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Cubano, robusto,
liga tradizionale. Segni particolari: il formato (140 mm) e il nome
«Don Alfonso». Nasce il più aristocratico dei sigari per quello
che è il più raffinato ristorante della Campania e uno dei migliori
d'Italia «Don Alfonso», appunto. L'idea è venuta in mente a Giancarlo
Maresca, Gran Maestro del Cavalleresco Ordine dei Guardiani delle
Nove Porte, associazione fondata, così recita lo statuto, «sulla
comune pratica del Buon Gusto e del Gusto Buono per custodire contro
la barbarie della volgarità il tesoro dello stile e dell'Eleganza».
Nove porte per nove piaceri: la gola, l'abbigliamento, i motori,
il gioco, l'arte, la tauromachia, le donne e soprattutto il fumo
(la nona porta è aperta ai Piaceri Ignoti). Fumo che significa cultura,
elogio e pratica dell'Avana, meglio ancora se «Montecristo». Animato
da tale «filosofia» e sostenuto da decennale amicizia con Alfonso laccarino, un'istituzione a Sant'Agata sui due Golfi,
Maresca va a Cuba deciso a trovare quella miscela
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unica per realizzare un sigaro degno di un ristorante che è il fiore
all'occhiello della gastronomia partenopea. Restaura così una lega,
già sperimentata con successo, di tabacchi sapientemente maturati
per la quale fa produrre, nella patria di Fidel, un formato speciale
(10 boccate in più rispetto al tradizionale) e lo battezza «Don Alfonso»
in attesa della prova generale di stasera quando sarà presentata al
pubblico di associati e non una preziosa scatola intarsiata con 25
«vitolas» d'autore. Non solo. La serata ospiterà un'altra creazione
del Cavalleresco Ordine, la prova d'autore che la Peyrano di Torino
(una «garanzia» nel mondo della cioccolata) ha realizzato su misura
per i Cavalieri. Un cioccolatino dal sapore forte, fondente e destinato
prevalentemente al palato maschile. Il nome è ancora top secret ma
la formula è certa: rhum, caffè e cioccolata.Vent'anni per apprendere
e altri venti per dimenticare. A quarant'anni, secondo il Gran Maestro
del Cavelleresco Ordine delle Nove Porte (che ha quasi pronto un libro
dedicato all'argomento), si diventa eleganti. Il |
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tempo, dunque, per imparare le regole necessarie del bon ton e attendere
l'indispensaile oblio per riappropriarsi della libertà e raggiungere
l'obiettivo agognato: lo stile. Che significa stare a proprio agio
circondati da quella naturalezza che fa sembrare tutto così facile.
Anche se i bottoni della camicia sono anch'essi fatti fare ad hoc
così come le scarpe dalle 140 impunture e magari siglate dal punzone
con le proprie iniziali. Va da sé che gli alleati di un uomo elegante
sono sarti, camiciaie e calzolai d'eccezione sparsi, secondo l'indirizzario
dell'Ordine, tra Napoli, Roma e Bologna. I nomi? Domenico Pirozzi,
(via Chiaia) sarto di rara bravura a detta di Maresca, l'unica ditta
napoletana doc. Per le camicie si va sul sicuro con la signora Sabatini
(Roma, via Flaminia) e per le scarpe nessuno oscura la fama di Bologna,
«patria dei
maestri calzolai come Bruno Peron». E le cravatte di Marinella?
Maresca non
ha dubbi: «Solo quelle fatte con le sete che segretamente
conserva per i
più affezionati». |
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