Il ritorno dei lustrascarpe



C'era un tempo, prima che la Clarks scassata facesse tanto Bruce Chatwin, in cui molti uomini non avrebbero mai messo piede fuori di casa senza le scarpe lucide. O che non avrebbero mai fatto a meno della sosta sotto i portici con l'omino che allungava il giornale e intanto dava una spolverata all'infamia. Ora il tassativo "così non esco!" resta al passato, ma al presente c'è che i signori si starebbero riappropriando dell'antico gesto della spazzolata al mocassino. Dentro e fuori casa. Con tecniche fra le più varie: dallo sputo allo champagne, mai senza la carezza finale di una calza di seta!
A Roma c'è Rosalina Dallago, lunghi capelli, fisico da modella (lo è stata), che in quattro anni ha aperto due negozietti di lustrascarpe ("Sciuscià chic") in centro, tre corner (uno a Fiumicino e due in altrettanti circoli sportivi) e aspetta una prossima apertura (a Malpensa). Otto euro per 15 minuti di servizio, dalla lavatura, alla crematura, sino alla spazzolata. A Milano qua e là appaiono nelle strade lustrascarpe occasionali, ma di sicuro ogni ciabattino "sopravvissuto" si è attrezzato per il servizio "lucidatura" così come ogni "gioielleria" della scarpa (quelle artigianali e a parecchi zeri) offre cura e manutenzione 24 ore su 24, anche con ritiro e recapito a domicilio. Idem a Firenze e Torino.


E a Napoli, dove c'è il tamtam fra i cultori del servizio, quando uno dei due "sciuscià" ancora in circolazione bazzica nel quartiere. "Sennò c'è la cassetta che ti aspetta a casa, il sabato: alcool, crema e pezza di lino per le tre paia che già sai indosserai in settimana", spiega Antonio Rossi, l'imprenditore che con Marinella si contende il mercato delle cravatte di quelli che contano. Non è un caso se entrambi fanno anche parte dei "Cavalieri delle Nove Porte", il circolo che tre anni fa organizzò a Napoli l'annuale incontro del "club Swann", snobbissima associazione di madame Olga Berluti che nei saloni del Crillon di Parigi insegna ai clienti delle sue Ferrari con i lacci a pulirle con Veuve Cliquot (dà particolari nuances) e lino veneziano (una carezza!).
"C'è anche chi usa il Brunello o il cognac - racconta Silvano Lattanzi, artigiano delle scarpe fra i più venerati al mondo - ma io l'alcool preferisco gustarlo. Consiglio acqua e lucido, l'australiano Kiwi (lo usavano gli americani nella II guerra mondiale per far colpo sulle giapponesi: rendeva brillanti gli anfibi più dello sputo, ndr) e olio di gomito. E poi naturalmente la forma di legno".


"C'è un mio cliente arabo - svela la sciuscià Rosalina - che conserva le sue seicento scarpe in un armadio climatizzato, noi ogni settimana le lucidiamo a rotazione!". In bottega l'ex modella lustra invece una media di trenta mocassini al dì: "La considero una forma di arte, nata dalla mia passione per le scarpe". Di solito lavora in Piazza San Lorenzo in Lucina, a pochi passi da Montecitorio, clientela di deputati e considerazione a sorpresa che "la scarpa piace a destra e a sinistra. Meno alle donne: ma conquisterò anche loro, con pazienza". E di pazienza il lustrascarpe ne ha da vendere. Fu uno sciuscià, nel 1838, il primo essere vivente a restare impresso in una foto di Daguerre: Boulevard de Temple era gremito di gente, ma solo quell'omino restò immobile a strofinare il tempo (allora giurassico) necessario per la posa!.