IL PERSONAGGIO. Incontrare Luciano Lutring, o anche solo conoscerne la storia, pone domande cui è impossibile sottrarsi e difficile dare risposte. Abituati a immaginare che bene e male abitino in quartieri diversi, saperli coinquilini ci lascia perplessi. Lutring nasce nel 1937 a Milano, da madre farmacista veneta e padre pugile di origine ungherese. La Seconda Guerra Mondiale incombe come una nube, poi colpisce come una tempesta. Le ultime onde sollevate da quel vento si abbattono proprio su Milano, dove ritirandosi lasciano i cadaveri di Piazzale Loreto. Forse perché la seconda parte l’ha perduta sotto bombe, paure e sospetti, i primi anni dell’infanzia sono rimasti impressi nella mente di Lutring ad una profondità tale che nulla ha potuto intaccarli. Nei suoi quadri di soggetto milanese, la città di quel tempo risorge dettagliata ed intatta, come se fosse bastato soffiarci sopra per toglierle settanta anni con la facilità con cui si disperde un velo di polvere. Avviata una modesta attività commerciale, nel dopoguerra la famiglia si riprende dagli inevitabili disagi.   obbliga a suonare. Le balere non fanno gola a chi abbia un appetito da night club. Vuole la bella vita e soprattutto le donne con tacchi a spillo, capelli freschi di parrucchiere, biancheria seducente, abiti alla moda. Le ragazze non gli mancano, ma un cacciatore così ambizioso non si accontenta di sparare in cortile. Il suo ideale sono le stelle e stelline dell’avanspettacolo, prede da caccia grossa come la Pampanini, la Mangano, la Rossi Drago. Possiamo dargli torto? Aveva vent’anni proprio alla fine degli anni cinquanta, quando la donna fu bella come non era mai stata prima e non sarebbe mai stata più in futuro. A venti anni parte con gli amici con la 1100 FIAT regalatagli da papà, ma durante una sosta per riparare uno pneumatico viene rapito dallo scintillio sontuoso di una gigantesca Cadillac. Senza pensarci propone una permuta, contratta, stabilisce un conguaglio che gli porta via tutti i risparmi e alla fine torna con un’auto da far girar la testa. Nera dagli interni bianchi. Per un po’ la nasconde, non sapendo che dire ai genitori. Quando infine la tira fuori, diviene per tutti l’Americano e da
allontanava sempre più da quella del possibile. La vita dei “signori” permetteva nuovi divertimenti, nuovi oggetti, nuove automobili, nuove avventure. Tutto sotto gli occhi di tutti, ma non certo per tutti. Fu così che il bambino che non era stato stordito dai bombardamenti, divenuto un giovanotto restò accecato dalle vetrine e dai rotocalchi. Diviene il bulletto del quartiere e si abitua a pensare e desiderare in grande. La mamma cerca di convincerlo a fidanzarsi con la vicina di buona famiglia, ma anche senza mitra Lutring è già un solista e vuole andare per la sua strada. Le fanciulle casa-e-chiesa, le partitelle al bar, non gli interessano affatto. I genitori vogliono che faccia il musicista, ma lui ha troppa fretta. Non è il talento che gli manca, quanto lo spirito di sacrificio. A chi si senta nato protagonista, il mondo offre ben altro che il laborioso violino o la popolare fisarmonica che la zia lo quel momento dovrà sostenere questo personaggio. Acquista anche una vecchia pistola Smith & Wesson calibro 45 a canna lunga. Un cannone da passeggio, che avrebbe dovuto essere il tocco finale del duro “on the road” e invece finirà per essere la spinta iniziale per una lunga carriera di rapinatore. Un giorno, la zia lo manda a pagare la bolletta della luce. Nell’ufficio postale non ci sono altri clienti, ma l’unico impiegato allo sportello sembra non vederlo e continua ad armeggiare con la calcolatrice. Il Lutring di quegli anni, lo abbiamo ormai capito, non brilla certo per pazienza. Sbatte una manata sul banco ed impreca per farsi servire. Lutring fa per prendere il soldi, ma l’uomo allo sportello vede qualcosa di diverso.
Portando le mani alla tasca, la giacca di quel cliente che urlava si è aperta, come per indicare la grossa arma che portava alla cintura.
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