Taccuino di viaggio

   Le Lavagne delle varie Porte sono destinate ad accogliere contributi speculativi, ovvero domande che li sollecitino. Questi Taccuini sono invece a disposizione di chi voglia illustrare con testi ed immagini le conoscenze e le conclusioni cui sia pervenuto non solo mediante il pensiero e la lettura, ma attraverso l'azione ed il contatto diretto. Il Cavalleresco Ordine rispetta in tal modo la propria duplice natura, insieme filosofica e guerriera. In tutte le Porte viene offerto questo spazio, in cui chiunque potrà intervenire direttamente seguendo le istruzioni in calce.
  Una visita ad un museo, la partecipazione ad un evento o ad un convegno, un viaggio, un incontro od un'avventura che Vi abbiano rivelato una verità utile alla comprensione ed alla difesa (o attacco) di una delle nostre Porte potranno essere lo spunto per commentare qui il vostro punto di vista, arricchito da una foto presa "sul campo". La Vostra esperienza ed il Vostro punto di vista sono sovrani e comunque benvenuti, anche come commento a testi ed immagini già pubblicati nel Taccuino.
  Intendiamo rispettare ogni contenuto, favorevole o meno al nostro pensiero ed alle nostre partigianissime premesse concettuali. Non pretendiamo di essere in possesso della verità assoluta, ma nella forma vi chiediamo di voler tenere conto delle abitudini dei padroni di casa. Vi preghiamo quindi di non fare uso delle abbreviazioni comunemente usate nella scrittura elettronica e di utilizzare foto consone allo spirito dell'Associazione. Non vorremmo che proprio queste pagine contribuiscano ad aiutare i nostri principale nemici: la Volgarità e l'Approssimazione.

Io non intingo le mie parole nella menzogna;
l'azione è la verifica di ogni uomo.

Pindaro (518 - 438 a.C.) Odi, Quarta olimpica, 21-2

 

Appunti Inseriti

    Titolo: Gilets e giacche doppio petto “alla Duca di Kent”.
Data: 2008-11-09
Nome Cognome: Arcangelo Nocera
E-mail: angelonocera@yahoo.it

Cod. rif: 4160
Testo:

Il Gran Maestro nel suo pregevole e dotto Appunto dal titolo “Doppio petto con gilet” (n°4157), nel commentare l'osservazione del Cavalier Balbo relativa alla scarsa presenza nell'iconografia dell'abbigliamento classico di abiti a doppio petto con gilet, ne individuava molto propriamente le ragioni nella scarsa visibilità del gilet al disotto di tali giacche. Nell'ambito delle giacche a doppio petto quelle a 4 o 6 bottoni con abbottonatura sulla linea inferiore (tipologia introdotta nella prima metà degli anni '30  dal Duca di Kent George e poi adottata da suo fratello maggiore Edward , Duca di Windsor  che ne favori' il successo negli ambienti eleganti) permettono una buona esposizione del sottostante gilet ,a differenza di quelle con abbottonatura sulla linea intermedia o superiore. L' iconografia del “Primo Classico” (citando l'originale e nuova definizione dal Gran Maestro) ci ha lasciato al proposito qualche testimonianza, di cui alcune riportate nel collage a fianco allegato. Le immagini, pubblicate su diversi numeri di Esquire intorno alla metà degli anni '30, mostrano tre abiti con giacche a doppio petto tutte con tipologia “alla Duca di Kent”, di cui le due nella metà di sinistra a 6 bottoni e l'altra nella metà di destra a 4, al di sotto delle quali si mostrano ben visibili i relativi gilets. Esse credo possano pertanto rappresentare una valida fonte di ispirazione per quanti, nel caso apprezzino tale tipologia, vogliano avere un abito doppio petto con gilet non nascosto dalla abbottonatura della giacca. Come in altre immagini di quel periodo, anche in queste è possibile ammirare tessuti dal peso robusto, ormai rari, quali lo cheviot a grossa spina di pesce dell'abito in alto a sinistra ed il Glen Urquhart Plaid dell'abito (che s' intravede al disotto del cappotto) indossato dal gentiluomo in basso a sinistra.


     
    Titolo: Gilets ed abiti “formali “
Data: 2008-11-08
Nome Cognome: Arcangelo Nocera
E-mail: angelonocera@yahoo.it

Cod. rif: 4159
Testo:

L'immagine a fianco, tratta da Apparel Arts del 1934, mostra un inserto pubblicitario della Ditta NewYorkese G.W.Heller con le proposte per la stagione 1934-35 di gilets per abiti formali da sera quali white and black tie. I gilets presentati in versioni monopetto e doppiopetto e nei colori di bianco e nero sono tutti ,tranne uno identificato col codice 620, molto corti (da due a 3 cm circa in meno rispetto ai regolari gilets per abiti abiti non “formali” ) e richiedono pertanto per essere indossati correttamente pantaloni a vita alta come anche dettagliato nelle rispettive didascalie sottostanti ai diversi modelli . Ritornando a quanto finora discusso negli appunti 4123,4128 e 4158, il fulcro di un armonico risultato nell' accoppiamento tra gilets ,pantaloni e giacca negli abiti formali (gli stessi modelli di gilets nei colori di écru /buff, grigio perla,celeste pallido e nero possono essere associati anche ai morning coats) appare essere rappresentato proprio dalla vita alta dei pantaloni che ne permette l'associazione con gilets corti.


     
    Titolo: Gilet ed abiti formali con code
Data: 2008-11-08
Nome Cognome: Arcangelo Nocera
E-mail: angelonocera@yahoo.it

Cod. rif: 4158
Testo:

All'appunto 4123 di questo taccuino nel magnificare la perfetta coincidenza delle punt del gilet con quelle inferiori delle due parti frontali della giacca dell'evening tail coat raffigurato nell'immagine ad esso allegata, tratta da un numero di Esquire del 1934, lamentavo la rarità di una tale impeccabile scelta estetica ai giorni nostri dove invece molto piu' frequentemente si osservano gilet molto lunghi che spuntano di parecchio al di sotto delle falde della giacca di abiti con code sia da mattino che da sera. Nel collage qui' allegato è possibile ammirare nell'immagine a sinistra, tratta da un fashion sketch della metà degli anni '30 , un superbo morning coat in cui il gilet parallela inferiormente in maniera quasi perfetta le falde della giacca generando in tal modo un risultato finale di grande armonia ; nella metà di destra invece due "non felici" attuali esempi di gilet che con la loro sproporzionata lunghezza stravalgono annullandola l'intrinseca bellezza degli abiti cui sono associati.


     
    Titolo: Doppiopetto con gilet
Data: 2008-11-06
Nome Cognome: Giancarlo Maresca
E-mail: gran.maestro@noveporte.it

Cod. rif: 4157
Testo:

Nella mia area di posta, dove introduceva una discussione sul doppiopetto con gilet, il Cavaliere Balbo lamentava la scarsa disponibilità di un'iconografia in materia. Il collage che allego al presente Appunto non sazia certo la fame, ma è uno spuntino che potrà stuzzicare la ricerca individuale. Tutte le foto che lo compongono risalgono al Primo Classico, quello di cui il dress Code ha già presentato una carrellata riepilogativa. Apro parentesi per rassicurare gli assidui del nostro ciclo: Dress Code non si fermerà dopo la prossima puntata, peraltro ancora senza una data stabilita. Continuerà con lo studio semantico degli stili e poi l'approfondimento etimologico e filologico delle principali fogge, andando avanti presumibilmente per almeno altri sei anni. La materia da sistemare è abbondante, ma i primi risultati sono incoraggianti. Una delle novità concettuali emerse dall'ultimo Dress Code è la suddivisione dell'età "classica", quella in cui dominò l'homo elegans, in due grandi periodi. Il Primo Classico va dal 1890 alla fine degli anni '40, il Secondo Classico va dagli inizi degli anni '50 all'inizio degli '80. Se il Rettore invita ad una riflessione sugli anni '50  è anche perché lui stesso starà studiando quell'estetica, alla luce delle recenti teorie cavalleresche, onde preparare la relazione per la parte antologica che li tratterà. Dicevamo che tutte le immagini qui raccolte appartengono al primo Classico. Non voglio sprecare la Vostra attenzione con una valutazione tecnico-estetica. Voglio piuttosto approfittarne per suggerire un ingresso alla verità meno scomodo ed affollato. Guardiamo sommariamente le giacche ed i gilet, grosso modo simili, per fermarci invece a lungo sui volti, incredibilmente diversi in ciò che hanno dietro e ciò che esprimono. C'è chi ammicca e chi seduce, chi si afferma su un piano dinamico e chi lo fa in modo statico, il creativo ed il creatore. Ciò dimostra che in questo periodo tra i '20 ed i '30, in cui era ancora avvertita come una piccola evasione utilizzare in una foto ufficiale i colletti flosci e le giacche senza code, le fogge che di lì a poco appariranno riservate a situazioni protocollari o età  più che mature non hanno ancora un linguaggio formalizzato. Tutto si fa e si vive indossando abiti piuttosto simili. La differenziazione è tra città e aria aperta, più che tra fogge "pesanti" e "leggere". E' solo con gli anni '50 che il linguaggio si farà più sofisticato, precisandosi tante sfumature ancora confuse. Possiamo anzi dire che se fosse mai esistito un dizionario estetico, per di più aggiornato al momento storico, l'edizione degli anni '50 avrebbe bisogno di un numero di volumi più elevato di tutte le altre.

 

Torno ora all’argomento sollecitato da Balbo, che può sollevare qualche perplessità. Infatti alcuni critici poco documentati ritengono che il gilet non vada mai abbinato all’abito a doppiopetto. Le cose stanno in modo diverso. Il gilet è irrinunciabile nell’abbigliamento pre-classico, di cui è parte costituiva tra le più importanti. Resta fondamentale in tutta l’estetica classica europea del Primo Periodo. Gli americani se ne distaccarono prima ed infatti la loro ben nota e molto ammirata iconografia degli anni trenta differisce dalla nostra soprattutto in due cose: 1) Maggior colore, anche nelle proposte cittadine. 2) Mancanza precoce del gilet, in qualche modo sostituita da una maggiore importanza data al cappello.

 

Risvegliatasi dalla paura e dall’incertezza, la società del dopoguerra si sente ringiovanita e la fortuna del gilet termina di colpo. La sartoria cambia radicalmente registro e si crea un circolo vizioso in cui il sarto cerca di non fare il gilet ed il cliente non lo chiede, nel timore di sembrare fuori moda. E’ allora che si “classicizzano” sia il gilet ad un sol petto che l’assenza di gilet. Possiamo quindi dire che rispettano una matrice classica sia i sostenitori del doppiopetto con gilet che quelli che ritengono debba andare senza. Il vero classico è un motore che è partito e rimasto sempre al massimo dei giri, spingendo il carro maschile verso un affrancamento dalle imposizioni formali che non fossero avvertite come un piacere o un dovere.  Prima che il pansidacalismo dell’homo gymnicus trasformasse questa semplificazione in destrutturazione e la libertà in leggerezza,  il classico si arrovellava costantemente nella ricerca di ottenere gli stessi effetti ed anche qualcuno in più, ma con più nonchalance. Classico fu dunque il gilet nelle sue varie espressioni, che vanno dal tepore dello chalet di campagna al freddo del protocollo di palazzo. Classica fu però anche la lotta al gilet, così come classica era stata l’abolizione della redingote. Dobbiamo anzi dire una cosa importante, che gli studiosi avvezzi a certe fogge avranno forse già colto. Nel doppiopetto con gilet rivive lo spirito della redingote, con alcuni dei suoi codici. La presenza del gilet permette, nei luoghi chiusi, una certa disinvoltura nel lasciare distrattamente la giacca aperta. Se Balbo lamentava che le foto in materia sono rare, è anche perché il gilet del doppiopetto non sempre riesce a farsi vedere. Mentre nel petto singolo esso erompe nel primo occhio e lo qualifica, disegnando la sua V ben sopra quella dei baveri della giacca, nel doppiopetto il gilet è decisamente più silenzioso. Svolge, o può svolgere, lo stesso ruolo che ha nella dinner jacket, cioè comparire solo a giacca slacciata. E vero che il doppiopetto, specie sei bottoni, si tiene abbottonato sino a che si sta in piedi, ma al momento in cui ci si siede, a meno di non essere militari in divisa, lo si apre con un paio di rapidi gesti. Ricordo un signore del mio paese natale, che mi sembra si chiamasse Cafiero. Avvocato vecchio stampo, scapolo vecchio stampo, gentiluomo vecchio stampo, era ai miei occhi il concentrato dell’originalità. Camminava sempre sul lato della strada meno frequentato, perché evidentemente era così riservato che gli dava fastidio essere visto, vedere e soprattutto salutare. Probabilmente c’entrava il fatto che le sue tenute mancavano sempre del cappello ed era sempre l’ultimo a mettere il cappotto ed il primo a toglierlo. Inoltre vestiva ed incedeva come un principe. Si rendeva conto di essere diverso, pur senza volerlo essere affatto. Prediligeva le giacche a doppiopetto e ne aveva per tutte le stagioni, tutte usate molto e bene. Talvolta lo incontravo a Messa ed allora potevo passare tutto il tempo voltato verso di lui, aspettando che si alzasse e sedesse. Cercavo di capire come facesse ad allacciare e slacciare la giacca nella massima rapidità, sempre mantenendo la massima naturalezza. Ad ogni seduta la giacca toccava la panca già aperta ed un tocco quasi invisibile le restituiva l’aplomb non appena rimesso in piedi. Un prestidigitatore del doppiopetto, la cui coerenza gli avrà guadagnato non poca indulgenza lì dove ora si trova.

     
    Titolo: Trio jazz - La Continuità del Tempo
Data: 2008-11-04
Nome Cognome: Stefano Bellucco
E-mail: stefano.bellucco@alice.it

Cod. rif: 4156
Testo:

L'Ineffabile Rettore De Paz e l'inarrestabile Cavaliere Balbo hanno dato descrizione del Tempo da due punti di vista diversi ma correlati. Data la loro vibrante armonia d'esecuzione, mi piace accostarli ad un concerto jazz, genere che adoro: il basso del Rettore scandisce, accompagna, guida la nostra ricerca ed il nostro sapere; la batteria del Cavaliere Balbo con i suoi ritmi più carichi evidenzia aspetti particolari, sottolinea nuove o consolidate visioni.

Entrambi sostengono e danno vita al trio guidato, a mio avviso, dal pianoforte, dal Progetto del Gran Maestro (cui chiedo venia per la metafora, sapendo cosa pensa del jazz...) e quindi dallo Spirito del Cavalleresco Ordine. Ciò che infatti si legge tra le note dei due precedenti interventi è quello che il Pianoforte dell'Ordine tende a propagare con ancor più forza: la Continuità del Tempo.

Comprendere l'importanza di ciò che ci viene tramandato: noi non creiamo tesori, li custodiamo affinché possano essere trasmessi a chi verrà, mi ha sempre ricordato il Gran Maestro. (Ne accennai nel Taccuino della Nona Porta, all’appunto n° 3418.)

Parliamo dunque di Memoria: emanazione pratica della Continuità, testimone di una stimolante staffetta che ci incoraggia a correre sempre più intensamente per non vanificare il lavoro di chi ci ha preceduti e per agevolare la corsa a chi ci sostituirà. Qui, il Tempo non nasconde più le insidie attribuitegli generalmente, ma disvela scoperte, tesori, emozioni, sproni, Valori.

Il Tempo diviene così quell'Amico che ci ricorda come una ruga sia un ulteriore tratto che dona ricchezza al dipinto della nostra Vita; che ci rammenta come l'educazione sia un abito che non solo contribuisce a fare il monaco, ma lo ripara anche dalle intemperie dell'approssimazione; che sottolinea come l'Uomo sia tale prima dinnanzi a se stesso per esserlo poi di fronte agli altri.

Con l'immagine a lato, propongo quindi un duplice omaggio ai miei due "predecessori del Tempo": l'elegante, passionale, frizzante tastiera di Oscar Peterson me ne offre la possibilità. Da un lato quel gessato in cui il Rettore è Maestro insuperato, dall'altro (qui http://www.youtube.com/watch?v=HHr6ZZxb3G4 ) il ritmo travolgente del suo intervento e di quello del Cavaliere Balbo.

Cavallerescamente,

Stefano Bellucco


     

 

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