L’impiegato non ha dubbi sulla situazione. Afferra le banconote nel cassetto e invita il malintenzionato a prenderle, purché se ne vada. Lutring si dilegua, ma da quel momento la droga del soldo facile lo porterà a diventare un bandito. Efficace, astuto, i giornali parlano molto di lui e finiscono per ribattezzarlo “il solista del mitra”, per via dell’arma trovata in un astuccio di violino durante un’irruzione in un covo che lui, però, aveva già abbandonato. La polizia non riesce ad acciuffarlo, ma le maglie della sua rete si stringono sempre più. Braccato in Italia, prosegue la sua attività in Francia e in sette anni di latitanza porta le sue rapine al considerevole numero di duecentoottanta. Tante gliene vengono contestate dalla magistratura, quando alla fine viene catturato a Parigi il primo settembre del 1965. Era riuscito ancora una volta a sfuggire all’agguato, ma a prezzo di gravi ferite. Colpito alle spalle, al braccio, al ventre, una coppietta lo ritrova privo di conoscenza e avverte la polizia. Dio non era certo contento di lui, ma non lo voleva morto. Aveva altri disegni.
Lutring si riprende così bene che riuscirà a sopportare parecchi anni di carcere duro. La magistratura francese lo condanna a venti anni di lavori forzati e quella italiana a ventidue.
Mentre è impegnato in questo bel programmino, il regista Carlo Lizzani dirige “Svegliati e uccidi” (1966), un film
  nome lungo ed un motto molto breve: NUMQUAM SERVAVI, che tra l’altro significa “non mi sono mai risparmiato”. Volendo affrontare i vantaggi ed i limiti di questo modo di porsi di fronte alla vita, nessun oratore è sembrato più adatto. Invitato ad una cavalleresca riunione che si è tenuta presso il suggestivo Hotel Villa Torretta, appena fuori Milano, ha non solo parlato, ma esposto tutto se stesso, a cominciare dai libri e dai quadri. Non sono opere della fantasia, ma della memoria e del sentimento. La creazione è per Lutring una medicina per il passato, non un’arma per il futuro. A prescindere dalla prolusione ufficiale, parla volentieri con tutti. Chi sa tacere è tra le persone più interessanti da ascoltare e lui non fece mai nomi, non rilasciò mai alcuna confidenza alla polizia o ai magistrati, eppure non sono pochi i segreti che custodisce. Talvolta nel suo linguaggio irrompe suggestivo un dialetto milanese che ha qualcosa di archeologico, come se invece di settanta anni ne avesse duecento. Una pennellata che rende ogni episodio un mito, che fa del cantastorie un aedo. La violenza che gli fu perdonata da due Presidenti è subito dimenticata da tutti gli ascoltatori. Le sue sono storie di amori impossibili, clandestini, eccessivi, fragili navi di illusione su una rotta eroica. Non essendosi mai risparmiato, nulla gli è stato risparmiato.
Amò e fu amato, che era ciò che più gli premeva, ma
dedicato alla sua storia. Gian Maria Volonté vi recita la parte del commissario Nardone, l’uomo che per anni gli diede la caccia senza mai riuscire ad acciuffarlo. Il film, con il suo taglio giornalistico, serve sia ad accrescerne la notorietà che a ridimensionarne la fama di uomo violento e senza scrupoli. In prigione comincia a dipingere, prima con mezzi degni dell’abate Faria e poi ottenendo dei veri colori. I risultati sono eccellenti ed il suo comportamento generale assai convincente.
Nel 1971, il Presidente Pompidou gli accorda la grazia. Resta da pagare il debito con la giustizia italiana, che viene azzerato da Giovanni Leone. Il Presidente lo graziò nel 1977 per meriti artistici, facendone l’unico uomo al mondo ad essere stato graziato due volte. L’EVENTO. Il Cavalleresco Ordine dei Guardiani delle Nove Porte ha un
conobbe anche il dolore della perdita del figlio Mirko. Prese e pagò, ma poiché è umano ha cercato di ottenere qualche sconto. Come un Francois Villon del nostro tempo, assaporò le gioie dell’incoscienza ed i dolori che ne conseguono. Villon ottenne la grazia con la poesia, lui con la pittura. La dittatura del politically correct, del buonismo, del perdono obbligatorio, spinge ad un’assoluzione senza giudizio. Agendo in tal modo ci priviamo dell’istruttoria e quindi della possibilità di capire le cose in profondità. In verità l’uomo è buon giudice, ma cattivo carnefice per i propri simili. Una volta compreso il vero Lutring, le colpe e le virtù, gli errori e la redenzione, non dobbiamo negargli una condanna, ma semmai sospenderne l’esecuzione.
Per questo le sue due grazie ci appaiono opera di giustizia e non di misericordia.
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