospalla. Pertanto, quando vedo eventi del genere, penso che si tratti di sistemi per gonfiare i fatturati e poi liberarsi dell'azienda ovvero di accelerazioni destinate a finire contro il muro. La parabola di molti stilisti è stata proprio questa, ma non sembra che tutti guardassero da quella parte quando cadevano come meteore, rilevati da gruppi multinazionali o inghiottiti dall'anonimato. Qualcuno ricorda Pierre Cardin? Che fine hanno fatto Yves Saint Laurent, Valentino e Gucci (quanto al capo da uomo, esibito sino agli anni 80 nelle main street del mondo)?
Commercialmente, la possibilità di sostenere una catena di negozi monomarca apre la possibilità di differenziare di molto l'offerta (vedere l'esempio di Zegna). Poiché trattiamo di imprese che non sono a questo livello, dovremmo pensare ad una fusione o acquisizione da parte di capitali più importanti, cioè di vendere, il che riporta il tutto al discorso che avevo iniziato. Se dovessi vendere merce, resterei coi piedi per terra a coltivare il mio orto. Se invece il mio incarico fosse quello di creare un valore e vendere un'azienda, costruirei un razzo e cercherei di far capire che esso potrebbe sollevarsi da terra. Magari qualcuno ci crede, ma è un'altro discorso.

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Nome: Alberto Conforti
Data: 09-09-2003
Cod. di rif: 525
E-mail: albconf@katamail.com
Oggetto:
Commenti:
La ringrazio per la sua gentile risposta.Ovviamente premessa del gioco da me proposto era di non fare troppo i conti con la realtà del mercato e del profitto,ma di conoscere quali iniziative avrebbe preso se avesse avuto totalmente mano libera nell incarico di guidare un azienda tipo "Kiton" nella creazione di capi quanto piu possibile vicini a quelli di sartoria.Dunque,se ho ben capito, non adotterebbe stoffe veramente sartoriali perchè non si prestano al tipo di lavorazione semi-industriale(cosa succede,le giacche fanno grinze o le maniche tendono ad arricciarsi?)ma piuttosto tenderebbe a proporre modelli e tagli ispirati a grandi eleganti del passato.Interessantissimo il suo riferimento alla giacca corta al sedere (appena sotto o appena sopra al sedere?)di De Sica o del grande Totò.Perchè pensa che questo accorgimento gioverebbe al rilancio della giacca doppiopetto,forse in qualche modo riuscirebbe a slanciare la figura ? E poi (con riferimento al gesso n. 42) chiederebbe di confezionare giacche col giromanica alto a mezzaluna,o basso e scivolato sul basso? che effetto sceglierebbe di ottenere dai revers? fino a che punto,prescidendo da considerazioni di tipo meramente commerciale (il mio è un discorso teorico,è ovvio) potrebbe spingersi il capo semi-artigianale su misura?

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Nome: Amedeo Muro
Data: 09-09-2003
Cod. di rif: 526
E-mail: amedeo.muro@bea.com
Oggetto: cravatte marinella
Commenti:
E' possibile acquistare a Roma cravatte Marinella? Esiste un punto vendita?
Grazie

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Nome: Filippo Loretoni
Data: 09-09-2003
Cod. di rif: 527
E-mail: filippo@clab.it
Oggetto: Marinella e Napoli
Commenti:
Egr. Sig. Muro,

Marinella ha, in tempi recenti, aperto un atelier a Milano, non lontano dalla Borsa, se non sbaglio per rispondere alle crescenti esigenze della clientela internazionale che, dovendosi recare a Milano per affari, trovava poco agevole il viaggio fino a Napoli.
Non mi risultano punti vendite o vetrine a Roma.
Potrei certamente sbagliare ma anche se vi fosse la possibilita' di acquistare le cravatte di Marinella nella Capitale, mi permetto comunque di suggerirle il viaggio fino a Napoli.
Credo che l'impegno in termini di tempo sia modesto e sono certo che sara' ampiamente ripagato sia dall'atmosfera unica che si respira in quei pochi metri quadrati, sia dalla possibilita' di visitare altri templi dell'eleganza e del buon gusto che Napoli racchiude.

Cordialmente
Filippo Loretoni

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 10-09-2003
Cod. di rif: 528
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: La parabola del rotore - Al sig. Conforti
Commenti:
Egregio Conforti,
i tessuti che rendono meglio in sartoria sono più compatti e più pesanti di quelli destinati ai confezionisti. Queste tipologie hanno bisogno di lavorazioni più pesanti, insomma di molti passaggi di un pesante ferro da stiro. Ciò vale anche per le tele interne, mentre in fabbrica si usa una sola pressione in un mangano sagomato uguale per tutti, che in un sol colpo conferisce dimensione a tutto il davanti. Il problema è che il volume conferito con questo sistema meccanico si trova sempre situato alla stessa altezza e non rispetta le varietà della fisiologia umana. Non c'è nulla da fare su questo e del resto, come ho già detto, la consulenza di veri sarti ha portato queste aziende a trovare una formula equilibrata e piacevole. Ci troviamo sempre di fronte ad una pappa precotta, che non va bene per tutti i palati, ma in questo campo c'è poco da migliorare. Certamente potrei, dal mio ipotetico seggio di Direttore Maximo, abbinare ad un upgrade stilistico una ricerca nel settore dei tessuti tradizionali, trovando quelli che rispondano bene a questi criteri. Le migliori ditte del "su ordinazione" e della confezione di alta gamma si sono orientate su tessuti ad alto titolo, brillanti, leggeri, con ottima vestibilità, ma sempre simili a se stessi. Ne risulta un uomo con poca fantasia, ancorché si voglia far apparire il contrario. In questo senso è illuminante il parere di Michael Alden, quando fa notare l'impoverimento nel bagaglio di fantasie. Aggiungo che questo fenomeno non coinvolge solo i patterns, ma anche le tipologie stesse di tessitura e dei materiali. La lavorazione leggera del semiindustriale impone di evitare tele pesanti o scattanti. Esse oppongono resistenza anche al ferro, figurarsi con una passatina sotto la "tostiera" in uso presso questi stabilimenti.

Passiamo al secondo argomento. Per comprendere il significato estetico della giacca corta possiamo scomodare due degli uomini più eleganti del mondo contemporaneo. Guardi i doppi petti di Luciano Barbera o i monopetto di Mariano Rubinacci e cerchi di capire dov'è uno dei trucchi più importanti. Non dovrà cercare a lungo, perché L'ho già messa sulla strada giusta. Ho cercato nel mio repertorio privato qualche immagine eloquente, ma non ho trovato di meglio che la foto che allego nel taccuino di Viaggio, che appare nel sito di Luciano Barbera. Il doppiopetto si può avvantaggiare maggiormente di questo accorgimento non per una speciale vocazione, ma per altri due motivi. Innanzitutto la figura umana si è allungata ed è più facile trovare persone alte e longilinee (che non significa magri, ma col torso più corto delle gambe), alle quali il doppipetto corto calza divinamente. Poi, perché oggi esso ha maggiormente bisogno di qualche novità che lo rilanci, atteso che oggi vive in bassa fortuna. Il motivo? Uno è molto semplice. Provi a comporre un numero con un rotore analogico come faceva sino a pochi anni fa. Troverà interminabili quei decimi di secondo che separano ogni cifra e l'operazione risulterà tremendamente mortificante. Allo stesso modo, ad un pubblico non più allenato risulta pesante abbottonare i suoi due bottoni (uno interno e uno esterno). Gli altri attengono all'inaccessibilità per la maggior parte degli uomini di un'immagine così architettonicamente, compiutamente, irrevocabilmente, inequivocabilmente costruita. Ci hanno fatto credere che la flessibilità sia un valore etico senza eccezioni, estendibile anche al patrimonio estetico. La destrutturazione dell'estetica e dei comportamenti appare quindi come una legge totalitaria cui tutti in questa fase sono ben felici di obbedire, pur di sembrare attuali, liberi, flessibili, disponibili, insomma smidollati.


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 10-09-2003
Cod. di rif: 529
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Marinella a Roma - Al signor Muro
Commenti:
Egregio signor Muro,
nel rispondere alla Sua domanda su Marinella, il Cavaliere Loretoni non sbaglia nel suggerirLe un pellegrinaggio nel tempio napoletano, dove potrebbe visitarne anche il sancta sanctorum: il laboratorio. Non dimentichiamo però che Maurizio è un Fondatore dell'Ordine e come tale attento non solo ai nostri Soci, ma a tutti i contatti qui sviluppati. A prescindere da questo, si tratta di una persona dalla disponibilità e generosità senza uguali. Gli ho quindi rappresentato la Sua esigenza e mi ha detto che sarà a Roma per motivi personali il 22 di questo mese e in tale occasione sarebbe stato felice di incontrarLa. Se la cosa può farLe piacere e la data coincide con i Suoi impegni, me lo confermi ed indichi un orario favorevole. Io ne verificherò la compatibilità ed in caso di misfit certamente si troverà un'alternativa.

Informo inoltro chi già non lo sappia che Maurizio Marinella, avendo un punto vendita solo a Napoli ed ora a Milano, organizza ogni anno degli incontri coi suoi fedelissimi in molte altre città italiane. A Roma la sua base è l'Hotel Aldovrandi Palace, dove sarà presente per alcuni giorni dell'ultima settimana di Gennaio 2004. Il calendario non è ancora definitivo, ma già nel mese prossimo potrò fornire le date definitive. Lo farò solo su richiesta, per evitare che la cosa assuma l'aspetto di una promozione. Come sa, qui non se ne pratica.

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Nome: Luca Armelli
Data: 11-09-2003
Cod. di rif: 530
E-mail: armellisys@yahoo.it
Oggetto: Nuova sartoria - King George
Commenti:
Egregio Grande Maestro dell’Ordine,

la Sua lettera mi conforta, non c’è che dire. Sono rimasto affascinato da poco dal mondo delle sartorie e mi dispiacerebbe molto doverlo abbandonare per mancanza di “offerta” .
Se ho capito bene ci sarà una nuova categoria di sarti, derivati da qualche laboratorio o industria : l’esatto contrario di quanto avvenuto anni fa. Spero che ciò avvenga nache nella mia città e non solo nelle grandi metropoli. Sarà possibile ?

Mi fa molto piacere che nel Suo annoverare stilisti&stili del nulla tralasci Giorgio Armani. Sono sempre stato un amante del vestire classico e di qualità, ma nutro per il Sig. Armani una grandissima stima.
Non sarebbe generoso dimenticare o tralasciare quanto il suo modo di vedere l’abbigliamento ha influenzato gli ultimi vent’anni di costume mondiale. Per non dimenticare films indimenticabili come American Gigolò, gli Intoccabili e tantissimi altri in cui i suoi capi erano primi attori. Giorgio Armani riesce a racchiudere nel suo mondo qualcosa di più della solita moda-fashion precotta e, scusatemi, omosessuale.
Indubbiamente un grandissimo. Spero concordi.

I miei più distinti saluti.
Luca Armelli


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 11-09-2003
Cod. di rif: 531
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Artigianato
Commenti:
Egregio Armelli,
la mia analisi sul possibile futuro della sartoria e dell'artigianato in genere è fondata su considerazioni di diversissima natura: dove sociologiche, dove psicologiche, dove economiche. Naturalmente posso sbagliarmi, ma vedo che oggi i lavori artigianali sono altamente redditizi e ciò attirerà verso di essi anche nuove classi sociali. Va tenuta in gran conto un'evoluzione sociale che ha abbattuto il ghetto in cui restava la bottega. Oggi un sarto o un calzolaio hanno dignità pari ad un avvocato o ad un chirurgo e ciò rende più facile questo flusso. La grande autonomia di queste attività le rende a misura d'uomo. Avrà notato che negli utlimi dieci anni si è sviluppato un movimento ideale che va sotto il nome di new age. E' un tentativo di rivincita dello spirito sulla materialità, quasi sempre condotto in modo approssimativo e in direzioni sbagliate. Non sottoscrivo il manifesto della new age, ma credo che se essa rappresenta qualcosa, si tratta del bisogno di un centro, di una stabilità sul piano morale ed emotivo. Se questo atteggiamento dovesse andare avanti, molti potrebbero intravvedere in un mestiere antico e creativo una soddisfazione insostituibile.
Quanto ad Armani, non potevo certo citarlo come esempio di fallimento o di oblio. Fa molto bene il suo gioco, ma milita in una squadra avversaria.

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Nome: Carmelo Pugliatti
Data: 11-09-2003
Cod. di rif: 532
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto: Loro Piana e Massimo Piombo
Commenti:
Ho seguito con molto interesse il "gioco" proposto dal Signor Conforti a Giancarlo Maresca,e le dotte risposte del Gran Maestro.A proposito dei tessuti, però mi permetto di far notare l interessante esperimento di Massimo Piombo che propio una decina d anni fa divenne famoso per aver lanciato una collezione di abiti pronti che riproponevono da un lato la linea sartoriale italiana degli anni 50-60 (tre bottoni,revers e proporzioni asciutte,ecc),dall altra tutta una serie di tessuti antichi praticamente scomparsi persino dalle sartorie vere e propie.Cito dal prezioso libretto "tagli di Piombo" edito dalle edizioni "mille lire stampa alternativa"e contenente il "Piombo pensiero":"Voglio dimenticare gli anni 80,e ripartire dagli anni 60.Un ponte di stoffa tra ieri e oggi".i tagli adottati sono in "saxony,harris tweed,thornproof tweed,super specialist english cotton poplin,super specialist heavy drill cotton,cairo,corsica (mistura di lana e mohair),3 ply fresco,lino irlandese,english wool gabardine,corduroy,bedford cord,cavallery tweed,covert,moleskin,klinter,hopp,cotone massaua,whipcord,barathea,original grenadaire,mohair,summer kid mohair,camel hair,donegal".Ricordo di aver provato un completo di Piombo a Roma nel 1995 0 96.Il taglio della giacca era favoloso,con spalle alla napoletana.Non lo acquistai soltanto perchè non si adattava benissimo alla mia conformazione (aveva la vita molto segnata,ed io avevo un pò di pancetta).Credo che un sistema "su misura" tipo "sartoria napoletana" avrebbe molto giovato agli abiti di Piombo.Oggi di Massimo Piombo non so piu nulla;ho sentito che la magia delle sue prime collezioni si è persa in una ricerca stilistica fine a se stessa,ma ripeto non so se le cose stanno effettivamente cosi.Comunque al nostro il connubio confezione-tessuti tradizionali di sartoria riusci,anche se forse per poco tempo.Per quel che riguarda la capacità di un industria semi-artigianale a riprodurre un capo sartoriale nei minimi particolari,rimando al caso Sergio Loro Piana.Loro Piana è uno degli uomini piu eleganti d Italia.Veste Caraceni,e segue un particolare stile che rimanda direttamente ad Esquire anni 30 ed ai figurini di Longfellow:doppiopetto corto,a sei bottoni stirati a quattro con profonda sciallatura dei pastosi revers rollati.Debuttando nel campo del "su misura semisartoriale il nostro ha voluto replicare la linea delle sue giacche predilette.Il risultato è che un doppiopetto su misura industriale Loro Piana sta all originale come una riproduzione fotografica della Gioconda di Leonardo sta all autentico quadro.Si tratta di capi "unidimensionali",banali,con revers piatti la dove quelli del capo copiato sono favolosamente "bombati".

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 11-09-2003
Cod. di rif: 533
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Piombo, Loro Piana, Zegna
Commenti:
Egregio Pugliatti,
Massimo Piombo è un autentico gourmet del tessile e come tale lo definivo nel mio pezzo sui tessuti. Infatti, tra le personalità che intervistai in quell'occasione per ascoltarne dotti pareri, figurava anche lui. Nessun altro produttore industriale ne ha la competenza. Naturalmente, le scelte stilistiche possono essere centrate o meno, ma resta il fatto che una tavolozza come la sua può permettersela solo chi abbia una vera passione e scienza dei tessuti. La direzione di altre aziende, anche grandi, non ha la minima idea dei nomi che Lei ha citato e non ha intenzione di averla. Essi seguono la corrente e quando cercano di indirizzarla hanno in mente solo profitti, mai un risultato estetico. Così è certamente per Loro Piana. Non lo conosco e sinceramente non ci tengo. Quando consegnai il mio lunghissimo Vestirsi Uomo sui tessuti, l'editore mi chiese: "Maresca, come mai in sessantamila caratteri non hai parlato di Loro Piana"? Io risposi: "Caro Franz, hai venti minuti liberi perché io ti spieghi il motivo? Non credo. Sappi però che c'è". In ogni caso, l'azienda si muove molto bene e sta seguendo le orme di Zegna nel costituire una rete autonoma con offerta differenziata e negozi monomarca, l'unico sistema che tra qualche anno permetterà di resistere all'offensiva cinese. Tra i due, preferisco di gran lunga Zegna, che ha realizzato capolavori assoluti nel campo tessile e ancor oggi offre una gamma per la sartoria di livello assolutamente ineccepibile. Probabilmente sarò tra il 22 ed il 24 al prossimo IdeaBiella per verificare cosa c'è di nuovo e di tradizionale, cosa spunta e cosa rivive in questo mondo che ha bisogno di nuovi stimoli se vuole prepararsi ad un futuro tutto tinto di giallo. Nel caso ne farò un resoconto per i Visitatori di questa Lavagna.

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Nome: Carmelo Pugliatti
Data: 15-09-2003
Cod. di rif: 534
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto:
Commenti:
Egregio Signor Maresca, Dunque,posto che si abbia una "vera passione e scienza dei tessuti" in linea di principio si potrebbero utilizzare nella confezione dei cosidetti "abiti sartoriali" tradizionali tessuti di sartoria,avvicinando ulteriormente questi prodotti a quelli delle botteghe artigiane.é evidente che Piombo in qualche modo è riuscito a risolvere i problemi legati alla stiratura dei capi (sarebbe interessante sapere come).Dunque è soltanto questione di gusto cultura e volontà,ma tecnicamente la cosa è possibile.Dico questo non perchè abbia particolarmente a cuore le sorti del "su misura industriale",ma perchè sono convinto che la "sartoria del futuro"( nel quadro che giustamente lei segnalava di un "artigianato di ritorno")sarà sempre piu contaminata con l industria.Il fenomeno è già iniziato,basti pensare ad esempio a realtà come "Antichi Telai",e ditte simili a Roma).Non so se questo sarà un bene o un male,ma forse le nuove realtà artigiane (o semi artigianali) potranno risolvere un grave problema;quello del collegamento cliente-sartoria anche al di fuori dei grandi centri come Roma,Milano o Napoli.Un tempo molte grandi sartorie servivano una clientela numerosa anche al di fuori delle loro città.I lavoranti ed il tagliatore si spostavano in provincia a prendere ordinativi,a mostrare il campionario,a provare e consegnare i capi già finiti.Oggi questo non è piu possibile,e chi vuole una giacca o un completo di qualità deve mettere nel conto lo spostamento a Napoli o a Roma ,con notevole dispendio aggiuntivo di tempo e denaro.Questo è senza alcun dubbio uno dei motivi del successo odierno di realtà come "sartoria partenopea" e consimili.Per quanto che riguarda il suo interessante accenno alla concorrenza dalla Cina,mi chiedo se non sia possibile sfruttare il fenomeno a vantaggio del futuro della sartoria artigianale.I Cinesi posseggono una straordinaria manualità,e sono eccezionalmente portati nel campo della manifattura di abiti,prova ne sia l eccellente qualità dei sarti di Honk Hong formati da maestri britannici.Mi chiedo,e se le nostre sartorie profittando dell attuale notevole flusso migratorio iniziassero a impiegare ed a formare operai,pantalonai,tagliatori Cinesi? E se fosse propio questa la maniera di perpetuare anche nei prossimi decenni il patrimonio artigianale Italiano?

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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 15-09-2003
Cod. di rif: 535
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Ha due volte ragione - Al signor Pugliatti
Commenti:
Egregio Pugliatti,
non credo che Piombo o altri possano realmente risolvere la differenza sostanziale tra la manifattura artigianale e quella industriale. Segnatamente la stiratura, come più volte detto, resta nel su-ordinazione un procedimento meccanico, non orientato alla specifica conformazione del cliente. Piombo però conosce i tessuti molto, ma molto meglio degli altri "colleghi" e quindi riesce a reperire e selezionare materiali di vero fascino e significato, di cui altri semplicemente non conoscono né l'esistenza, né il linguaggio. E' senz'altro, come Lei ha compreso, un merito non da poco e rappresenta l'esempio della possibile convivenza tra tradizione ed innovazione, tra materiali nobili e prodotto pronto. Attraverso operazioni come questa si potrebbe diffondere una maggiore conoscenza della vastità e profondità del mondo tessile, spaziando ben oltre le banalità delle sagliette superapprettate e dei misti cachemire. Purtroppo di Piombo cè n'è uno e di sedicenti "Antiche sartorie di Nonno Ciccio" venticinque.
Anche quanto all'utilizzo di manodopera cinese, Lei vede senz'altro giusto. Il calzolaio Freccia Bestetti di cui parlavo ha infatti una squadra tutta composta da extracomunitari, che lavorano rigorosamente a mano sotto le sue direttive. Nella sartoria non ho ancora visto niente del genere, ma il momento è venuto perché accada e in qualche parte d'Italia starà già accadendo. Dopotutto i mestieri manuali, forse eccettuata la viticoltura e pochi altri, sono ormai sempre più inaccessibili alla mentalità della razza bianca, che aspira solo al management, ai lavori professionali o d'ufficio.

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Nome: alberto conforti
Data: 15-09-2003
Cod. di rif: 536
E-mail: albconf@katamail.com
Oggetto: grazie per i chiarimenti
Commenti:
Grazier ai signori Pugliatti e Maresca per i chiarimenti in risposta alla mia domanda sul su misura industriale e sui tessuti.Un ultima cosa,ho sentito parlare di un trattamento che una volta veniva fatto alle stoffe per impermeabilizzarle nei confronti delle macchie,si chiamava scothcguard o qualcosa del genere.Esiste ancora,ed era effettivamente valido? grazie.

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Nome: Carmelo Pugliatti
Data: 15-09-2003
Cod. di rif: 537
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto: scotchgard
Commenti:
Gentile Signor Conforti,probabilmente lei si riferisce al cosidetto trattamento "scotchgard"; un particolare bagno chimico consente di impermeabilizzare le stoffe all acqua ed alle macchie.Nel nostro paese i tessuti trattati con tale procedimento erano impiegati ,negli anni 60,principalmente nell industria della confezione (Lebole,Monti,Marzotto,ecc).In quei tempi lontani, ed un pò ingenui, gli abiti confezionati venivano proposti come un onesta alternativa a buon mercato rispetto alle sartorie di medio livello.Il taglio era decoroso,i prezzi decisamente economici.La stragrande maggioranza di quei vestiti erano prodotti in tessuti misti,come lana-terital,o cotone - rhodiatoce,e trattati con scotchgard.La pubblicità dell epoca magnificava la durata,la resistenza,l ingualcibilità e l economicità di quegli abiti (molti di noi ricordano ancora slogan di antichi caroselli come:"Monti,abiti belli abiti pronti",o "Io ho un debole per l uomo in Lebole",o ancora per Rhodiatoce "So Caio Gregorio,guardiano del pretorio"...).Il fatto è che quei vestiti erano effettivamente indistruttibili,ingualcibili ed antimacchia,ma erano anche terribilmente insalubri.I tessuti in terital,oltre che risultare allergici per molte persone,non consentono una traspirazione ottimale,e quanto allo scotchgard..si è scoperto che era addirittura tossico ! Gli "ingredienti" di cui è composto degradano formando il PFOS, ossia solfonato di perfluorooctano,prodotto tossico per l uomo oltre che nocivo per l ambiente.Negli Stati Uniti,patria dell scotchgard,sono attualmente in corso varie iniziative legali contro la società produttrice da parte di associazioni di consumatori.In Italia,a quanto ne so,tale trattamento non è piu adoperato nel campo dell abbigliamento perlomeno da 30 anni .Naturalmente in sartoria non si è mai fatto uso di tessuti "allo scotchgard", neanche negli anni 60.

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Nome: Carmelo Pugliatti
Data: 15-09-2003
Cod. di rif: 538
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto: esquire e longfellow
Commenti:
Gran maestro Maresca,Egregi Signori sarei curioso di riprendere il discorso,che già ci impegnò all inizio dell estate,sulla rivista "Esquire",e sui favolosi , elegantissimi ,figurini di Longfelow.Da ricerche da me effettuate ho scoperto che il nostro influenzò col suo segno grafico la pubblicità della sua epoca (vedi ad esempio il bel volume "American ADS of 30s" edito da Taschen),e addirittura il mondo del fumetto (echi del suo stile si ritrovano ad esempio in Milton Caniff,autore della striscia "Terry and the pirates").Ho inoltre riscontrato che a Longfellow si ispirarono molti figurinisti Italiani dell epoca (quando si potrà inserire materiale iconografico e fotografie nel sito,sarò lieto di condividere delle scansioni molto interessanti).Purtroppo di Longfellow su internet non c è nulla;forse qualcuno di voi,esimii Cavalieri è in possesso di maggiori informazioni sul artista (ad esempio,qual era il suo nome di battesimo)? Vorrei poi sapere dal Signor Liberati se,dal punto di vista delle immagini l "Esquire encyclopedia of 20th century",che egli avrà ormai ricevuto,era effettivamente valida.Amerei anche conoscere dalla gentilezza del Gran Maestro Maresca,sempre che la cosa non gli rechi fastidio,i contenuti del suo numero di Esquire del 1940 (articoli su sartorie? figurini? ecc).Mi auguro che presto si possa compiere una ricerca in quell autentica miniera che deve essere l archivio della Ermenegildo Zegna.

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Nome: Paolo Liberati
Data: 15-09-2003
Cod. di rif: 539
E-mail: p_liberati@hotmail.com
Oggetto: Esquire’s Encyclopedia of 20th Century Men’s Fashions
Commenti:
All’inizio del mese di settembre, dopo una lunga e trepida attesa, mi è stata recapitata, avvolta in un sacco di iuta su cui era impresso il timbro a fuoco della US Mail, la tanto agognata “Esquire’s Encyclopedia of 20th Century Men’s Fashions“. Mi scuso con i frequentatori di questa lavagna per non averne dato immediata notizia, come promesso, ma a mia parziale discolpa posso affermare di essere stato animato dalle migliori intenzioni. Era mio desiderio, infatti, completare la lettura dell’opera e pubblicarne una recensione su questa lavagna a beneficio dei suoi frequentatori. Il signor Pugliatti tuttavia mi richiama , giustamente, all’ordine e mi sollecita notizie sull’opera. Abbandono dunque il mio proposito, che, per la verità, viste le dimensioni dell’opera, era forse destinato a non vedere la luce prima di qualche mese, per fornire un primo contributo informativo circa l’Encyclopedia. Si tratta, come già anticipato nel mio precedente gesso sull’argomento, di un’opera imponente, ben oltre le 700 pagine fitte di testo stampato a caratteri molto piccoli. L’apparato iconografico è di tutto rilievo, le illustrazioni sono infatti oltre 800. Quasi tutte, per la verità, in bianco e nero - le pagine a colori sono infatti solo 16 - e questo è certamente un difetto tenuto conto dell’argomento trattato. Tuttavia la ricchezza dei contenuti è tale da compensare abbondantemente questa piccola pecca. Disegni (Longfellow e non solo), bozzetti, fotografie d’epoca, annunci pubblicitari etc., nell’Encyclopedia c’è veramente di tutto. La struttura dei capitoli è curiosamente molto simile alla serie “Vestire Uomo” scritta dal Gran Maestro. Ogni capitolo si occupa di un aspetto diverso dell’eleganza maschile (abiti, camicie, scarpe, gioielleria, valigeria, profumeria etc.) e ne traccia l’evoluzione storica dall’inizio del secolo fino agli ani 70. I testi attingono quasi completamente a quanto pubblicato dalla rivista Esquire nel corso degli anni, e ne rappresentano quindi una sorta di gigantesco riassunto. Per dare ai lettori un’idea della vastità degli argomenti trattati trascriverò l’indice dell’opera e lo pubblicherò nel mio prossimo gesso. Infine vorrei confermare che è mia intenzione mettere quest’opera a disposizione del lavoro che sta portando avanti il sig. Borrello per la biblioteca dell’ordine affinché la stessa possa (leggi sul copyright permettendo) essere a disposizione di tutti i frequentatori del castello. Informo in proposito il sig. Borrello che invierò al suo indirizzo e-mail il mio recapito telefonico privato affinché ci spossa mettere presto in contatto.
Paolo Liberati
Roma, 15 settembre 2003


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Nome: Giancarlo Maresca
Data: 15-09-2003
Cod. di rif: 540
E-mail: gran.maestro@noveporte.it
Oggetto: Da cappella a cattedrale - Al signor Liberati
Commenti:
Grazie per quanto ha già fatto e per quanto farà. Come ha potuto notare, i Visitatori della Lavagna sono molti, competenti, assidui. Il Cavalleresco Ordine ha messo loro a disposizione una cappella, che diffondendosi lo spirito di collaborazione che Lei ed altri ben manifestano potrà diventare una cattedrale.

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Nome: Carmelo Pugliatti
Data: 15-09-2003
Cod. di rif: 541
E-mail: carpu65@hotmail.com
Oggetto: esquire s encyclopedia..
Commenti:
Ringrazio il Signor Liberat