Tutte
le strade portano a Roma. Molte di esse erano partite da Napoli. Esistono
infatti città che sono destinazioni, mercati. Altre sono punti
di partenza, laboratori. Napoli è un' officina dove si coltiva
da sempre l' attitudine a trasformare le materie più semplici in
somma raffinatezza. La pietra filosofale non è custodita nei sotterranei
di Hogwarts, ma nella tasca di Pulcinella. Altrove taglino diamanti e
curino vigne preziose, nella città della pizza e della canzone
basta un po' di farina e una chitarra per stupire e conquistare il mondo.
Lo stile della città è ancor oggi
influenzato da un' antica, ininterrotta presenza regale. Si sono alternati
normanni, svevi, angioini e aragonesi, viceré spagnoli ed austriaci,
borboni e sabaudi, ma per secoli la reggia non è stata mai vuota.
La lunga permanenza di una corte ha lasciato un segno indelebile non solo
nell' eleganza maschile, ma anche nella cucina, nello stile degli arredi
e in un certo diffuso atteggiamento di distacco aristocratico. Città
monarchica per eccellenza, il suo grido "Viva 'o rré"
sembra giungere veramente dal profondo. Ed echeggiare ancora nel Largo
di Palazzo, oggi repubblicanamente ridefinito Piazza del Plebiscito. I
Re, dal canto loro, hanno sempre ricambiato questo amore. L' ultimo Borbone
a reggere lo scettro delle Due Sicilie trovò qui trasformato il
suo augusto appellativo di Francesco II in "Francischiello".
Al sovrano, che usava parlare in dialetto napoletano, la cosa non è
mai dispiaciuta, ed anzi la sua storia è quella di una comprensione
totale, seppure ovviamente mantenuta solo sul piano emotivo, tra classi
aristocratiche e plebee. Solo pochi anni fa, la Reggia di Caserta ospitò
nuovamente, per una sera, i Reali di Borbone. Per festeggiare i cinquant'
anni di matrimonio non offrirono ai loro invitati spigole ed aragoste,
ma una frittura di fragaglie, non caviale, ma involtini di melanzane,
non risottini allo champagne, ma pizze di scarola. Nel fragore di qualche
polemica oggi dimenticata, ma che allora dovette sembrare importante,
questo meraviglioso dettaglio venne taciuto, e forse nemmeno compreso.
Oggi ho l' occasione di citarlo: senza nessun commento, penso dimostri
che, come sempre, c' è molto da imparare da un Re. In questo caso,
che molto del rispetto lo si guadagna rispettando. Non vorrei addentrarmi
ulteriormente in terreni insidiosi, ma è un fatto che anche Vittorio
Emanuele ed Emanuele Filiberto, in più di un' occasione, abbiano
dichiarato il proprio amore per Napoli. |
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Da
tempo vedo allungarsi la fila di quanti enunciano con la sacralità
di un vaticinio che Napoli non è quella di una volta, che non
bisogna farsi ingannare dai suoi cliché oleografici. I più
arditi si spingono ad affermare che non è mai stata come la si
è dipinta, e qualcuno ancor più illuminato verrà
presto a dirci che non esiste e non è mai esistita. Io non so
dire se Parigi sia nel Louvre, nei bistrot, nella Tour Eiffel o nello
champagne. Napoli è però veramente nel suo clima stupendo,
nel suo caffè, nei suoi vicoli e nei palazzi nobiliari, nei bassi
e negli artigiani, nelle botteghe dei sarti e nei forni a legna. Insomma
nelle cose che ha sempre avuto e che l' hanno resa famosa. Non c' è
nulla di banale nell' aver conservato tanto e così bene. Peraltro,
non si mantiene in vita solo quello che può essere positivo,
ma anche la parte oscura. Napoli spesso rifiuta. Si diverte a far finta
di niente, a schernire e a sottovalutare. Non avendo voglia di apprendere,
precorre, ma non sa dimenticare. E' fatta così: può scrollarsi
di dosso in una sola stagione una patina plurisecolare, e allo stesso
modo rendere eterno ciò che era nato provvisorio. Come dicevamo,
conservare non è una cosa scontata, ed ha il suo costo. Noi abbiamo
barattato il futuro per il presente, sicché questo, perdurando
oltre misura, finisce per sembrare passato.
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