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cui sia pervenuto non solo mediante il pensiero e la lettura, ma
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Appunti Inseriti
Titolo:
Dress cravat e plastron - 2 - Teoria e pratica
Data: 2009-03-19
Nome Cognome: Giancarlo Maresca
E-mail:
gran.maestro@noveporte.it
Cod.
rif:
4345
Testo:
Prima di tutto le questioni terminologiche, premessa indispensabile nel nostro metodo. Avevo pensato che si potesse privilegiare una sola definizione, quella di dress cravat, ma in realtà il capostipite ha generato due figli ed oggi occorre distinguere la dress cravat, ornamento ispirato alla Reggenza, dal plastron, che è il paramento cerimoniale da essa derivato. Il plastron ha assimilato e rielaborato due caratteri fondamentali del corredo genetico della dress cravat. Li abbiamo visti nell’Appunto precedente e sono: 1) L’altezza del colletto, che deve essere taleda consentire a tutto l’apparato di salire in alto. 2) La rigidezza dell’insieme, che è conferita sia dall’altezza che dai materiali del colletto della camicia e della stessa cravatta. Anche il nodo a cilindro è importante, ma non determinante, in quanto si possono avere sia dei plastron che delle dress cravat con nodi diversi o senza alcun nodo. Verifichiamo ora questi principi con i fatti, o almeno le immagini. A fianco appare un collage che si presta ad un sunto storico e teorico.
1) Qui siamo al volgere del secolo, in un’epoca che esteticamente è già Reggenza e storicamante non ancora. Il disegno mette in mostra, anzi in caricatura, l’altezza estrema della cravatta candida. Capigliatura e giacca hanno un sapore bonapartista, ma questo è un aspetto su cui lascerei il campo agli specialisti. Qui interessa inquadrare il momento ed il modo in cui i caratteri costitutivi della dress cravat, altezza e rigidità, si fissano per sempre. Questi eccessi da collare ortopedico svaniranno nelle riedizioni della dress cravat, ma quell’aria di limitare il movimento resterà nel plastron. La rigidità si trasferirà al colletto e l’inamidatura si trasformerà in peso della seta, ma sarà proprio questo aspetto impostato il segreto che permetterà alla dress cravat di penetrare nel vertice del formalismo cerimoniale e restarvi a tempo indeterminato, diventando il moderno plastron.
2) Ecco un apparato molto simile a quello d’epoca. Manca della rigidità nel collo e nel nodo necessaria ad un plastron, ma possiamo concedergli la cittadinanza tra le dress cravat. Il nodo non visibile ed il candore richiamano l’equitazione, dando all’insieme una verve dinamica. Il risultato non è indegno, ma certo non è proponibile sull’altare. Non a caso l’ornamento qui compare sotto una giacca fantasia e non come complemento di un morning coat.
3) Qui oltre al colletto alto abbiamo anche il nodo a barilotto, ma la scioltezza del manufatto non lascia dubbi. Non è un plastron, ma una dress cravat frivola, dal sapore neo-dandy. Non detestabile in se stessa, ad un matrimonio sarebbe assolutamente inadeguata. Se questa conclusione è condivisibile vuol dire che, dopo averne trovato la comune origine, ci stiamo avvicinando ad una dimostrazione affidabile delle diverse identità di dress cravat e plastron.
4) In questo quadro del 1807 vediamo una soluzione simile a quella rubricata col n. 3). Lo sguardo impertinente non sarà molto diverso da quello di chi anche oggi, duecento anni dopo, percorre una strada di indipendenza estetica. Naturalmente siamo in piena dress cravat, lontanissimi dalle durezze tetragone del plastron che comunque da essa sono nate. Il fatto che un movimento rivoluzionario abbia generato uno strumento iperformale non è un’eccezione e deve far riflettere sull’importanza della ricerca nel passato per la comprensione del presente e del futuro.
5) Un altro esempio di dress cravat non preconfezionata, condizione che appare importante in un accessorio che trova la sua cifra nella scioltezza imprevedibile almeno quanto il plastron la trova nell’impostazione ferma e immutabile. Possiamo quindi dire che un plastron può anche essere confezionato, tanto che lo era già cento anni fa, mentre una dress cravat va annodata al momento. L’attrezzo è fermato da una spilla, eppure resta vaporoso. Niente male, ma non siamo ancora alla cosa giusta per le nozze.
6) Ecco un vero e proprio plastron. Per essere fermo è fermo, ma credo che nessuno voglia presentarsi in queste condizioni. Cosa manca? Lo abbiamo già visto: altezza e rigidezza. Il colletto basso e floscio trasmette una sensazione di approssimaticcio, di mezza misura, di mezza calzetta. Un disastro.
7) Più alto e meglio abbinato nei colori, quest’altro plastron resta anch’esso insufficiente. Sarà perché manca il nodo? No. Impariamo piuttosto che il corrente troppo piccolo conferisce un’aria da servi e non da padroni. Quest’uomo va al matrimonio da cocchiere, non da sposo.
8) Ecco infine un esempio efficace dello stato dell’arte del plastron. Annodato a mano, esibisce un corrente largo, un colletto alto e rigido ed un nodo esuberante. Il taglio del manufatto è al traverso, il che fornisce la capacità di annodare uno spessore che sembra superare i 4 cm. Con tali dimensioni, un tessuto sistemato per drittofilo incaglierebbe. La consistenza che il tessuto perde presentandosi al traverso viene riguadagnata dalle imbottiture, sempre assenti nelle dress cravat. Altezze e rigidezze nei giusti valori, misura nel nodo e nella tinta, il tocco di vivacità del nodo fatto a mano e lanciato in alto, conferiscono a questo esemplare una patente di plastron di prima classe.
Giancarlo Maresca
NOTA - Alcune foto sono prese dal bel lavoro di Massimiliano Mocchia di Coggiola riportato nella sezione Documenti dell’area che il castello dedica al Dandy. (http://www.noveporte.it/dandy/documenti/moda_maschile.htm)
Titolo:
Dress cravat e plastron - 1 - La lezione di Brummell
Data: 2009-03-19
Nome Cognome: Giancarlo Maresca
E-mail:
gran.maestro@noveporte.it
Cod.
rif:
4344
Testo:
La discussione proposta dallo Scudiero Mocchia di Coggiola nella posta del Gran Maestro (v. Ascot) e l' interessante contributo del cavaliere Nocera (v. Appunto n. 4342) suscitano curiosità e dubbi su quello che oggi chiamiamo plastron, ascot, formal ascot, dress cravat ed in altri modi ancora. Tutti questi nomi sono le cicatrici e le decorazioni riportate in infinite battaglie da un capo che non si arrende da oltre duecento anni. E’ un fossile, il cui assetto odierno rappresenta una reminiscenza di un’estetica che risale al periodo in cui la cura dell’abbigliamento era ancora un fenomeno geograficamente e socialmente localizzato.Fu solo intorno al 1890 che dalla rottura definitiva di questo aristocratico guscio anglo-francocentrico, anzi londro-parigicentrico, eruppe un titanico organismo culturale borghese che assunse il dominio universale del gusto e della morale, che per un lungo periodo condiviserogli stessi valori. Quest’armonia si ruppe negli anni ’60 del XX secolo ed il suo linguaggio, il Classico, perse la supremazia e quindi la capacità di riprodursi ed evolversi intorno al 1981. Abbandonò il campo in tutta fretta, lasciando infiniti capolavori al cui studio, comprensione e valorizzazione dedichiamo qui ogni possibile risorsa. La cravatta come oggi la intendiamo proviene da un processo evolutivo acceleratosi negli anni ’20 del XX secolo, quando assimilò a livello tecnico ed estetico il valore del traverso e della stampa. La dress cravat, come abbiamo deciso di definirla nel suo stato attuale, rappresenta invece una semplice citazione e trasposizione (non una vera e propria evoluzione) del modo con cui la cravatta era intesa già alla fine del XVIII secolo, quando il gusto dominante prevedeva che la guarnizione del collo maschile giungesse sino alla curva del mento o quasi. Siamo nel periodo della Reggenza inglese, che storicamente durò precisamente dal 1811 al 1820 ed esteticamente va inteso in modo più vago ed esteso, diciamo dal 1800 al 1830, più o meno da Giorgio III alla Regina Vittoria. Scott, Byron, Keats, Shelley, Beethoven, Paganini e tanti altri alimentano un fuoco romantico di rinnovamento. Grande tra i Grandi, Brummell da un lato alimenta e dall’altro interpreta e guida gli eccessi nel vestire e nel comportarsi della gioventù contemporanea, che vivendo nel mito del “fashionable” è naturalmente incline a varcare i confini del costume dal lato sbagliato, lì dove si aprono la scostumatezza ed il ridicolo.
Nel disegno di Ingres riportato qui a fianco, vediamo il Beau per eccellenza inalberare la sua cravatta come una bandiera. Correva l’anno 1816. Con la cura del dettaglio e del taglio, il primo dei dandy mette al centro l’individuo e così denuncia silenziosamente - e da solo - il disagio di un’intera generazione, o forse di una Nazione, se non di un Continente. In una città, o meglio una Nazione, se non un Continente, di salotti amministrati da rigide contesse, compie un’impresa non ancora svelata da nessuno dei suoi biografi e che appare invece chiara e meritoria agli occhi cavallereschi. Brummell comincia a sottrarre la gentilhommerie dal giogo della “reputazione”, di cui la casta dominante era a sua volta schiava. Il gioco degli inviti e delle emarginazioni era gestito dalle dame, alcune delle quali governavano le arene dei salotti come imperatrici. Al loro pollice verso, l’esclusione equivaleva ad una morte sociale. In questi anni, pensando a se stessi ed a qualche innocuo (anche se non sempre innocente) capriccio, i maschietti si affrancarono dal potere occulto di queste cortigiane senza corte, creando un proprio mondo di piaceri e di gusto, quell’originale cultura maschile che è la base e la vetta del Classico. Non dobbiamo dimenticare che il XVIII secolo, insomma l’ancienne regime, fu l’era dei minuetti e dei cicisbei, dei cavalier serventi, di un maschio muliebre. Questa spinta liberatoria, risoltasi simbolicamentee definitivamente nel le disobbedienze di Bertie alla madre Vittoria, la dobbiamo in buona parte al sacrificio di Brummell. In quei tre decenni ne successero di tutti i colori e dappertutto. A Napoli avevamo Ferdinando I, a Vienna nasceva l’Impero di Austria-Ungheria, a Parigi c’era nientemeno che Napoleone. Ognuna di queste città avrebbe potuto avere il ruolo di capitale del gusto. Se toccò a Londra, fu in parte merito di quel singolo Uomo, la cui incompresa visione fu così potente che ne bastò un pochino per cambiare il mondo. Non definitivamente, certo, tanto che le cose sono tornate indietro ed il castello maschile è crollato sotto il peso della salute, dell’igiene, della pace nel mondo, del dogma naturista, della praticità ed altri effeminati bamboleggiamenti.
Tornando alla dress cravat, ci accorgiamo che non avremmo potuto comprenderla senza collocarla nel suo posticino storico, né trascurando l’opera di George Brummell. Fu lui ad introdurre l’inamidatura della cravatta, che consisteva in una lunga striscia bianca di batista di lino. Questa rigidità fece in modo che l’accessorio, una volta esaurita la sua vena rivoluzionaria, venisse accolto nel protocollo e vi trovasse un cantuccio dove nascondersi per secoli. Era comunque il diverso modo di gestirne le lunghe code a dare i diversi risultati. Il nodo in se stesso era per lo più sempre lo stesso, a forma di barilotto o di fiocco. Il primo tipo fu quello che generò pian pianino il paradigma della dress cravat in seta, attraverso passaggi per i quali lascio la parola agli studiosi di quello specifico periodo.
(Segue)
Titolo:
Spazio cravatta, nodo lasco e tenuta del nodo
Data: 2009-03-18
Nome Cognome: Marco Zanin
E-mail:
sirgray@tiscali.it
Cod.
rif:
4343
Testo:
In riferimento al gesso sulla Lavagna dell'abbigliamento dal medesimo titolo, inserisco qui un'immagine esemplificativa di ciò che trovo decadente nell'abbinamento camicia-cravatta.
Esempi del genere sono rintracciabili a bizzeffe nella quotidianità.
In sintesi nel gesso mi chiedo se
risulti impensabile sperare di annodare una cravatta alla mattina per poi averla in ottime condizioni per l'intera giornata lavorativa.
La minuziosa e preziosa descrizione relativa alle caratteristiche tecnico-costruttive e stlistiche di una dress cravat ,fornita dal Gran Maestro in risposta allo Scudiero Mocchia di Coggiola che chiedeva dove fosse possibile trovare un plastron non pre-montato da abbinare ad un tight nero che egli indosserà in occasione del Suo matrimonio, mi ha suggerito l'inserimento del collage allegato a fianco. Nell' immagine grande è ritratta una dress cravat non pre-montata (nella terminologia anglossassone indicata anche formal ascot ) dalla cui osservazione ,e sulla scorta di quelli gia' indicati dal Gran Maestro, credo si possano ricavare dettagli utili per il confezionamento di un modello su misura. L'immagine nel riquadro , apparsa su di un numero di Esquire della primavera del 1941, ci avvicina inoltre all' insieme descritto da Mocchia di Coggiola come Sua possibile “mise” per la suddetta occasione. Al morning coat (in questo caso non nero ma grigo scuro) sono infatti associati un cilindro nero ed un magnifico “plastron” dal classico pattern macclesfield a piccoli rombi nero-grigio/argentei che potrebbe rappresentare, relativamente al disegno, un'altra elegante fonte di ispirazione.
.All'ottimo Mocchia di Coggiola i piu' cavallereschi auguri.
Arcangelo Nocera
Titolo:
Bordino bianco
Data: 2009-03-14
Nome Cognome: Paolo Tarulli
E-mail:
folgore73@hotmail.com
Cod.
rif:
4341
Testo:
Qui l'abito si vede tutto e c'e' anche il cappello...